La madre di Yeshùa

Chi era la madre di Yeshùa? Era una donna ebrea, una giudea: Yeshùa era “nato dalla stirpe di Davide” (Rm 1:3). La madre di Yeshùa appare all’improvviso nei racconti evangelici dell’infanzia di Yeshùa quale fidanzata di un uomo giusto chiamato Giuseppe: “Sua madre era stata promessa sposa a Giuseppe” (Mt 1:18). È questo il primo tratto storico della madre di Yeshùa.

   Qual era il suo nome? Sembrerebbe una domanda semplice con una risposta scontata: Maria. Questo nome appare infatti in tutte le versioni della Bibbia: “L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine fidanzata a un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria” (Lc 1:26,27). Le versioni, però, – si sa – sono traduzioni. Qual era dunque il suo nome vero?

τὸ ὄνομα τῆς παρθένου Μαριάμ

to ònoma tes parthènu Mariàm

il nome della vergine Mariàm

 Mariàm, dunque. Ma in greco. Da cui l’italiano Maria. Ma la madre di Yeshùa non era un’ebrea della tribù di Giuda? Sì. Aveva quindi un nome ebraico. Questo nome era מרים (Miryàm). La madre di Yeshùa si chiamava quindi Miryàm. Se parliamo in greco lo traduciamo Mariàm, ma in italiano non possiamo fare la traduzione di una traduzione. In italiano traduciamo quindi l’ebraico Miryàm con l’italiano Mìriam (che nella nostra lingua viene accentato sulla prima i: Mìriam). Come nel caso di Yeshùa, preferiamo usare il nome originale ebraico: Miryàm.

   Sulla vita di Miryàm sono state intessute numerose leggende: figlia di Gioacchino e Anna, cresciuta ed educata dai sacerdoti nel tempio di Gerusalemme, designazione miracolosa del marito tramite una colomba posatasi sulle sue spalle o la straordinaria fioritura del suo bastone, il suo corpo elevato al cielo, la sua casa trasferitasi in Italia, e molte altre. Questi sono tutti miti privi di alcun valore storico. Il libro apocrifo della Natività di Maria (5°/6° secolo E.V.) è un rifacimento dello Pseudo-Matteo (4° secolo E.V.), derivato a sua volta dal Proto-Vangelo di Giacomo (3° secolo E.V.).

   In realtà sappiamo solo che Miryàm viveva a Nazaret quando ricevette l’annuncio dell’angelo (ὁ ἄγγελος Γαβριὴλ, o ànghelos Gabrièl, l’angelo GabrieleLc 1:26; diventato non si sa come “arcangelo” per i cattolici). Sappiamo poi che dopo la minaccia di ripudio di Giuseppe fu invece accolta come sposa in casa di lui.

Il borgo di Nazaret

   Miryàm era di Nazaret, un borgo posto sui verdeggianti monti della Galilea che degradano verso la pianura di Esdrelon. Questo villaggio non è mai nominato né nelle Scritture Ebraiche né da autori profani. Solo i Vangeli ne parlano. Questi riferiscono anche il giudizio sprezzante e campanilistico dato da un importante ebreo del tempo: “Può forse venir qualcosa di buono da Nazaret?”. – Gv 1:46.

   La Nazaret dei tempi di Miryàm doveva restringersi al lembo meridionale dell’attuale cittadina odierna (En Nazira), che si arrampicava su un picco roccioso con una parete di dodici metri. Ben si comprende, allora, la scena dei nazareni che vogliono precipitare Yeshùa dal ciglio roccioso dopo una tumultuosa seduta nella sinagoga locale: “Si alzarono, lo cacciarono fuori dalla città, e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale era costruita la loro città, per precipitarlo giù” (Lc 4:29). La roccia su cui si ergeva il borgo è formata da materiale friabile: sono presenti perforazioni, grotte, cunicoli per l’aerazione. Le grotte venivano usate come stalle: è dimostrato dai buchi destinati a legarvi gli animali. La descrizione di un ritrovamento archeologico nella Nazaret evangelica (un’abitazione scoperta negli scavi), può aiutarci a capire come doveva essere la casa di Miryàm: “Vi si vede una grotta a nord… con alcuni vani a sud e a ovest ricavati con il taglio della roccia e con la muratura. La grotta appare usata e in due angoli sono praticati dei buchi come si usa fare ancor oggi per legare gli animali. Era forse una piccola stalla. Nell’angolo sud-est, però, è scavato un silo, il che ci mostra che l’uso della stalla non era il solo. La prima stanzetta davanti… era adibita a forno… di uso strettamente privato”. – Liber Annus 5 (1954-55), pag. 11, B. Bagatti.

