I fatti miracolosi dell’Esodo – L’attraversamento del mare

Che cosa avvenne dopo che Dio fece uscire gli ebrei dall’Egitto? Per tentare di ricostruirlo occorre partire da quando giunsero al mare. Nelle nostre traduzioni della Bibbia si legge: “Dio fece fare al popolo un giro per la via del deserto, verso il mar Rosso” (Es 13:18). Così anche TNM: “Dio fece fare al popolo un giro per la via del deserto del Mar Rosso”. Che strano. Da dove mai è stato preso questo “Mar Rosso”? Il testo originale ebraico ha …

יַמ־סוּף

iàm-suf. La prima parola è יַמ (yàm) e significa “mare”. Poi, separata dal trattino, c’è la parola סוּף  (suf). Quest’ultima parola significa “giunco”. La traduzione corretta è quindi “mare di giunchi”.

   Non la pensano così diversi traduttori. I Testimoni di Geova si allineano all’interpretazione “Mar Rosso” (non presente nel testo biblico). Ecco quanto da essi sostenuto: “Mar Rosso, non ‘mare di canne’. Quest’ultima ipotesi si basa sul ragionamento che l’ebraico yam-sùf (tradotto ‘Mar Rosso’) significa letteralmente ‘mare di canne (giunchi)’, per cui gli israeliti non avrebbero attraversato il braccio del Mar Rosso corrispondente all’attuale golfo di Suez, ma un mare di canne, una zona acquitrinosa come la regione dei Laghi Amari. Questo però non concorda con il pensiero degli antichi traduttori della Settanta greca, che tradussero yam-sùf con l’espressione greca erythrà thàlassa, alla lettera ‘Mar Rosso’. Cosa assai più importante, sia Luca, lo scrittore di Atti (nel citare Stefano), sia l’apostolo Paolo usarono questo stesso nome greco nel descrivere gli avvenimenti dell’Esodo. — At 7:36; Eb 11:29. Inoltre l’attraversamento di un semplice acquitrino non sarebbe stato certo un grande miracolo, e gli egiziani non avrebbero potuto essere ‘inghiottiti’ dal Mar Rosso allorché ‘le ondeggianti acque li coprirono’ così che essi ‘precipitarono nelle profondità come una pietra’. (Eb 11:29; Eso 15:5) Non solo Mosè e Giosuè fecero in seguito riferimento a questo stupendo miracolo, ma l’apostolo Paolo disse che gli israeliti erano stati battezzati in Mosè mediante la nube e il mare. Questo indica che erano completamente circondati dall’acqua, avendo il mare da entrambi i lati e la nube sopra e dietro di loro. (1Co 10:1, 2) Anche questo indicherebbe che la massa d’acqua era molto più profonda di un semplice specchio d’acqua guadabile”. – Perspicacia nello studio delle Scritture Vol. pag. 862, voce “Esodo”, sottotitolo “Mar Rosso, non ‘mare di canne’”.

   Esaminiamo. Per prima cosa si ammette che il testo ebraico ha “mare di giunchi”. Questo è il punto basilare. I Testimoni di Geova non aggiungono però un dato importante: nel testo ebraico della Bibbia quel mare è sempre chiamato yàm-suf ovvero “mare di giunchi”. Nella loro argomentazione viene poi aggiunta una considerazione che ha dell’incredibile, se non del profanatorio. Eccola: “Questo però non concorda con il pensiero degli antichi traduttori della Settanta greca, che tradussero yam-sùf con l’espressione greca erythrà thàlassa, alla lettera ‘Mar Rosso’”. – Ibidem.

   Questa dichiarazione è gravissima. In pratica si sta dicendo: il testo originare ebraico ispirato ha “mare di giunchi”, ma questo non concorda con la traduzione greca fatta nella Settanta. Di conseguenza si dà ragione alla traduzione greca della Settanta contro la Scrittura ispirata.

