La storia di Israele – Giacobbe diventa Israele

Abraamo, l’“amico di Dio”, fu uomo di grande fede e ubbidienza. Suo figlio Isacco fu persona che sapeva “meditare” (Gn 24:63) o – per dirla con la LXX greca – sapeva ἀδολεσχῆσαι (adoleschèsai), “parlare tra di sé”, “parlare con se stesso”.  Isacco sapeva ‘implorare il Signore’ (Gn 25:21) e ‘invocare il suo nome’ (Gn 26:25). Le benedizioni di Dio ad Abraamo furono ripetute ad Isacco: “Ti benedirò, perché io darò a te e alla tua discendenza tutti questi paesi e manterrò il giuramento che feci ad Abraamo tuo padre. Moltiplicherò la tua discendenza come le stelle del cielo e darò alla tua discendenza tutti questi paesi; tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua discendenza”, “Io sono il Dio d’Abraamo tuo padre; non temere, perché io sono con te e ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza per amore del mio servo Abraamo” (Gn 26:3,4,24). A Giacobbe, figlio di Isacco, Dio rinnova le promesse fatte a suo padre e a suo nonno: “Io sono il Signore, il Dio d’Abraamo tuo padre e il Dio d’Isacco. La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e tu ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai”. – Gn 28:13-15.

   Questi tre personaggi – padri del futuro popolo di Israele – sono così importanti che la Scrittura li mette insieme per identificare Dio stesso. Al tempo apostolico ancora si usava l’espressione: “Il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe”  – At 3:13 ;cfr. Mt 22:32.

   Nella Scrittura all’inizio si dice: “il Dio d’Abraamo” (Gn 24:27,42,48), poi  Dio stesso si identifica dicendo: “Io sono il Dio d’Abraamo” (Gn 26:24;28:13; cfr. 31:42,53;32:9). In seguito, “dopo la morte d’Abraamo, Dio benedisse suo figlio Isacco” (Gn 25:11), definendosi ‘il Dio d’Abraamo e il Dio d’Isacco’ (Gn 28:13). Infine Dio è chiamato “il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe” (Es 3:6,15,16;4:5). Questa espressione divenne comunissima presso gli ebrei. Secoli e secoli dopo era ancora usata, tanto che Yeshùa stesso diceva: “Non avete letto nel libro di Mosè, nel passo del pruno, come Dio gli parlò dicendo: ‘Io sono il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe’”? – Mr 12:26; cfr. Mt 22:31,32 e Lc 20:37.

Giacobbe diventa Israele

   Fin da quando Giacobbe acquistò la primogenitura dal fratello Esaù e ricevette la benedizione dal loro padre Isacco, le relazioni tra i due gemelli si erano rese talmente tese che fu impossibile vivere insieme. Giacobbe, per sfuggire agli amari e incresciosi incontri con Esaù, dovette andarsene da casa e rifugiarsi presso suo zio Labano: “Giacobbe partì da Beer-Sceba e andò verso Caran” (Gn 28:10). Non aveva ancora guadato il Giordano quando “giunse ad un certo luogo e vi passò la notte, perché il sole era già tramontato. Prese una delle pietre del luogo, se la mise per capezzale e lì si coricò”. – Gn 28:11.

   Quella notte Giacobbe “fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima toccava il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per la scala. Il Signore stava al di sopra di essa e gli disse: ‘Io sono il Signore, il Dio d’Abraamo tuo padre e il Dio d’Isacco. La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e tu ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto’”. – Gn 28:12-15.

