Lev – Cuore

לב (lev)


Nota:

In questo studio, citando TNM sarà sostituita alla parola italiana quella originale ebraica; ciò sarà indicato così: TNM*.


Il termine fondamentale dell’antropologia biblica – lev – viene solitamente tradotto con “cuore”. Nella forma più usata, che è lev (לב), questo vocabolo ricorre 598 volte nelle Scritture Ebraiche; nella forma levàv (לבב) ricorre 252 volte; in aramaico si rinviene una sola volta come lev (לב) e 7 volte come levàv (לבב), sempre in Dn. Complessivamente, dunque, lo si incontra 858 volte. Si tratta del concetto antropologico più usato nella Scrittura. A ciò si aggiunga che esso è usato quasi esclusivamente con riferimento all’essere umano. Mentre basàr in oltre un terzo dei casi indica la carne animale, lev e levàv sono usati solo cinque volte con riferimento all’animale e, in queste, quattro volte in paragone con il cuore umano (2Sam 17:10; Os 7:11; Dn 4:13;5:21). Solo 26 volte si parla del “cuore” di Dio, 11 volte del “cuore” del mare, una volta del “cuore” del cielo e una volta ancora del “cuore” dell’albero. Rimangono quindi 814 passi che parlano esclusivamente del “cuore” umano. Questi passi sono perciò più numerosi di quelli in cui ricorre il termine nèfesh!

 

Ricorrenze nelle Scritture Ebraiche

nèfesh

755 volte

(non riferito solo all’essere umano)

lev

814 volte

(riferito solo all’essere umano)

 

   Per prima cosa occorre dire che bisogna fare molta attenzione al fatto che la traduzione “cuore” può indurre in errore. Infatti, il nostro modo attuale di intendere “cuore” è condizionato dalla nostra mentalità occidentale. Il lettore semplice della Bibbia, leggendo in Es 7:13 “che il cuore del faraone si indurì”, può capire che i sentimenti del re egizio si fecero duri tanto che divenne insensibile. Viceversa, lo stesso lettore che ha scarsa conoscenza del modo di esprimersi biblico, leggendo la preghiera di Sl 51:10 – “O Dio, crea in me un cuore puro” -, potrebbe pensare che il salmista stesse chiedendo di avere dei sentimenti puri.

   La parola lev è troppo importante per lasciarla agli equivoci. Questa parola esige che si conduca un esame semantico, tenendo conto dei vari contesti in cui appare.

1. – Cuore.

   Per giungere ad una comprensione, che sia dedotta con metodo analitico, del significato complessivo di lev, è necessario prima di tutto individuare quale rilevanza la Bibbia attribuisce a lev sotto l’aspetto puramente fisico.

   Particolarmente interessante è il racconto della morte di Nabal, così come è riferita in 1Sam 25:37,38:

“Avvenne la mattina, quando il vino era stato smaltito da Nabal, che sua moglie gli riferì queste cose. E il suo lev divenne morto dentro di lui, ed egli stesso divenne come una pietra. Dopo ciò passarono circa dieci giorni e quindi Geova [Yhvh, nella Bibbia] colpì Nabal, così che morì”. – TNM*, “cuore”; da qui in avanti questa sigla indicherà che la citazione è tratta da TNM con la sostituzione della parola tradotta (che sarà posta dopo la sigla) con la parola ebraica originale.

   Le affermazioni che s’incontrano qui lasciano sconcertato il moderno lettore occidentale. Stando a quanto è detto all’inizio, sembrerebbe logico pensare che una volta che il cuore si sia fermato, con la sua rigidità sia sopraggiunta la morte. Ma, al contrario, il lettore viene colto di sorpresa essendo informato che Nabal è sopravvissuto ancora per dieci giorni prima di morire. In pratica, il lev di Nabal muore dieci giorni prima di Nabal.

   È più che evidente – data la schiettezza del racconto – che qui non si ha in mente l’arresto del cuore nel senso della medicina moderna: in questo caso la morte immediata sarebbe una conseguenza inevitabile. Nella Bibbia, invece, non ci sono tracce (né qui né altrove) che facciano pensare ad una connessione delle pulsazioni cardiache con il lev. Piuttosto è detto che Nabal “divenne come una pietra”. Quindi, tenuto conto che Nabal continuò a vivere ancora per dieci giorni in questo stato (“come una pietra”), si può pensare che si trattasse di paralisi. Forse un medico, riconoscendone nel racconto i sintomi, farebbe una diagnosi di apoplessia accompagnata da emorragia cerebrale. In queste condizioni una persona può sopravvivere anche per dieci giorni.

   L’antico scrittore vedeva dunque nel lev l’organo centrale che presiedeva alla capacità motrice del corpo. Al battito del cuore non si dà quindi molta importanza. Del resto, nell’antica anatomia ebraica sono poco conosciuti il cervello, i nervi e i polmoni. Nella nostra attuale anatomia lev corrisponde – stando alle funzioni che gli vengono attribuite – ad alcune parti ben definite del cervello. Lo vedremo meglio quando tratteremo delle funzioni essenziali che l’ebreo biblico attribuiva usualmente al lev.

   Resta da aggiungere, come abbiamo visto, che già 1Sam 25:37 colloca il lev-cuore nel petto, non nella testa. La traduzione fatta da TNM (“dentro di lui”) può essere resa anche “nel petto” (CEI); l’ebraico ha בְּקִרְבֹּו (beqirbò). Ancora più preciso è Os 13:8 quando annuncia la minaccia di Dio a Israele: “Lacererò l’involucro del loro lev” (TNM*, “cuore”). L’”involucro” significa di certo la scatola toracica che racchiude il cuore. In maniera poi inequivocabile 2Re 9:24 circoscrive il posto anatomico del cuore quando la freccia di Ieu colpì “Ieoram fra le braccia, così che la freccia gli trapassò il cuore” (TNM). Talora “cuore” è usato anche al posto di “petto”, come quando si dice che Aaronne porta il “pettorale del giudizio sopra il suo lev”. – Es 28:29, TNM*, “cuore”.

