Miracoli e Bibbia

La concezione e la terminologia stessa dei miracoli presenti nelle Scritture Greche si rifanno a quelle presenti nelle Scritture Ebraiche, per questo è bene esaminare tutta la questione dei miracoli nell’intera Scrittura. Prenderemo in considerazione prima la valutazione scientifica del miracolo e poi la presentazione biblica del miracolo nella Sacra Scrittura.

   Per una trattazione seria del miracolo occorre superare il solito metodo apologetico: Dio, creatore di tutto, è onnipotente e quindi può agire al di sopra della sua stessa creazione. Questo sarebbe un approccio semplicistico. È invece meglio esaminare il problema del miracolo alla luce della Bibbia, non della teologia posteriore.

Il miracolo biblico secondo la concezione occidentale

   La valutazione del miracolo dipende dai presupposti con cui la si accosta. Se il miracolo è un fenomeno trascendente le cause naturali e quindi attribuibile a un diretto intervento divino, chiunque ritenga che la natura agisca solo per forze naturali e in modo puramente meccanicistico, deve rifiutare la possibilità del miracolo. Chi ammette la possibilità dell’intervento di Dio nell’universo lo ritiene possibile. Ecco, sinteticamente, le principali concezioni espresse a proposito del miracoloso.

   Riguardo al miracolo in rapporto alle leggi della natura, vengono prese posizioni diverse. Passiamole in rassegna.

   1. Fideismo.

   Un epigramma di Tertulliano recita: “Credo perché è assurdo, è certo perché è impossibile” (De Carne Christi 5). Si tratta di una mezza verità – cosa che sempre accade con gli epigrammi – per esaltare i fenomeni straordinari della nascita e della resurrezione di Yeshùa, Tertulliano con tale detto intendeva esaltare la straordinarietà di tali fatti che, sembrando assurdi, vanno accolti umilmente. Il miracolo è qui presentato come una manifestazione meravigliosa che bisogna accogliere con fede pur non potendola spiegare. Le sue parole evidentemente non vanno prese in senso filosofico, altrimenti sarebbero errate e inaccettabili. Infatti, il miracolo non può essere irrazionale o assurdo e nemmeno impossibile, perché così non lo si potrebbe accettare.

   2. Il miracolo non è contro la natura, ma si attua in essa.

   Questa è un’affermazione di Agostino (La città di Dio 21,8). Secondo lui la volontà di Dio si esprime non solo attraverso l’ordine usuale delle cose che ci circondano, ma anche nei fenomeni straordinari dell’universo. La natura, infatti, è – osserva Agostino – solo espressione del volere divino. Agostino pone in dubbio il carattere rigido e ineluttabile delle leggi di natura. Prendendo come base i vari fenomeni allora noti che non si conformavano all’ordine naturale, egli si accostava alla natura con una visuale moderna che è contraria all’assoluta rigidità dei fenomeni naturali.

   Questa concezione è anche quella di alcuni credenti contemporanei. Chi tra loro accetta la teoria dell’evoluzione, ad esempio, fa notare che ogni tanto avvengono delle mutazioni. Queste mutazioni si riesce a descriverle, ma non si sa spiegarne la causa. Viene citato anche l’atomo, in cui avvengono fenomeni di continuità ma anche di discontinuità che trascendono il cosiddetto ordine naturale. Secondo questa concezione, tutta la natura è un miracolo. Si porta ad esempio anche la volontà umana che sa creare cose inesistenti in natura: aerei, navi, automobili, radio e televisione. In questa prospettiva si tratta di miracoli naturali.

