Il canone delle Sacre Scritture

La parola “canone” deriva dal greco κανών (kanòn), “canna”, “bastone diritto”, “regolo”. La parola kanòn indicava lo strumento di misura per la lunghezza (un bastone diritto, appunto). In ebraico la parola “canna” è קָנֶה (qanèh). In Ez 40:3 si fa riferimento a questa canna per misurare: “Aveva in mano una corda di lino e una canna [קָנֶה (qanèh)] per misurare”. – Cfr. anche Ez 40:4-8;41:8;42:16-19.

   Da qui il significato traslato di “regola”. Paolo applicò il termine kanòn alla “regola di condotta” con cui misurare il modo di agire: “Su quanti cammineranno secondo questa regola [κανόνι (kanòni), qui al caso dativo] siano pace e misericordia, e così siano sull’Israele di Dio”. – Gal 6:16.

   L’espressione “canone biblico” venne così a indicare il catalogo dei libri ispirati che compongono l’intera Bibbia (le Sacre Scritture) ovvero i libri che costituiscono la regola di fede, dottrina e condotta.

Come si determina la canonicità?

   Come abbiamo già visto in questa stessa sezione, i libri che compongono la Sacra Scrittura sono 66. Quali i criteri che permettono di determinare la canonicità di questi 66 libri della Bibbia? Il semplice fatto che un libro religioso sia tenuto in gran conto da milioni di persone non è di per sé una prova che esso sia di origine divina o canonico. Deve avere credenziali attestanti che è stato ispirato da Dio. “La profezia non fu mai recata dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano sospinti dallo spirito santo”. – 2Pt 1:21, TNM.

   Innanzitutto, ci sono i criteri divini, cioè quelli stessi stabiliti da Dio. Ad esempio, la parola di Dio vieta la pratica dello spiritismo, degli incantesimi e della divinazione (Dt 12:31; Ger 32:35; 2Re 16:3) e vieta l’incesto, la sodomia e la bestialità (Lv 18:6,22-30;20:13). Ovviamente, non sarebbe mai entrato nel canone biblico uno scritto favorevole a queste pratiche detestabili. Allo stesso modo, gli scritti canonici devono sostenere l’adorazione del solo unico e vero Dio, il Dio d’Israele. In pratica: un libro è canonico se il suo contenuto si accorda col modello biblico; non è ammesso nel canone se non raggiunge il modello biblico.

   Ci sono poi criteri oggettivi. Gli scritti canonici devono dar prova di accuratezza storica e geografia.

   I criteri di canonicità possono essere così riassunti:

  1. Autorità divina: Il singolo libro è ispirato? Fu dato da Dio tramite il suo spirito ad un uomo o proviene solo da

       un uomo?

  1. Autorità umana: Fu scritto, edito o ebbe la sanzione di un profeta o di un uomo che parlava per conto di Dio?
  2. Genuinità: Si può far risalire al tempo e allo scrittore da cui asserisce di discendere? O, se lo scrittore non è

       nominato, si può provare che contenga la medesima materia che conteneva quando fu scritto?

  1. Autenticità: È autentico? È verace?
  2. Testimonianza: Se fa parte delle Scritture Ebraiche, fu accettato dalla comunità ebraica? Se fa parte delle

       Scritture Greche, fu accettato dalla comunità dei discepoli di Yeshùa?

   Tra le diverse confessioni religiose ci sono notevoli diversità circa la lista dei libri considerati canonici. Si hanno così diversi canoni (ebraico, samaritano, ortodosso, cattolico, protestante, copto, siriaco). La più rilevante distinzione è tra il canone ebraico e quelli cosiddetti cristiani. Gli ebrei, come si sa, non accolgono il cosiddetto Nuovo Testamento, dato che non accolgono Yeshùa come messia. I cattolici, d’altra parte, accolgono come biblici dei libri che i protestanti chiamano apocrifi (o spuri); d’altra parte, questi libri sono detti dai cattolici “deuterocanonici” (parola derivata dal greco che indica che sono appartenenti ad un presunto “secondo canone”).

