Storicità di Yeshùa

Yeshùa è un puro mito? Generalmente chi sostiene l’inesistenza di Yeshùa poggia sul fatto che di lui mancherebbero testi extrabiblici che ne documentino la sua storicità. Anche il culto reso a Yeshùa, quasi fosse un essere divino, ha favorito la negazione della sua esistenza.

   Tra i negatori dello Yeshùa storico ci sono diversi studiosi che asseriscono che si tratti solo di un mito astrale. Secondo loro Yeshùa non sarebbe altro che il dio Sole, divinità che gli uomini antichi hanno sempre adorata, e la religione nata attorno a lui sarebbe un puro mito solare. Qualche studioso poggia tale argomentazione su un papiro egizio del 300 E. V. in cui appare la frase magica: “Ti scongiuro per Gesù, il Dio dei giudei”. Questo testo, però, può solo provare che a quel tempo (300 E. V.) Yeshùa era ritenuto Dio dai “cristiani”, confusi nel papiro con i giudei.

   Accanto a questa corrente che sostiene il mito, ce n’è una che si potrebbe definire psicologica-sociologica. Costoro asseriscono che i miti non sono mai frutto di semplice fantasia ma poggiano su qualche elemento reale. Con elemento reale però essi non intendono elementi storici ma elementi psicologici. Sarebbe stato, insomma, il bisogno umano a causare la proiezione di verità assolute e metafisiche. Ne sarebbe quindi nata una filosofia liberatrice offerta come religione alla plebe oppressa.

   Come se non bastassero le due precedenti correnti, recentemente (nella seconda metà del 1900) è sorta una corrente che spiega il Cristianesimo con il culto del sesso. Secondo tali studiosi il mito del Cristo si spiega con il desiderio di conservare il segreto della Ammanita Muscaria (o mosca agarica), un fungo rosso a puntini bianchi, potente allucinogeno atto a dare potenza mentale e fisica. Questo fungo sacro, avendo l’aspetto di un minuscolo pene, fu preso a simbolo della fertilità. I “cristiani” avrebbero praticato quindi il culto del sesso, ma l’uso dell’allucinogeno finì per dare un tale senso di falsa potenza che 70 E. V. portò alla sconfitta con la distruzione di Gerusalemme. I sopravvissuti avrebbero allora pensato bene di mettere per iscritto tutto ciò che prima si tramandava a voce e avrebbero creato il mito del Cristo per tenere il segreto occultato ai romani. Uno studioso (con tanto di cattedra universitaria) ha addirittura tentato di provare questa fantasiosa ipotesi con un’analisi filologica del nome “Cristo”: tramite l’antica lingua sumerica significherebbe “fungo sacro”.

   La dignità e il buon senso impongono di non tentare neppure di confutare una simile ipotesi, in cui la fantasia ha il sopravvento sullo studio scientifico. Però, una piccola domanda si affaccia ugualmente: che mai ha a che fare una lingua già morta 2000 anni prima di Yeshùa con il greco degli scritti apostolici?

La carenza di dati storici relativi a Yeshùa

   Come spiegare la mancanza di dati storici relativi a Yeshùa, che non provengano dai suoi discepoli? Possibile che un dato storico così importante sia rimasto del tutto sconosciuto al mondo antico di quel tempo?

   Va ricordato che ogni movimento ha all’inizio proporzioni necessariamente limitate al luogo; non va dimenticato poi che duemila anni fa le possibilità di comunicazione erano ben diverse dalle odierne. In tali condizioni è davvero difficile intuire l’importanza che acquisterà in seguito un certo movimento. Per di più, tanti falsi “messia” pullularono al tempo di Yeshùa, fino a sfociare nella guerra giudaica causata dal movimento rivoluzionario degli zeloti. In quella tremenda situazione che si concluse con la distruzione totale di Gerusalemme, sarebbe davvero eccezionale trovare un documento ufficiale dei romani circa un fatto tanto insignificante per loro. Quando le persone iniziarono a interessarsi a Yeshùa non v’era altra possibilità storica se non quella di affidarsi agli scritti dei suoi discepoli. In ogni caso, nessuno mai tra gli antichi ha messo in dubbio l’esistenza storica di Yeshùa, perfino nel caso di ostilità alla sua dottrina.

   In un certo senso, dati storici li abbiamo. Se pur i detrattori di Yeshùa non accettano le Scritture Greche della Bibbia, in esse si sono alcuni particolari che ben difficilmente possono ritenersi inventati dai primi discepoli. Ci si può riferire qui alla morte infamante di Yeshùa su un palo. Va ritenuta un dato storico: essa era dannosa alla stessa diffusione del vangelo. Già il fatto che Yeshùa e i suoi discepoli erano tutti ebrei rendeva poco accettabile il loro insegnamento per i romani che stimavano poco o nulla gli ebrei (cfr. Tacito, Svetonio). Il fatto che basavano poi tutta la loro dottrina su un ebreo pure giustiziato dall’autorità romana presentava tutto il fenomeno come assurdo. Perché mai i romani avrebbero dovuto scrivere di una tal cosa? E, viceversa, perché mai i discepoli scrissero tutta quella infamante vicenda della morte del loro maestro se non per il fatto che era la verità storica?