   Agostino fa degli esempi. Nel miracolo di Cana Dio avrebbe operato in un attimo ciò che nella natura avviene in lunghi mesi: la vite prende acqua dalla terra per trasformarla lentamente nei suoi acini in succo d’uva che spremuto e fatto fermentare produce vino. Si tratterebbe quindi di accelerazione di un fenomeno già presente in natura. Prodigio sarebbe quindi tutto ciò che è insolito e difficile al di fuori delle attese o delle capacità di colui che si stupisce. “Tutti i miracoli sarebbero contro natura, ma in realtà non lo sono affatto. Nulla potrà mai essere contro natura, quando si verifica per volontà divina, perché la volontà dell’Altissimo Creatore è la natura stessa di ogni cosa creata. Il miracolo, quindi, non contraddice la natura, ma solo la nostra esperienza della natura” (Agostino, De Civitate Dei 8,2 PL 41,721). “I prodigi compiuti da nostro Signore sono senza alcun dubbio opera divina e richiamano l’intelligenza dell’uomo a riconoscere Dio nelle cose visibili”. – Agostino, Contra Faustum 26,3 PL 42,480.

   3. Praeter naturam, non contra naturam (al di sopra, non contro la natura).

   Con l’ingresso dei germani nella vita culturale dell’umanità all’epoca carolingia emerge una concezione nuova della natura. Il miracolo, in questa nuova concezione, non è più dovuto a forze della natura ma solo a Dio. Viene affermato che solo gli pseudo miracoli dipendono da forze naturali. Guglielmo di Auxerre (morto nel 1237) osserva ingenuamente che le trasformazioni delle verghe in serpenti attuate dai maghi egizi non furono veri miracoli perché i maghi avrebbero trovato del seme di serpente che accostato al legno lo avrebbe trasformato in serpi. – Summa aurea I 12.

   Fu Tommaso d’Aquino a conferire la sua forma classica, divenuta fondamentale sull’argomento al tempo della filosofia scolastica. Il miracolo non sarebbe contrario alla natura, ma al di sopra di essa. Il ragionamento è: siccome solo Dio può operare al di là della natura, ne viene che lui solo può operare un miracolo. Gli angeli, i demòni e i maghi non possono attuarlo (come invece ammette Agostino), essendo dentro la natura e non potendo operare al di fuori di essa; essi possono solo trarre il massimo rendimento dalle forze naturali, ma non superarle (Tommaso, Summa Theologica 1-11, 111,4). Le creature non sono in grado di trarre acqua da una roccia che ne sia priva né di far rientrare la vita in un cadavere (Tommaso, Contra gentes 3,102). Nel De potentia (VI a,4), Tommaso ammette che le creature possono collaborare in un certo senso al miracolo, ma solo in modo secondario, pregando o trasmettendo ordini alla creazione a nome di Dio. Questa è la concezione del miracolo divenuta classica nel Medioevo, condivisa ancora da molti autori contemporanei.

   4. Il miracolo è impossibile perché contrario alle leggi naturali.

   Questa concezione proviene dalla filosofia greca. La natura è vista come unità cosmica regolata da leggi ferree. Già la scuola ionica riconosceva che tutti gli esseri proverrebbero dalla diversa combinazione di alcuni elementi principali (acqua, fuoco, aria, terra).

   Con la scoperta più approfondita delle leggi naturali sorsero i primi attacchi al miracolo (B. Spinoza, O. Hume). Barùq Spinoza (morto nel 1677), filosofo giudeo dei Paesi Bassi scomunicato dalla sinagoga, mostrò come molti fenomeni prima ritenuti miracolosi (come lampi e tuoni) si spiegassero scientificamente. Se non altro, ebbe il merito di esprimere stupendamente la correlazione tra causa ed effetto che avviene in natura. Secondo lui il miracolo è impossibile perché rompe tale correlazione. Tutti gli scettici di oggi – più o meno coscientemente – si rifanno a lui. Si può sintetizzare questa concezione nel seguente punto di vista espresso vividamente: “La scienza moderna e la filosofia non hanno posto per miracoli e speciali provvidenze. La storia è il risultato di una complessa interazione tra forze naturali e sociali, tra le azioni e le reazioni degli uomini. Non si sono né angeli né demòni. Dio agisce solo mediante gli uomini”. – C. C. Mc Cown, The Current Plight of Biblical Scholarship.