   Un ulteriore contributo all’anatomia del cuore ci viene da Ger 4:19, in cui si parla delle “pareti” del cuore. Il contesto dice che Geremia percepisce rumori di guerra che si avvicinano e che deve annunciare la catastrofe che incombe. Questo è il motivo per cui gli sopravviene un’affezione cardiaca. Solo così si possono intendere le sue parole: “Oh i miei intestini, i miei intestini! Sento penosi dolori nelle pareti del mio cuore. Il mio cuore è tumultuoso dentro di me” (TNM). Chiaramente qui un dolore violento o di una pressione nella regione cardiaca provoca un senso opprimente di angoscia. Proprio così in patologia vengono descritti i sintomi della angina pectoris.

   Non si deve pensare che la Bibbia si dilunghi nel parlare dell’anatomia del cuore. Anzi si rimane stupiti che in più di 800 passi che riguardano il cuore si parli della sua anatomia in pochi passi.

   Anche per quanto riguarda la fisiologia del cuore non troviamo granché nella Bibbia. Quel poco che c’è lo abbiamo visto, ed è in connessione con delle disfunzioni.

   Geremia ancora una volta geme sotto l’assalto della parola di Dio: “Il mio cuore si è rotto dentro di me” (Ger 23:9, TNM). Il vero profeta, a differenza del falso profeta, deve mettere in gioco la propria salute: “Una mestizia che è senza rimedio è sorta in me. Il mio cuore è malato”. – Ibidem 8:18, TNM.

   Nei casi di eccessivo affaticamento e di esaurimento, dar da mangiare un boccone di pane ad un viandante e ridargli così le forze, si dice nel linguaggio ebraico della Scrittura non ‘ristorare il cuore’, come traduce TNM in Gn 18:5, ma “sostenere il cuore”. Non si tratta di far star bene un ospite in senso occidentale. Si tratta, nel senso pratico degli ebrei, di ridargli le forze. L’ebraico ha, infattiסַעֲדוּ לִבְּכֶם  (saadù livchèm): “sostenete il vostro cuore”. Come in Gdc 19:5,8. In At 14:17 l’ebreo Paolo dice ad alcuni pagani: “[Dio] ha fatto del bene, dandovi piogge dal cielo e stagioni fruttifere, riempiendo i vostri cuori di cibo e allegrezza” (TNM). L’ebreo Giacomo dice ai ricchi: “Avete ingrassato i vostri cuori” (Gc 5:5, TNM). L’ebreo Yeshùa dice in Lc 21:34: “Prestate attenzione a voi stessi affinché i vostri cuori non siano aggravati dalla crapula nel mangiare e nel bere” (TNM). Il cuore in senso semita (e, quindi, biblico) è diverso dal cuore inteso all’occidentale.

   Al cuore l’ebreo pensa sempre come ad un organo inaccessibile, nascosto nella parte più intima del corpo. Solo così è possibile comprendere il significato simbolico dell’espressione che troviamo in Pr 30:18,19. La citiamo prima in una buona traduzione:

“Ci sono tre cose per me troppo meravigliose;

anzi quattro, che io non capisco:

la traccia dell’aquila nell’aria,

la traccia del serpente sulla roccia,

la traccia della nave in mezzo al mare,

la traccia dell’uomo nella giovane”. – NR.

   “La traccia della nave in mezzo al mare” è letteralmente la traccia o scia “della nave nel cuore del mare” (TNM). Cosa vuol dire? In questo brano si fa menzione di quattro sentieri che non sono stati aperti prima e che quindi non possono essere anticipatamente conosciuti. L’aquila percorre un sentiero aereo che non conosce ancora. Il serpente passa su rocce che ancora non sa. Un uomo penetra una ragazza che non ha ancora conosciuto intimamente. Il “cuore del mare” è quindi l’alto mare, il mare ancora inesplorato e libero. Questo significato si ha in altri passi:

 

Passo

“Cuore del mare”: l’alto mare

Pr 23:34

“Diverrai come uno che giace nel cuore del mare”.

Si tratta l’ubriaco che non sa più dove si trova, come se fosse in alto mare.

Ez 27:4

“I tuoi territori sono nel cuore dei mari”.

 

Si parla della grandiosità di Tiro, i cui territori sono perfino in alto mare.

Ez 27:25-27

“Divieni molto gloriosa nel cuore del mare aperto . . . [il] vento orientale ti ha fiaccato nel cuore del mare aperto . . . [le tue merci e i tuoi marinai] cadranno nel cuore del mare aperto”

Ez 28:2

“Il tuo cuore si è insuperbito, e continui a dire: ‘Io sono un dio. Mi sono seduto nel posto di dio, nel cuore del mare aperto’”.

 

   A differenza della navigazione costiera, le cui rotte sono sicure per via della riva che rimane visibile, un viaggio in mare aperto conduce verso l’ignoto. Quando Giona dice: “Tu mi hai gettato nell’abisso, nel cuore del mare” (Gna 2:4), si fa ancora più precisamente riferimento alla profondità impenetrabile dell’alto mare.

   Analogamente, il “cuore del cielo” indica la sua altezza inaccessibile all’uomo. Con queste parole Mosè, in Dt 4:11, ricorda la sua esperienza dell’Horeb: “Il monte ardeva con fuoco fino in mezzo al cielo” (TNM); “in mezzo al cielo” traduce l’ebraico עַד־לֵב הַשָּׁמַיִם  (ad-lev hashamàym), “fino a cuore del cielo”.

   Secondo 2Sam 18:14 Absalom pende “nel cuore del grosso albero” (TNM), cioè nell’oscuro e più intricato groviglio di rami. L’accadico libbu può indicare il cono formato dai rami.

   Il termine lev-cuore sta dunque in tutti questi casi ad indicare ciò che non è accessibile e sconosciuto. Questo modo di vedere, che prende motivo dalla collocazione anatomica del cuore, sta alla base di un gran numero di enunciazioni che riguardano l’essere umano.

   Nella narrazione dell’unzione di Davide in 1Sam 16:7 è detto che Dio, alla vista del figlio più anziano di Isai che sta venendo avanti, mette in guardia Samuele: “Non badare al suo aspetto né alla sua statura, perché io l’ho scartato; infatti il Signore non bada a ciò che colpisce lo sguardo dell’uomo: l’uomo guarda all’apparenza, ma il Signore guarda al cuore”.