   Infine, i dati isolati che le Scritture Greche forniscono ci permettono di ricostruire con verosimiglianza il quadro storico della vita di Yeshùa.

   Non si può che non essere d’accordo con le parole di un famoso teologo che afferma che il dubbio sulla reale esistenza di Yeshùa “non ha fondamento e non merita una parola di confutazione”. – R. Bultmann, Jesus, Tübingen 1951, pag. 15.

Fonti extrabibliche

     Al di fuori della Scrittura si rinvengono delle fonti che in qualche modo testimoniano la figura storica di Yeshùa. Queste fonti, extrabibliche, possono essere divise in: romane, ebraiche, islamiche e altre.

FONTI ROMANE

   Le fonti romane sono alquanto scarse e si riferiscono al movimento facente capo a Yeshùa più che a Yeshùa stesso.

   Tallo. Si tratta di uno storico nato in Samaria, liberto di Tiberio (e quindi contemporaneo di Yeshùa), autore di una cronografia greca in tre libri che narra eventi che giungono all’inizio dell’epoca imperiale. In un passo del suo terzo libro, riferito da Giulio Africano, egli si riferisce all’oscuramento avvenuto alla morte di Yeshùa (Mt 27:45) chiamandolo “eclissi di sole”:

“Queste tenebre Tallo, nel terzo libro delle Storie, lo interpreta come una eclissi di sole; ma senza ragione, a mio parere”. – Fragmenta historicorum graecorum, Parigi, III, pag. 517.

   Se – come si pensa – Tallo scrisse a Roma prima del 50 E. V., se ne deduce che in ambienti vicini alla corte imperiale si parlava di Yeshùa e si polemizzava con degli scritti contro i discepoli di Yeshùa per i racconti relativi alla morte di Yeshùa.

   Dato che per i romani il movimento riconducibile a Yeshùa rientrava nel gruppo delle varie superstizioni (secondo Plinio e Tacito) o dei movimenti di disordine (secondo Svetonio), per loro non meritava stima e quindi non valeva la pena di prenderne in considerazione il suo fondatore. Ma questi scarni dati sono più che sufficienti per asserire l’esistenza storica di Yeshùa.

   Plinio il giovane (117-138 E. V.). Nipote del grande naturalista omonimo (Plinio il vecchio) e governatore della Bitinia, egli scrive nel 112 un rapporto all’imperatore Traiano e gli domanda come ci si deve comportare con i “cristiani”. Traiano gli risponde di non far nulla per ricercarli, ma – in caso fossero denunciati – di giudicarli e condannarli se colpevoli di colpe vere. Quello che interessa qui è la descrizione che il governatore Plinio (il giovane) fa dei discepoli di Yeshùa:

“Questa era in fondo la loro colpa e il loro errore: quello cioè di radunarsi un giorno stabilito e, prima che facesse giorno, di cantare tra loro inni al Cristo, come a una divinità; di obbligarsi a non commettere delitti, ad astenersi da ruberie e assassini e adultèri, a mantenere la parola data e – se richiesti – a restituire il deposito; dopo di che era loro abitudine andarsene per raccogliersi poi di nuovo e fare insieme un pasto, ma ordinario e innocente. Da tutto ciò si erano tuttavia astenuti dopo il mio editto che, secondo i tuoi ordini, aveva vietato le associazioni”. – Plinio, Ep. 10,96.

   Va notato qui il nome “Cristo”.

   Tacito. È rilevante la testimonianza tacitiana presente nei suoi Annali e che fu scritta sotto l’imperatore Traiano (117-138 E. V.) verso il 116 o 117. Con la brevità che gli è propria, Tacito esprime il suo duro giudizio sui “cristiani” con queste parole:

“Nerone senza strepito sottopose a processo e a pene straordinarie, perché invisi per i loro misfatti, coloro che il volgo chiamava cristiani. Il loro nome viene da Cristo, condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato sotto il regno di Tiberio. Questa detestabile superstizione, repressa per un po’, spuntò di nuovo non solo in Giudea, dove il male ebbe origine, ma anche in Roma, dove tutto ciò che vi è di orribile e di vergognoso nel mondo affluisce e trova numerosa clientela. Dunque, per confessione di coloro che ritrattavano e per l’universale giudizio del pubblico, vennero incolpati non sol come incendiari ma anche come odiatori del genere umano”. – Tacito, Annales 15,44.