   Spinoza, quindi, nel suo trattato teologico-politico, presentando il mondo come effetto di leggi meccaniche, giunge a negare la possibilità stessa del miracolo, da lui ritenuto una violazione impossibile delle leggi naturali. Tuttavia egli era un credente. Per lui tutta la natura con la sua stupenda armonia è un miracolo che suscita attonito stupore. Secondo lui è possibile credere in Dio anche senza accogliere i racconti meravigliosi che si rinvengono nella Bibbia. Egli suggeriva ai teologi di distinguere tra ciò che la Bibbia racconta e ciò che in realtà avvenne. Spinoza, in pratica, sostiene che la ragione umana deve essere arbitra della Scrittura.

   Alla pari, O. Hume (storico e filosofo scozzese morto a Edimburgo nel 1776) si mostra scettico verso i miracoli perché in violazione delle leggi naturali.

   Questo concetto fu espresso anche dall’italiano Gaetano Negri (1838-1902): “Il vero criterio da applicarsi non è tanto l’aver veduto, ma se tale fatto è conforme alle leggi della natura”. – Lettera ad un amico.

Spiegazione religiosa del miracolo

   Tutte le ipotesi seguenti partono dal principio che i miracoli sarebbero impossibili in quanto in contrasto con le leggi di natura. Ma come fa un sedicente credente a spiegare i miracoli presenti nella Bibbia? Cerca di indagare il perché essi siano presenti. E dà le sue risposte. Che variano tra loro, secondo le interpretazioni che ciascuno dà.

   1. Fatti puramente naturali dati per miracolosi. 

   Questa strada fu aperta da K. F. Bahrdt, teologo protestante tedesco (morto nel 1792), per il quale i miracoli furono dei fatti reali che però non avvennero nel modo preciso in cui furono narrati. Si sarebbe trattato di fatti puramente naturali che i testimoni ritennero, per ignoranza, soprannaturali e come tali sarebbero stati inclusi nella Bibbia. Così, ad esempio, le resurrezioni sarebbero il ritorno alla vita di persone in stato catalettico. Le guarigioni sarebbero fenomeni di autosuggestione. La moltiplicazione dei pani sarebbe solo il frutto del buon esempio dato per invito di Yeshùa da un ragazzo che avrebbe condiviso il poco che aveva con altri. La tempesta sedata sarebbe una pura coincidenza meteorologica. Questa scuola di pensiero ammette quindi un nucleo storico degli eventi miracolosi, ma spiega i miracoli come qualcosa di naturale vissuto come soprannaturale. Ci cerca addirittura di trovare nella Bibbia una conferma a questa teoria, e si cita Mr 5:39: “La bambina non è morta, ma dorme”. I tratti miracolosi, insomma, sarebbero delle aggiunte posteriori con amplificazioni popolari.

   2. Effetti di forze occulte.

   C’è anche chi sostiene l’intervento dell’occulto nei miracoli: “È fuori discussione che tutto ciò che avviene nello spazio e nel tempo obbedisce alle leggi generali del movimento e che di conseguenza i miracoli non sono possibili. L’ordine naturale è inviolabile, ma noi siamo ben lontani da conoscere tutte le forze della natura. Delle forze psichiche sappiamo ben poco”. – Harnack, Essenza del cristianesimo, Bocca, Milano, pag. 26.

   3. Slancio creatore dello spirito.

   L’universo sarebbe frutto di uno slancio vitale che opera senza costrizioni deterministiche: “Guardate anche i sassi, che mai cadono con lo stesso tempo, indizio questo della loro libertà. La medesima libertà la si riscontra in una gemma di rosa che sboccerà oggi o domani con spontaneità. Lo slancio vitale contrae abitudini e poi continua così per forza. Il miracolo è uno dei casi in cui lo spirito afferma la sua sovranità sulla materia. Lo spirito, che spesso diventa prigioniero della materia, mantiene la sua attività. È come un fiume che straripa. Così, non fu strano il fermarsi del sole al tempo di Giosuè”. – Bergson, Evolution creatrice.