   Il lev-cuore dunque sta in contrapposizione a ciò che appare esteriormente. Sebbene esso rimanga del tutto nascosto all’uomo, le decisioni vitali vengono prese proprio qui. Pr 24:12 pone il lev come luogo di pensieri non conosciuti, in contrapposizione alle parole che vengono esteriormente percepite: “Se dici: ‘Ma noi non ne sapevamo nulla!…’. Colui che pesa i cuori non lo vede forse?”. Solo davanti a Dio ciò che è nascosto allo sguardo umano non può rimanere coperto: “Il soggiorno dei morti e l’abisso stanno davanti al Signore; quanto più i cuori dei figli degli uomini!”.

“Egli conosce i pensieri più nascosti”;

“Egli è consapevole dei segreti del cuore”.

Sl 44:21, TNM.

   Tutti questi testi biblici, pur presupponendo un’immagine precisa dell’organo fisico (il muscolo cardiaco, diremmo noi), esplicitano tuttavia – ad eccezione della sola narrazione circa Nabal – un’ottica che va al di là del puro dato anatomico e delle funzioni fisiologiche. Le attività essenziali del cuore umano, secondo la Bibbia sono di tipo spirituale. Ora vedremo quali atti che vengono attribuiti al lev-cuore.

2. Emozione.

   Le attribuzioni caratteristiche del cuore, nella prospettiva ebraica riguardano anzitutto la sfera emotiva e della sensibilità. Questa sfera corrisponde a ciò che noi riferiamo al sentimento inteso come turbamento dei pensieri e ai livelli irrazionali (dettati dall’emozione, non dalla ragione) dell’uomo.

   Per comprenderlo occorre partire dalla situazione di eccitamento in cui viene a trovarsi il cuore malato. In Sl 25:17 un uomo sofferente prega così: “Le angosce del mio cuore sono aumentate; liberami dalle mie angustie”. La prima frase dice letteralmente: צָרֹות לְבָבִי הִרְחִיבוּ (tzaròt levavì hirkhìvu ), “strettezze al cuore di me allarga!”. Anche in questo caso si uniscono dolori cardiaci e sentimenti di angoscia. Già in Sl 119:32 il discorso sul dilatarsi del cuore, cioè sulla liberazione dai crampi, lascia in secondo piano l’aspetto di una guarigione che sia solo corporea: “Io correrò per la via dei tuoi comandamenti, perché mi hai allargato il cuore”, che – in maniera sintetica – qui significa: Tu mi liberi. Un cuore disteso giova alla salute: “Un cuore calmo è la vita del corpo” (Pr 14:30). Lev significa qui la struttura del carattere, l’umore della persona, il suo temperamento. In questo senso Pr 23:17 ammonisce: “Il tuo cuore non porti invidia ai peccatori, ma perseveri sempre nel timore del Signore”. Il cuore che invidia i peccatori è qui l’uomo stesso, nella misura in cui reagisce emotivamente e si agita.

   Oltre a ciò, il lev è anche la sede di altre disposizioni d’animo, come la gioia e il dolore. In tal senso si parla dello star bene del cuore o di un malessere del cuore a seconda che esso sia di buon umore (Gdc 18:20;19:6,9; Dt 28:47; Pr 15:15) o sia invece scontento (Dt 15:10). Anna è avvilita a causa della sua sterilità, e in un primo momento il suo “cuore si sente male” (1Sam 1:8, TNM); ma dopo la nascita di Samuele è piena di gioia e dice: “Il mio cuore esulta”. – 1Sam 2:1, TNM.

   Il lev-cuore è anche la sede dell’ilarità causata dal vino, perché è il “vino che fa rallegrare il cuore dell’uomo” (Sl 104:15, TNM). Anche il coraggio e l’angoscia si risolvono in determinate affezioni del cuore. Se l’animo cede, ‘il cuore trema come il tremolio degli alberi della foresta a causa del vento’ (Is 7:2, TNM), “viene meno il cuore” (Dt 20:8, TNM), il ‘cuore diviene come la cera’ (Sl 22:15, TNM), ‘il cuore si strugge e diventa come acqua. – Gs 7:5.

   Se l’angoscia gli piomba addosso, l’ebreo dice che il suo ‘cuore lo lascia’ o lo abbandona (Sl 40:13, TNM), che il ‘cuore gli viene meno’ (Gn 42:28, TNM), che ‘cade il cuore dentro di lui’. – 1Sam 17:32, TNM.

   Questi passi mostrano quanto poco si faccia riferimento all’organo fisico in quanto tale e come lev assuma il significato preciso di animo. “L’uomo valoroso il cui cuore è come il cuore del leone” (2Sam 17:10, TNM) è la persona che ha un animo forte, la forza d’animo. L’augurio di Sl 27:14 – “Sia forte il tuo cuore” (TNM) – significa farsi coraggio.

     Si noti la differenza, dovuta a ragioni diverse, della spossatezza descritta nei due seguenti passi:

I figli di Giacobbe riferiscono al loro padre che Giuseppe è ancora vivo, “ma il suo cuore si intorpidì, perché non credette loro”. – Gn 45:26, TNM.

Spossatezza che si accompagna ad un profondo avvilimento

“Il mio proprio cuore ha palpitato gravemente, la mia potenza mi ha lasciato” (Sl 38:10, TNM; cfr.: “Di notte la mia medesima mano è stata tesa e non si è intorpidita”. – Sl 77:2, TNM).

Spossatezza dovuta ad una mano alzata in preghiera

 

3. Desiderio.

   Analogamente a nèfesh, anche per lev si può parlare di un desiderare. Il Sl 21:2 rivolge a Dio queste parole circa il re: “Tu gli hai dato il desiderio del suo lev, e non hai trattenuto la richiesta delle sue labbra” (TNM*, “cuore”). Se qui il lev è menzionato accanto alle labbra, significa che ci si riferisce certamente ai desideri interiori, più segreti. Allo stesso modo, Pr 6:25 pensa alla brama nascosta per la donna del vicino: “Non desiderare nel tuo lev la sua bellezza” (TNM*, “cuore”). La tensione di un lev troppo bramoso non va protratta: “L’aspettazione differita fa ammalare il lev, ma la cosa desiderata è un albero di vita quando realmente viene”. – Pr 13:12, TNM*, “cuore”.