   La cosiddetta “casa di Loreto” è una pura leggenda: la casa di Miryàm, ammesso che si sia conservata nei primi secoli, sarebbe andata completamente distrutta al tempo dell’invasione musulmana. In più, l’architettura della casa loretana nulla ha di palestinese. Ben osservava al riguardo Suriano nel 15° secolo: “La casa in la quale lei abitava, et in la quel fo annunziata da l’Agnolo, alcuni falsamente hanno dicto esser sancta Maria De Lorito, la qual è facta de quadreli et matoni, ed è coperta da copi; et in quel paese non si trovano tali cose”. – Enchiridion locorum sanctorum, Gerusalemme 1955, n. 34, I.

Miryàm e Giuseppe

   La Bibbia afferma che Miryàm “era stata promessa sposa a Giuseppe” (Mt 1:18). Giuseppe era un ebreo discendente dalla tribù di Giuda (la sua genealogia è descritta in Mt 1:1-16).

   Secondo i rabbini, ogni matrimonio giudaico includeva due atti: il fidanzamento (qidushìm) e il matrimonio vero e proprio (nisuìn). Il fidanzamento era praticamente equiparato al matrimonio, tanto che i due fidanzati già erano definiti marito e moglie: “Giuseppe, suo marito” (Mt 1:19). Il fidanzato era già “il signore” (אדן, adòn. Cfr. Gn 18:12) della fidanzata. L’infedeltà di questa, considerata un vero adulterio, era punita con la lapidazione; la risoluzione del contratto matrimoniale si doveva attuare con una lettera di divorzio; morto il fidanzato, la fidanzata era considerata vedova. L’unica differenza tra fidanzamento e matrimonio vero e proprio stava nel fatto che, durante il fidanzamento, la fidanzata – pur essendo vincolata al già quasi marito – conviveva ancora con la propria famiglia.

   Secondo i rabbini i rapporti coniugali dei fidanzati erano reputati non decorosi, sebbene non peccaminosi. Basandosi su tale fatto, diversi scrittori antichi (Ambrogio, Agostino, Tertulliano) ritengono che al momento dell’annunciazione Miryàm fosse già vera sposa di Giuseppe, in quanto non sembrerebbe logico che Dio avesse permesso una situazione considerata indecorosa. Questa ipotesi contrasta però con i dati biblici: “Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie”. – Mt 1:24.

   Il matrimonio vero e proprio consisteva nel condurre a casa del fidanzato la promessa sposa che, da quel momento, avrebbe convissuto col marito. In una parabola di Yeshùa è ben descritta questa usanza: “Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini le quali, prese le loro lampade, uscirono a incontrare lo sposo”; “Arrivò lo sposo; e quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze, e la porta fu chiusa” (Mt 25:1,10). A questo atto si riferisce Matteo quando dice che Giuseppe, dopo il sogno avuto, conformemente al comando dell’angelo, “prese con sé sua moglie”. – 1:24.

Il concepimento verginale di Miryàm

   La Bibbia parla chiaramente del concepimento verginale di Miryàm. Sia Matteo che Luca lo asseriscono. Luca esplicitamente attesta: “Maria disse all’angelo: ‘Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?’” (Lc 1:34), in cui quel “non conosco uomo” è scritto sì in greco ma pensato in ebraico. “Conoscere” un uomo o una donna significa, nel linguaggio mediorientale della Bibbia, avere rapporti sessuali: “Adamo conobbe Eva, sua moglie, la quale concepì e partorì Caino”. – Gn 4:1.

   Secondo il resoconto di Matteo, Giuseppe si era accorto che Miryàm era incinta e, ignorandone la causa, voleva ripudiarla con una lettera di divorzio anziché denunciarla pubblicamente: “Giuseppe, suo marito, che era uomo giusto e non voleva esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente” (1:19). Ma un angelo lo tranquillizzò durante in sogno dicendogli: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo”. – v. 20.

   Miryàm – attesta la Bibbia – concepì per opera dello spirito santo di Dio. Queste semplici parole hanno suscitato molte discussioni che possono essere raggruppate in due “scuole di pensiero”: 1. Pura leggenda; 2. Insegnamento religioso e non storico. Due scuole di pensiero ambedue errate. Esaminiamole.