   “Poi Giacobbe si mise in cammino e andò nel paese degli Orientali” (Gn 29:1). Il suo soggiorno presso lo zio non fu troppo piacevole, perché Labano trattò il nipote come un servo. Un giorno volle però ricompensarlo, promettendogli in moglie una delle due figlie, sebbene l’uomo non si smentisse in quanto ad essere un calcolatore. “Labano disse a Giacobbe: ‘Perché sei mio parente devi forse servirmi per nulla? Dimmi quale dev’essere il tuo salario’. Or Labano aveva due figlie: la maggiore si chiamava Lea e la minore Rachele. Lea aveva gli occhi delicati, ma Rachele era avvenente e di bell’aspetto. Giacobbe amava Rachele e disse a Labano: ‘Io ti servirò sette anni, per Rachele tua figlia minore’. Labano rispose: ‘È meglio che io la dia a te piuttosto che a un altro uomo; resta con me’. Giacobbe servì sette anni per Rachele; e gli parvero pochi giorni, a causa del suo amore per lei. Poi Giacobbe disse a Labano: ‘Dammi mia moglie, perché il mio tempo è compiuto, e io andrò da lei’” (Gn 29:15-21). I meschini calcoli di Labano non erano finiti: “La sera, prese sua figlia Lea e la condusse da Giacobbe, il quale si unì a lei” (Gn 29:23). “L’indomani mattina ecco che era Lea! Giacobbe disse a Labano: ‘Che mi hai fatto? Non è per Rachele che ti ho servito? Perché mi hai ingannato?’ Labano rispose: ‘Non è usanza da noi dare la minore prima della maggiore. Finisci la settimana nuziale con questa e ti daremo anche l’altra, per il servizio che presterai da me per altri sette anni’” (Gn 29:25-27). A Giacobbe non rimase che subire il ricatto, perché amava Rachele: “Giacobbe si unì pure a Rachele, e amò Rachele più di Lea, e servì Labano per altri sette anni” (Gn 29:30). Alla fine, comunque, Giacobbe “diventò ricchissimo, ed ebbe greggi numerose, serve, servi, cammelli e asini”. – Gn 30:43.

   Labano era davvero un gran calcolatore, attaccato ai beni materiali. Vedendo che il nipote era diventato ricco, iniziò a guardarlo con occhio torvo e invidioso, rendendogli la vita impossibile. “Giacobbe sentì che i figli di Labano dicevano: ‘Giacobbe ha preso tutto quello che era di nostro padre e, con quello che era di nostro padre, si è fatto tutta questa ricchezza’. Giacobbe osservò pure il volto di Labano e vide che non era più, verso di lui, quello di prima. Il Signore disse a Giacobbe: ‘Torna al paese dei tuoi padri, dai tuoi parenti, e io sarò con te’. Allora Giacobbe mandò a chiamare Rachele e Lea perché venissero ai campi, presso il suo gregge” (Gn 31:1-4). “Allora Giacobbe si alzò, mise i suoi figli e le sue mogli sui cammelli e portò via tutto il proprio bestiame – tutti i beni che si era procurato, il bestiame che gli apparteneva e che aveva acquistato in Paddan-Aram – per andarsene da suo padre Isacco nel paese di Canaan”. – Gn 31:17,18.

   Giacobbe rientrava così a casa. Ma ci fu un ultimo contrasto con Labano cui mancavano certi piccoli idoli che egli pensava trafugati da qualcuno della famiglia di Giacobbe. Perquisì perfino l’equipaggiamento di Giacobbe, ma non li trovò perché Rachele – all’insaputa di tutti – li aveva nascosti sotto il basto del suo cammello. – Gn 31:30-54.

   Cos’erano questi piccoli idoli? Perché Labano li aveva? Perché Rachele li trafugò? Labano li chiama elohà (אֱלֹהָי), “gli dèi di me” (Gn 31:30). In Gn 31:19 sono chiamati terafìm: “Mentre Labano se ne era andato a tosare le sue pecore, Rachele rubò gli idoli [תְּרָפִים (terafìm)] di suo padre”.

