La vergine partoriente di Is 7:14

Nella versione mattaica dell’annuncio della nascita di Yeshùa fatto dall’angelo Gabriele a Miryàm, lo scrittore del primo Vangelo – dopo aver spiegato a Giuseppe il mistero della gravidanza della sua promessa sposa – così commenta: “Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: ‘La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emanuele’, che tradotto vuol dire: ‘Dio con noi’” . – Mt 1:22,23.

   Matteo richiama qui la profezia di Is 7:14:

“Il Signore stesso vi darà un segno:

Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio,

e lo chiamerà Emanuele”.

   “La giovane” nel testo ebraico è הָעַלְמָה (haalmàh); nel testo greco della LXX è ἡ παρθένος  (e parthènos); nella Vulgata latina è virgo. Generalmente viene tradotto con “la giovane”, “la fanciulla”, “la ragazza”. Il vocabolo ebraico usato da Isaia – הָעַלְמָה (haalmàh) –  non viene mai usato nella Bibbia per indicare una donna sposata; esso designa una ragazza adolescente giunta all’età delle nozze. È con questo significato che lo troviamo nella Scrittura. Due volte nei termini tecnici del canto, dove forse indica la voce di soprano:

  • “Per voci di soprano” [עַל־עֲלָמֹות (al-almòt), “su ragazze”] Sl 46:1;
  • “Per voci di fanciulle” [עַל־עֲלָמֹות (al-almòt), “su ragazze”] – 1Cron 15:20.

   Una volta troviamo il termine in Sl 68:25 in cui si allude alle stesse ragazze: “Le fanciulle [ebraico עֲלָמֹות, (almòt)] che battevano i tamburelli”. In Pr 30:19 indica l’attrattiva che spinge la ragazza verso l’uomo: “La traccia dell’uomo nella giovane [ebraico בְּעַלְמָה (bealmà), “in una giovane”]”. Nel Cantico dei cantici (1:3;6:8) designa le ragazze che sono attratte verso il fidanzato: “Ti amano le fanciulle! [ebraico עֲלָמֹות, (almòt)]”; “Fanciulle [ebraico עֲלָמֹות, (almòt)] innumerevoli”. Rebecca, prima di andare sposa ad Isacco, in Gn 24:43 viene chiamata עַלְמָה (almà); ma è poi chiamata diversamente quando la si descrive: “La fanciulla [ebraico בְּתוּלָה, (betulàh)] era molto bella d’aspetto, vergine; nessun uomo l’aveva conosciuta” (Gn 24:16); “Rimanga la fanciulla [ebraico נַּעֲרָ (naarà)] ancora alcuni giorni con noi”. – Gn 24:55.

   Molto è stato scritto dai vari esegeti su questa profezia isaiana. E, come al solito, sono state proposte le più svariate ipotesi. Esaminiamole e passiamole al vaglio delle Scritture.

   Interpretazione mitica. Secondo questa ipotesi la profezia isaiana non sarebbe altro che l’espressione ebraica dell’idea di un meraviglioso liberatore nato in modo straordinario da una donna; presso tutti i popoli si rinviene questo mito. Questa interpretazione è cara agli esegeti della cosiddetta scuola comparatistica, cioè quell’insieme di studi che cercano di comparare le narrazioni bibliche alle narrazioni delle letterature antiche di altri popoli per cercavi le analogie. E così si sono voluti vedere dei paralleli con i miti egizi, iranici, indiani, greci, mesopotamici.

   La tesi di questi esegesi va respinta: ben difficilmente si può infatti pensare che Isaia, tanto contrario al paganesimo, possa aver copiato da esso il mito della “vergine-madre”. Inoltre, Isaia presenta il “figlio” di cui parla non come l’esecutore della felicità tanto desiderata, ma come “un segno”; i miti pagani, invece, si sbizzarriscono nell’esaltare le gesta dell’eroe o del semidio liberatore. Infine, questa interpretazione cozza contro la totale assenza di elementi mitologici nel brano isaiano; nelle cosiddette narrazioni parallele, invece, abbondano i dati favolosi.