La canonicità delle Scritture Ebraiche

   Le prove intrinseche non lasciano dubbi sul fatto che questi scritti siano di origine divina, ispirati da Dio, quindi canonici, e che costituiscano parola di Dio. Mosè, cui è attribuito il Pentateuco (la Toràh, i primi cinque libri della Bibbia ebraica) non divenne condottiero degli israeliti di sua propria iniziativa, anzi, dapprima non ne voleva sapere (Es 3:10,11;4:10-14). Fu Dio a chiamare Mosè e a conferirgli poteri miracolosi tali che perfino i sacerdoti del faraone furono costretti a riconoscere che Mosè era stato davvero mandato da Dio (Es 4:1-9;8:16-19). Mosè non divenne quindi scrittore per ambizione personale. Piuttosto, in ubbidienza al comando divino (Es 34:27), e con le credenziali divine dello spirito santo, fu spinto a pronunciare e poi a mettere per iscritto una parte del canone biblico. – Es 17:14.

    Va notato che la nazione d’Israele riconobbe come autentici quei documenti mosaici che spesso discreditavano la nazione in stessa (Dt 31:9,24-26). Come d’uso nelle antiche nazioni, documenti simili sarebbero stati distrutti, ma gli israeliti mai fecero tentativi del genere. Questa è quella che si chiama una prova interna: il candore con cui gli ebrei accolsero documenti che parlavano male di loro.

   La classe sacerdotale ebraica aveva il compito sia di preservare quegli scritti sia di insegnarli al popolo. Quasi 1000 anni dopo che il Pentateuco era stato scritto, quando “il sommo sacerdote Chilchia” annunciò: “Ho trovato nella casa del Signore il libro della legge”, il Pentateuco era ancora completo e intatto. “Quando il re udì le parole del libro della legge, si stracciò le vesti” per la condanna di Dio sul popolo ebraico che vi trovò. – 2Re 22:8,11.

   Dopo l’esilio in Babilonia, i giudei gioirono quando Esdra lesse al popolo riunito la Toràh: “Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo . . . e, appena aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi . . . [i sacerdoti] spiegavano la legge al popolo, e tutti stavano in piedi al loro posto. Essi leggevano nel libro della legge di Dio in modo comprensibile; ne davano il senso, per far capire al popolo quello che leggevano . . . dissero a tutto il popolo: . . . «Non siate tristi e non piangete!». Tutto il popolo infatti piangeva, ascoltando le parole della legge . . . Tutto il popolo se ne andò . . . a fare gran festa, perché avevano capito le parole che erano state loro spiegate . . . Trovarono scritto nella legge, che il Signore aveva data per mezzo di Mosè . . .  Dal tempo di Giosuè, figlio di Nun, fino a quel giorno, i figli d’Israele non avevano più fatto così. E ci fu grandissima gioia. Fu letto un brano della legge di Dio ogni giorno, dal primo all’ultimo; la festa durò sette giorni, e l’ottavo si tenne una solenne assemblea.” – Nee 8:5-18, passim.

   Dopo la morte di Mosè furono aggiunti altri scritti (Gs, Gdc, Rut, 1 e 2 Sam). Vennero poi i profeti. Il canone biblico si andava formando: gli scrittori sacri, ispirati, parlarono e scrissero in nome di Dio. In Dt 13 troviamo un criterio – per così dire – di canonicità: “Quando sorgerà in mezzo a te un profeta o un sognatore che ti annuncia un segno o un prodigio, e il segno o il prodigio di cui ti avrà parlato si compie, ed egli ti dice: «Andiamo dietro a dèi stranieri, che tu non hai mai conosciuto, e serviamoli», tu non darai retta alle parole di quel profeta o di quel sognatore” (Vv. 1-3). “Il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome qualcosa che io non gli ho comandato o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta sarà messo a morte. Se tu dici in cuor tuo: «Come riconosceremo la parola che il Signore non ha detta?». Quando il profeta parlerà in nome del Signore e la cosa non succede e non si avvera, quella sarà una parola che il Signore non ha detta; il profeta l’ha detta per presunzione; tu non lo temere”. – Dt 18:20-22.

   Un esame del canone biblico mostra che il suo contenuto soddisfa del tutto i criteri di canonicità.