   4. Applicazione di miti esistenti in ogni religione.

   Qualcuno iniziò l’interpretazione mitica dei racconti biblici miracolosi. Fu D. F. Staruss (Das Leben Jesu Kritisch bearbeitet I e II, Tübingen). Gli scrittori sacri, per esaltare certi personaggi, avrebbero applicato a loro dei miti già circolanti. Così, gli storici della religione si diedero da fare per cercare di raccogliere degli esempi. E ne trovarono di non biblici con cui vollero confrontare i miracoli di Yeshùa. Eccone alcuni:

   a) Ebraismo. Molto materiale miracoloso si rinviene nel Talmùd e riguarda spesso la pioggia ottenuta con la preghiera. Chi cita questi esempi conosce ben poco l’ebraismo. I fatti miracolosi narrati nel Talmùd hanno, infatti, un valore puramente pedagogico: è da ignoranti ritenerli storici. Sarebbe come credere che davvero un lupo inghiottì la nonna di Cappuccetto Rosso o che davvero una zucca divenne la meravigliosa carrozza di Cenerentola. Tutti sanno che questi racconti hanno un intento pedagogico per i bambini. Così, quei fatti miracolosi narrati nel Talmùd hanno un intento pedagogico. La dimostrazione è evidente nel Talmùd stesso. Ad esempio, vi si narra che R. Hanina, morsicato da un lucertolone, non ne patì alcun danno, anzi fu l’animale che morì, perché sarebbe dovuta restare in vita la creatura che per prima avesse toccato l’acqua. Hanina vi riuscì perché una sorgente zampillò miracolosamente ai suoi piedi dopo il morso del lucertolone. A questo racconto si aggiunge: “Non è la lucertola che uccide, ma il peccato” (Berakòth 33a p. 204). Si tratta di istruzioni spirituali che ancor oggi vengono usate con i bambini. Questo scopo pedagogico non appare affatto nei racconti biblici.   

   b) Mondo ellenistico. La letteratura greca ha moltissimi esempi di guarigioni miracolose operate nei santuari (come quello di Esculapio) che erano meta di celebri pellegrinaggi (Epidauro) od operate da predicatori itineranti come Apollonio di Tiana. Tutti questi racconti seguono uno schema costante: prima si descrive la gravità del male, sottolineando che in precedenza già molti avevano tentato di curarlo, così si mette in risalto l’importanza del miracolo; poi si racconta la guarigione; segue l’effetto della guarigione e la meraviglia delle persone presenti. I papiri magici contengono molti incantesimi per ottenere diversi effetti e sono pieni di parole straniere ritenute molto potenti, talora egizie (Luciano parla di un incantesimo espresso “in lingua egizia” contro uno spettro), ma generalmente ebraiche.

   Gli episodi narrati dalla letteratura greca che più si avvicinano ai miracoli dei Vangeli sono quelli dei taumaturghi (P. Scazzoso, Magia ellenistica e miracolo cristiano). Ma gli scritti che più hanno rapporto con i Vangeli sono quelli degli aretologi (o scrittori di fatti miracolosi).

   Il confronto tra Yeshùa e i taumaturghi avvenne già nei primi secoli, come appare dalla seguente citazione: “Alcuni hanno tentato di paragonare e perfino di preferire Apollonio al Cristo”. – Agostino, Ep. 138,18.

   Giustino (2°secolo) ha spiegato tali “miracoli” come imitazioni sataniche dei veri miracoli compiuti da Yeshùa. – I Apol. 21-17.

Valutazione psicologico-sociale del miracolo

   L. Feuerbach sostenne che i miracoli sarebbero semplicemente delle inconsce proiezioni dei nostri desideri. Dato che ogni persona desidera eliminare le malattie e la morte, quest’ansia sarebbe stata proiettata su Yeshùa che risorge, dà vita ai morti e guarisce gli ammalati (L. Feuerbach, L’essenza del cristianesimo). Non manca il marxista di turno, che dichiara: “La miseria religiosa è, in un certo senso, l’espressione della miseria reale e, in un altro, la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di situazioni in cui lo spirito è assente. Essa è l’oppio dei popoli”. – K. Marx in E. Bloch, Ateismo nel cristianesimo. Per la religione dell’Esodo e del Regno, Feltrinelli, Milano.