   Abbiamo solo una domanda: ma chi era ispirato? Lo scrittore della Bibbia oppure il traduttore? È incredibile. Si avvalora il traduttore e si usa una traduzione per correggere la Scrittura ispirata.

   Quello che conta per lo studioso serio è ciò che dice la Bibbia, non un traduttore della Bibbia. Se si fosse onesti, bisognerebbe dire: Questo però non concorda con il pensiero degli antichi traduttori della Settanta greca, che tradussero yam-sùf con l’espressione greca erythrà thàlassa, alla lettera “Mar Rosso”, ma la Scrittura ha pur sempre yàm-suf (“mare di giunchi”), e ad essere ispirata fu la Scrittura, non una traduzione.

   I Testimoni di Geova annotano ancora: “Lo storico Erodoto (V secolo a.E.V.) usa la stessa espressione greca non a proposito di una palude o di un insignificante specchio d’acqua, ma dell’’Oceano Indiano, nel quale il Mar Rosso’ è incluso. — H. G. Liddell e R. Scott, A Greek-English Lexicon, riveduto da H. S. Jones, Oxford, 1968, p. 693” (Opera citata Vol 2, pag. 222, voce “Mar Rosso”). Vero. Ma cosa c’entra mai l’uso che Erodoto fa, giustamente, della parola greca con le Scritture Ebraiche che quella parola non usano? La questione riguarda eventualmente il rapporto della parola greca usata da Erodono con la stessa parola greca usata nella traduzione della LXX.

   Da errore segue errore. Infatti, dando più credito ad una traduzione che alla Scrittura originale ispirata, si aggiunge la seguente considerazione: “Cosa assai più importante, sia Luca, lo scrittore di Atti (nel citare Stefano), sia l’apostolo Paolo usarono questo stesso nome greco nel descrivere gli avvenimenti dell’Esodo. — At 7:36; Eb 11:29” (Ibidem). Vediamo di capire il ragionamento. Si dice: “Cosa assai più importante”. Quindi il fatto che la traduzione (sottolineiamo: traduzione) dei Settanta modifichi la Scrittura ispirata è già “importante”. Attribuendo indebitamente importanza a questa traduzione (a discapito della Scrittura ispirata da Dio), è “cosa più importante” (Ibidem, corsivo aggiunto) che Luca e Paolo abbiano usato l’espressione greca. E qui si dimentica del tutto un dato semplicissimo che lo studioso di scienze bibliche conosce bene: tutti gli scrittori delle Scritture Greche usarono la Settanta nelle loro citazioni dalle Scritture Ebraiche. Sia Luca che Paolo vi trovano il termine e lo usano. I loro scritti non avevano intendo filologico: volevano trasmettere il messaggio di Dio. Usano la Settanta e la citano. Questo è tutto. Paolo nelle sue lettere si preoccupa del messaggio non della filologia. Quel termine si trovava della LXX che lui e gli altri usavano. Egli lo usa e basta, senza preoccuparsene. Proprio come usa il termine “dodici” riferito al gruppo dei dodici apostoli, senza mettersi a contarli. Infatti, in 1Cor 15:4,5 egli scrive riguardo a Yeshùa “che è stato destato il terzo giorno secondo le Scritture; e che apparve a Cefa, quindi ai dodici” (TNM). Paolo commette un errore, se leggiamo il versetto alla ragioniera: erano undici, non dodici (Giuda si era suicidato e Mattia, il sostituto, fu scelto solo dopo l’ascensione di Yeshùa al cielo – cfr. At 1:11,26). Ma egli non fa il contabile (come non fa il filologo): “Dodici” designava il gruppo.

   Che dire poi del ragionamento secondo cui la massa d’acqua doveva essere tale da ricoprire le persone? Queste sono speculazioni di una mente occidentale. Gli ebrei non si curavano davvero di questi ragionamenti. Per loro contava la liberazione attuata da Dio. Inoltre, la lingua ebraica non distingueva tra “mare” e “lago” (si vedano i due laghi – lago di Galilea e lago salato – chiamati “Mar di Galilea” e “Mar Morto”).