   In un brano ricco di forza, Giobbe fa espiazione e contesta che il proprio lev sia andato dietro ai suoi occhi ovvero che i suoi desideri segreti si siano lasciati influenzare da ciò che gli cadeva sotto’occhio: “Il mio cuore è andato dietro ai miei occhi . . . qualche sozzura mi si è attaccata alle mani” (Gb 31:7). Il lev indica qui il desiderio nascosto. Più avanti dice: “Il mio cuore si è lasciato sedurre da una donna”. – V. 9.

   Nm 15:39 parla delle nappe che pendono dagli orli dei vestiti, che per gli israeliti devono avere questo significato:

“Questa nappa vi ornerà la veste, e quando la guarderete, vi ricorderete di tutti i comandamenti del Signore per metterli in pratica; non andrete vagando dietro ai desideri del vostro cuore e dei vostri occhi che vi trascinano all’infedeltà”.

   Qui le seduzioni e le immaginazioni segrete (del lev) sono messe accanto alle seduzioni visibili.

   La petulanza è detta in Is 9:8גֹדֶל לֵבָב  (gòdel levàv), “grandezza di cuore”; “insolenza di cuore” per TNM che la pone al v. 9.

   Quest’uso linguistico deve essere tenuto presente come sfondo per comprendere l’unico passo delle Scritture Greche in cui si parla del cuore di Yeshùa:

“Io sono mansueto e umile di cuore”. – Mt 11:29.

   Abbiamo visto diversi aspetti di lev. Espressioni di pace, di affanno, di desiderio, di coraggio, di angoscia, di alterigia sono collegati al lev. Ma cosa sta dietro tutte queste espressioni? Cosa è specifico del lev, del “cuore” in senso biblico?

4. Ragione.

   Nella maggioranza dei casi vengono attribuite al lev funzioni intellettuali e razionali, quelle che noi generalmente riferiamo alla testa e, più precisamente, al cervello. È qui che occorre fare attenzione, perché il moderno occidentale tende a leggere la parola biblica “cuore” con il significato che ha nella sua lingua, non in quella della Bibbia.

   Ci si deve guardare dalla falsa impressione che l’uomo biblico sia determinato più dal sentimento che non dalla ragione. Questo erroneo giudizio antropologico può prendere facilmente spunto dalla traduzione indifferenziata del termine lev.

   La Bibbia pone l’uomo di fronte ad alternative ben chiare di cui si deve prendere coscienza. È un fatto significativo che lev compaia per la maggior parte nella letteratura biblica sapienziale: solo in Proverbi 99 volte, nell’Ecclesiaste 42 volte. Nel Deuteronomio, che fa parte dei libri storici, la parola compare 51 volte, e non è un caso: Dt ha un significato ampiamente didattico. La sapienza ha a che fare anche con l’intelletto, con la riflessione, con lo studio. Va da sé che la didattica vi abbia a che fare. Ebbene, in questi ambiti è molto presente la parola lev. L’occidentale che crede che il “cuore” biblico abbia a che fare con i sentimenti (com’è nella sua cultura), prende una solenne cantonata. Si presti molta attenzione a questo passo:

“Fino a questo giorno, il Signore non vi ha dato un cuore per comprendere, né occhi per vedere, né orecchi per udire”. – Dt 29:3.

   Gli occhi servono per vedere, gli orecchi per udire. Il cuore serve per comprendere. Significativa è la nota in calce relativa alla parola “cuore” di TNM (che numera il v. come 4): “O, ‘una mente’”. Quasi stupisce, perché la società religiosa che edita TNM cade molto spesso nella trappola di leggere “cuore” alla maniera occidentale. Come se ciò non bastasse, questa società religiosa legge spesso la Bibbia letteralmente. Nel caso del cuore, vi vide in passato un riferimento letterale all’organo cardiaco. Nella pubblicazione Ausiliario per capire la Bibbia (Watch Tower, Roma, 1982), poi ritirata dalla distribuzione, si legge che il cuore ha “una parte importante nella formazione della personalità del suo possessore” (pag. 305). In una loro pubblicazione si leggeva questa incredibile affermazione: “La Bibbia non parla di un cuore simbolico o spirituale facendo un contrasto con il cuore carnale o letterale” (La Torre di Guardia del 18 agosto 1972, pag. 486). Per decenni questo era il loro pensiero antiscritturale. Tentarono anche di dare a questa errata convinzione una veste scientifica, travisando il Medical World News del 23 maggio 1969, in cui nell’articolo intitolato “Che cosa fa il cuore nuovo alla mente?” riferiva che “al Centro Medico dell’Università di Stamford, un uomo di 45 anni ricevette un nuovo cuore da un donatore di 20 anni e subito annunciò a tutti i suoi amici che celebrava il suo ventesimo compleanno” (Ibidem, pag. 487). Poi, finalmente, capirono di aver completamente sbagliato e, come se niente fosse, scrivevano: “In alcuni casi, relativamente pochi, si parla del cuore letterale . . . Ma in quasi mille altri riferimenti biblici al ‘cuore’, questo viene chiaramente usato in senso simbolico” (La Torre di Guardia del 1° novembre 1984, pag. 7). Tuttavia, sono rimasti ancorati alla concezione occidentale di “cuore”: “È chiaro che sia il termine greco che quello ebraico tradotti ‘cuore’ vengono usati dagli scrittori biblici per riferirsi alla serie di qualità emotive e morali”. – Ibidem.

   Il “cuore” (quello biblico) viene meno alla sua funzione originaria quando, a causa dell’indurimento, si rifiuta di conoscere. Dice Is 6:10:

“Rendi insensibile il cuore di questo popolo,

rendigli duri gli orecchi, e chiudigli gli occhi,

in modo che non veda con i suoi occhi, non oda con i suoi orecchi,

non intenda con il cuore,

non si converta e non sia guarito!”.

   Pr 15:14 descrive il compito essenziale del cuore in senso biblico:

“Il cuore che ha intendimento ricerca la conoscenza”. – TNM.

   “Il cuore del saggio gli rende assennata la bocca, e aumenta il sapere sulle sue labbra” (Pr 16:23). “Insegnaci dunque a contar bene i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio”. – Sl 90:12.