Yeshùa taumaturgo

   Le ipotesi precedenti, pur presentando qua e là alcuni elementi di verità, hanno il difetto di limitare la realtà a ciò che noi oggi conosciamo della natura e hanno il difetto di minimizzare il valore dei testimoni.

   Va anche bene che i miracoli abbiamo lo scopo di indurci alla nostra decisione personale verso Dio che ci chiama in Yeshùa, ma tale chiamata deve pur mostrarsi in qualcosa di straordinario, altrimenti come faremmo a sapere che Dio ci chiama tramite Yeshùa e non tramite Maometto o Budda?

   C’è una grande differenza tra Yeshùa e i vari taumaturghi. A differenza dei taumaturghi ebrei che operarono miracoli con la preghiera, va notato che Yeshùa mai prega per tale scopo, nemmeno in Gv 11:41,42: “Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato”. Va pure ricordato che, a differenza dei taumaturghi greci, Yeshùa non usa mai pratiche magiche. Si sono volute vedere allusioni nel ricordo di parole aramaiche in due racconti miracolosi come se si trattasse d’incantesimi: “Presala per mano, le disse: ‘Talità cum!’ che tradotto vuol dire: ‘Ragazza, ti dico: àlzati’” (Mr 5:41), “Alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: ‘Effatà!’ che vuol dire: ‘Apriti!’” (Mr 7:34). Ma queste non sono parole magiche straniere: si tratta della lingua comune parlata da Yeshùa. Le parole erano straniere solo per il mondo greco, non certo nell’azione di Yeshùa in Palestina.

   Si noti poi che i miracoli di Yeshùa sono al servizio della predicazione della buona notizia e sono sempre per il bene delle persone. Vi è solo la maledizione di un fico, ma questo per l’insegnamento riguardante gli ebrei privi di frutto (Mt 21:18,19). I maghi, al contrario, usano i loro “miracoli” (in verità, incantesimi) anche per il male. Luciano racconta di un mago che costrinse con un incantesimo una donna sposata ad acconsentire alle brame di uno spasimante.

   Mentre i maghi tendono a esaltare se stessi ed il miracolo è fine a se stesso, per Yeshùa (che cerca di evitare il miracolo) il prodigio ha significati simbolici e serve a condurre gli spettatori verso mete più alte, verso la realizzazione del Regno di Dio, verso la profonda trasformazione interiore. Il miracolo è segno dell’amore di Dio che si manifesta in Yeshùa. Nella Bibbia non si trova l’egoismo dei racconti pagani, ma l’amore e la compassione di Dio verso le creature manifestata in Yeshùa.

   Va sottolineata anche la differenza tra i racconti dei miracoli nei Vangeli canonici e quelli degli apocrifi (2° e 3° secolo). I racconti biblici sono conservati in modo discreto, solo in pochi casi accentuandone i particolari (come la debolezza della donna sofferente di emorragie e il cadavere già putrefatto di Lazzaro). I miracoli degli apocrifi sono molto strani, come quando Yeshùa farebbe scomparire pane e vino percuotendosi un fianco (Vangelo di Bartolomeo 2,18), come quando farebbe camminare una sfinge di pietra oppure appare per pilotare la barca di Andrea (Atti di Andrea e Mattia 8-18, Erbetta II 497). Negli apocrifi i miracoli abbondano nell’infanzia e nella resurrezione di Yeshùa: chiaro intento della tendenza ellenistica di glorificare Yeshùa come essere divino. Gli apostoli stessi sono trasformati dagli apocrifi in esseri divini, applicando a loro fatti miracolosi che erano già noti. Il popolo, negli apocrifi, venera Pietro come dio (Atti di Pietro 28,162). Negli apocrifi, per chiaro influsso ellenistico, predomina anche l’elemento erotico. L’elemento mitico pervade tutti gli apocrifi. Un cane parla a Pietro preannunciandogli la futura terribile lotta contro il mago Simone. – Atti di Pietro 9.