   Quali furono le fonti di Tacito? Secondo molti storici, egli le avrebbe raccolte personalmente durante il suo proconsolato in Asia nel 112-113 in occasione di processi analoghi di cui parla Plinio. Comunque, Tacito vede l’episodio che descrive nella sua visuale dialettica e storica: ordine-disordine, corruzione-onestà. I “cristiani” provengono di fatto dal popolo giudaico, per il quale – egli scrive – “tutto ciò che per noi è sacro è considerato empio, mentre al contrario ritengono lecito ciò che per noi è oggetto di orrore” (Tacito, Hist. 5,4); e il popolo giudaico è “teterrima gens [gente molto disgustosa]” (Id. 5,8). Secondo Tacito questi “cristiani” professano quindi una superstizione detestabile (“exitiabilis superstitio”) e un male (“malum”) da estirpare.

   Serviano. Costui era un console che nel 134 E. V. inviò una lettera all’imperatore Adriano. Tale lettera fu conservata da Vopisco nella sua Vita di Saturnino. In essa Serviano parla delle varie religioni egizie e dice:

“Coloro che adorano Serapide sono come i cristiani; persino coloro che si presentano come vescovi di Cristo sono devoti di Serapide. Lo stesso patriarca è costretto da alcuni ad adorare Serapide e da altri a venerare Cristo. Vi è un solo Dio per tutti loro: lo adorano i cristiani, i giudei e i gentili allo stesso modo”.

   L’unico valore che per noi può avere questa lettera è quello di presentare il nome di Cristo: è una traccia della sua storicità.

   Svetonio. Verso il 120 E. V. questo autore, narrando la Vita di Nerone, parla dei “cristiani” come di una “razza di uomini dediti a una nuova superstizione” (cap. 16). Nel suo scritto sulla vita di Claudio (41-54 E. V.) scrive che i “giudei, a istigazione di Cresto [così nel testo], facevano incessanti tumulti, per cui da Claudio furono scacciati da Roma”: “Impulsore Chresto assidue tumultuantes Roma expulit” (Svetonio, Vita di Claudio 25,4). A questa espulsione ordinata dall’imperatore Claudio si fa riferimento nella Bibbia in At 18:2. “E [Paolo] trovò un certo giudeo di nome Aquila, nativo del Ponto, che era di recente venuto dall’Italia, e Priscilla sua moglie, per il fatto che Claudio aveva ordinato che tutti i giudei partissero da Roma” (TNM). Secondo Orosio (7,6,15) questa espulsione sarebbe accaduta “l’anno nono di Claudio”, ossia nel 49 E. V..

   Adriano. Presso Eusebio si trova un rescritto dell’imperatore Adriano a Minucio Fondano (circa 120-138 E. V.). Mentre Adriano fu duro con gli ebrei ribellatisi nel 132 e da lui combattuti fino alla loro distruzione nel 135, con i “cristiani” (che già esistevano come gruppo a parte e che erano oggetto di denunce) fu tollerante. Nei riguardi di quest’ultimi l’imperatore suggerisce di non ricercarli, ma di punirli solo quando compiono delitti. Ecco le parole di Adriano riscritte da Eusebio:

“A Minucio Fondano. Ricevetti la lettera a me scritta dal chiarissimo Serenio Graniano, tuo predecessore. La questione propostami mi sembra che non si possa decidere senza un esame, affinché gli uomini non vengano inquietati e ai delatori non sia offerta occasione di nuocere. Se dunque gli abitanti della provincia a viso aperto possono addurre valide prove alla loro petizione contro i cristiani in modo da rispondere davanti al tribunale, ricorrano pure e unicamente a questo mezzo, e non mai a pretese o clamori. Se uno vuol presentare una denuncia è conveniente che tu faccia una netta distinzione. Se chi accusa dimostra che [i cristiani] hanno infranto la legge, allora determina la pena secondo la gravità del reato; ma se, per Ercole!, il denunziante è mosso da intenzioni calunniose, ritienila una malvagità”. – Eusebio, Storia della chiesa IV,26,10 Giustino, I, 68.

   In questo documento appare solo il nome di “cristiani” e non di Yeshùa. Pur non essendo provante per determinare la storicità di Yeshùa, tuttavia è logico supporre una persona all’inizio di un movimento. 

FONTI EBRAICHE

   Filone. Si tratta di un contemporaneo di Yeshùa. Filone fu un filosofo ebreo vissuto e morto ad Alessandria nel 45 E. V.. Filone non parla di Yeshùa. Per lui le notizie su Yeshùa pervenute in Egitto non potevano essere altro che quelle tramandate dagli ebrei in Palestina: quelle su un distruttore della Legge invaso da satana. I tre anni scarsi di predicazione di Yeshùa e la sua morte vergognosa devono aver allontanato ogni interesse del filosofo desideroso solo di rendere attraente e comprensibile ai greci (intesi come gentili) la legge e la morale ebraiche.