   Bildad introduce la sapienza dei padri con queste parole: “Quelli certo t’insegneranno, ti parleranno, e dal loro cuore trarranno discorsi” (Gb 8:10). “Dal loro cuore” certo non traggono sentimenti, ma capacità conoscitiva. La piena conoscenza proviene da un ascolto attento. Per questo Salomone dà prova di una grande sapienza quando innalza la sua preghiera non già per ottenere una vita lunga, il regno o la sconfitta dei suoi nemici, ma perché gli sia concesso … “un cuore intelligente” (1Re 3:9), secondo NR; “un cuore ubbidiente“, secondo TNM. Ma Salomone chiese altro, egli chiede unלֵב שֹׁמֵעַ  (lev shomeà), “un cuore ascoltante”. “Piacque al Signore che Salomone gli avesse fatto una tale richiesta” (v. 10), e l’accolse: “Io faccio come tu hai detto; e ti do un cuore saggio e intelligente”. – V. 12.

   Nel nostro linguaggio dovremmo tradurre lev con “spirito”, perché è proprio dello spirito possedere – come le ebbe Salomone – una cultura, una vasta erudizione (botanica, zoologia, diritto, scienze politiche, pedagogia), la capacità di giudicare appropriatamente e la dote di un linguaggio poetico.

   Per la ragione che si tratta di continua ricerca del sapere, il cuore e gli orecchi vanno inscindibilmente uniti: “Il cuore dell’uomo intelligente acquista la scienza, e l’orecchio dei saggi la cerca” (Pr 18:15). Orecchi e cuore vengono spesso nominati insieme. – Dt 29:3; Is 6:10;32:3,4; Ger 11:8; Ez 3:10:40:4;44:5; Pr 2:2;22:17;23:12.

   È nel cuore che si compie la conoscenza. L’espressione biblica “rubare il cuore” – che per gli occidentali significa innamorarsi – nella Bibbia vuol dire far perdere la conoscenza a qualcuno, ingannarlo. “Giacobbe ingannò dunque Labano il siro, perché non gli aveva fatto sapere che se ne fuggiva” (Gn 31:20, TNM). “Ingannò” è qui la traduzione occidentale; l’ebraico dice: יִּגְנֹב יַעֲקֹב אֶת־לֵב לָבָן (yghnòv yaaqòv et-lev lavàn), “rubò Giacobbe il cuore a Labano”. Con un significato simile la Bibbia parla spesso della “mancanza di cuore”. Non si tratta – come crede l’occidentale – di freddezza di sentimenti e d’insensibilità. Per la Scrittura è la mancanza di buon senso, di conoscenza. È così che dobbiamo comprendere Pr 10:13:

“Sulle labbra della persona d’intendimento si trova la sapienza, ma la verga è per il dorso di chi manca di cuore”. – TNM.

   In questo passo, lev (“cuore”) potrebbe essere reso con “intelligenza”. PdS traduce così il versetto: “Discorsi intelligenti, sulle labbra del saggio, sulla schiena dell’insensato sta bene il bastone”. Lo stesso significato si trova in Pr 24:30:

“Passai presso il campo dell’individuo pigro e presso la vigna dell’uomo che manca di cuore”. – TNM.

   Come sia facile per l’occidentale cadere nell’incomprensione del linguaggio biblico e capire tutt’altro, lo mostra questo commento del passo, che vede nella “mancanza di cuore” addirittura un’attitudine negativa: “Coloro che sono come quelli descritti da Proverbi possono aver cominciato con lo spirito e l’attitudine giusti, ma poi acquistano una veduta negativa verso le azioni e le opere giuste. Ci vuole dunque attenta vigilanza da parte nostra per evitar di coltivare questo deplorevole spirito” (La Torre di Guardia, volume del 1975, pag. 201). Nel passo il mancante di cuore viene messo in parallelo con il pigro: si tratta quindi di uno sciocco che pensa sia meglio prendersela comoda. – Cfr. vv. 31,32.

   La conoscenza deve trasformarsi poi in una coscienza permanente. Dice Dt 6:6:

“Queste parole che oggi ti comando devono essere nel tuo cuore”. – TNM.

   E, ancora una volta, l’occidentale legge “cuore” come se fosse indicativo dei sentimenti che si provano. Con questa interpretazione di “cuore” una rivista religiosa editata dalla solita società americana spiega ai suoi lettori come la Legge doveva essere accolta dagli israeliti: “Non dovevano solo conoscerla ma dovevano sviluppare profondo apprezzamento per essa” (La Torre di Guardia del 15 agosto 1988, pag. 11, § 4). La Bibbia, invece, con “nel tuo cuore” indica che le parole della Legge dovevano rimanere nella “coscienza” dell’uditore (cfr. Pr 7:3, che usa lo stesso linguaggio per la sapienza). In questo modo – “nel cuore”, nella coscienza intesa come consapevolezza – le parole divine debbono rimanere continuamente presenti alla mente. Quando Ger 17:1 dice che “il peccato di Giuda è scritto con uno stilo di ferro” e “con una punta di diamante è inciso sulla tavoletta del loro cuore” (TNM), non intende davvero che “dovevano sviluppare profondo apprezzamento” per esso. Indica invece che il loro cuore si era trasformato in una voce che ammoniva incessantemente la loro coscienza.

   L’espressione “salire in cuore” significa esattamente “prendere coscienza”. Si consideri Is 65:17: “Ecco, io creo nuovi cieli e nuova terra; e le cose precedenti non saranno ricordate, né saliranno in cuore” (TNM). L’impressione suscitata dai nuovi cieli e dalla nuova terra sarà talmente travolgente che di quella precedente, al suo confronto, non si ricorderà nemmeno più nulla. Ad essa non si porrà più pensiero, ‘non salirà nel cuore’, non sarà più presente nella coscienza.

   In questo modo il cuore diventa anche lo scrigno del sapere e il tesoro dei ricordi. Quando Daniele, in Dn 7:28, dice: “Custodii la cosa stessa nel mio proprio cuore” (TNM), dice che la conservava gelosamente nella sua memoria.

