Il nome di Dio – I sostitutivi del tetragramma usati dai giudei e da Yeshùa

Al tempo di Yeshùa – lo sappiamo già – era ormai in vigore in Israele da alcuni secoli l’uso di non leggere il tetragramma. I giudei si erano perciò abituati a riferirsi a Dio in alcuni modi caratteristici e particolari. Questi modi includevano espressioni particolari o un uso particolare dei verbi.

   Nomi. I nomi sostitutivi del tetragramma più frequenti erano:

Hashamàym, “il Cielo”, “i Cieli”

Hamaqòm, “il Luogo”

● “Il Trono”

● “Il Nome”

● “Il Santo”

● “Signore”

● “Re”; “Gran Re”

● “Padre che sei nei cieli”

● “Colui che”

● “La Potenza”

● “Alto”.

   Questa è solo una lista esemplificativa. Le espressioni usate erano molte di più. Yeshùa si attenne a questo sistema usato dai giudei? Sì. Si pensi solo al fatto che Yeshùa fa dire al figlio prodigo: “Ho peccato contro il cielo” (Lc 15:18,21). Vediamo altri passi:

 

“Il battesimo di Giovanni di dov’era? Dal cielo o dagli uomini?”. – Mt 21:25.
“Ti lodo pubblicamente, Padre, Signore del cielo e della terra”. – Mt 11:25.
“Chi giura per il cielo giura per il trono di Dio e per colui che vi siede sopra”. – Mt 23:22.
“A meno che uno non nasca di nuovo” (Gv 3:3; testo greco: “generato dall’alto”).
“Voi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza”. – Mr 14:62.
“Non giurate . . . per Gerusalemme, perché è la città del gran Re”. – Mt 5:34,35.
“Il regno dei cieli si è avvicinato”. – Mt 4:17.

 

   Questi sono solo alcuni passi che riportiamo a mo’ d’esempio. Ne aggiungiamo però uno: “Padre nostro [che sei] nei cieli, sia santificato il tuo nome” (Mt 6:9). Questo è proprio il passo con cui abbiamo introdotto questa serie di studi sul nome di Dio. Anzi, riproponiamo l’argomento, perché ora si può valutare meglio. La pubblicazione Il nome divino che durerà per sempre (Watchtower, New York, 1984) inizia a pag. 3 con la domanda: “‘Sia santificato il tuo nome’: Quale nome?”. Ora si può comprendere come quella domanda sia non solo fuori luogo, ma come denunci una scarsa conoscenza del modo ebraico di esprimersi presente della Bibbia.

   D’altra parte, ‘santificare il suo nome’ non significa certo santificare un particolare termine o un’espressione, infatti come si potrebbe santificare una parola o santificare un titolo? Piuttosto, quella espressione significa riconoscere la santità della Persona stessa, parlare con riverenza ed ammirazione di Lui e delle Sue qualità e delle Sue azioni, stimarlo e riverirlo come Santo in modo superlativo.

   Per ciò che riguarda i nomi sostitutivi del tetragramma ci fermiamo qui, ma la lista sarebbe lunga. Ogni lettore delle Scritture Greche, quando troverà una di queste espressioni, ora sa che costituiscono il modo giudaico (e Yeshùa era un giudeo) per evitare il tetragramma.

   Uso dei verbi. Il tetragramma divino è poi talvolta sostituito da un participio o da una perifrasi verbale. Così Yeshùa dice: “Chiunque riceve me riceve [anche] colui che mi ha mandato” (Lc 9:48). Adattandosi all’uso giudaico del tempo, Yeshùa si riferisce a Dio come a “Colui che” fa qualcosa. “Temete piuttosto colui che può distruggere sia l’anima che il corpo nella Geenna” (Mt 10:28). “Chi giura per il tempio giura per esso e per colui che vi abita, e chi giura per il cielo giura per il trono di Dio e per colui che vi siede sopra”. – Mt 23:21,22.

   Ci sono altre due forme verbali sostitutive del tetragramma. Nel primo caso, invece di mettere il tetragramma divino, gli evangelisti omettono il soggetto della frase e mettono il verbo al plurale. Questa procedura risulta del tutto sconosciuta a chi non conosce bene la Bibbia. Il motivo è che il verbo al plurale che si trova nei testi originali suona male al nostro orecchio. Nelle traduzioni correnti si preferisce quindi evitarlo, sostituendolo con il passivo impersonale. Qualche esempio chiarirà il punto. In Lc 6:38 Yeshùa dice (stando alla traduzione): “Vi sarà versata in grembo una misura eccellente, pigiata, scossa e traboccante”. Si noti il passivo impersonale: “Vi sarà data”. In realtà Yeshùa si espresse diversamente. Ecco il testo originale: δώσουσιν (dòsusin), “daranno”. Il Lc 12:20 viene mantenuto il verbo al plurale, perché anche nella traduzione italiana suona bene; Yeshùa dice “Irragionevole, questa notte ti chiederanno la tua anima”. Chi richiede la vita dello stolto è indubbiamente Dio. Yeshùa, secondo l’uso dei giudei, evita la menzione di Dio e usa il verbo al plurale: “Ti chiederanno”.