   Il nucleo finale della liberazione degli ebrei consistette in una battaglia vittoriosa contro gli egizi. Le espressioni usate dalla Bibbia nelle descrizioni del racconto ci fanno pensare ad una battaglia in un luogo propizio agli ebrei.

   Riviviamo il racconto: “I figli d’Israele partirono armati dal paese d’Egitto” (Es 13:18). “Il Signore parlò così a Mosè: ‘Di’ ai figli d’Israele che tornino indietro e si accampino davanti a Pi-Achirot, fra Migdol e il mare [ebraico יַמ (yàm), “mare”; si tratta dello yàm-suf (יַמ־סוּף), il “mare di giunchi” menzionato in 13:18] di fronte a Baal-Sefon. Accampatevi davanti a quel luogo presso il mare. Il faraone dirà dei figli d’Israele: Si sono smarriti nel paese; il deserto li tiene rinchiusi. Io indurirò il cuore del faraone ed egli li inseguirà. Ma io sarò glorificato nel faraone e in tutto il suo esercito, e gli Egiziani sapranno che io sono il Signore’. Ed essi fecero così” (14:1-4). Si noti che non è il presunto Mar Rosso a sbarrare la strada agli ebrei, ma – come osserva il faraone – “il deserto li tiene rinchiusi”.

   Il faraone “prese seicento carri scelti, tutti carri d’Egitto, e su tutti c’erano dei capitani. Il Signore indurì il cuore del faraone, re d’Egitto, ed egli inseguì i figli d’Israele che uscivano a testa alta. Gli Egiziani dunque li inseguirono. Tutti i cavalli, i carri del faraone, i suoi cavalieri e il suo esercito li raggiunsero mentre essi erano accampati presso il mare [ebraico יַמ (yàm), “mare”; si tratta sempre dello yàm-suf (יַמ־סוּף), il “mare di giunchi” menzionato in 13:18]”. – 14:7-9.

   “Quando il faraone si avvicinò, i figli d’Israele alzarono gli occhi; ed ecco, gli Egiziani marciavano alle loro spalle. Allora i figli d’Israele ebbero una gran paura, gridarono al Signore”. – 14:10.

   Vedendo come la cavalleria egizia avrebbe avuto facilmente ragione di loro in campo aperto, Mosè condusse i suoi (che “erano accampati presso il mare”, lo yàm-suf, “mare di giunchi) in una regione che avrebbe ostacolato l’uso dei carri bellici. Dato che si trattava, come dice la Bibbia, di un “mare di giunchi”, si può pensare al passaggio israelitico dei guadi melmosi con la bassa marea favorita da un impetuoso vento che Dio provvide per favorire il ritiro delle acque: “Il Signore fece ritirare il mare con un forte vento orientale, durato tutta la notte, e lo ridusse in terra asciutta. Le acque si divisero, e i figli d’Israele entrarono in mezzo al mare sulla terra asciutta”. – 14:21,22.

   L’arrivo dell’alta marea e il cessare del vento ricondusse l’acqua con il successivo impantanamento dei carri, con la conseguente vittoria israelitica e la fuga degli egizi riusciti a scampare: “Gli Egiziani li inseguirono e tutti i cavalli del faraone, i suoi carri, i suoi cavalieri, entrarono dietro a loro in mezzo al mare [lo yàm-suf, “mare di giunghi]” (14:23), “[Dio] tolse le ruote dei loro carri e ne rese l’avanzata pesante; tanto che gli Egiziani dissero: ‘Fuggiamo davanti a Israele’” (14:25). Il “tolse” riferito alle ruote dei carri è in ebraico יָּסַר (yasàr); la Siriana e il Pentateuco samaritano hanno “legò”). L’idea generale della frase è che i carri non si potevano più guidare perché le loro ruote, impantanatesi, non funzionavano più: era come se non esistessero (“tolse”). “Il mare, sul far della mattina, riprese la sua forza, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli andavano incontro. Il Signore precipitò così gli Egiziani in mezzo al mare”. – 14:27.