   Nella storia di Sansone, Dalila è decisa a conoscere il segreto della forza impareggiabile di quel prode israelita. Lei attribuisce al fatto che Sansone le sveli il segreto il valore di una prova d’amore. In Gdc 16:15 lei gli dice: “Come osi dire: ‘Ti amo’, quando il tuo cuore non è con me? Per queste tre volte ti sei preso gioco di me e non mi hai dichiarato in che consiste la tua grande potenza” (TNM). Attenzione all’espressione: “Il tuo cuore non è con me”. Non va capita all’occidentale, nel senso di “non mi ami davvero”. Sansone la ama e le manifesta il suo amore, tuttavia ‘il suo cuore non è con lei’. Le parole di Dalila, tradotte in occidentale, significano: ‘Non vuoi farmi partecipe del tuo segreto’, ‘non vuoi farmi aver parte al tesoro del tuo sapere’. E, dato che Dalila lo tormentava ogni giorno con queste parole, Sansone alla fine “le rivelò tutto il suo cuore” (v. 17, TNM), ovvero la mise a parte del proprio sapere.

   Anche le attività del pensare, del meditare e del riflettere sono proprie del cuore. In Es 14:5 la Bibbia – il testo vero della Bibbia, non una traduzione – dice che quando fu riferito al faraone che il popolo ebraico era fuggito, “il cuore del faraone e dei suoi serviיֵּהָפֵךְ לְבַב  . . . אֶל־הָעָם [(yehafèch levàv . . . el-haàm) “si rivolse al popolo”]. Significa che rivolse la sua attenzione e il suo interesse al popolo. Come la mentalità occidentale influenzi la traduzione è mostrato da TNM che traduce: “Il cuore di Faraone e anche quello dei suoi servitori si mutò riguardo al popolo”; ancora più sfacciata è NR: “Mutò sentimento verso il popolo”. Come se prima avesse avuto un sentimento diverso! Aveva sempre avuto in odio gli ebrei, anzi il suo odio era andato via via crescendo. Se alla fine li aveva cacciati era per la rabbia che il suo odio aveva generato dopo aver subito sconfitte e umiliazioni, non per ultima la morte del suo primogenito. Con tutte le tragedie capitategli egli non pensava ormai che al disastro in cui si trovava. Solo quando fu “riferito al re d’Egitto che il popolo era fuggito” (v. 5, TNM), egli pose nuovamente mente al popolo di Mosè e si rese conto di ciò che comportava l’averlo mandato via.

   In 1Sam 27:1 Davide dice “al suo cuore” (traduzione letterale dall’ebraico, resa invece con “in cuor suo” da TNM). L’espressione significa che Davide sta ragionando, sta riflettendo. Infatti, subito dopo troviamo tutte le sue riflessioni, i progetti e le considerazioni: “Un giorno o l’altro perirò per mano di Saul; non vi è nulla di meglio per me che rifugiarmi nel paese dei Filistei. Così Saul, perduta ogni speranza, smetterà di cercarmi per tutto il territorio d’Israele e io sfuggirò alle sue mani”.

   La stessa espressione ebraica la troviamo in Gn 17:17. Qui è detto che Abraamo, dopo aver ricevuto la promessa di un figlio, “disse in cuor suo: ‘Nascerà un figlio a un uomo di cent’anni? E Sara partorirà ora che ha novant’anni?’”. Noi diremmo: ‘Dopo aver riflettuto, si disse fra sé e sè’. L’ebreo dice invece che parlò al suo cuore.

   Similmente, lo stolto pensa di trarre una conclusione del tutto ragionevole quando dice “in cuor suo: ‘Non c’è Dio’” (Sl 14:1). In Pr 28:26 il cuore, come organo delle proprie riflessioni, viene messo a confronto con la sapienza che si basa sulla comune esperienza: “Chi confida nel proprio cuore è uno stolto, ma chi cammina da saggio scamperà”.

   Os 7:11 ci porta ancora un passo avanti per ciò che riguarda le funzioni intellettuali del cuore in senso biblico:

“Efraim è come una colomba sempliciotta senza cuore”. – TNM.

   “Senza cuore” che significato ha? TNM sembra non capirlo, dato che la sua nota in calce recita: “O, ‘senza buon motivo’” (il grassetto è loro). NR qui coglie il senso e traduce: “Efraim è come una colomba stupida e senza giudizio”. Ma per la Bibbia che significato ha “senza cuore”? La frase che segue, nello stesso versetto, ci illumina: “Hanno chiamato l’Egitto; sono andati in Assiria” (TNM). Qui si svela il significato; e il “buon motivo” non c’entra. Si tratta della politica dello stato di Israele: è un’inconsulta altalena tra l’Egitto e la Siria. È “senza cuore” perché non ha la capacità di orientarsi in maniera chiara. In 4:11,12 sempre Osea esclama, secondo NR: “Prostituzione, vino e mosto tolgono il senno. Il mio popolo consulta il suo legno, e il suo bastone gli dà il responso”; TNM insiste con la sua idea fissa: “tolgono il buon motivo”; l’ebraico del testo originale ha: “tolgono il cuore”. Il cuore, cioè, è stato sottratto a quegli uomini che si abbandonano ad una stupida prassi divinatoria. Detto all’occidentale: hanno perso la ragione, la capacità di ragionare è stata rubata loro. In questo senso il vino è ladro. Porta via l’intelletto e la capacità di ragionare. Ammonisce Pr 23:31-33: “Non guardare il vino quando rosseggia, quando scintilla nel bicchiere e va giù così facilmente! Alla fine, esso morde come un serpente e punge come una vipera. I tuoi occhi vedranno cose strane, e il tuo cuore farà dei discorsi pazzi”.

   Generalmente “cuore” in questi contesti può venir reso con “mente”. Giobbe, in Gb 12:3, si difende così contro i suoi saccenti amici: “Di senno ne ho anch’io quanto voi, non vi sono affatto inferiore; cose come queste chi non le sa?”. Così NR. L’ebraico dice: “Ho un cuore come voi”. Anche lui sa ragionare.