   Interpretazione direttamente messianica. Questa ipotesi fa riferimento a quanto segue: Acaz, l’idolatra re del Regno di Giuda (ottavo secolo a. E. V.), era spaventato per la minaccia di un’invasione da parte del Regno di Israele alleatosi con la Sira: “Il cuore di Acaz e il cuore del suo popolo furono agitati” (Is 7:2); “Allora il Signore disse a Isaia: ‘Va’ incontro ad Acaz’” (Is 7:3) “e digli: ‘Guarda di startene calmo e tranquillo, non temere e non ti si avvilisca il cuore’” (Is 7:3,4); Dio non avrebbe permesso a siri e israeliti di unirsi per distruggere Giuda e mettere sul trono un uomo non di stirpe davidica; Dio inviò quindi il profeta Isaia ad Acaz con lo scopo di rafforzarlo: “Così dice il Signore Dio: ‘Questo non avrà effetto; non succederà!’” (Is 7:7); l’idolatra re Acaz fu quindi invitato a chiedere un segno a Dio: “Chiedi un segno al Signore, al tuo Dio!” (Is 7:11); “Acaz rispose: ‘Non chiederò nulla’” (Is 7:12); per reazione, Isaia disse allora al popolo del Regno di Giuda che Dio avrebbe dato ugualmente un segno: “Il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emanuele” (Is 7:14). Fin qui la corretta ricostruzione storica. Gli esegeti che sostengono l’interpretazione direttamente messianica fanno però intervenire a questo punto la loro ipotesi: Isaia, dimentico della situazione del momento, sarebbe stato profeticamente trasportato all’epoca messianica, cantando il Salvatore per eccellenza ovvero il Messia nato da una”vergine-madre”. Sebbene questa ipotesi sia indubbiamente in armonia con la citazione mattaica, presenta la grossa difficoltà di non chiarire il legame tra la profezia e le circostanze in cui essa venne pronunciata. Come avrebbe potuto un evento che si sarebbe verificato oltre settecento anni dopo servire da “segno” (Is 7:14) all’incredulo re Acaz? Come se non bastasse, Matteo – riferendo il passo isaiano al concepimento verginale di Miryàm – non chiarisce affatto sotto quale aspetto la profezia di Isaia si debba riferire alla madre di Yeshùa: vi si riferiva in senso diretto parlando esclusivamente della persona di Yeshùa? O vi si riferiva in senso indiretto, parlando di una persona contemporanea di Isaia e poi anche, indirettamente, di Yeshùa? Matteo non lo dice.

   Resta quindi aperta la ricerca del bimbo preannunciato da Isaia. E qui nascono tre ipotesi.

   Senso collettivo. Secondo certi esegeti Isaia farebbe una profezia riguardante tutti i bimbi allora concepiti o che lo sarebbero stati a breve. Isaia si starebbe rivolgendo a tutte le donne giudee incinte o che sarebbero state prossime ad esserlo, per profetizzare che al momento del parto sarebbero venute le benedizioni di Dio sul Regno di Giuda; Isaia indurrebbe queste donne a chiamare i loro bimbi con il nome di “Emanuele” ovvero “Dio-con-noi”. Questa ipotesi appare davvero debole: la cornice in cui si muove questa profezia è infatti non solo di gioia, ma anche di sofferenze e di desolazione (Is 7:15 e seguenti); inoltre, all’oppressione siro-israelita sarebbe succeduta l’oppressione assira, ancor più dura e grave. Non si vede dunque come le donne giudee potessero essere impressionate dalla benedizione divina tanto da giustificare l’apposizione del nome “Emanuele” ai loro figli.

   Il figlio sarebbe Ezechia. Secondo questa ipotesi l’Emanuele non sarebbe altro che Ezechia, figlio di Acaz e suo successore al trono. Questa teoria – pur accordandosi con il passo isaiano che sembra presentare l’Emanuele come re (8:8) – non spiega affatto perché la moglie di Acaz sarebbe chiamata הָעַלְמָה (haalmàh), “la ragazza”, e non “moglie” (אשה, ishà). Inoltre, sorgerebbe un problema cronologico in quanto sembrerebbe che Ezechia fosse già nato al tempo della profezia. Secondo 2Re 18:2, infatti,  Ezechia “aveva venticinque anni quando cominciò a regnare”, per cui poteva avere a quel tempo forse sette o otto anni, dato che Acaz, suo padre, era salito al trono a 20 anni e regnò per 16 anni. –  2Re 16:2; 2Cr 28:1.