   I miracoli biblici sono ben superiori e connessi con la lieta notizia da annunciare. Con Yeshùa, nei Vangeli, non vi è nulla di fantastico. Anche la tendenza a presentarlo come uomo divino è assente. Vi sono invece contrapposizioni con i maghi e il rifiuto di essere scambiati per degli dèi: “Or vi era un tale, di nome Simone, che già da tempo esercitava nella città le arti magiche, e faceva stupire la gente di Samaria, spacciandosi per un personaggio importante. Tutti, dal più piccolo al più grande, gli davano ascolto, dicendo: ‘Questi è la potenza di Dio, quella che è chiamata la Grande’. E gli davano ascolto, perché già da molto tempo li aveva incantati con le sue arti magiche. Ma quando ebbero creduto a Filippo che portava loro il lieto messaggio del regno di Dio e il nome di Gesù Cristo, furono battezzati, uomini e donne. Simone credette anche lui; e, dopo essere stato battezzato, stava sempre con Filippo; e restava meravigliato, vedendo i miracoli e le opere potenti che venivano fatti” (At 8:9-13); “La folla, veduto ciò che Paolo aveva fatto, alzò la voce, dicendo in lingua licaonica: ‘Gli dèi hanno preso forma umana, e sono scesi fino a noi’. E chiamavano Barnaba Giove, e Paolo Mercurio, perché era lui che teneva il discorso. Il sacerdote di Giove, il cui tempio era all’entrata della città, condusse davanti alle porte tori e ghirlande, e voleva offrire un sacrificio con la folla. Ma gli apostoli Paolo e Barnaba, udito ciò, si strapparono le vesti, e balzarono in mezzo alla folla, gridando: ‘Uomini, perché fate queste cose? Anche noi siamo esseri umani come voi; e vi predichiamo che da queste vanità vi convertiate al Dio vivente’”. – At 14:11-15.

   Tutti e quattro i Vangeli attestano che Yeshùa compì dei miracoli. Gli stessi nemici di Yeshùa non negarono i miracoli, ma discussero solo sul potere con cui li faceva: “I giudei gli risposero: Non ti lapidiamo per un’opera eccellente, ma per bestemmia, perché tu, benché sia un uomo, fai di te stesso un dio’” (Gv 10:33, TNM). È strano: a volte i non credenti credono di più dei sedicenti credenti. I nemici di Yeshùa credevano che le sue opere fossero vere, ma molti “cristiani” asseriscono invece che si tratta di miti. Il Talmùd mantiene la convinzione di quei giudei contemporanei di Yeshùa che i suoi miracoli fossero veri, mettendone sempre in dubbio la fonte del potere con cui li faceva: “Yeshùa deve essere lapidato perché esercitò la magia e sedusse Israele”.

   Si può concludere che nel mondo d’oggi si fa molta confusione tra miti, religioni e Bibbia. Si fa di tutta l’erba un fascio. Esistono i miti che sono, appunto, miti. Esistono gli incantesimi e le magie: quelli che vengono spacciati per veri e quelli che sono diabolicamente veri. Esistono anche fatti straordinari, presunti miracoli, che non hanno nulla a che fare con Dio: “Non c’è da meravigliarsene, perché anche Satana si traveste da angelo di luce”. – 2Cor 11:14.

   I miracoli veri appartengono a Dio. Se l’uomo d’oggi non li accetta è perché noi esseri umani non conosciamo tutto. L’uomo sa credere solo a quello che vede e che tocca. La realtà è ben altro e va bene al di là di quello che si vede e che si tocca. Non potendo comprendere ciò che è al di là della poca realtà che è sotto i nostri occhi, la mente umana trova più facile racchiudere tutto nel mito e nella superstizione.

   I miracoli della Bibbia non sono miti. Sono cosa seria. Tanto che, in contrasto con la bramosia giudaica di miracoli (“I Giudei infatti chiedono miracoli”, 1Cor 1:22), Yeshùa si rifiutò spesso di compierne quando, anziché presentarlo come consacrato da Dio, avrebbero solo appagato la curiosità umana: “Vennero i farisei e si misero a discutere con lui, chiedendogli, per metterlo alla prova, un segno dal cielo. Ma egli, dopo aver sospirato nel suo spirito, disse: ‘Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: nessun segno sarà dato a questa generazione’”. – Mr 8:11,12.