   Si presti ora attenzione all’espressione di Gb 34:10: “Voi uomini di cuore, ascoltatemi” (TNM). Con questa espressione non si vuol designare una persona magnanima o coraggiosa o generosa o valorosa, a seconda di come – all’occidentale – s’intenda. Si tratta semplicemente di una persona scaltra, che riflette. Anche in 34:34 è sinonimo di “uomo sapiente”: “Gli stessi uomini di cuore mi diranno, anche un saggio uomo robusto che mi ascolta” (TNM). Il parallelo è tra “uomini di cuore” e “saggio” (il “robusto” applicato a “saggio uomo” è un’aggiunta della traduzione; qui si tratta di capacità mentale, non di prestanza o salute fisica). NR rende: “Le persone assennate, e ogni uomo saggio che mi ascolta, mi diranno”.

   L’esposizione di tutti questi passi biblici dovrebbe chiarire come in ebraico la parola “cuore” (lev) esprima in tutta la sua vastità la funzione e i compiti della ragione. Nel cuore si attuato tutte le attività che gli occidentali attribuiscono alla mente: la capacità conoscitiva, la ragione, l’intuizione, la consapevolezza, il ricordo, il sapere, la riflessione, il giudizio, l’orientamento.

   Solo così possiamo capire con precisione il significato di lev-cuore. E solo così possiamo comprendere i passi biblici che ne parlano. Come disse l’ebreo Yeshùa: “Dal cuore vengono pensieri malvagi, omicidi, adultèri, fornicazioni, furti, false testimonianze, diffamazioni” (Mt 15:19; cfr. Mr 7:21). In Mr 8:17, le parole di Yeshùa: “Non riflettete e non capite ancora? Avete il cuore indurito?”, potrebbero nella parte finale essere tradotte nel linguaggio moderno ed occidentale: “Siete duri di comprendonio?”.

5. – Decisione.

   Già alcuni degli ultimi testi biblici citati mostrano come la parola lev (“cuore”) si riferisce alla funzione di giudizio e di orientamento della persona. È dunque spontaneo il passaggio nell’uso di lev dalla funzione raziocinante all’attività della volontà. L’israelita, da un punto di vista linguistico, riesce con difficoltà a distinguere fra “riconoscere” e “scegliere”, fra “udire” e “ubbidire”. Il suo è un modo di pensare pratico, che di fatto non distingue la teoria dalla prassi. Il nostro modo occidentale di pensare, invece, scinde la teoria dalla pratica. Per noi è possibile l’astrazione teorica, per il semita no. È per questo che nella Bibbia il “cuore” è, ad un tempo, l’organo della comprensione e del volere.

   Nell’azione progettuale della persona, nel suo stabilire dei piani, si compie il passaggio dalla ponderazione e dalla riflessione all’azione. Pr 16:9 descrive i limiti e il compimento di questi piani:

“Il cuore dell’uomo medita la sua via,

ma il Signore dirige i suoi passi”.

   In Sl 20:4 il termine lev è posto come sinonimo di “piano”: “Ti dia egli quel che il tuo cuore desidera, faccia riuscire ogni tuo progetto”. In Gn 6:5 si parla delle progettazioni degli uomini prediluviani dicendo che “il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo”. Si tratta qui del lev-consapevolezza che progetta e decide.

   Nella preghiera di Sl 51:10 s’invoca Dio per ottenere “un cuore puro”. Colui che si sente colpevole chiede una nuova coscienza nel senso di una consapevole capacità di orientamento nella vita. L’invocazione che subito segue per ottenere “uno spirito ben saldo” introduce il desiderio di ottenere una forza capace di mettere in pratica durevolmente ciò che la coscienza ha riconosciuto come giusto.

   Il cuore è anche il luogo in cui prendono forma le decisioni. In 2Sam 7:27 Davide dice che “ha trovato il suo cuore”,מָצָא אֶת־לִבֹּו  (matzà et-livò), per rivolgere a Dio la sua preghiera. Chi riuscirebbe a capire il senso di questa espressione stando alla semplice traduzione letterale? NR interpreta così: “Ha avuto il coraggio”. TNM si allontana ancora di più dal senso ebraico e traduce: “Ha preso a cuore”. Ma l’ebraico vuol dire che Davide è pervenuto ad una risoluzione, e il testo lo spiega nella frase finale del versetto: “Di pregarti con questa preghiera” (TNM). Tale risoluzione di pregare Dio è stata presa sulla base della conoscenza che Davide ha delle cose. Il contesto, nelle frasi precedenti, spiega l’elaborazione dei pensieri fatti da Davide: “La parola che hai pronunziata riguardo al tuo servo e alla sua casa mantienila per sempre e fa’ come hai detto . . . La casa del tuo servo Davide sia stabile davanti a te! Poiché tu, o Signore degli eserciti, Dio d’Israele, hai fatto una rivelazione al tuo servo e gli hai detto: ‘Io ti edificherò una casa’” (vv. 25-27). “Perciò” – conclude Davide – “il tuo servo ha trovato il suo cuore”, ha preso la risoluzione, “di rivolgerti questa preghiera” (v. 27, dall’ebraico). E la preghiera la fa: “Assumiti l’impegno di benedire la casa del tuo servitore [perché essa] duri a tempo indefinito dinanzi a te”. – V. 29, TNM.

   Dato che è nel cuore che, in base ai pensieri, si maturano le decisioni, la Bibbia dice di prestarvi molta attenzione:

“Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa,

poiché da esso provengono le sorgenti della vita”. – Pr 4:23.

   Con linguaggio moderno potremmo dire: ‘Più di tutto salvaguarda la tua mente’. La moderna psicologia conferma l’importanza di scegliere i pensieri giusti.

   Conformemente, “parlare al cuore” nella Bibbia non significa far leva sui sentimenti (pensiero occidentale), ma stimolare una persona perché prenda una risoluzione. Is 40:2 dice: “Parlate al cuore di Gerusalemme” (TNM), e certo non s’intende far leva sui sentimenti, dato che l’oggetto non ha nulla di sentimentale: “Proclamatele che il suo servizio militare si è compiuto, che il suo errore è stato scontato” (Ibidem). Dio vuole che i gerosolimitani si decidano a capire che la punizione divina è finita, perché la loro città “ha ricevuto il pieno ammontare per tutti i suoi peccati”. – Ibidem.