   Giuseppe Flavio. Diverso invece il caso di questo storico ebreo che visse in Palestina, fu contemporaneo di Paolo e partecipò attivamente all’insurrezione degli ebrei contro i romani nella guerra giudaica (prima come capitano dei ribelli e poi come amico dei romani). Giuseppe Flavio scrisse due opere molto importanti: La Guerra giudaica, composta verso il 75-79 E. V., e le Antichità giudaiche, composta verso il 93-94 E. V.. In questa sua seconda opera Giuseppe ricorda Yeshùa per due volte: una volta incidentalmente, parlando di Giacomo; la seconda espressamente.

   Ecco il passo riguardante Giacomo:

“Anania convocò un’assemblea di giudici e fece addurre il nominato Giacomo, fratello di Yeshùa detto l’unto, e qualche altro. Li accusò di aver trasgredito la Legge e li condannò alla lapidazione”. – Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche 20,9,1; corsivo aggiunto per dare enfasi.

   Questo passo concorda con diversi dati biblici. Il Giacomo di cui si parla non è il fratello di Giovanni ucciso da Erode Agrippa I (“Il re Erode mise mano a maltrattare alcuni di quelli della congregazione. Soppresse Giacomo fratello di Giovanni con la spada.” – At 12:1,2, TNM). Si tratta del Giacomo fratello di Yeshùa (Mr 6:3), menzionato anche da Paolo: “Non vidi nessun altro degli apostoli, se non Giacomo il fratello del Signore” (Gal 1:19, TNM). Di Yeshùa, Giuseppe dice: “Yeshùa detto l’unto”: questo corrisponde a Mt 1:16: “Gesù, che è chiamato Cristo [= unto]” (TNM).

   Nel passo in cui Giuseppe parla direttamente di Yeshùa si legge:

“In quel tempo [al tempo di Pilato] apparve Yeshùa, uomo saggio, se pure si può chiamare uomo: egli era infatti il facitore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, e attirò a sé molti giudei e molti greci [inteso come gentili o non ebrei]. Egli era l’unto. E Pilato, avendolo fatto crocifiggere per denuncia dei dignitari della nazione, quelli che lo avevano prima amato non cessarono per questo. Egli apparve loro nuovamente vivo il terzo giorno, come avevano già detto i divini profeti insieme ad altre meraviglie. E fino ad ora sussiste il gruppo detto ‘cristiani’”. – Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche 18,3,3; corsivo aggiunto per dare enfasi.

   Questo passo è ritenuto autentico dagli studiosi, eccezion fatta per la frase “Egli era l’unto”, su cui si avanzano motivati dubbi. Lo stesso autore non può infatti aver detto prima che Yeshùa era “uomo saggio” e subito dopo dire che “era l’unto”. A conferma della fondatezza di questo legittimo dubbio c’è Origène che nel suo Contro Celso scrisse che Giuseppe “non chiamò Yeshùa l’unto” (Origène, Contro Celso 1,47). Inoltre, nel passo già citato su Giacomo, Giuseppe non chiama Yeshùa l’unto ma dice che era “detto l’unto”. Giuseppe, molto amante dell’adulazione, acclamò come unto (o cristo, consacrato) l’imperatore Vespasiano (Guerra giudaica 6,5,4). La correzione del testo succitato con la variante “egli era l’unto” applicata a Yeshùa dovette avvenire alquanto presto, dato che Eusebio già cita il passo così come lo leggiamo oggi in Storia ecclesiastica 1,11,7-8.

   Occorre ricordare qui anche il testo paleoslavo o paleorusso della Guerra giudaica:

“Al quel tempo si presentò un uomo, se almeno è giusto chiamarlo un uomo. La sua natura al pari del suo aspetto era quella di un uomo, ma il suo comportamento era superiore a quello di un uomo. Le sue opere, per così dire, erano buone ed egli operò cose straordinarie, meravigliose e potenti. Perciò non è possibile dirlo un uomo. Ma di nuovo, a vedere la sua esistenza da lui trascorsa con tutti gli altri, io lo chiamerei un angelo. Tutto ciò che compì lo fece come per un potere invisibile, e lo fece con la parola e il comando. Alcuni dissero di lui che il nostro primo legislatore [Mosè] era risorto dai morti. Altri supposero che fosse stato inviato da Dio. Egli si oppose assai alla Legge e non osservò il sabato secondo gli usi tradizionali. Ma d’altro conto non fece nulla di reprensibile né commise alcun delitto, anzi con la sua sola parola compì ogni cosa. E molti del popolo lo seguirono e accolsero la sua dottrina. Altre persone erano incerte, supponendo che per mezzo suo le tribù d’Israele sarebbero state liberate dai romani. Era suo costume stare spesso sul monte degli Ulivi, dove curava la gente. E si radunarono presso di lui dei seguaci in numero di centocinquanta, ma assieme a una moltitudine di gente. E quando costoro videro che egli aveva il potere di compiere ogni cosa con la sua parola, gli imponevano di entrare in città [Gerusalemme] e di fare a pezzi i romani e Pilato, per regnare su di loro. Ma quel tale [Yeshùa] si schermì. Quando poi ciò giunse a conoscenza dei capi giudaici, essi si radunarono presso il sommo sacerdote e dissero: ‘Noi siamo deboli ed incapaci di opporci ai romani. Ma mentre l’arco è teso, andremo da Pilato e gli diremo quello che abbiamo udito, e non ne avremo alcun danno, mentre – se egli lo venisse a sapere da altri – noi saremmo privati delle nostre sostanze, messi a morte per spada e i nostri figli rovinati’. Ed essi andarono a dirlo da Pilato. Questi allora mandò i soldati e si fece portare quel taumaturgo. Ma, quando ebbe svolto un’inchiesta a suo riguardo, si accorse che egli era un benefattore, non un malfattore, né un ribelle, e che non amava il potere. Allora lo lasciò andare. I dottori della Legge, divorati dall’invidia, […] misero quindi le mani su di lui e lo crocifissero a dispetto delle leggi antiche”. – II,9,3; edizione Istrin I, pagg. 149 e sgg..

   Alcune osservazioni su questa versione del testo di Giuseppe Flavio possono essere fatte. Il riferimento al fatto che Yeshùa “si oppose assai alla Legge” va compreso nella interpretazione dei dottori della Legge, tanto che Giuseppe dice che Yeshùa “non osservò il sabato secondo gli usi tradizionali” (corsivo aggiunto). Riguardo alle folle che lo seguivano e alla sua predilezione per il monte degli Ulivi, questo è conforme ai dati biblici. È conforme anche il fatto citato che il popolo gli fece pressione “per regnare su di loro”. “Ma quel tale si schermì”: “Gesù, quindi, sapendo che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, tutto solo” (Gv 6:15). In quanto all’atteggiamento del popolo che vedeva in Yeshùa uno zelota pronto a rovesciare il potere romano, questo è comprensibile, se pur non conforme a verità. Nei Vangeli ci sono infatti due gruppi di parole e di racconti.

   Il primo gruppo avvicina (nella interpretazione popolare) Yeshùa agli zeloti. Yeshùa attesta l’imminenza del regno di Dio, chiama Erode “una volpe” (Lc 13:32). Parla con sarcasmo dei sovrani dicendo che “i re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che le sottomettono al loro dominio sono chiamati benefattori” (Lc 22:25). Sceglie tra i suoi discepoli alcuni elementi certamente zeloti: “Simone, chiamato Zelota” (Lc 6:15; cfr. At 1:13); Giuda Iscariota (sebbene si ritenga che iscariota possa significare ‘uomo di Cheriot’ – quindi nativo del villaggio di Cheriot – sta di fatto che questo villaggio è ignoto ed è arbitrario farlo risalire a quello  ormai scomparso citato in  Ger 48:24 e in Am 2:2; lo ὁ Ἰσκαριώτης [o iskariòtes, l’iscariota] di Mt 10:4 potrebbe invece verosimilmente essere la trascrizione in greco dell’aramaico “sicario”), e questo avvalorerebbe l’ipotesi che Giuda abbia tradito Yeshùa per la delusione di non vedere realizzata da lui l’idea della liberazione di Israele dal giogo romano; Simone/Pietro, rivoluzionario (in Mt 16:17 è detto “figlio di Giona”, ma Pietro è dichiarato in Gv 1:42 “figlio di Giovanni”, per cui “figlio di Giona” è una traduzione arbitraria, tanto più che il testo greco non ha affatto “figlio di Giona” ma βαριωνᾶ [barionà] che è la trascrizione greca dell’aramaico “rivoluzionario” o “terrorista”, epiteto proprio degli zeloti). Alcuni dei suoi discepoli andavano in giro armati (Lc 22:38). Fa un ingresso trionfale in Gerusalemme (Mt 21:8). Fa una purificazione violenta del tempio (Mt 21:12). Viene condannato come sovversivo, secondo l’accusa scritta e apposta per ordine di Pilato sul suo palo di tortura: “re dei giudei” (Mt 27:37). Tutto ciò poteva attirare il consenso dei rivoluzionari, tanto che i giudei approfittano di questo per dar contro ai discepoli di Yeshùa, trascinandoli “davanti ai magistrati della città, gridando: ‘Costoro, che hanno messo sottosopra il mondo, sono venuti anche qui […] ed essi tutti agiscono contro i decreti di Cesare, dicendo che c’è un altro re, Gesù’”. – At 17:6,7.