   Il passo di Lc 16:9 appare alquanto oscuro in TNM: “Fatevi degli amici per mezzo delle ricchezze ingiuste, affinché, quando queste verranno meno, essi vi ricevano nelle dimore eterne”. La prima parte è chiara: Yeshùa consiglia di farsi degli amici usando bene il proprio denaro; le “ricchezze ingiuste” non sono altro che i beni accumulati in questo mondo: non sono ingiuste perché ottenute illegalmente, ma solo perché di questo mondo. Il problema è nella traduzione della seconda parte: “Essi vi ricevano nelle dimore eterne”. Così tradotto, “essi” non può che riferirsi agli “amici” precedenti. Ci domandiamo come sia mai possibile che tali persone, diventate amiche grazie alle ricchezze condivise con loro, possano avere la facoltà di accogliere chi ha agito accortamente con loro “nelle dimore eterne”. Può darsi che essi stessi non entrino “nelle dimore eterne”, ma – anche se ci entrassero – che potere avrebbero mai di accogliere lo scaltro che se li è fatti amici? La spiegazione che gli editori di TNM appare alquanto contorta: “Dovremmo avere l’obiettivo di usare le ‘ricchezze ingiuste’ per farci amici i Proprietari delle ‘dimore eterne’. Essendo il Creatore, Geova possiede ogni cosa, e il suo Figlio primogenito partecipa a tale proprietà quale Erede di tutte le cose . . . Per diventare loro amici, dobbiamo usare le ricchezze in un modo che abbia la loro approvazione” (La Torre di Guardia del 1° gennaio 1992, 13, § 19). Ma come poteva Yeshùa includersi fra “i Proprietari delle ‘dimore eterne’” se ancora non aveva mostrato la sua fedeltà fino alla morte e ancora non era stato costituito “erede di tutte le cose” (Eb 1:2)? Da buoni studiosi preferiamo sempre riferirci alla Scrittura prima di accampare ipotesi. Il contesto del passo (vv. 1-8) riporta la parabola di Yeshùa su un tale che manipolando la contabilità del suo padrone si fa amici alcuni debitori falsificando i libri contabili così da diminuire l’importo dei loro debiti. Il suo scopo è chiarito: “Quando sarò cacciato dalla gestione, mi ricevano nelle loro case [quelle dei debitori avvantaggiati]” (v. 4). La morale della parabola sta nel finale: “Il suo signore lodò l’economo, benché ingiusto, perché aveva agito con saggezza” (v. 8). Qui non si giustifica affatto il falso in bilancio, ma si pone l’attenzione sull’avvedutezza dell’economo furbacchione. Yeshùa fa questa applicazione della sua stessa parabola: “I figli di questo sistema di cose, nei loro rapporti con quelli della propria generazione, sono più saggi dei figli della luce” (v. 8). “Saggi” non è proprio la parola giusta: Yeshùa parla di φρονιμώτεροι (fronimòteroi), “attenti ai propri interessi”. Comunque, si parla di “rapporti con quelli della propria generazione”. Yeshùa sta parlando di cose quotidiane, della vita di tutti i giorni. Quando nell’applicazione finale della parabola consiglia di ‘farsi degli amici per mezzo delle ricchezze ingiuste’ (v. 9), è semplicemente ovvio che sta suggerendo di intrattenere relazioni buone con il prossimo. Ma Yeshùa va oltre: “Se non vi siete mostrati fedeli riguardo alle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere?” (v. 11). Come dire: se non avete saputo usare bene le ricchezze materiali, chi vi affiderà quelle spirituali che sono quelle vere? Yeshùa allude all’aldilà. “Non potete essere schiavi di Dio e della Ricchezza” (v. 13). Occorre scegliere: o si usano bene le ricchezze materiali, condividendole, oppure si rimane schiavi di esse rinunciando a sottomettersi a Dio. È in questo contesto che Yeshùa dichiara:

ἵνα     δέξωνται    ὑμᾶς   εἰς τὰς  αἰωνίους σκηνάς

ìna     dècsontai   ümàs  èis  tas   aionìus   skenàs

affinché  accolgano   voi    in    le     eterne     tende

 

   Siamo qui di fronte proprio ad uno di quei casi in cui per nominare Dio evitando il tetragramma si usa il verbo al plurale senza soggetto. Come abbiamo già osservato, nelle traduzioni italiane ciò si rende con il passivo. Se volessimo renderlo in italiano lasciando intatto il senso, avremmo: “Affinché vi si riceva nelle dimore eterne”.

