La storia di Israele – Gli ebrei dopo l’esilio babilonese

I giudei si trovavano quindi esiliati in Babilonia. Il profeta Geremia per due volte aveva detto che la schiavitù babilonese sarebbe durata 70 anni: “’Quando saranno compiuti i settant’anni, io punirò il re di Babilonia e quella nazione’, dice il Signore” (Ger 25:12); “Quando settant’anni saranno compiuti per Babilonia, io vi visiterò e manderò a effetto per voi la mia buona parola facendovi tornare in questo luogo” (29:10). Passati i 70 anni, Ciro – sovrano sulla Babilonia – pubblicò l’editto della liberazione, come si legge in Esd 1:1-4:

“Così dice Ciro, re di Persia: ‘Il Signore, Dio dei cieli, mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli mi ha comandato di costruirgli una casa a Gerusalemme, che si trova in Giuda. Chiunque tra voi è del suo popolo, il suo Dio sia con lui, salga a Gerusalemme, che si trova in Giuda, e costruisca la casa del Signore, Dio d’Israele, del Dio che è a Gerusalemme. Tutti quelli che rimangono ancora del popolo del Signore, dovunque risiedano, siano assistiti dalla gente del posto con argento, oro, doni in natura, bestiame, e inoltre con offerte volontarie per la casa del Dio che è a Gerusalemme’”.

   Ciro diede anche ordine che fossero restituiti tutti i vasi sacri già tolti dal Tempio di Gerusalemme (Esd 1:7,8). I giudei esultarono. Raccoltisi insieme, si disposero per il ritorno in patria. Li guidavano Zorobabele (Esd 2:1,2; Nee 7:6,7;12:1; Ag 2:21), principe di Giuda, e Giosuè (Esd 3:1,2), sommo sacerdote.

   Con nelle mani gli oggetti sacri, negli occhi la visione di Gerusalemme e nel cuore il desiderio del nuovo Tempio, i giudei “si misero in cammino verso Gerusalemme per ricostruire la casa del Signore”. – Esd 1:5.

   Giunti a Gerusalemme (3:1) trovarono le rovine del Tempio e si affrettarono ad innalzare l’altare per i sacrifici (3:3). “Celebrarono la festa delle Capanne” (3:4). Successivamente fu iniziata la costruzione del Tempio e furono fatte grandi feste attorno alle sue fondamenta (3:10,11). La costruzione del Tempio incontrò, però, gravi difficoltà da parte dei samaritani che, a forza d’intrighi, riuscirono a far interrompere i lavori (4:1-23). “Allora fu sospesa l’opera della casa di Dio a Gerusalemme, e rimase sospesa fino al secondo anno del regno di Dario, re di Persia” (4:24). Dopo la morte di Ciro gli ebrei ricominciarono i lavori, appoggiandosi sull’editto di Ciro e incoraggiati dai profeti Aggeo e Zaccaria (5:1). Ci furono nuove difficoltà. Si dovette fare un’inchiesta e Dario fece cercare l’editto di Ciro “negli archivi” (6:1). “Nel castello di Ameta, situato nella provincia di Media, si trovò un rotolo, nel quale stava scritto così: “Memoria. – Il primo anno del re Ciro, il re Ciro ha pubblicato questo editto, concernente la casa di Dio a Gerusalemme: La casa sia ricostruita per essere un luogo dove si offrono sacrifici; le fondamenta che verranno poste, siano solide; abbia sessanta cubiti d’altezza, sessanta cubiti di larghezza, tre ordini di blocchi di pietra e un ordine di travatura nuova; la spesa sia pagata dalla casa reale; inoltre, gli utensili d’oro e d’argento della casa di Dio, che Nabucodonosor aveva tolti dal tempio di Gerusalemme e trasportati a Babilonia, siano restituiti e riportati al tempio di Gerusalemme, nel luogo dov’erano prima, e riposti nella casa di Dio”. – Esd 6:2-5.

   Il Tempio fu infine ricostruito e furono preparate le feste per la dedicazione. Si celebrò anche la Pasqua: “I figli d’Israele, i sacerdoti, i Leviti e gli altri reduci dall’esilio celebrarono con gioia l’inaugurazione di questa casa di Dio . . . Poi, i reduci dall’esilio celebrarono la Pasqua il quattordicesimo giorno del primo mese” (6:16,19). “Celebrarono con gioia la festa degli Azzimi per sette giorni, perché il Signore li aveva rallegrati, e aveva piegato in loro favore il cuore del re di Assiria in modo da fortificare le loro mani nell’opera della casa di Dio, Dio d’Israele”. – Esd 6:22.