   Il passaggio da questo significato a quello di intenzione è breve. Nel cuore l’intenzione precede la decisione. Natan dice a Davide che sta riflettendo sulla costruzione del Tempio: “Tutto ciò che è nel tuo cuore, va, fallo” (2Sam 7:3, TNM). Ciò significa: Fai quello che hai intenzione di fare. Allo stesso modo il luogotenente di Gionatan, dopo che questi ha esposto i suoi piani militari, gli dice: “Fa qualunque cosa sia nel tuo cuore” (1Sam 14:7, TNM). Come dire: Fai tutto quello che è nelle tue intenzioni.

   Avendo definito il significato che “cuore” ha nella Scrittura, dovrebbe essere finalmente chiara l’esortazione di Dt 6:5,6:

“Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore”.

   “Con tutto il tuo lev, con tutta la tua nèfesh”. Come nèfesh sta indicare il desiderio ed una aspirazione profonda, così qui lev sta ad indicare la consapevole dedizione della volontà. L’aspetto della consapevolezza e quello della volontà sono qui visti in un’unità inscindibile.

   La “circoncisione del cuore” non significa altro che la rimozione di tutto ciò che di caparbio c’è nell’uomo. Come la circoncisione rimuove il prepuzio che ricopre il glande, così questa circoncisione simbolica deve rimuovere lo schermo che tiene imprigionata la mente, ovvero il cuore biblico. “Circoncidete dunque il vostro cuore e non indurite più il vostro collo” (Dt 10:16); “Dovete circoncidere il prepuzio del vostro cuore e non indurire più il vostro collo” (TNM). Paolo, parlando della circoncisione fisica, dirà: “La circoncisione non conta nulla, e l’incirconcisione non conta nulla; ma ciò che conta è l’osservanza dei comandamenti di Dio” (1Cor 7:19), “Giudeo è colui che lo è interiormente; e la circoncisione è quella del cuore”. – Rm 2:29.

   Abbiamo così percorso in tutta la sua vastità l’aspetto semantico del concetto di “cuore” nella Scrittura. Esso ricopre tutto l’ambito delle emozioni, delle funzioni intellettive, delle funzioni volitive. Si deve tener conto che nella Bibbia il concetto di “cuore” riguarda soprattutto il centro della persona che vive in maniera consapevole. È questo l’aspetto specifico e caratteristico del lev nel linguaggio biblico: il cuore è chiamato alla ragione, soprattutto all’accoglienza della parola di Dio.

Il cuore di Dio

   Le espressioni che parlano del “cuore” di Dio sono sempre il rapporto con l’essere umano che viene presentato. Usualmente il “cuore” di Dio è descritto come l’organo della sua volontà esplicita, con la quale la persona viene messa a confronto.

   Un uomo di Dio annuncia al sacerdote Eli la parola di Yhvh:

“Io mi susciterò un sacerdote fedele, che agirà secondo il mio cuore e secondo il mio desiderio”. – 1Sam 2:35.

   Il che significa: Conformemente alla mia volontà e al mio intendimento. Le azioni che sono in tutto e per tutto com’è stabilito nel cuore-mente di Dio corrispondono alla sua volontà. Una persona “secondo il cuore di Dio” è una persona che corrisponde alla sua volontà. – Ger 3:15.

   La promessa divina contenuta in Ger 32:41 Dio vuole mantenerla con tutto il suo lev e con tutta la sua nèfesh: indicazione della sua lucida volontà e del suo ardente desiderio. Quanto i piani di Dio siano fidati lo canta Sl 33:11: “La volontà del Signore sussiste per sempre, i disegni del suo cuore [“i pensieri del suo cuore”, TNM] durano d’età in età”.

   Uno dei passi più belli e toccanti delle Scritture Ebraiche riguarda l’immenso amore che Dio ha per Israele:

“Come farei a lasciarti, o Efraim?

Come farei a darti in mano altrui, o Israele?

Come potrei renderti simile ad Adma

e ridurti allo stato di Seboim?

Il mio cuore si commuove tutto dentro di me,

tutte le mie compassioni si accendono.

Io non sfogherò la mia ira ardente,

non distruggerò Efraim di nuovo,

perché sono Dio, e non un uomo,

sono il Santo in mezzo a te”. – Os 11:8,9.

   Qui ci appare Dio che in un primo momento dice: “Come farei a lasciarti?”. Infine assistiamo ad una rinuncia esplicita a punire. Questa viene così motivata: “Il mio cuore si commuove tutto dentro di me”. La traduzione non ci fa cogliere il processo avvenuto in Dio. TNM, che sempre tende al letterale, si avvicina: “Il mio cuore è mutato dentro di me”. Più significativo è l’ebraico: נֶהְפַּךְ (nehepàch), “si è rovesciato”. Il verbo הפּך (hpch) usato per indicare il rovesciamento ci richiama Sodoma e Gomorra: “Egli [Dio] rovesciò [יַּהֲפֹךְ (yahafòch)] dunque queste città” (Gn 19:25, TNM). Dice Am 4:11: “Causai un rovesciamento fra voi, come il rovesciamento di Dio a Sodoma e Gomorra” (TNM). Il “rovesciare” indica un completo cambiamento della situazione. Quelle che si presentavano come due fiorenti cittadine piene di vita, sparirono, tanto che Abraamo, svegliatosi al mattino presto, “guardò verso Sodoma e Gomorra e verso tutta la regione della pianura, ed ecco vide un fumo che saliva dalla terra” (Gn 19:28). Dio “rovesciò” le due città. In senso positivo, un “rovesciamento” – un totale cambiamento della situazione – avviene per quanto riguarda il “cuore” di Dio nel passo di Os. Si allude al cambiamento nella decisione di Dio. La sua infinita misericordia, sollecitata dal profondo amore per Israele, si rivolge contro la decisione di punirla e di distruggerla, fino a far rovesciare il suo cuore.

   Da questa rassegna restano dimostrati alcuni dati: Nella Bibbia non si fa parola del cuore di Dio in quanto nascosto (se non in Gb 10:13); mai si fa parola delle sue disposizioni. Incontriamo invece espressioni che parlano della sua attenzione, delle sue riflessioni e dei suoi progetti. In maniera del tutto chiara si fa menzione ripetutamente della sua volontà normativa, della sua condiscendenza esplicita e del potere delle sue decisioni misericordiose.