   Un figlio di Isaia. Questa ipotesi identifica il figlio preannunciato ad Isaia con quello di cui si ritorna a palare al capitolo 8.

   Come avere la giusta comprensione? Va innanzitutto detto che nella Bibbia la visione dell’avvenire domina tutta la storia passata e presente. Gli episodi che la Bibbia narra non sono mai narrati con un intento puramente storico; la Bibbia non è un libro di storia. Le narrazioni (comunque storiche) della Bibbia sono fatte con il desiderio di far luce sul presente o sul passato in vista del futuro che esse anticipano: “Tutte le cose che furono scritte anteriormente furono scritte per nostra istruzione, affinché per mezzo della nostra perseveranza e per mezzo del conforto delle Scritture avessimo speranza” (Rm 15:4). Il messianismo, come ogni altro insegnamento teologico, non è presentato nella Bibbia in modo astratto: le astrazioni sono rifiutate dal modo di pensare degli ebrei. Il messianismo viene concretizzato e simboleggiato nelle diverse situazioni storiche o politiche che si vivevano. Il futuro, nella Bibbia, va assumendo i contorni di una persona da cui esso è preannunciato. Nulla di strano, quindi, se anche nella profezia dell’Emanuele la prospettiva profetica – pur parlando di fatti storicamente esistenti – rimbalzi e si spinga verso l’avvenire messianico che era in fondo ad ogni attesa ebraica.

Analisi della profezia di Isaia

   Acaz, re di Giuda, negò l’adesione alla lega siro-israelita, attirandosi così l’ira dei confederati che gli andarono contro riducendolo a mal partito. Nell’ottavo secolo a. E. V., “Resin, re di Siria” e “Pecà, re d’Israele” “salirono contro Gerusalemme per muoverle guerra”, assediando Acaz (Is 7:1). Il loro intento dichiarato era: “Saliamo contro Giuda, terrorizziamolo, apriamo una breccia e proclamiamo re in mezzo a esso il figlio di Tabbeel” (Is 7:6). Avrebbero così avuto a capo del Regno di Giuda questo ignoto personaggio quale re favorevole alle loro tendenze politiche. Re debole e vacillante, Acaz fu presto preso dal panico e sacrificò il suo primogenito nella valle di Hinnom sperando di placare l’ira divina con un sacrificio umano di rito pagano: “Fece passare per il fuoco persino suo figlio, seguendo le pratiche abominevoli delle genti che il Signore aveva cacciate davanti ai figli d’Israele” (2Re 16:3). La situazione era disperata. Isaia fu inviato da Dio ad Acaz per dare un messaggio quanto mai sereno: “Guarda di startene calmo e tranquillo, non temere e non ti si avvilisca il cuore a causa di questi due avanzi di tizzoni fumanti [Regno di Israele e Siria]” (Is 7:4). Al di là degli eventi umani, è Dio che guida ogni cosa; il progetto della lega siro-israelita sarebbe stato frustrato: “Questo non avrà effetto; non succederà!” (Is 7:7). Poi l’avvertimento di Isaia: “Se voi non avete fede, certo, non potrete sussistere” (Is 7:9b). Acaz aveva però già in mente il suo indirizzo politico: ricorrere ad una alleanza con l’Assiria (che gli avrebbe causato alla fine enormi problemi, in quanto il “re d’Assiria, marciò contro di lui, lo ridusse alle strette, e non lo sostenne affatto” – 2Cron 28:20). Fu per questo motivo che Acaz rifiutò la proposta di Isaia di chiedere un segno quale conferma dell’aiuto di Dio: “Chiedi un segno al Signore, al tuo Dio!”, “Acaz rispose: ‘Non chiederò nulla’” (Is 7:11,12). Al rifiuto di Acaz, Isaia dà a nome di Dio lui stesso un segno:

“Il Signore stesso vi darà un segno:

Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio,

e lo chiamerà Emanuele.

Egli mangerà panna e miele

finché sappia rigettare il male e scegliere il bene.

Ma prima che il bambino sappia rigettare il male e scegliere il bene,

il paese del quale tu temi i due re, sarà devastato.