   Prima la casa di Dio, poi quella della gente. Ora toccava ricostruire l’amata Yerushalàym, Gerusalemme. I giudei erano circondati da nemici, per cui fu necessario – per la loro tranquillità e libertà – circondare di mura la città che da ogni parte iniziava a risorgere (Nee 3). I giudei furono a quel punto accusati di costruire le mura per rendersi indipendenti dal dominio persiano (6:6). L’accusa fu presentata bene e fece una certa impressione al nuovo re di Persia, Artaserse (Esd 4:7-18). Il re decretò la sospensione dei lavori. – Esd 4:21.

   Un ebreo di nome Neemia, che era coppiere del re persiano Artaserse Longimano (Nee 1:11), vedeva con dolore quanto stava accadendo. Il racconto è scritto da lui stesso:

“Mi misi seduto, piansi, e per molti giorni fui in grande tristezza. Digiunai e pregai davanti al Dio del cielo . . . Nel mese di Nisan, il ventesimo anno del re Artaserse, il vino stava davanti al re; io lo presi e glielo versai. Io non ero mai stato triste in sua presenza. Il re mi disse: ‘Perché hai l’aspetto triste? Eppure non sei malato; non può essere altro che per una preoccupazione’. Allora fui colto da grande paura, e dissi al re: ‘Viva il re per sempre! Come potrei non essere triste quando la città dove sono le tombe dei miei padri è distrutta e le sue porte sono consumate dal fuoco?’. E il re mi disse: ‘Che cosa domandi?’. Allora io pregai il Dio del cielo; poi risposi al re: ‘Se ti sembra giusto e il tuo servo ha incontrato il tuo favore, mandami in Giudea, nella città dove sono le tombe dei miei padri, perché io la ricostruisca’. Il re, che aveva la regina seduta al suo fianco, mi disse: ‘Quanto durerà il tuo viaggio? Quando ritornerai?’. La cosa piacque al re, che mi lasciò andare, e gli indicai una data. Poi dissi al re: ‘Se il re è disposto, mi si diano delle lettere per i governatori d’oltre il fiume affinché mi lascino passare ed entrare in Giuda, e una lettera per Asaf, guardiano del parco del re, affinché mi dia del legname per costruire le porte della fortezza annessa al tempio del Signore, per le mura della città, e per la casa che abiterò’. Il re mi diede le lettere, perché la benefica mano del mio Dio era su di me. Mi recai presso i governatori d’oltre il fiume, e diedi loro le lettere del re. Il re mi aveva dato una scorta di ufficiali e di cavalieri”. – Nee 1:4;2:1-9.

   Neemia andò quindi a Gerusalemme col titolo persiano di pascià (capo), forte del decreto regale per la ricostruzione delle mura gerosolimitane. Quando “gli Arabi, gli Ammoniti e gli Asdodei udirono che la riparazione delle mura di Gerusalemme progrediva” (Nee 4:7), progettarono di attaccare i giudei e di ucciderli (v. 11). Conosciuti i piani nemici (4:12), metà dei “giovani lavorava, e l’altra metà stava armata di lance, di scudi, di archi e di corazze; e i capi stavano dietro a tutto il popolo di Giuda. Quelli che costruivano le mura e quelli che portavano o caricavano i pesi, con una mano lavoravano, e con l’altra tenevano la loro arma. E ognuno dei costruttori, durante il lavoro, portava la spada cinta ai fianchi”; il trombettiere era pronto a suonare l’allarme. – Nee 4:16-18.

   Neemia ebbe a cuore non solo la ricostruzione di Gerusalemme e la sicurezza della città (7:1-3), ma anche e soprattutto l’osservanza della Legge di Dio da parte del popolo (8:1-3). È meraviglioso e ci colma di commozione quanto accadde quando “tutto il popolo si radunò come un sol uomo sulla piazza che è davanti alla porta delle Acque” (8:1). Siamo all’incirca nel 450 a. E. V..