   Un altro modo usato dai giudei per evitare la menzione di Dio è quello che potremmo chiamare il “passivo divino”. Dato il grandissimo rispetto che gli ebrei avevano per Dio, evitavano perfino di nominarlo. Ancora oggi, se capita di leggere la saggistica di ebrei ortodossi tradotta in italiano, si troverà spesso questa forma: “D-o”. Non osano neppure scrivere “Dio”! I giudei del tempo di Yeshùa usavano la parola “Dio”, e Yeshùa stesso la usò, sebbene mai il tetragramma. Ma ogni volta che potevano, evitavano perfino di dire “Dio”. Le nostre traduzioni delle Scritture Greche di solito conservano il “passivo divino”. Si veda Mt 5:4: “Felici quelli che fanno cordoglio, poiché saranno confortati”. Qui il passivo “saranno consolati” significa “Dio li consolerà”.

   Questo tipo di passivo, in sostituzione della menzione di Dio, nei soli quattro vangeli ricorre un centinaio di volte. Il lettore occidentale che ha scarsa o nessuna conoscenza di cultura biblica, non se ne accorge neppure. “Felici i misericordiosi, poiché sarà loro mostrata misericordia” (Mt 5:7): Dio sarà misericordioso con loro. “Col giudizio col quale giudicate, sarete giudicati” (Mt 7:2): Dio vi giudicherà. “Continuate a chiedere, e vi sarà dato” (Mt 7:7): Dio vi darà.

   Questo era il normale modo di esprimersi di Yeshùa, che era poi quello di tutti i giudei del suo tempo. Sebbene Yeshùa contestasse diverse tradizioni sbagliate che i giudei avevano, su questo non solo non ebbe da ridire ma lo adottò lui pure.

   Si noti Mr 2:5-7: “Quando Gesù vide la loro fede disse al paralitico: ‘Figlio, i tuoi peccati ti sono perdonati’. Ora erano là seduti degli scribi, che ragionavano nei loro cuori: Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia. Chi può perdonare i peccati se non uno solo, Dio?’”. Qui Yeshùa rende noto al paralitico che Dio lo perdona. Può farlo perché “il Figlio dell’uomo ha autorità di perdonare i peccati sulla terra” (v. 10), ma è sempre Dio che concede il perdono. Yeshùa è così riguardoso che non nomina Dio e usa il solito passivo: “I tuoi peccati ti sono perdonati”. Nella loro reazione gli scribi usano invece la parola “Dio”. Questo contesto illustra bene l’uso attento che si faceva della parola “Dio”. Yeshùa, data la situazione, usa il passivo. Gli scribi, orgogliosi di esaltare Dio, lo menzionano. E stiamo parlando solo della parola “Dio”, non del tetragramma!

   Quando Yeshùa si rivolgeva a Dio in preghiera, lo invocava non come “Geova”, ma sempre come “Padre”. Adopera questo termine ben sei volte nella sola preghiera finale con i discepoli.

 