   Pochi secoli prima della nascita di Yeshùa il canone delle Scritture Ebraiche era ben stabilito e conteneva gli stessi scritti che abbiamo oggi. Soltanto i libri che attualmente compongono il canone hanno un solido fondamento di canonicità. Dai tempi antichi i tentativi di includere altri scritti sono stati sempre respinti.

   Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, verso il 100 E. V., conferma che a quell’epoca il canone delle Scritture Ebraiche era già fissato da lungo tempo: “Non possediamo miriadi di libri incoerenti, in conflitto fra loro. I nostri libri, quelli giustamente riconosciuti, sono solo ventidue [raggruppando Rut con Gdc e Lam con Ger, alcune fonti ebraiche ne contavano 22, pari al numero delle lettere dell’alfabeto ebraico], e contengono la storia di tutti i tempi. Di questi, cinque sono i libri di Mosè, comprendenti le leggi e la storia tradizionale dalla nascita dell’uomo fino alla morte del legislatore . . . Dalla morte di Mosè ad Artaserse, che succedette a Serse quale re di Persia, i profeti posteriori a Mosè scrissero la storia degli avvenimenti dei loro tempi in tredici libri. I rimanenti quattro libri contengono inni a Dio e precetti su come gli uomini devono condursi nella vita”. – Contro Apione I, 38-40.

   La canonicità di un libro biblico non dipende minimamente dal fatto che un concilio lo accetti o lo respinga. Tali concili possono solo confermare ciò che Dio stesso ha già fatto tramite i suoi profeti. Due concili (uno verso il 90 e l’altro verso il 118 della nostra èra) tenuti da ebrei a Yavne o Jamnia (a sud di Ioppe) esclusero categoricamente gli scritti apocrifi (quelli chiamati deuterocanonici dai cattolici). Quei concili riconobbero (si noti; riconobbero, non stabilirono) il canone della Bibbia ebraica. Giuseppe Flavio conferma: “Dal tempo di Artaserse fino al nostro è stata scritta una storia completa, ma non è stata ritenuta dello stesso valore dei documenti precedenti, perché manca l’esatta successione dei profeti. Abbiamo dato una dimostrazione pratica della nostra riverenza per le nostre stesse Scritture. Poiché, nonostante siano ora passati molti secoli, nessuno si è permesso né di aggiungere, né di togliere, né di modificare una sola sillaba; ed è istintivo per ogni ebreo, dal giorno della sua nascita, considerarle come decreti di Dio, attenervisi e, se necessario, morire con gioia per esse”. — Contro Apione, I, 41-43.

   Paolo, a ragione, dice che agli ebrei “furono affidate le rivelazioni di Dio”. — Rm 3:2.

   Infine, la testimonianza più autorevole sulla canonicità delle Scritture Ebraiche è l’indiscutibile parola di Yeshùa: “Voi errate, perché non conoscete le Scritture” (Mt 22:29; cfr anche Mt 5:17;7:12;22:40; Lc 16:16; Gv 10:34;12:34;15:25; At 18:24; Rm 1:2; 2Tm 3:15). Si noti la parola “Scritture”: questa parola indica di per sé che esisteva una raccolta ben definita di Scritti Sacri, tanto che era detta “Scritture”. Yeshùa riconobbe e approvò il canone ebraico, dato che si riferì alle intere Scritture Ebraiche quando parlò di “legge di Mosè” (Toràh), “Profeti” (Neviìm) e “Salmi” (Ketuvìm – qui i Salmi, essendo la parte più consistente, sono citati per l’intera sezione), come testimoniato in Lc 24:44. Questa era proprio la suddivisione in tre sezioni che gli ebrei facevano della Bibbia ebraica.

La canonicità delle Scritture Greche

   Nessuno dei redattori delle Scritture Greche pensava che i suoi scritti sarebbero entrati a far parte di una collezione di libri “canonica”. In verità, il processo che portò alla definizione del canone delle Scritture Greche (vale a dire la fissazione dei 27 libri che le compongono) non fu né breve né sereno. I criteri di canonicità potrebbero essere riassunti in: origine apostolica del libro; conformità del contenuto alla regola della fede apostolica; uso da parte della comunità dei discepoli di Yeshùa.