“Esdra, esperto nella legge data agli Israeliti dal Signore, fu incaricato di portare il libro della legge di Mosè. Il sacerdote Esdra lo portò davanti all’assemblea, composta di uomini, donne e bambini in grado di capire. Era il primo giorno del settimo mese. Dall’alba fino a mezzogiorno Esdra lesse il libro davanti a quella folla nella piazza della porta delle Acque. Tutti ascoltavano con attenzione . . . Quando Esdra, che era ben visibile da tutti, aprì il libro, il popolo si alzò in piedi. Esdra lodò il Signore, il grande Dio . . . La gente sentì quel che la legge richiedeva e si mise a piangere . . . Intervennero il governatore Neemia, il sacerdote Esdra e i leviti… Essi dissero al popolo: ‘Questo è un giorno santo, è il giorno del Signore vostro Dio, non dovete essere tristi e piangere . . . Dovete far festa . . . oggi è un giorno consacrato al Signore. Non dovete essere tristi, perché la gioia che viene dal Signore vi darà forza’”. – Nee 8:1-10, passim, PdS.

   “Il secondo giorno, i capi famiglia di tutto il popolo, i sacerdoti e i Leviti si radunarono presso Esdra, lo scriba, per esaminare le parole della legge. Trovarono scritto nella legge, che il Signore aveva data per mezzo di Mosè, che i figli d’Israele dovevano abitare in capanne durante la festa del settimo mese, e che in tutte le loro città e in Gerusalemme si doveva pubblicare questo bando: ‘Andate al monte, a cercare rami d’olivo, rami d’olivastro, di mirto, di palma e di alberi ombrosi, per fare delle capanne, come sta scritto’. Allora il popolo andò fuori, portò i rami, e ciascuno fece la sua capanna sul tetto della propria casa, nel proprio cortile, nei cortili della casa di Dio, sulla piazza davanti alla porta delle Acque, e sulla piazza davanti alla porta di Efraim. Così tutta l’assemblea di quanti erano tornati dall’esilio si fece delle capanne, e abitò nelle capanne. Dal tempo di Giosuè, figlio di Nun, fino a quel giorno, i figli d’Israele non avevano più fatto così. E ci fu grandissima gioia. Fu letto un brano della legge di Dio ogni giorno, dal primo all’ultimo; la festa durò sette giorni, e l’ottavo si tenne una solenne assemblea, com’è prescritto. – Nee 8:13-18.

La situazione politica dei giudei nel 4° secolo a. E. V.

   Ritornare nella Terra Santa, vivere secondo la Legge di Dio, essere guidati da persone timorate di Dio, tutto questo non significava ancora per gli ebrei avere l’autonomia politica. I re di Persia non la concedettero mai. Gli ebrei sopportavano con dolore e rincrescimento la mancanza della completa indipendenza. Per questo rischiarono di vedersi maltrattati da Alessandro il Grande, quando questi mosse all’assedio di Gerusalemme. Ormai praticamente padrone della Persia e della Babilonia (1Maccabei 1:1-4), nel 4° secolo a. E. V. il grande conquistatore greco desistette dall’attaccare Gerusalemme solo per rispetto del sommo sacerdote Iaddua che gli si fece incontro con tutto lo splendore delle sue vesti sacerdotali (Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, XI, 326-338 [viii, 4, 5]). Gerusalemme aprì le sue porte e si arrese ad Alessandro; secondo Giuseppe Flavio ad Alessandro venne mostrato il libro della profezia di Daniele dov’è detto che un potente re greco avrebbe assoggettato e conquistato l’impero persiano (Antichità giudaiche, XI, 337 [viii, 5]). Gli storici greci non parlano di un’entrata di Alessandro in Gerusalemme. In ogni caso Gerusalemme non subì alcun danno nel passaggio dei poteri.

   Gli ebrei non poterono mai riacquistare libertà assoluta, ma dovettero continuamente riconoscere questo o quel padrone, pagandogli imposte e fornendogli soldati. Comunque, erano relativamente liberi: si poteva dire che esisteva una nazione giudaica.

La situazione spirituale dei giudei nel 4° secolo a. E. V.