Il Signore farà venire su di te,

sul tuo popolo e sulla casa di tuo padre

dei giorni, come non se ne ebbero mai

dal giorno che Efraim [Regno di Israele] si è separato da Giuda:

vale a dire il re d’Assiria.

Is 7:7-14.

   Il “segno” qui profetizzato è il “figlio” partorito, non il suo miracoloso concepimento (che, del resto, non poteva essere documentato, vanificando così il segno). Se il punto centrale fosse stato il concepimento verginale da parte della madre, Isaia lo avrebbe messo maggiormente in rilievo con una espressione simile a questa: ‘la vergine, senza aver conosciuto uomo, concepirà un figlio’.

   Questo figlio nascituro doveva essere partorito da una ragazza ben nota, dato che essa assume l’articolo determinativo: “la ragazza” (הָעַלְמָה, haalmàh; in ebraico l’articolo הָ, ha, viene attaccato all’inizio del vocabolo come un prefisso). L’obiezione che poiché tale ragazza non è stata nominata prima non può essere ritenuta nota, nonostante l’articolo determinativo, non può essere accolta: nella Bibbia, infatti, abbiamo casi simili; casi in cui un personaggio non ancora noto (ma la cui identità verrà svelata in seguito) viene indicato con l’articolo determinativo. In Gn 14:13 abbiamo in italiano: “Uno degli scampati venne a informare Abramo, l’Ebreo”, ma nel testo ebraico si ha “lo scampato” (הַפָּלִיט, hapalìt – l’articolo הַ, ha, viene scritto in ebraico attaccato al nome); in Nm 11:27 abbiamo in italiano: “Un giovane corse a riferire la cosa a Mosè”, ma nel testo ebraico si ha הַנַּעַר (hanàar), “il giovane”; in 2Sam 15:13 leggiamo nella traduzione italiana: “Venne a Davide un messaggero”, ma nell’originale troviamo “il messaggero” (ebraico הַמַּגִּיד, hamaghìd). Forse l’articolo doveva servire a suscitare ancora di più la curiosità degli uditori che si dovevano domandare chi mai fosse questa ragazza destinata a partorire un figlio che doveva servire da segno alla gente.

   Se tale ragazza fosse Miryàm, non si capirebbe come Yeshùa potesse servire da segno ad Acaz vissuto oltre settecento anni prima.

   Questo bambino nato dalla ragazza sarebbe stato a un tempo “segno” di benedizione divina e di punizione: “Finché sappia rigettare il male e scegliere il bene” (Is 7:15). In quanto segno di benedizione, il bambino si sarebbe chiamato “Dio-con-noi” (“Emanuele”), perché nel momento del pericolo Dio non abbandona il suo popolo e la dinastia davidica. In quanto segno di punizione, avrebbe passato i suoi primi anni in povertà, dato che è detto che “mangerà panna e miele” (v. 15). Occorre comprendere bene queste parole. L’espressione “panna e miele” va distinta dall’altra simile, ma diversa, di “latte e miele”. “Latte e miele” – prodotti che costituiscono l’alimentazione ideale per i nomadi – era un proverbio o modo di dire molto usato per indicare la fertilità della terra promessa (Nm 13:27; Es 3:8). L’espressione “panna e miele”, invece, non assume mai nella Bibbia il valore proverbiale di felicità e benessere. La “panna” è qualcosa di simile al latte rappreso (usato ancora oggi dagli arabi come dissetante), che pur essendo gustoso era un cibo di emergenza per i tempi difficili. La parola ebraica tradotta con “panna” è חֶמְאָה (khemàh). Nonostante la TNM traduca “Egli mangerà burro e miele”, la parola ebraica non indica affatto il burro. F. Zorell spiega che questo termine si riferisce al “latte rappreso, cagliato” (Lexicon Hebraicum Veteris Testamenti, Roma, 1984, p. 248). Era una emulsione prevalentemente di grasso ottenuta agitando o sbattendo il latte. Invece di essere allo stato solido – come il moderno burro del mondo occidentale – era allo stato semifluido, come indicato in Gb 20:17: “Non godrà più la vista d’acque perenni, né di rivi fluenti di miele e di panna [ebraico חֶמְאָה (khemàh)]”. Tuttavia, essendo questa “panna” abbinata al “miele” (simbolo di abbondanza – 2Re 18:2; Sl 81:16; Ez 27:17), significa che Dio benedirà il bambino nonostante le difficoltà. Lo stesso concetto riappare anche al v. 22, dove assieme alla dura opposizione assira che avrebbe fatto piazza pulita come un rasoio affilato, si afferma che – nonostante la desolazione della terra ridotta a deserto – i superstiti potranno possedere solo una mucca e due pecore a famiglia, ma ognuno potrà saziarsi di “panna [latte rappreso] e miele”: “In quel giorno, il Signore, con un rasoio preso a noleggio di là dal fiume, cioè con il re d’Assiria, raderà la testa, i peli dei piedi e porterà via anche la barba. In quel giorno avverrà che uno nutrirà una giovenca e due pecore, ed esse daranno tale abbondanza di latte, che egli mangerà panna; poiché panna e miele mangerà chiunque sarà rimasto superstite nel paese” (Is 7:20-22). Così, si può concludere che anche il bambino, di cui si profetizza la nascita, vivrà in tempi calamitosi (“panna”, latte rappreso) ma sarà benedetto da Dio (“miele”).

