Dio e la natura

Dio anziché la natura

   La Bibbia non ha mai affrontato il problema del miracolo. Il motivo è tanto semplice quanto stupefacente per i lettori occidentali, siano credenti o no. Il motivo è che la formulazione moderna di “miracolo”, sorta nel periodo postbiblico, proviene dal concetto greco e non da quello semitico. I grandi personaggi della Bibbia furono uomini di fede, non filosofi o scienziati (come Platone, Aristotele, Newton o Einstein). La concezione attuale del mondo proviene da ciò che l’uomo scopre su di esso; le leggi naturali sono principi che generalizzano le varie scoperte finora effettuate. Invece, nelle Scritture Ebraiche, il concetto di natura non esiste.

   Il mondo non è una macchina messa in moto una volta per sempre e che poi conduce una sua vita autonoma come un orologio caricato. Tutto l’universo è di continuo sottoposto alla provvidenza di Dio. Il cosmo non può regnare per conto proprio, ma sussiste solo per volere divino.

   Nelle Scritture Ebraiche non vi è neppure un vocabolo per indicare la natura: esso fu creato solo dopo i contatti culturali con i greci. Così, nella letteratura ebraica (ma non nelle Scritture Ebraiche), sorta dopo questi contatti con il mondo greco, comincia ad apparire il concetto di natura (altrimenti estraneo alla Bibbia). Nel libro non canonico della Sapienza, in 7:20, si menziona la natura degli animali: “La natura degli animali e l’istinto delle fiere”. In Maccabei, Antioco invita un giudeo a salvare la propria vita mangiando “la deliziosa carne di maiale che è un dono della natura”.

   Paolo menziona la natura, ma egli dovette conoscere (ameno in parte) la filosofia stoica. Solo da lì poté apprendere l’uso di questa parola che egli a volte impiega: “Le loro donne hanno cambiato l’uso naturale in quello che è contro natura” (Rm 1:26); “Se tu sei stato tagliato dall’olivo selvatico per natura e sei stato contro natura innestato nell’olivo domestico” (Rm 11:24). Paolo era molto istruito, anche riguardo al mondo greco, per cui usa la parola “natura”: “Quando degli stranieri, che non hanno legge, adempiono per natura le cose richieste dalla legge, essi, che non hanno legge, sono legge a se stessi” (Rm 2:14). Tuttavia, anche in questi passi non si parla mai di un sistema fisso di leggi che regola l’universo. È una pura idea della filosofia stoica asserire che tutti gli uomini sono per natura figli di Dio: “In lui [Dio] viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: ‘Poiché siamo anche sua discendenza’” (At 17:28). Paolo, da buon oratore, adatta la sua predicazione al suo uditorio in Grecia, ad Atene, “in mezzo all’Areòpago” (v. 22), dove “tutti gli Ateniesi e i residenti stranieri non passavano il loro tempo in altro modo che a dire o ad ascoltare novità” (v. 21). La sua citazione è tratta dai Fenomeni (di Arato) e dall’Inno a Zeus (di Cleante). Si tratta quindi di un adattamento alla mentalità greca per parlare, per così dire, la stessa lingua del suo uditorio. L’idea della Bibbia, che Paolo conosceva benissimo, è che si diviene figli di Dio per fede: “Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento, e non cominciate a dire in voi stessi: ‘Noi abbiamo Abraamo per padre!’. Perché vi dico che Dio può da queste pietre far sorgere dei figli ad Abraamo” (Lc 3:8), “Il buon seme sono i figli del regno; le zizzanie sono i figli del maligno” (Mt 13:38), “Sarete figli dell’Altissimo” (Lc 6:35), “I figli di questo mondo […] i figli della luce” (Lc 16:8). Paolo, quando parla ai credenti, non usa un linguaggio adatto al mondo greco, ma sostiene l’idea biblica che si è figli di Dio solo con l’ubbidienza dettata dalla fede: “Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio” (Rm 8:14), “Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio. Se siamo figli, siamo anche eredi” (Rm 8:16,17), “La creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio”. – Rm 8:19.

   Gli ebrei non affrontarono il miracolo da un punto di vista moderno e occidentale. Essi non avrebbero mai capito Spinoza e Hume: per loro la ragione ultima della “natura” (di cui non avevano neppure la parola nel loro vocabolario) è il volere di Dio creatore. Nelle Scritture Ebraiche i “miracoli” sono segni dell’amore e della provvidenza di Dio. Questi segni mostrarono che Yeshùa era davvero il consacrato di Dio: “I ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri” (Mt 11:5); questi sono i segni che Yeshùa indica quale evidenza che egli è il Messia. Questi segni non devono essere per forza straordinari: tra di essi Yeshùa menziona il fatto (in sé non miracoloso) che “il vangelo è annunciato ai poveri”. Contro l’aspettativa giudaica di un messia vendicatore, l’annuncio ai poveri disprezzati dal giudaismo era un segno dell’amore di Dio e indicava che l’era messianica era davvero iniziata.