    Benché al plurale, il nome terafìm può indicare anche un singolo idolo. Alcuni di questi idoli potevano avere le dimensioni e la forma di un uomo: “Mical prese l’idolo domestico [תְּרָפִים (terafìm)] e lo pose nel letto; gli mise in capo un cappuccio di pelo di capra e lo coprì con un mantello”, “Nel letto c’era l’idolo domestico [תְּרָפִים (terafìm)] con in testa un cappuccio di pelo di capra” (1Sam 19:13,16). Altri dovevano essere molto più piccoli, tanto da poter stare dentro il cesto di una sella da donna (Gn 31:34). I terafìm venivano anche consultati per trarre presagi. – Ez 21:21; Zc 10:2.

   Le scoperte archeologiche in Mesopotamia hanno rivelato che il possesso dei terafìm aveva un certo peso nel determinare a chi spettasse l’eredità. In una tavoletta rinvenuta a Nuzi è detto che, in determinate circostanze, il possesso delle divinità domestiche dava diritto a un genero di presentarsi in giudizio e reclamare la proprietà del suocero defunto (Ancient Near Eastern Texts, a cura di J. B. Pritchard, 1974, pagg. 219, 220, e nota 51). Forse Rachele, sapendo questo, si sentì giustificata a prendere i terafìm, vista la maniera disonesta in cui il padre aveva trattato suo marito Giacobbe (Gn 31:14-16). L’importanza dei terafìm ai fini dell’eredità spiegherebbe pure perché Labano ci tenesse tanto a recuperarli, al punto di portare con sé i suoi fratelli e inseguire Giacobbe per una distanza pari a sette giorni di viaggio (Gn 31:19-30). Labano era nativo della Mesopotamia settentrionale e aveva trattato in modo ingannevole Giacobbe. Questa legge patriarcale fa luce sullo strano furto di Rachele e sui disperati tentativi di Labano di ricuperare i suoi dèi. Al museo del Louvre, a Parigi, sono esposti diversi di questi terafìm rinvenuti in varie città della Mesopotamia. Le dimensioni ridotte dei terafìm (10-15 centimetri) aiutano anche a capire come Rachele poté nasconderli sedendosi sul cesto della sella in cui erano contenuti e rifiutando di alzarsi quando Labano cercava di trovarli, adducendo la scusa che aveva le mestruazioni. – Gn 31:34,35.

    Rachele, comunque, aveva agito all’insaputa di Giacobbe (Gn 31:32). Nulla indica che Giacobbe abbia mai cercato di usare i terafìm per ottenere l’eredità dai figli di Labano. Giacobbe non ebbe nulla a che fare con gli idoli. In seguito Giacobbe eliminò tutti i terafìm nascondendoli sotto un grosso albero nei pressi di Sichem: “Giacobbe disse alla sua famiglia e a tutti quelli che erano con lui: ‘Togliete gli dèi stranieri che sono in mezzo a voi, purificatevi e cambiatevi i vestiti; partiamo, andiamo a Betel; là farò un altare al Dio che mi esaudì nel giorno della mia angoscia e che è stato con me nel viaggio che ho fatto’. Essi diedero a Giacobbe tutti gli dèi stranieri che erano nelle loro mani e gli anelli che avevano agli orecchi; Giacobbe li nascose sotto la quercia che è presso Sichem”. – Gn 35:2-4.

   In Israele, ai giorni dei Giudici e anche dei Re, si faceva uso idolatrico dei terafìm (Gdc 17:5;18:14,17,20; Os 3:4). Questo era ovviamente condannato, dato l’espresso comando di Dio di non fare immagini per adorarle (Es 20:4). Il profeta Samuele associò i terafìm alla magia (1Sam 15:23). I terafìm furono fra gli idoli che il fedele re Giosia eliminò da Giuda e da Gerusalemme. – 2Re 23:24.