  “Il Signore combatte per loro contro gli Egiziani” (14:25). Letteralmente: יְהוָה נִלְחָם (Yhvh nilkhàm, “Yhvh combattente”). Questo verbo è usato nelle battaglie di Israele quando Dio aiuta il suo popolo: “Il Signore combatterà [יִלָּחֵם (ylakhèm)] per voi”. – 14:14.

   “Non ne scampò neppure uno” (14:28). Si tratta di un’iperbole orientale. Gli egizi vogliono fuggire, ma molti perirono. Quelli che non riuscirono a fuggire perirono tutti.

   L’inabilità a muoversi degli egizi li rese facile bersaglio degli arcieri ebrei. Questi, infatti, “partirono armati dal paese d’Egitto”. – Es 13:18.

  Il canto di Miryàm, sorella di Mosè, è un epinicio (canto di vittoria) per la sconfitta degli egizi:

“Cantate al Signore, perché è sommamente glorioso:

ha precipitato in mare cavallo e cavaliere”. – 15:21.

   “Le acque formavano come un muro alla loro destra e alla loro sinistra” (14:22,29). Naturalmente, nel racconto iperbolico e poetico che se ne fece in seguito, le acque sono dipinte come se fossero ritte come un muro a destra e a sinistra mentre gli israeliti passavano. Il lettore occidentale non si deve scandalizzare. L’ebreo non si scandalizzava: era il suo linguaggio. L’espressione poetica indica l’aiuto che Dio diede al suo popolo mediante cause che furono seconde rispetto al volere di Dio: vento e acque che resero praticabile per gli ebrei il passaggio tra i Laghi Amari (yàm-suf, “mare di giunchi”) e paludoso per gli egizi.

   Che si tratti di revisione poetica è indicato dall’attenta lettura del testo. Subito dopo la sconfitta degli egizi, è detto: “Allora Mosè e i figli d’Israele cantarono questo cantico al Signore” (15:1). Sembrerebbe un cantico subito successivo alla vittoria (così lo intende il lettore occidentale), ma in esso è detto: “I popoli lo hanno udito e tremano. L’angoscia ha colto gli abitanti della Filistia. Già sono smarriti i capi di Edom, il tremito prende i potenti di Moab, tutti gli abitanti di Canaan vengono meno” (15:14,15). Subito dopo la vittoria israelitica, “i popoli” non potevano ovviamente già esserne al corrente; vi sono menzionati filistei, edomiti, moabiti e cananei.

   Nella riflessione ebraica che celebra l’aiuto di Dio, si assiste ad un crescendo continuo dell’intervento divino. Nel credo più antico si dice semplicemente: “Il Signore ci fece uscire dall’Egitto con potente mano e con braccio steso, con grandi e tremendi miracoli e prodigi” (Dt 26:8). Giosuè ricorda così l’avvenimento: “[Dio] fece venire sopra di loro il mare, che li sommerse – e gli occhi vostri videro quel che io [Dio] feci agli Egiziani”. – Gs 24:7.

   Si tratta di Dio che salva il suo popolo utilizzando forze naturali. La descrizione è poetica e iperbolica, vuole mettere in risalto l’intervento protettore di Dio. È Dio che interviene – e la fede ha ragione nell’intuirlo -, ma egli usa il concorso di cause seconde.

   Che il tutto sia espresso poeticamente è evidente dalle espressioni ebraiche usate nel cantico celebrativo di Mosè in Es 15: “Il Signore è un guerriero” (v. 3), “La tua destra, o Signore, schiaccia i nemici” (v. 6), “Al soffio delle tue narici le acque si sono ammucchiate, le onde si sono rizzate come un muro” (v. 8), “Sono affondati come piombo in acque profonde” (v. 10), “Tu hai steso la destra” (v. 12), “Per la forza del tuo braccio” (v. 16). Espressioni concrete (conforme al modo di esprimersi semitico) che non vanno prese alla lettera (conforme al modo di intendere occidentale).