Miracoli nella natura

   Nella mentalità occidentale odierna la natura è stata, per così dire, secolarizzata e resa indipendente da Dio come un tutto a sé stante, regolato da leggi tra loro concatenate. Per la Bibbia, invece, essa è un grande segno di Dio. L’universo intero è stato creato dalla libera volontà di Dio: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra” (Gn 1:1). Il creato era visto dagli ebrei con meravigliato stupore misto a riverenza e timore: essi vedevano che attraverso il creato e la “natura” Dio parlava loro. Per gli ispirati poeti di Israele il mondo che li attorniava era un perenne miracolo. Nel Sl 8:3 (PdS) il poeta ispirato cantava stupito:

“Se guardo il cielo, opera delle tue mani,

la luna e le stelle che vi hai posto”…

   Tra le poesie che sono state scritte in tutto il mondo e in tutti i tempi, questi versi ispirati sono tra i più sublimi:

“Narrano i cieli la gloria di Dio,

gli spazi annunziano l’opera delle sue mani.

Un giorno all’altro ne dà notizia,

una notte all’altra lo racconta,

senza discorsi e senza parole.

Non è voce che si possa udire.

Il loro messaggio si diffonde sulla terra,

l’eco raggiunge i confini del mondo”.

Sl 19:2-5, PdS.

Per Amos è Dio colui che

“Ha creato i monti e i venti,

fa conoscere i suoi pensieri all’uomo,

fa seguire il giorno alla notte.

È il sovrano di tutta la terra”.

Am 4:13, PdS.

   Per consolare gli esuli a Babilonia, Isaia (40:26, PdS) addita ai suoi connazionali le stelle del cielo, dicendo:

“Alzate gli occhi e osservate:

chi ha creato le stelle?

Solo Uno, il Forte e Potente.

Egli le conosce una per una;

le chiama tutte per nome

e nessuna manca all’appello”.

   Se tutto il mondo naturale era un “miracolo” (un “segno” per gli ebrei) capace di palesare Dio, lo diveniva ancora di più un fenomeno non comune come un terremoto: “O Signore, quando uscisti dal Seir, quando venisti dai campi di Edom, la terra tremò […]. I monti furono scossi per la presenza del Signore, anche il Sinai, là, fu scosso davanti al Signore, al Dio d’Israele! (Gdc 5:4,5), “La cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si schiantarono” (Mt 27:51); come un’eruzione vulcanica: “Ci furono tuoni, lampi, una fitta nuvola sul monte e si udì un fortissimo suono di tromba. Tutto il popolo che era nell’accampamento tremò” (Es 19:16); come un’eclissi: “Il sole sarà cambiato in tenebre” (Gle 2:31), “Dall’ora sesta si fecero tenebre su tutto il paese, fino all’ora nona” (Mt 27:45); come una tempesta: “Il Signore fece ritirare il mare con un forte vento orientale, durato tutta la notte” (Es 14:21), “Tu hai soffiato il tuo vento e il mare li ha sommersi”. – Es 15:10.

   Anche la misteriosa crescita dei vegetali e dei gigli nei campi palesano la sapienza e la potenza di Dio. “Lei [Israele] non si è resa conto che io [Dio] le davo il grano, il vino, l’olio” (Os 2:8), “Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. […] Dio veste in questa maniera l’erba dei campi”. – Mt 6:28-30.

   Anche Paolo intende l’universo come una rivelazione divina che è generale, facendo conoscere l’esistenza di Dio a tutti:

“Ciò che si può conoscere di Dio è visibile a tutti: Dio stesso l’ha rivelato agli uomini. Infatti, fin da quando Dio ha creato il mondo, gli uomini con la loro intelligenza possono vedere nelle cose che egli ha fatto le sue qualità invisibili, ossia la sua eterna potenza e la sua natura divina. Perciò gli uomini non hanno nessuna scusa: hanno conosciuto Dio, poi si sono rifiutati di adorarlo e di ringraziarlo come Dio. Si sono smarriti in stupidi ragionamenti e così non hanno capito più nulla. Essi, che pretendono di essere sapienti, sono impazziti”. – Rm 1:19-21, PdS.

   Il miracolo, nel linguaggio biblico, non è quindi visto come una violazione della natura, ma come espressione della potenza e della sapienza di Dio.