   Sarà proprio questa situazione che gli conferirà un’esperienza pratica del bene e del male: “Egli mangerà panna e miele finché sappia rigettare il male e scegliere il bene” (v. 15). Quel “finché” usato dalle moderne traduzioni italiane non è corrispondente al testo ebraico: nel testo originale si ha infatti un infinito preceduto dalla preposizione làmed (ל, l), costruzione che di solito indica un senso finale: affinché. Bene traduce la Vulgata latina: “Ut [affinché] sciat reprobare malum et eligere bonum”. Fuori dal coro, la TNM traduce: “Egli mangerà burro e miele per il tempo in cui saprà rigettare il male e scegliere il bene”; a parte l’anacronistico burro, “per il tempo in cui”? Cosa significa?

   Il bimbo potrà così comprendere che tutta la benedizione viene dalla fiducia in Dio, mentre il male proviene dagli uomini (anche se sono chiamati in aiuto). Egli porterà con sé il monito perenne di abbandonare ogni alleanza umana per riporre la propria fiducia in Dio.

   Prima che questo bambino raggiunga tale esperienza, i due re – di cui Acaz ha terrore – saranno sconfitti e il loro territorio devastato: “Prima che il bambino sappia rigettare il male e scegliere il bene, il paese del quale tu temi i due re, sarà devastato”. – V. 16.

   NR traduce l’inizio del v. 16 così: “Ma prima che”. Tuttavia, l’ebraico ha כִּי (ki), “perché” o “poiché”. Questo כִּי (ki) non è da intendersi come causale, come se fosse: il bambino mangerà panna e miele per il motivo che ci sarà desolazione. È piuttosto un כִּי (ki) asseverativo o affermativo, come se fosse: ‘sì, prima che…’ (Grammaire de l’hébreu biblique, Roma, 1948, § 164 b). È lo stesso כִּי (ki) di Is 1:20;40:5;45:23, in cui ha lo stesso senso.

   “Prima che il bambino sappia rigettare il male e scegliere il bene” indica un certo sviluppo, ma non necessariamente che egli giunga all’età di vent’anni, come nella Regola della Comunità a Qumràn, dove la frase assume un colorito sessuale: “Non si accosti a donna per conoscerla con un contatto maschile se non quando, compiuti i vent’anni, sappia conoscere il bene e il male” (1QSa colonna 1, linea 9 e sgg.). Sulla scorta di Dt 1:39 si può pensare ad una età sui sette anni: “I vostri bambini, […] i vostri figli, che oggi non conoscono né il bene né il male”.

   “Prima che il bambino sappia rigettare il male e scegliere il bene, il paese del quale tu temi i due re, sarà devastato” (v. 16). Ciò di fatto avvenne: il regno di Damasco (Siria) fu annientato e quello di Israele fu mutilato di vasti territori così da divenire inoffensivo.