   Il catalogo antico più famoso per la storia della formazione del canone delle Scritture Greche è indubbiamente il Frammento Muratoriano. Tale frammento fu scoperto da Ludovico Antonio Muratori nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Lui stesso lo pubblicò nel 1740. Fa parte di un codice manoscritto di 76 fogli di pergamena di 27 x 17 cm ciascuno. Il frammento è lacunoso: manca sia l’inizio sia la fine del testo. Il Frammento Muratoriano è in latino e risale all’ultima parte del 2° secolo (gli studiosi datano il Frammento Muratoriano tra il 170 e il 200).

   Questo documento attesta l’esistenza dei quattro Vangeli e presenta una collezione canonica di 13 lettere di Paolo; in esso manca la parte iniziale, ma dato che il frammento definisce Luca come il terzo Vangelo si desume che Matteo e Marco erano stati già menzionati. Eccone la traduzione dal latino: “Poi il terzo libro del vangelo è secondo Luca. Questo Luca, medico, dopo l’ascensione di Cristo scrisse il vangelo che ha lui per autore . . . Il quarto vangelo è di Giovanni, uno dei discepoli . . . Sebbene nei singoli vangeli i punti di partenza siano diversi, tale differenza non compromette affatto la fede dei credenti, poiché nei singoli unico è lo spirito direttivo che anima l’esposizione dei fatti riguardanti la nascita, la passione, la risurrezione, la vita che dopo di essa trascorse con i suoi discepoli, nonché la duplice venuta: la prima ha già avuto luogo, in modo semplice, nella volontaria umiliazione; la seconda si verificherà fulgida, con regale maestà. Non c’è dunque da stupirsi se Giovanni anche nelle sue epistole esprime senza ambagi quanto è stato un singolare frutto della sua esperienza, asserendo egli stesso: «Ciò che abbiamo visto con i nostri occhi e udito con i nostri orecchi, ciò che le nostre mani hanno palpato, questo noi vi abbiamo scritto». Dichiara così di essere non solo testimone oculare e direttamente auricolare, ma anche lo scrittore dei fatti meravigliosi del Signore narrati secondo il loro ordine. Le gesta poi di tutti gli apostoli sono state scritte in un libro: con una dedica all’eccellentissimo Teofilo, Luca vi ha raccolto tutti i vari eventi . . . Le epistole di Paolo dichiarano da sole quali siano . . . da quale luogo e per quale motivo furono scritte. La prima di tutte è quella ai Corinzi, per sopprimere sette scismatiche; viene poi quella ai Galati, per sopprimere la circoncisione; con maggiore ampiezza scrive ai Romani, per dimostrare che Cristo è la norma delle Scritture e poi il loro termine e principio. Su ognuna di queste epistole è necessario che ci soffermiamo, giacché lo stesso beato Paolo, seguendo la norma di Giovanni, suo predecessore, scrive nominatamente soltanto a sette chiese, in quest’ordine: la prima ai Corinzi, la seconda agli Efesini, la terza ai Filippesi, la quarta ai Colossesi, la quinta ai Galati, la sesta ai Tessalonicesi, la settima ai Romani; sebbene, a scopo esortativo, abbia scritto una seconda epistola tanto ai Corinzi quanto ai Tessalonicesi, tuttavia la Chiesa sparsa in tutto il mondo la considera come una sola. Infatti, anche Giovanni, nell’Apocalisse, sebbene scriva a sette chiese, intende tuttavia parlare a tutte. Ma ve n’è pure una a Filemone, una a Tito e due a Timoteo, che, seppure dettate in momenti di affetto e amorevolezza, sono state riconosciute sacre per l’onore della Chiesa . . . Sono considerate sacre l’epistola di Giuda e le due del succitato Giovanni; . . . Accogliamo anche le apocalissi, ma solo quelle di Giovanni e di Pietro; quest’ultima però qualcuno di noi, non vuole che sia letta in chiesa”. – Le colorazioni delle parole sono state aggiunte.

   Abbiamo evidenziato, colorandoli, i libri biblici menzionati nel Frammento Muratoriano per poterli confrontare con l’elenco dell’attuale canone qui sotto riportato, aggiungendo delle note.