   La mancanza dell’autonomia politica influì ovviamente sulla situazione spirituale della nazione giudaica. Ma non per affievolirla. La rese anzi più vigorosa, tanto più che i sovrani stranieri non s’ingerivano nel culto, ma lasciavano loro la più ampia libertà. Ben presto si formò una classe di uomini dediti allo studio della Legge e furono chiamati “scribi”: erano dottori della Legge che interpretavano la Scrittura caso per caso. C’erano poi i sacerdoti e i leviti, capeggiati dal sommo sacerdote. A Gerusalemme affluivano da tutte le parti i fedeli in pellegrinaggio per visitare il Tempio, simbolo di unità della fede. Il Tempio non impediva che dovunque si costruissero sinagoghe, veri e propri centri di preservazione della spiritualità. Dovunque vi fossero ebrei, là c’erano sinagoghe. Sappiamo che dopo il ritorno dall’esilio babilonese i giudei si sparsero in ogni parte del mondo allora conosciuto (diaspora), ma tutti guardavano pur sempre a Gerusalemme e pensavano alla Palestina, “la Terra”. Ancor oggi i giudei che vivono fuori da Israele si salutano con questo augurio: השנה הבאה בירושלים (leshanàh haavàh birushalàym), “l’anno prossimo a Gerusalemme”. I giudei sapevano che proprio in Palestina sarebbe comparso il messia per rimettere in fiore il Regno di Giuda.

   Fu del tutto naturale che nel 4° secolo a. E. V. gli ebrei, soggetti a continui mutamenti, fossero sommersi dal progressivo avanzare della cultura non ebraica che stava dilagando nel mondo: si trattava della cultura greca portata dalle conquiste di Alessandro il Grande. L’ebraismo si rivestì di una veste ellenica. Quando nel 332 a. E. V. il conquistatore greco Alessandro Magno penetrò nel Medio Oriente con una campagna lampo, come abbiamo già visto fu bene accolto dagli ebrei quando entrò a Gerusalemme. I successori di Alessandro portarono avanti il suo piano di ellenizzazione. Tutto l’impero creato da Alessandro aveva ora la lingua, la cultura e la filosofia greca. La cultura greca e quella ebraica subirono un processo di fusione che avrebbe prodotto effetti sorprendenti. Accadde quello che è accaduto nella storia moderna con l’impero britannico: ovunque nel mondo ci siano state conquiste inglesi, ancor oggi vi si parla inglese (e in molti posti si guida addirittura a sinistra, come nel Regno Unito). L’inglese è lingua ormai internazionale. Possiamo dire che il greco fu l’inglese di quel tempo. Gli ebrei della Diaspora non parlarono più ebraico: cominciarono a parlare greco. È per questo che all’inizio del 3° secolo a. E. V. fu fatta la prima traduzione greca delle Scritture Ebraiche, che prese il nome di Settanta (LXX). Grazie ad essa molti non ebrei poterono acquistare una certa conoscenza delle Scritture, e alcuni perfino si convertirono. Gli ebrei, viceversa, stavano prendendo dimestichezza col pensiero greco e addirittura alcuni divennero filosofi (cosa che non si era mai verificata per gli ebrei), come Filone di Alessandria, del 1° secolo E. V.. Costui cercò perfino di spiegare l’ebraismo attraverso la filosofia greca. “Arricchiti del pensiero platonico, della logica aristotelica e della scienza euclidea, gli studiosi ebrei si accostarono alla Torà con nuovi strumenti. . . . Cominciarono a sovrapporre la ragione greca alla rivelazione ebraica”. – Max Dimont, scrittore ebreo.

   I greci, con la loro grande civiltà, esercitarono grande influenza persino sui romani, che gente debole e sottomessa davvero non era. Figurarsi sugli ebrei, che erano più fervidi per fantasia e più volatili nei propositi. Gli ebrei non resistettero al fascino irresistibile della Grecia. Idee greche, filosofia greca, cultura intellettuale greca divennero patrimonio degli ebrei. La vita greca era però anche improntata sul materialismo, e ciò dava adito ai facili costumi.

   Gli occidentali dicono che il cuore fa male alla testa. Per la Bibbia il cuore è il centro dei pensieri, la mente. Pr 2:10 auspica: “La saggezza ti entrerà nella mente, la scienza sarà la delizia del tuo cuore”. Pr 3:1 consiglia: “Il tuo cuore osservi i miei comandamenti”. La mente va protetta più di tutto: “Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa” (Pr 4:23). È la saggezza di Dio che deve occupare le nostre menti: “La saggezza riposa nel cuore dell’uomo intelligente” (Pr 14:33). Per quanto affascinante, non è la cultura umana che rende saggio chi si crede intelligente, ma le vie di Dio: “Il saggio di cuore è chiamato intelligente” (Pr 16:21). La lingua batte dove il dente duole, si dice, e la nostra mente si fissa su ciò che ci interessa: “Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore” (Mt 6:21). La mente va salvaguardata, “poiché dal cuore vengono pensieri malvagi”. – Mt 15:19.