   Tuttavia, l’imprudente richiesta di soccorso rivolta all’Assiria da Acaz si sarebbe rivelata un disastro. “Acaz inviò dei messaggeri a Tiglat-Pileser, re degli Assiri, per dirgli: ‘Io sono tuo servo e tuo figlio; sali qua e liberami dalle mani del re di Siria e dalle mani del re d’Israele, che hanno marciato contro di me’. Acaz prese l’argento e l’oro che si poté trovare nella casa del Signore e nei tesori del palazzo reale, e li mandò in dono al re degli Assiri” (2Re 16:7,8). “Acaz aveva spogliato la casa del Signore, il palazzo del re e dei capi, e aveva dato tutto al re d’Assiria; ma a nulla gli era giovato” (2Cron 28:21). Dopo la morte di Acaz, Sennacherib (re dell’Assiria) invase il regno di Giuda.

   Questa l’analisi della profezia di Isaia. Ma si può approfondire ancora di più il passo isaiano e individuare la donna e il ragazzo di cui parla Isaia? Sì.

L’identificazione della donna e del bambino

   Dopo la profezia che è stata appena analizzata, ecco che Isaia passa a descrivere la nascita di quello che sembrerebbe forse un altro bambino. È una nascita accompagnata da circostanze assai strane: se ne annuncia la nascita prima ancora del concepimento e se ne scrive il nome su una tavoletta alla presenza di un sacerdote e di un parente. Ecco il racconto:

“Il Signore mi disse: ‘Prendi una tavoletta grande e scrivici sopra in caratteri leggibili: Affrettate il saccheggio! Presto, al bottino!’ Mi scelsi come testimoni fedeli il sacerdote Uria e Zaccaria, figlio di Ieberechia. Mi unii pure alla profetessa, e lei concepì e partorì un figlio. Allora il Signore mi disse: ‘Chiamalo <Affrettate il saccheggio. Presto al bottino>; poiché prima che il bambino sappia chiamare papà e mamma, le ricchezze di Damasco e il bottino di Samaria saranno portati davanti al re d’Assiria’”. – Is 8:1-4.

   Sorge il dubbio che si tratti dello stesso bambino di cui si è parlato al capitolo precedente (Is 7). Un esame più penetrante riguardo ai due bambini (quello del capitolo 7 e quello del capitolo 8 di Is) ci fa passare dal dubbio alla certezza: si tratta dello stesso bambino. Questo appare chiaro confrontando i punti essenziali di contatto:

 

Vv.

Is 7

Vv.

Is 8

1

Il Signore mi disse: ‘Prendi una tavoletta grande e scrivici sopra in caratteri leggibili: Affrettate il saccheggio! Presto, al bottino!’.

2

Mi scelsi come testimoni fedeli il sacerdote Uria e Zaccaria, figlio di Ieberechia.

14

Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio,

e lo chiamerà Emmanuele.

3

Mi unii pure alla profetessa, e lei concepì e partorì un figlio. Allora il Signore mi disse: ‘Chiamalo ‘Affrettate il saccheggio. Presto al bottino’;

16

Ma prima che il bambino sappia rigettare il male e scegliere il bene,

il paese del quale tu temi i due re, sarà devastato.

4

poiché prima che il bambino sappia chiamare papà e mamma, le ricchezze di Damasco e il bottino di Samaria saranno portati davanti al re d’Assiria’.

18-20

(L’Assiria, come un rasoio, raderà il regno di Giuda).

7,8

(L’Assiria inonderà il regno di Giuda).

8

Emanuele.

   Il parallelismo è impressionante:

   1. “La giovane” e “la profetessa”. Questa non può essere la moglie di Isaia: in tal caso sarebbe stata chiamata ‘sua moglie’. Inoltre, se fosse sua moglie avremmo l’unico caso della Bibbia in cui anziché dire che ‘si unì a sua moglie’ (come di consueto si dice nella Bibbia), si direbbe ‘si unì a…’ usando un altro nome al posto di moglie. La profetessa doveva essere una giovane donna nota per le sue doti profetiche. Forse viveva nel Tempio: si noti l’intervento del sacerdote. Si spiegherebbe così il nome di Emanuele (“Dio-con-noi”) che ella avrebbe dato al bambino, mentre il nome dato dal padre sarebbe stato Mahèr-shalàl-khash-bas (ebraico מַהֵר שָׁלָל חָשׁ בַּז). Inoltre, siccome nel parallelismo la profetessa è una giovane vergine, questo esclude la moglie. Non si deve intendere che la moglie di Isaia fosse morta. A quel tempo la poligamia, specialmente tra persone aristocratiche e nobili (come Isaia), era assai diffusa. Anzi, per tale unione era richiesto che la donna non fosse già unita ad altro uomo: fatto che avvalora l’identificazione con la vergine. Infine, chiamare la propria moglie “la profetessa” sarebbe molto strano.