   Noi, nella nostra limitatezza, rischiamo di fermarci alle cause seconde, ma la fede biblica – con ragione – va al di là e vede la causa prima di tutto che è Dio. Egli, che in genere opera in modo solito, in certe circostanze opera in maniera del tutto insolita, sia pure utilizzando particolari forze naturali della sua stessa creazione.

   Che i “miracoli” siano, nella Bibbia, l’utilizzo da parte di Dio di fenomeni naturali è rinvenibile anche negli altri prodigi descritti, relativi all’esodo degli ebrei.

   Nm 11:31 narra: “Un vento si levò, per ordine del Signore, e portò delle quaglie dalla parte del mare e le fece cadere presso l’accampamento [degli ebrei]”. Le quaglie, al termine della loro migrazione stagionale, arrivano esauste e si possono prendere con facilità. La scienza moderna conferma alcuni particolari: in certi periodi le quaglie si nutrono di piante velenose per cui la loro carne diventa tossica. Questo spiegherebbe l’epidemia che ne derivò per gli ebrei e che fu letta teologicamente: “Avevano ancora la carne tra i denti e non l’avevano neppure masticata, quando l’ira del Signore si accese contro il popolo e il Signore colpì il popolo con un gravissimo flagello”. – Nm 11:33.

   La descrizione della manna fa pensare alla trasudazione del tamarisco (tamarix nilotico mannifera), un arbusto della regione: “La manna era simile al seme di coriandolo e aveva l’aspetto di resina gommosa” (Nm 11:7). Essa è vista come segno della bontà divina verso Israele.

   La sorgente miracolosa da cui Mosè trasse acqua si può riferire a un fenomeno geologico: delle incrostazioni superficiali calcaree ricoprono spesso nella zona del Sinày le sorgenti d’acqua e un colpo forte di bastone basta a farle sgorgare di nuovo. Questo non deve essere visto con delusione dal lettore occidentale. Delusa deve essere casomai la sua idea delle cose, troppo influenzata dagli spettacoli cinematografici. La Bibbia dice: “Tu colpirai la roccia: ne scaturirà dell’acqua e il popolo berrà” (Es 17:6), “Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il suo bastone due volte, e ne uscì acqua in abbondanza”. – Nm 20:11.

   Bisogna capire – se si vuole comprendere la Scrittura – che gli autori biblici non si preoccupavano per niente di una questione tutta occidentale e moderna: fenomeno naturale o soprannaturale? Nella Bibbia non vi è nessuna distinzione tra “naturale” e “soprannaturale”, tra il corso normale degli eventi e il “miracolo” inteso alla maniera occidentale come fosse un portento magico inspiegabile dalla scienza. Per gli scrittori biblici tutto è soprannaturale: miracoloso è per loro tutto ciò che serve a palesare in qualche modo la presenza di Dio. Se guardiamo la natura con gli occhi della fede, non vediamo cose immaginarie, ma vediamo la realtà vera: gli alberi non sono forse testimoni di Dio? E le pietre non sono forse testimonianza della sua creazione? Per l’israelita non vi è alcuna legge naturale che possa impedire a Dio di intervenire e di utilizzare al suo servizio le forze della natura. Questo insegnamento biblico è incompatibile con la negazione di ogni intervento divino diretto nello svolgimento della storia.

   Nella Bibbia c’è un procedimento inverso a quello seguito dallo scienziato moderno. Oggi si cerca di vedere nei fenomeni miracolosi una manifestazione di leggi naturali a scapito del segno divino. La fede biblica, al contrario, scopre anche nei fenomeni naturali il dito di Dio. Da che parte sta la verità? Di certo dalla parte della Sacra Scrittura.