   Dopo questo scontro con Labano, Giacobbe riprese il suo viaggio verso la casa paterna. Il viaggio non fu privo di emozioni. Tornando a casa doveva affrontare di nuovo suo fratello Esaù. Sapientemente, “Giacobbe mandò davanti a sé dei messaggeri a Esaù suo fratello”. “Diede loro quest’ordine: ‘Direte queste cose a Esaù mio signore: ‘Così dice il tuo servo Giacobbe: Io ho abitato presso Labano e vi sono rimasto fino ad ora; ho buoi, asini, pecore, servi e serve; lo mando a dire al mio signore, per trovare grazia ai tuoi occhi’” (Gn 32:3-5). Compiuta la loro missione, i messaggeri ritornarono e riferirono a Giacobbe che Esaù gli stava venendo incontro con quattrocento uomini (Gn 32:6). “Allora Giacobbe fu preso da gran paura e angoscia” (v. 7). Si rivolse a Dio in preghiera (vv. 9-12). Poi mandò altri doni ad Esaù. – Vv. 13-21.

   Giunto verso il Giordano, passato “il guado dello Iabboc”, “Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino all’apparire dell’alba” (Gn 32:22,24). Chi era questo “uomo”? Os 12:4, parlando di questo avvenimento dice che Giacobbe “nel suo vigore, lottò con Dio”. Quell’“uomo” era evidentemente un angelo. Tutto il contesto lo indica:

“Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino all’apparire dell’alba; quando quest’uomo vide che non poteva vincerlo, gli toccò la giuntura dell’anca, e la giuntura dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui. E l’uomo disse: ‘Lasciami andare, perché spunta l’alba’. E Giacobbe: ‘Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!’ L’altro gli disse: ‘Qual è il tuo nome?’ Ed egli rispose: ‘Giacobbe’. Quello disse: ‘Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto’. Giacobbe gli chiese: ‘Ti prego, svelami il tuo nome’. Quello rispose: ‘Perché chiedi il mio nome?’ E lo benedisse lì. Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, perché disse: ‘Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata’. Il sole si levò quando egli ebbe passato Peniel; e Giacobbe zoppicava dall’anca”. – Gn 32:24-31.

   Giacobbe lottò tutta la notte con quell’angelo di Dio materializzato come uomo. Lo fece per ottenere una parola di benedizione da Dio tramite l’angelo. Egli sapeva che l’angelo era apparso per uno scopo e sapeva che nelle passate apparizioni gli angeli avevano recato una benedizione o un comando a conferma del patto di Dio con Abraamo (Gn 28:10-15;31:11-13). Giacobbe era desideroso che Dio continuasse a essere con lui, così come era stato con suo padre e con suo nonno. S’impegnò quindi in una vigorosa e spossante lotta con l’angelo, dimostrando così il grande desiderio d’avere il favore di Dio (cfr. Gn 28:20-22). È semplicemente ovvio che l’angelo lo lasciasse fare. Giacobbe non lo vinse, né lo sopraffece. Alla fine bastò che l’angelo semplicemente lo toccasse per fargli slogare la giuntura della coscia con il suo sovrumano potere. Il colpo fu tale che Giacobbe da allora in poi zoppicò. Questo ebbe anche un effetto umiliante per insegnare a Giacobbe che era stato per benignità di Dio (e non per sua alcuna forza o merito) che Dio lo aveva infine benedetto.

   L’episodio è notevole. Ricco di spunti per la conoscenza del pensiero ebraico, contiene un punto teologico fondamentale. Si noti intanto la questione dei nomi. La domanda dell’angelo circa il nome di Giacobbe è retorica: “‘Qual è il tuo nome?’ Ed egli rispose: ‘Giacobbe’”. L’angelo sa benissimo chi è, ma la domanda gli serve per introdurre il cambiamento di nome: “Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto”.