   Il secondo gruppo di parole e di racconti presenta però vari dati da cui Yeshùa appare opposto al movimento zelota. Egli dice che non bisogna opporre resistenza al male: “Non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra” (Mt 5:39). Dichiara beati i pacifici (Mt 5:9). Comanda di amare i nemici (Mt 5:44). È familiare con l’ambiente collaborazionista pubblicano, da cui sceglie addirittura un discepolo (Matteo, Mt 9:9). Afferma che il suo regno con è di questo mondo. – Gv 18:36.

   Si può allora affermate che Yeshùa fu un antizelota. Mentre gli zeloti preparavano (come i settari di Qumràn) la riforma del culto e del sacerdozio, Yeshùa è molto più radicale di loro: non riconosce valore eterno alle istituzioni del tempo (“Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare, e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi vieni a offrire la tua offerta” (Mt 5:23,24). Egli non sopprime le istituzioni ma si accontenta di purificarle (Mt 21:12). Egli attesta anzi la fine dell’economia del tempio (Gv 4:21,23), per cui la predicazione prende il posto del sacerdozio e la fede il posto del sacrificio. Yeshùa riconosce che le strutture sociali del suo tempo non sono conformi alla volontà di Dio, ma non intende rovesciarle (ciò si attuerà solo con la venuta del regno di Dio).

     Si può concludere che Yeshùa si è rivendicata una funzione messianica che, male interpretata, poteva prestarsi ad una denuncia politica da parte dei giudei. Del resto, una soluzione politica della sua missione fu considerata sempre come la tentazione specifica messa davanti a lui: “Il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: ‘Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori’” (Mt 4:8,9). Pietro stesso ha una concezione diabolica del messia contro cui si scaglia Yeshùa: “Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molte cose da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti, degli scribi, ed essere ucciso […]. Pietro, trattolo da parte, cominciò a rimproverarlo, dicendo: ‘Dio non voglia, Signore! Questo non ti avverrà mai’. Ma Gesù, voltatosi, disse a Pietro: ‘Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini’” (Mt 16:21-23). La stessa concezione umana Pietro la esprime quando reagisce nel suo modo spontaneo quanto impulsivo: “Simon Pietro, che aveva una spada, la prese e colpì il servo del sommo sacerdote, recidendogli l’orecchio destro” (Gv 18:10); ma Yeshùa corregge la sua soluzione umana: “Credi forse che io non potrei pregare il Padre mio che mi manderebbe in questo istante più di dodici legioni d’angeli?” (Mt 26:53). Allo stesso modo, reagendo al fatto che dei samaritani si erano rifiutati di ospitare Yeshùa, “i suoi discepoli Giacomo e Giovanni dissero: ‘Signore, vuoi che diciamo che un fuoco scenda dal cielo e li consumi?’”. – Lc 9:54.

   D’altronde, la dedizione totale di Yeshùa ad una istanza non politica deve aver urtato gli zeloti, indotto Giuda disilluso a denunciarlo e il popolo a preferirgli Barabba che agli zeloti apparteneva (“era stato gettato in prigione per una certa sedizione avvenuta nella città e per assassinio” – Lc 23:19, TNM).

   Fonti talmudiche. Ci sono diversi richiami a Yeshùa che si rinvengono nel Talmùd (terminato nel 5° secolo E. V.). Yeshùa vi è chiamato hanozrì, “il nazireo”, che significherebbe “il predicatore”; e sarebbe il figlio illegittimo nato da un adulterio con un soldato romano di una pettinatrice di nome Miryàm (Bab. Shab. 104 b). In Egitto dove Miryàm sarebbe andata per nascondere il proprio peccato, Yeshùa avrebbe imparato le arti magiche (Avodà Zar. 40 d). Quindi “Yeshùa hanozrì” avrebbe ingannato e fuorviato Israele usando la magia (Bab. Sanh. 107 b; un cenno a questa accusa di magia si rinviene in Mr 3:22 in cui gli scribi dicono: “Egli ha Belzebù, e scaccia i demòni con l’aiuto del principe dei demòni”). Avrebbe avuto cinque discepoli: Mattài, Naqài, Nètser, Bunì è Todà (Bab Sanh 43 a; forse il numero di 5 deriva dai cinque discepoli che Yeshùa ebbe in Giudea: cfr. Gv 1:35-41). Egli avrebbe peccato e avrebbe indotto molti ebrei a peccare. – Ba.b Sanh. 107 b.