 

Matteo*                

Marco*                 

Luca                  

Giovanni              

Atti                  

Romani                

1 Corinti             

2 Corinti              

Galati                

Efesini               

Filippesi             

Colossesi             

1 Tessalonicesi       

2 Tessalonicesi       

1 Timoteo             

2 Timoteo             

Tito                  

Filemone              

Ebrei^                             

Giacomo^                                               

1 Pietro°             

2 Pietro              

1 Giovanni**              

2 Giovanni            

3 Giovanni            

Giuda                 

Rivelazione (Apocalisse)           

* Dato che il frammento definisce Luca come il terzo Vangelo, si desume che Mt e Mr erano già stati menzionati nella prima parte (mancante).

** Il Frammento Muratoriano menziona solo due epistole di Giovanni. Ma queste “non possono che essere la seconda e la terza, il cui scrittore si definisce semplicemente ‘l’anziano’. Avendo già accennato alla prima, sebbene solo incidentalmente in relazione al Quarto Vangelo, e avendo ivi dichiarato la propria assoluta convinzione che essa era di origine giovannea, l’autore si sentì qui giustificato a limitarsi alle due lettere minori”. – The New Schaff-Herzog Encyclopedia of Religious Knowledge, 1956, vol. VIII, pagg. 55-56.

° “L’ipotesi più probabile è quella che manchino alcune parole, forse un rigo, in cui I Pietro e l’Apocalisse di Giovanni erano menzionati fra i libri riconosciuti”. – The New Schaff-Herzog Encyclopedia of Religious Knowledge, 1956, vol. VIII, pagg. 55-56.

^ Sia Eb che Gc mancano nel Frammento Muratoriano. Origène (circa 230) accetta fra le Scritture ispirate i libri di Eb e di Gc.

→ “Il Nuovo Testamento viene ritenuto inequivocabilmente costituito dai quattro Vangeli, dagli Atti, dalle tredici epistole di Paolo, dall’Apocalisse di Giovanni, probabilmente dalle sue tre epistole, da Giuda, e probabilmente da I Pietro, mentre l’opposizione a un altro scritto di Pietro non era ancora stata messa a tacere”. — The New Schaff-Herzog Encyclopedia of Religious Knowledge, 1956, vol. VIII, pagg. 55-56.

→ Atanasio, Girolamo e Agostino inclusero nel canone gli stessi 27 libri che abbiamo ora.

   I cataloghi di Ireneo, Clemente Alessandrino, Tertulliano e Origène, completati dalle loro citazioni e integrati da ciò che scrive Eusebio (antico storico ecclesiastico), confermano l’attuale canone.

   Il primo a parlare dell’esistenza di Vangeli scritti fu Papia di Ierapoli (morto verso il 140). Dalla sua opera (Spiegazioni delle parole del Signore) andata perduta (ci sono però delle citazioni nella Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea), si deduce che egli si rifà alla tradizione orale.

   Potremmo domandarci: Perché fu necessario un canone per stabilire quali libri fanno parte delle Scritture Greche? Le motivazioni hanno a che fare con la natura umana.

   Ancor oggi assistiamo allo scempio che certi sedicenti studiosi – per meglio dire, persone religiose che vogliono sostenere le proprie tesi – fanno di parti delle Scritture. Quando trovano nella Bibbia qualcosa che smentisce le loro asserzioni, usano le forbici: tagliano passi e, a volte, interi libri della Scrittura. Nel passato, Marcione (2° secolo) era uno di questi. Costui stabilì un canone tutto suo (detto Piccolo Canone) a sostegno delle sue dottrine (era uno gnostico): prese solo certe lettere di Paolo e parti di Luca, rifiutando in blocco tutte le Scritture Ebraiche.

   Si aggiunga un altro fatto: gli scritti apocrifi proliferavano e la loro massa si andava diffondendo rapidamente. Gli scritti apocrifi sono spesso solo fantasiosi e infantili. Spesso non sono accurati.

Gli apocrifi

4

   Era indispensabile, dunque, avere un catalogo certo: il canone, appunto. La situazione, nella prima metà del 2° secolo era la seguente: circolavano nelle comunità dei discepoli di Yeshùa:

– scritti originali risalenti direttamente o indirettamente agli apostoli;

– copie di tali scritti;

– scritti falsamente attribuiti agli apostoli;

– scritti che non risalivano agli apostoli, ma che godevano quasi della stessa autorità.