La situazione dei giudei dopo la morte di Alessandro il Grande

   Nel 332 a. E. V. Alessandro Magno aveva occupato l’Egitto. Morto Alessandro (nel 323), l’Egitto diventa nel 301 uno dei quattro regni ellenistici. È sotto la dominazione di Tolomeo, e comprende anche la costa siro-palestinese. Gli ebrei si trovano quindi sotto i Tolomei d’Egitto. Dei quattro regni ellenistici (1Maccabei 1:5,6), oltre al regno d’Egitto sotto Tolomeo I, c’era anche il regno di Siria, sotto Seleuco I Nicatore. Questi due regni erano i più forti tra i quattro regni ellenistici che furono l’eredità di Alessandro. “Quando il regno [di Siria] fu consolidato in mano di Antioco, egli volle conquistare l’Egitto per dominare due regni: entrò nell’Egitto con un esercito imponente, con carri ed elefanti, con la cavalleria e una grande flotta e venne a battaglia con Tolomeo re di Egitto. Tolomeo fu travolto davanti a lui e dovette fuggire e molti caddero colpiti a morte. Espugnarono le fortezze dell’Egitto e Antioco saccheggiò il paese di Egitto”. – 1Maccabei 1:16-19.

   Nel 198 a. E. V. Antioco il Grande, re di Siria, dopo essersi impadronito di Sidone (città della Fenicia, odierno Libano), conquistò Gerusalemme. “Antioco dopo aver sconfitto l’Egitto nell’anno centoquarantatré, si diresse contro Israele e mosse contro Gerusalemme con forze ingenti. Entrò con arroganza nel santuario e ne asportò l’altare d’oro e il candelabro dei lumi con tutti i suoi arredi e la tavola dell’offerta e i vasi per le libazioni, le coppe e gli incensieri d’oro, il velo, le corone e i fregi d’oro della facciata del tempio e lo sguarnì tutto; si impadronì dell’argento e dell’oro e d’ogni oggetto pregiato e asportò i tesori nascosti che riuscì a trovare; quindi, raccolta ogni cosa, fece ritorno nella sua regione. Fece anche molte stragi e parlò con grande arroganza” (1Maccabei 1:20-24). Il territorio di Giuda passò così sotto la dominazione dei Seleucidi (cfr. Dn 11:16). Gerusalemme rimase soggetta ai Seleucidi per 30 anni, fino al 168 a. E. V.. Antioco fece massacri enormi tra i giudei: “Piombò sulla città, le inflisse colpi crudeli e mise a morte molta gente in Israele [circa 80.000]. Mise a sacco la città [Gerusalemme], la diede alle fiamme e distrusse le sue abitazioni e le mura intorno. Trassero in schiavitù le donne e i bambini [circa 40.000]” (1Maccabei 1:30-32). Non contento, emise un decreto che obbligava gli ebrei a rinunciare alla Legge di Dio. – 1Maccabei 1:41,42,45-51.

   Nel 168 a. E. V. il re di Siria Antioco IV Epifanie (1Maccabei 1:10), fece un tentativo per ellenizzare del tutto gli ebrei (1Maccabei 1:13). Fu per lui un grave errore. Volle dedicare al dio greco Zeus (il dio Giove dei romani) il Tempio di Gerusalemme (2Maccabei 6:2). Nel far questo profanò l’altare con un sacrificio non solo impuro ma costituito da quanto di più spregevole poteva esserci: carne di maiale. La Bibbia non riporta i fatti, ma questi li apprendiamo dalla letteratura ebraica (dai libri storici di Maccabei, che appartengono agli apocrifi). “Il tempio infatti fu pieno di dissolutezze e gozzoviglie da parte dei pagani, che gavazzavano con le prostitute ed entro i sacri portici si univano a donne e vi introducevano le cose più sconvenienti. L’altare era colmo di cose detestabili, vietate dalle leggi. Non era più possibile né osservare il sabato, né celebrare le feste tradizionali, né fare aperta professione di giudaismo”. – 2Maccabei 6:4-6.

   Tutto ciò provocò l’insurrezione armata dei giudei. Capo militare fu un ebreo di nome Giuda, soprannominato Maccabeo (1Maccabei 2:4;3:1). Μακκαβαῖος (Makkabàios) significa in greco “martello”. L’intera famiglia dei rivoltosi furono quindi chiamati Maccabei; ma anche Asmonei, nome derivato forse dalla cittadina di Esmon o forse dal nome di un loro antenato. – Gs 15:27.