   La testimonianza più importante proviene da una baraità (tradizione non mishnica, ovvero non appartenente alla Mishnà o codice delle leggi tradizionali) raccolta nel Talmùd:

“Prima un araldo annunciò una proclamazione. Contro di lui fu detto: Alla vigilia della festa di Pasqua si appese Yeshùa. Quaranta giorni prima l’araldo aveva proclamato: Sia condotto fuori per essere lapidato perché egli ha praticato la magia, ha sedotto Israele e l’ha reso apostata. Chiunque ha qualcosa da dire a sua difesa venga e lo dica. Siccome nulla si addusse a sua difesa, fu appeso la vigilia della solennità pasquale. Ulà replicò: Credi tu che sarebbe stato necessario cercare qualcosa a sua difesa? Dal momento che egli divenne un seduttore, il Misericordiosissimo disse: Tu non devi risparmiarlo né passare in silenzio la sua colpa. Ma bisognava agire altrimenti per Yeshùa, perché era vicino al governo”. – Sanhedrin 43 a.

   Si dice ancora che egli aveva 33 anni e precipitò nella Geenna per subirvi atroci tormenti al tempo di Pilato . – Id. 10,2.

   Anche il rabbino Trifone nel 165 E. V. affermava:

“Yeshùa, il galileo, è il fondatore di una setta empia e avversa alla Legge. Noi l’abbiamo appeso, i suoi discepoli ne trafugarono il cadavere nottetempo e ingannarono le persone dicendo che era risorto e salito al cielo”. – Giustino, Dialogo con Trifone 8,4.

   Qui troviamo un accenno alla messinscena ideata dai capi dei sacerdoti in combutta con gli anziani: “Essi, radunatisi con gli anziani e tenuto consiglio, diedero una forte somma di denaro ai soldati, dicendo: ‘Dite così: I suoi discepoli sono venuti di notte e lo hanno rubato mentre dormivamo’”. – Mt 28:12,13.

FONTI ISLAMICHE

   Nel Corano ci sono una ventina di passi che non hanno molto valore in quanto derivano da Vangeli apocrifi. Tra questi la Sura 19 (Maryàm 18-32); la Sura 43 (Al-Zuchzuf 57-62).

   Più attendibili gli altri passi del Corano. Questi sono nella sezione della cosiddetta rivelazione proveniente da Medina. Nella Sura 2 (Baqarah) si legge: “A Gesù [scritto nel Corano: ‘Isā], figlio di Maria, abbiamo dato segni manifesti e lo abbiamo rafforzato con lo spirito della santità” (Sura 2, 254). Nel 631 Maometto accolse una delegazione di “cristiani” e dichiarò la sua fede in Yeshùa e la venerazione di Miryàm, come attestato:

“Ricorda quando il vangelo disse: O Maria, veramente, Dio ti ha annunciato la sua parola. Il suo nome sarà Messia, il figlio di Maria, celebre in questo e nell’altro mondo, e uno di coloro che hanno accesso a Dio. Egli parlerà agli uomini sia quando sarà nella culla come quando sarà cresciuto, e sarà uno dei giusti. O Signore – domandò quella – come potrò avere un figlio dal momento che nessun uomo mi ha toccata? Questa è la via di Allah, – rispose quello – quando egli decide una cosa non gli resta che dire Sì! e quella esiste. Ed egli insegnerà il Libro, la sapienza, la Torah e il vangelo e sarà un apostolo il popolo di Israele”. – Sura 3, 46-48.

   Nella medesima Sura si narra la potenza miracolosa di Yeshùa: “Sanerò i ciechi e i lebbrosi; farò rivivere i morti secondo il comando di Allah” (v. 50). E al verso 56 si legge: “Come disse Allah: O Gesù, io ti lascerò morire, ti eleverò a me e ti libererò da coloro che non credono”.

   Maometto proclama: “Gesù, presso Allah, è l’immagine di Adamo; egli lo ha creato di polvere, poi disse a suo riguardo: Sia! Ed egli fu” (Sura 3,59). Maometto accetta Yeshùa, lo difende contro le invettive giudaiche (Sura 4,157-159), ma avvisa i “cristiani” che non devono esagerare prendendo Yeshùa come figlio di Dio o come Dio. Così quindi conclude:

“O popolo della Scrittura, non siate eccessivi nella religione! Non dite su Allah niente altro che la verità. Veramente il Messia, Gesù, il figlio di Maria, è solo un inviato [apostolo] di Dio. Credete in Allah e non dite: Tre! [allusione alla trinità cristiana]. Cessate! Questo è meglio per voi. Allah è una divinità unica. A lui non piace aver un fanciullo! Il Messia, come gli angeli, non ha trovato indegno essere schiavo di Allah”. – Sura 4, Al Nisà, v. 172.