Gv 17 Gesù disse queste cose, e, alzati gli occhi al cielo, disse: “Padre, l’ora è venuta; glorifica il tuo figlio, affinché il figlio glorifichi te, 2 secondo che gli hai dato autorità sopra ogni carne, affinché, in quanto all’intero [numero] di quelli che gli hai dato, egli dia loro vita eterna. 3 Questo significa vita eterna, che acquistino conoscenza di te, il solo vero Dio, e di colui che tu hai mandato, Gesù Cristo. 4 Io ti ho glorificato sulla terra, avendo finito l’opera che mi hai dato da fare. 5 E ora, Padre, glorificami presso te stesso con la gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse. 6 “Ho reso manifesto il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi, e tu li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. 7 Ora hanno conosciuto che tutte le cose che mi hai dato sono da te; 8 perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro, ed essi le hanno ricevute e hanno certamente conosciuto che sono uscito come tuo rappresentante, e hanno creduto che tu mi hai mandato. 9 Io prego per loro; non prego per il mondo, ma riguardo a quelli che mi hai dato; perché sono tuoi, 10 e tutte le cose mie sono tue e le cose tue sono mie, ed io sono stato glorificato fra loro. 11 “E io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo e io vengo a te. Padre santo, vigila su di loro a motivo del tuo nome che tu mi hai dato, affinché siano uno come lo siamo noi. 12 Quando ero con loro io vigilavo su di loro a motivo del tuo nome che tu mi hai dato; e io li ho custoditi, e nessuno d’essi è distrutto tranne il figlio della distruzione, affinché la scrittura si adempisse. 13 Ma ora vengo a te, e dico queste cose nel mondo affinché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14 Io ho dato loro la tua parola, ma il mondo li ha odiati, perché non fanno parte del mondo come io non faccio parte del mondo. 15 “Io ti prego, non di toglierli dal mondo, ma di vigilare su di loro a causa del malvagio. 16 Essi non fanno parte del mondo come io non faccio parte del mondo. 17 Santificali per mezzo della verità; la tua parola è verità. 18 Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io ho mandato loro nel mondo. 19 E io mi santifico in loro favore, affinché anche loro siano santificati per mezzo della verità. 20 “Prego non solo per questi, ma anche per quelli che riporranno fede in me per mezzo della loro parola; 21 affinché siano tutti uno, come tu, Padre, sei unito a me ed io sono unito a te, anche loro siano uniti a noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. 22 E ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno. 23 Io unito a loro e tu unito a me, affinché siano resi perfetti nell’unità, perché il mondo abbia la conoscenza che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. 24 Padre, in quanto a ciò che mi hai dato, desidero che, dove sono io, anche loro siano con me, affinché contemplino la mia gloria che tu mi hai dato, poiché tu mi hai amato prima della fondazione del mondo. 25 Padre giusto, in realtà il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. 26 E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, affinché l’amore col quale mi hai amato sia in loro e io unito a loro”.

   Perfino nella Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture non si dice mai che Yeshùa si sia rivolto al Padre chiamandolo “Geova”. Come osserva C. Savasta: “Gesù evita accuratamente di pronunziare il nome divino. Infatti, ad esempio, dinanzi al sinedrio, al sommo sacerdote che gli chiede se fosse lui «il Cristo, il Figlio del Benedetto», Gesù risponde (Mc 14,61-62; cf. Mt 26,63-64): «… vedrete il Figlio dell’Uomo seduto alla destra della Potenza…», invece che «alla destra di JHWH» del Salmo 110,1, qui citato assieme a Dn 7,14, adeguandosi così all’uso ebraico di astenersi dal pronunziare il nome JHWH, come aveva fatto appunto il sommo sacerdote che lo interrogava, e questo proprio nell’occasione più adatta per dissociarsi pubblicamente da quest’uso, se non si fosse a sua volta conformato a esso. È del tutto improbabile quindi che egli lo pronunziasse in altre occasioni”. – Il Nome Divino nel NT, in Rivista Biblica n. 1/1998, pag. 90; corsivo e maiuscoletto sono dell’autore.

   Perciò, è evidente che quando in preghiera disse: “Padre nostro [che sei] nei cieli, sia santificato il tuo nome” (Mt 6:9), il termine “nome” fu usato in un senso più profondo, più ampio, per intendere la Persona stessa. Se, come sostiene la Watchtower, Yeshùa intendeva che fosse menzionato il Nome, perché non lo fece mai? Quale occasione più adatta di quella? Eppure c’è la totale assenza dell’appellativo “Geova” non solo nelle preghiere ma in tutte le parole di Yeshùa, perfino in TNM.

   “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11:1). E Yeshùa ce lo insegnò. Secondo la Watchtower Yeshùa avrebbe dovuto insegnarci a rivolgersi a “Geova Dio”. Perlomeno avrebbe comunque dovuto includere quel nome nella preghiera. Invece, egli ci insegnò a seguire il suo esempio, invocando il “Padre”.

   La notte prima della sua morte, sia parlando direttamente con i discepoli sia nella lunga preghiera che fece a Dio, Yeshùa parlò del “nome” di Dio per quattro volte. Eppure, per tutta la notte, sia nei consigli che nell’incoraggiamento ai discepoli, sia in preghiera, non troviamo un solo caso in cui si faccia uso del nome “Geova”, neppure in TNM. Invece, troviamo che Yeshùa adoperò significativamente l’appellativo “Padre” per circa cinquanta volte! Il giorno seguente, in punto di morte, non invocò il nome “Geova”, ma disse: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27:46). Le ultime parole della sua vita terrena furono: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23:46). “Detto questo, spirò”.

   Come discepoli di Yeshùa, quale esempio dovremmo dunque seguire? Quello di una denominazione religiosa americana del ventesimo secolo o quello che ci diede il Figlio di Dio nel momento più cruciale della sua vita e più cruciale per il destino di tutta l’umanità?