   Dopo la morte di Yeshùa, per la primitiva congregazione l’autorità era costituita dagli apostoli. Come scrisse Moule, “per i primissimi cristiani i dodici rappresentano il ‘canone’ cioè il metro di riferimento, il modello per mezzo del quale si poteva stabilire, finché essi vissero, l’autenticità del messaggio cristiano”. – F. D. Moule, Le origini del N.T. , Brescia 1971, p. 249.

   Erano poi scomparsi o quasi i testimoni attendibili, capaci di risolvere le controversie di attribuzione dei testi. Stava prendendo vigore il movimento filosofico-teologico dello gnosticismo. Il termine “gnosi” proviene dal greco ghnòsis (γνῶσις) e significa “conoscenza”. Secondo gli gnostici solo la conoscenza può condurre alla salvezza. Secondo costoro esistono due princìpi increati in perenne lotta fra di loro: uno, il Dio-spirito, da cui deriva il bene e l’altro, la materia, da cui deriva il male. Yeshùa, essendo puro spirito (bene), non poteva rivestirsi di un corpo materiale (che era male). Quindi, per venire nel mondo, avrebbe preso solo una parvenza corporea. Questa teoria è respinta dalla Scrittura.

   La semplice constatazione appena fatta avvalora l’ipotesi di una definizione del canone molto vicina all’epoca apostolica: più tempo sarebbe passato, e maggiori difficoltà ci sarebbero state ad arginare gli scritti eretici, specialmente quelli gnostici.

   Le pretese degli scritti eretici e gnostici furono bloccate sul nascere dalla primitiva congregazione che fece proprio l’incoraggiamento di Paolo: “Ora, fratelli, ho applicato queste cose a me stesso e ad Apollo a causa di voi, perché per nostro mezzo impariate a praticare il non oltre quel che è scritto”. – 1Cor 4:6.

   Il primo elenco completo dei 27 libri delle Scritture Greche si deve a Atanasio di Alessandria, il quale, nella lettera 39 del 367, stila un elenco dei libri canonici sia delle Scritture Ebraiche sia di quelle Greche. Egli distingue tra libri canonizzati (kanonizòmena), libri che si possono leggere (anaghinoskòmena) e libri apocrifi (apòkrüfa).

   Tra la fine del 4° e l’inizio del 5° secolo si hanno le prime decisioni conciliari sul canone biblico: si tratta dei concili di Ippona (393) e di Cartagine (397 e 419) cui prese parte anche Agostino. Non è davvero il caso che la Chiesa Cattolica si arroghi il diritto di aver deciso quali libri debbano essere inclusi nel canone biblico, rifacendosi al Concilio di Cartagine (397), durante il quale fu compilato un catalogo dei libri. A quel tempo il canone era già stato stabilito. Non fu certo per decreto del concilio. La Chiesa Cattolica si limitò ad accettarlo. Tuttavia, nulla fece per eliminare gli apocrifi dal canone cattolico. Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, il canone biblico venne dogmaticamente stabilito l’8 aprile 1546 dal decreto De canonicis Scripturis del Concilio di Trento, il quale non fece altro che riprendere l’elenco dei libri canonici contenuto nel Decretum pro Iacobitis del Concilio di Firenze (4 febbraio 1441).

 

Brevi cenni storici

Giustino Martire (morto nel 165 ca.), nel suo Dialogo con Trifone (XLIX), usa l’espressione “è scritto” nel citare Matteo, così come fanno i Vangeli stessi quando citano le Scritture Ebraiche. La stessa cosa fa in una precedente opera, la “Lettera di Barnaba”.

Giustino Martire nella I Apologia (LXVI, LXVII) chiama “vangeli” le “memorie degli Apostoli”.

Teofilo di Antiochia, nel secondo secolo, dichiarò: “Circa la giustizia comandata dalla legge, espressioni di conferma si trovano sia fra i profeti che nei Vangeli, perché tutti parlarono mentre erano ispirati dal medesimo Spirito di Dio”.