   Per Maometto gli empi sono i “cristiani” ed egli pensa che possano essere distrutti da Allah (il che avvenne, nel senso che furono sterminati nelle regioni abitate dai musulmani).

   Nel Corano Maometto fa dire a Yeshùa: “Adorate Allah, Signore mio e vostro” (Sura 5,117, Al Maida); e ancora: “Empi sono coloro che hanno detto: Allah è il terzo di una triade. Non vi è che una divinità unica. Se non cessano affatto, dite loro: Coloro che tra di essi sono empi saranno toccati da un tormento crudele”. – Sura 5,73.

ALTRE FONTI

   Queste altre fonti includono gli apocrifi. Come dice il nome stesso (apocrifo significa falso), questi scritti sono inattendibili e quindi non meritano neppure di essere portati a prova. Tra gli apocrifi: gli Atti di Pilato e i vari Vangeli apocrifi.

   Archeologia. A Ercolano, vicino a Pompei e non lontano da Pozzuoli (dove Paolo e Luca incontrarono dei fratelli in fede: “Giungemmo a Pozzuoli. Qui trovammo dei fratelli”. – At 28:13,14), sono state rinvenute una croce e una curiosa frase criptica che fu utilizzata come talismano fino al medioevo. Di queste – anche altrove sono apparse varie copie -, quattro esemplari furono rinvenuti a Dura-Europos nel deserto siriano (queste datate al 3° secolo E. V. e sono ritenute opera di soldati romani allora stazionati in quella regione). Al di là del fatto che nel 3° secolo siamo già in aperta apostasia dall’insegnamento originario di Yeshùa e al di là del fatto che ha già preso forma la croce costantiniana, è tuttavia interessante accogliere questa testimonianza quale prova della storicità di Yeshùa e del suo discepolato.

   La frase criptica, nella sua forma più antica, suona così:

ROTAS

OPERA

TENET

AREPO

SATOR

   Dato che la parola “arepo” non esiste nella lingua latina, si era dapprima pensato a una possibile parola celata con il senso di “aratro”. Ma oggi si preferisce leggere l’iscrizione in modo bustrofedico (bus = bue, trofeo = volgo; vale a dire: la prima riga da destra a sinistra, la seconda da sinistra a destra, la terza da destra sinistra, e così via, proprio come fanno i buoi quando tracciano il solco in un campo con l’aratro). In tal modo appare la frase, ripetuta due volte: “Sator opera tenet”, in cui il “tenet” è ripetuto due volte. Così:

 

Arepo 1

 

   Il significato è: “Il Creatore sostiene le opere”. Ma perché questa frase è ripetuta due volte? L’enigma è stato scoperto nel 1926.  Ecco la soluzione riunendo tutte le lettere insieme:

A

P

A

T

E

R

A | P A T E R N O S T E R | 0

O

S

T

E

R

O

   Tutte le lettere sono utilizzate (ROTAS, OPERA, TENET, AREPO, SATOR) per le due parole incrociate, con l’avanzo di due A e di due O, messe alle quattro punte, che richiamerebbero l’“Io sono l’alfa [A, alfa greco = A latino] e l’omega [Ω, omega greco = O latino]” di Ap 1:8. Le due parole formano una croce.

   La scritta criptica conteneva quindi diversi simboli: “Il Creatore sostiene le opere”; “Io sono l’alfa e l’omega”; l’inizio della preghiera detta del Pater Noster.

   Ciò testimonia la presenza di “cristiani” che occultavano i loro simboli forse sotto la persecuzione. Se poi gli esemplari più antichi (quelli rinvenuti vicino a Pompei) si fanno risalire a prima della distruzione di Pompei nel 79 E. V., il tutto acquista ancora più validità quale testimonianza storica dell’esistenza di Yeshùa.

   Tra le varie testimonianze di storicità si può citare anche Giustino. Questo filosofo oriundo della Samaria e morto nel 165 E. V., scrivendo la sua prima apologia afferma che 150 anni prima Yeshùa era nato in una grotta presso il villaggio di Betlemme. – Contro Trifone 78.

   Interessante anche ciò che scrive Origène nel 3° secolo:

“Come ulteriore prova da altre fonti, oltre al vangelo, sulla sua nascita si mostra a Betlemme la grotta dove egli nacque e, nella grotta, la mangiatoia dove egli fu avvolto in fasce. Di questo fatto si è parlato assai nei luoghi vicini, anche tra i nemici della fede e si dice che in questa grotta è nato quel Yeshùa che i cristiani onorano”. – Contro Celso 1,51 PG 11,755.

   Infine, Tertulliano (che nacque a Cartagine verso il 160 E. V. e fu esperto di leggi e istituzioni umane) dice che “vi è una prova storica [“constat”] che il quel tempo un censimento è stato attuato in Giudea”.- Adv. Marc. 4,19 PL 2,405.