 

יִשְׂרָאֵל

Ysraèl

Israele

 

 

   Diverso il senso della richiesta di Giacobbe all’angelo: “Ti prego, svelami il tuo nome”. Nel pensiero ebraico – e quindi biblico – conoscere il nome di qualcuno equivale ad avere una certa autorità su quel qualcuno. Per questo motivo l’angelo non gli svela il proprio nome, ma anzi gli risponde: “Perché chiedi il mio nome?”. Detto più chiaramente: Che t’interessa? Più cortese fu la risposta dell’angelo che parlò con Manoà: “Perché mi chiedi il mio nome? Esso è meraviglioso” (Gdc 13:18); ma non ci si faccia ingannare dalla traduzione. L’ebraico non ha “meraviglioso”, ma fèli (פֶלִאי) che significa “misterioso”.

   Il punto teologico importante è qui il cambio di nome. “Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele”. Questo nome sarebbe diventato quello dell’intera nazione. Da quel momento in poi entrambi i nomi – Giacobbe e Israele – compaiono spesso nei parallelismi poetici ebraici per indicare la stessa cosa:

 

Parallelismi poetici ebraici

“Per pascere Giacobbe, suo popolo,

e Israele, sua eredità per pascere Giacobbe, suo popolo,

e Israele, sua eredità”

Sl  78:71

“Giacobbe esulterà,

Israele si rallegrerà”

Sl 14:7

“Voi tutti, discendenti di Giacobbe,

glorificatelo, temetelo voi tutti, stirpe d’Israele!”

Sl 22:23

“Egli stabilì una testimonianza in Giacobbe, istituì una legge

in Israele”

Sl  78:5

“Un fuoco s’accese contro Giacobbe;

l’ira sua si infuriò contro Israele”

Sl  78:21

“Confermò a Giacobbe come uno statuto,

a Israele come un patto eterno”

Sl  105:10

“Israele venne in Egitto,

e Giacobbe

soggiornò nel paese di Cam”

Sl  105:23

   I profeti usarono spesso il nome “Giacobbe” in senso figurativo, riferendosi all’intera nazione discesa da quel patriarca. – Is 9:8;27:9; Ger 10:25; Ez 39:25; Am 6:8; Mic 1:5; cfr. Rm 11:26,27.

   Ora a Giacobbe rimaneva ancora da affrontare Esaù, che non rivedeva da venti anni. Incontratolo, “si inchinò fino a terra sette volte, finché si fu avvicinato a suo fratello” (Gn 33:3). La scena è commovente: “Esaù gli corse incontro, l’abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero” (v. 4). È bello rileggere la scena in una magnifica traduzione:

 

“Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, se lo strinse al petto, lo baciò e piansero.

Quando Esaù vide le donne e i bambini chiese:

– Chi sono questi che ti accompagnano?

– Sono i figli che Dio ha dato a me tuo servitore, – rispose Giacobbe.

Allora si avvicinarono le serve con i loro figli e si inchinarono.

Poi si avvicinarono e si inchinarono Lia e i suoi figli e infine fecero lo stesso Rachele e Giuseppe.

Esaù chiese:

– Perché hai mandato avanti quei greggi che ho incontrato?

– Volevo ottenere da te una buona accoglienza, signore mio!, – rispose Giacobbe.

–  Ma, caro fratello, – rispose Esaù – io ho beni a sufficienza! Tieniti pure i tuoi.

– No, te ne prego! – si mise a insistere Giacobbe.

– Se veramente non mi serbi alcun rancore, accetta il regalo che ti faccio.

Incontrare te è stato per me come incontrare Dio, perché mi hai accolto amorevolmente.

Gn 33:4-10, PdS.

   Tutto andò bene. Nonostante Esaù offrisse i propri uomini per accompagnare Giacobbe e il suo seguito, si separarono. Giacobbe andò a Sichem e poi a Mambre, passando da Betel, per rivedere il vecchio padre. – Gn 33:18;35:1;35:27.

   Da questo momento la storia di Giacobbe/Israele entra in seconda linea perché assorbita da uno dei suoi figli: Giuseppe.