Teofilo usa espressioni come “il Vangelo dice” citando Matteo (5:28, 32, 44, 46; 6:3) e “la parola divina ci dà istruzioni” citando la prima lettera a Timoteo. – 2:2 e Rm 13:7,8.

“Verso la fine del primo secolo, Clemente vescovo di Roma conosceva la lettera di Paolo indirizzata alla chiesa di Corinto. Dopo di lui, le lettere sia di Ignazio vescovo di Antiochia che di Policarpo vescovo di Smirne, attestano la diffusione delle lettere paoline entro il secondo decennio del 2° secolo”. – The International Standard Bible Encyclopedia, a cura di G. W. Bromiley, 1979, vol. 1, pag. 603.

Clemente dice che risponderà ai suoi avversari “confutandoli proprio con il ricorso alle Scritture” che “sono garantite dall’autorità dell’Onnipotente”, il quale è stato “predicato dalla legge, dai profeti e inoltre dal Vangelo della beatitudine”. – Stromati [o Miscellanea] IV, 1.

Teofilo di Antiochia (2° secolo E. V.) dichiarò: “Circa la giustizia comandata dalla legge, espressioni di conferma si trovano sia fra i profeti che nei Vangeli, perché tutti parlarono mentre erano ispirati dal medesimo Spirito di Dio”. Teofilo usa quindi espressioni come “il Vangelo dice” (citando Mt 5:28,32,44,46;6:3) e “la parola divina ci dà istruzioni” (citando 1Tm 2:2 e Rm 13:7,8). – Ad Autolycum XII, XIII.

2Pietro è citato da Ireneo che lo considera canonico quanto il resto delle Scritture Greche. Lo stesso può dirsi di 2Giovanni.  – Contro le Eresie, I, 16; III, 16; V, 28.

La Rivelazione (Apocalisse), anch’essa rigettata da alcuni, è menzionata da molti antichi commentatori, fra cui Papia, Giustino Martire, Melitone e Ireneo.   L’autorità (e quindi la canonicità) delle Scritture Greche deriva da quella degli Apostoli, e l’autorità degli Apostoli deriva da Yeshùa. Così, i discepoli di Yeshùa fondano la loro fede in Yeshùa, ubbidendo a Dio. In lui Dio si è reso personalmente presente agli uomini in un modo mai realizzato prima e che mai si realizzerà dopo. Di conseguenza, la testimonianza di coloro che hanno testimoniato della storia e dell’insegnamento di Yeshùa è similmente eccezionale e irripetibile. Questo fatto ha tre importanti conseguenze:

  1. Il canone è chiuso. Nessuno scritto post-apostolico può avere lo stesso significato perché nessuno scrittore posteriore può avere avuto un rapporto personale con Yeshùa.
  2. L’autorità degli Apostoli non può essere trasmessa da una generazione all’altra (come pretende la Chiesa Cattolica). L’ufficio apostolico non era una funzione istituzionale. Era un’attività per la quale poteva qualificarsi solo la prima generazione dei discepoli di Yeshùa, perché soltanto essi potevano avere avuto familiarità con Yeshùa mentre era in vita. La prima congregazione formulò il canone proprio perché riconosceva il carattere irripetibile dell’opera degli Apostoli.
  3. La Bibbia ha autorità sulla chiesa. Ma la chiesa non ha autorità sulla Bibbia.

 

Conclusione

 

   Date tutte le evidenze, possiamo essere certi che le nostre attuali Bibbie (eccezion fatta per i libri cosiddetti deuterocanonici, ovvero spuri o apocrifi, che si trovano nelle Bibbie cattoliche) sono conformi al canone biblico. Non possiamo, quindi, che constatare la verità del passo biblico che afferma:

“Siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile,

cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio . . .  

la parola del Signore rimane in eterno”. – 1Pt 1:23,25.

   Solo nella Sacra Scrittura troviamo l’insegnamento di Dio. La Bibbia è parola di Dio. Solo nella Scrittura troviamo la rivelazione di Dio: il suo piano per la nostra salvezza. È nella Sacra Scrittura che Dio rivela se stesso e il suo amore. Dio ha rivelato se stesso e il suo amore soprattutto in Yeshùa, e ciò ci riporta alla Sacra Scrittura: noi oggi nulla sapremmo di ciò se non fosse per la Scrittura.