   2. Il bambino è già un segno prima di nascere: prima ancora che sia concepito gli viene assegnato un nome che reca l’idea di liberazione dai nemici. Il regno di Giuda, che è in condizioni disperate, sarà quindi salvo.

   3. Il tempo della sconfitta dei due re alleati ad opera dell’Assiria è indicato in modo quasi identico. I due regni sono gli stessi: la Siria e il regno di Israele (Samaria). Prima che il bambino sappia discernere tra male e bene (7:16), prima che sappia dire con cognizione papà e mamma (8:4), ecco che la terra nemica sarà desolata (7:16) e le sue ricchezze portate in Assiria (8:4). La realtà storica confermò che Isaia aveva ragione di chiamare il suo bambino in modo così strano.

   4. Anche il modo eccezionale con cui il profeta preannuncia, alla presenza di testimoni, che il figlio della profetessa sarebbe stato un maschio con un nome simbolico riguardante appunto la sconfitta dei due re nemici, avvolge tutto il nascituro in un’aureola di “segno”.

   5. Dopo la liberazione dai due re coalizzati contro Acaz – proprio per la mancata fiducia in Dio – l’Assiria strariperà contro il regno di Giuda e lo inonderà tutto, lo punirà gravemente (“fino al collo”). C’è un perfetto parallelismo con Is 7:18-25. Anzi, il nome di “Emanuele” inserito in Is 8:8 dimostra che si tratta proprio dello stesso bambino di Is 7.

   6. Nello stesso capitolo 8, dopo aver riferito la nascita del bambino già profetizzato al capitolo 7, Isaia chiaramente dice che lui stesso e i “suoi figli” sono dei segni per i giudei: “Eccomi con i figli che il Signore mi ha dati; noi siamo dei segni e dei presagi in Israele da parte del Signore degli eserciti, che abita sul monte Siòn” (Is 8:18). Il richiamo al precedente “segno” (Is 7:14) è evidente. La conclusione è sempre la stessa: il bimbo già predetto da Isaia è proprio lo stesso figlio di Isaia, la cui nascita è descritta in modo tanto strano.

   7. Pur riconoscendo il senso letterale della profezia isaiana, ne rimane valida l’applicazione al Messia (Cristo), al consacrato, fatta da Matteo. Il primo evangelista coglie così il senso più profondo che è insito nella profezia di Isaia. Infatti, il “segno” presentato dal bambino vuole garantire la persistenza del regno di Giuda, con la sua dinastia davidica, in mezzo a minacce incombenti. La difesa divina si attua verso i giudei e il trono davidico proprio perché è da lì che deve venire colui che sarà “figlio di Davide” per eccellenza, il re messianico. Questi non solo sarà segno dell’amore provvidenziale di Dio per il suo popolo (come lo fu il figlio di Isaia), ma sarà anche l’esecutore di tale liberazione.

   La visione di Isaia abbraccia una visuale ampia: inizia con la salvezza dall’oppressione nemica (presignificata dal figlio di Isaia) e si spinge fino alla liberazione definitiva attuata da colui che in modo eminente sarebbe stato davvero il rappresentante massimo di Dio, vale a dire il “Dio-con-noi”, l’“Emanuele”.

   Mentre il figlio di Isaia, segno della presenza divina (“Dio-con-noi”), nasce in modo strano da una “profetessa”, il vero “Dio-con-noi” nascerà da una ragazza che Matteo chiamerà “vergine”. Di questa persona messianica che aveva in mente, Isaia passerà a cantare le meraviglie al capitolo 11.

   Ma non è finita. Ci sono un secondo e un terzo bambino. Si veda per questo lo studio successivo.