   Parlando di pura leggenda si vuole assimilare la concezione verginale di Miryàm ai miti di altre religioni. Si citano allora tre vergini che sarebbero state rese incinte, durante un bagno nel fiume Kausu, dal seme di Zaratustra raccolto da angeli e conservato nell’acqua. Si cita anche che in Egitto, nei tempi tolemaici, si attendeva un re che avrebbe avuto per madre una donna fecondata dal dio Amon-Ra apparso in forma umana. Del resto, i greci e i romani attribuivano un’origine divina ai loro principali eroi, avendo le loro madri avuto un connubio con un dio che era loro apparso; così sarebbe avvenuto per Alessandro Magno, Platone, Apollonio di Tiana, Scipione l’Africano, Augusto. Tutte queste leggende non hanno però nessun nesso con la narrazione evangelica. Esse suppongono sempre un seme maschile da parte di un dio di sesso maschile. Nella narrazione biblica, invece, manca del tutto ogni contatto con un seme maschile. La potenza fecondatrice è riferita allo spirito santo che in ebraico ha il genere femminile e, quindi, non si presta affatto ad essere una potenza fecondatrice maschile nel senso delle leggende pagane. Di più, la sobrietà della narrazione evangelica non ha nulla a che fare con le narrazioni fantastiche di quei miti. Essa deriva perciò da cause ben diverse.

   L’altra “scuola di pensiero” vede nella narrazione biblica del concepimento verginale di Miryàm quello che si potrebbe definire un midràsh, ovvero un racconto in cui, più che un fatto storico, si intendeva trasmettere un insegnamento profondamente religioso. Secondo questa corrente – predominante in ambienti protestanti – la comunità primitiva dei discepoli voleva trasmetterci il messaggio forte che Yeshùa era “figlio di Dio”. Farebbe parte di una di quelle “forme letterarie” con cui un insegnamento religioso è presentato in forma storica. Alla fin fine sarebbe stata, dunque, la credenza in Yeshùa quale “figlio di Dio” a creare la miracolosa concezione di Yeshùa. Secondo questi studiosi non mancherebbero nelle Scritture Greche le tracce del concepimento di Yeshùa ad opera di Giuseppe. Vediamo se le loro deduzioni reggono il confronto con il testo biblico.

   “Non è questi il figlio del falegname?” (Mt 13:55). Questo passo è portato a prova, insieme alla genealogia di Yeshùa che passa per Giuseppe, del fatto che Giuseppe avrebbe generato Yeshùa. A ulteriore prova essi citano la versione siriana di Mt 1:16: “Giacobbe generò Giuseppe; Giuseppe, con cui era fidanzata la vergine, generò Gesù, che è chiamato Cristo”. Secondo loro questo dimostra che la comunità primitiva dei discepoli riteneva Yeshùa figlio di Giuseppe e che solo in un secondo tempo si sviluppò la leggenda che rese miracoloso il concepimento di Yeshùa. Vero è che la versione siriana è testimone della primitiva lezione del passo, ma questi studiosi sembra ignorino che le genealogie bibliche non seguono la via materna, ma quella paterna.

   Per quanto riguarda le affermazioni dei nazareni (“Non è questi il figlio del falegname?”), è logico che questi, ignorando il mistero attuatosi nella famiglia di Giuseppe, abbiano attribuito a lui la paternità. Non era forse lui il capofamiglia? Non accade anche oggi che si attribuisca semplicemente un figlio al padre, senza andare ad indagare se effettivamente sia tale o se la moglie lo abbia avuto da un altro? Solo gli interessati – Miryàm e Giuseppe – dovevano conoscere in quel tempo il mistero accaduto nell’intimità della casetta di Miryàm a Nazaret.

   In quanto alle genealogie, queste hanno più valore legale che biologico. Un figlio, anche se non generato dal padre, si attribuisce a lui. Accade anche oggi, nella nostra legislazione, che figli – anche se adulterini – vengano attribuiti legalmente al padre legale (a meno che non intervenga una apposita sentenza della magistratura). Come già osservato, le genealogie bibliche passano per via paterna. Questo è il motivo per cui nella genealogia di Miryàm compilata da Luca (con l’evidente intento di dimostrare la discendenza naturale di Yeshùa da Davide), non si dice che Miryàm era figlia di Eli, ma si sostituisce a Miryàm il marito Giuseppe: “Giuseppe, [figlio] di Eli” (Lc 3:23). Questa pratica è così spiegata da una enciclopedia biblica: “Nel compilare le loro tavole genealogiche è risaputo che gli ebrei includevano esclusivamente i maschi, senza indicare il nome della figlia stessa, dove la discendenza del nonno passava al nipote per mezzo di una figlia, e considerando il marito della figlia come figlio del nonno materno” (Num. xxvi, 33; xxvii, 4-7)”. – M’Clintock e Strong, Cyclopædia, 1881, vol. III, p. 774.

   Riguardo poi alla versione siriana (“Giacobbe generò Giuseppe; Giuseppe, con cui era fidanzata la vergine, generò Gesù, che è chiamato Cristo”), sebbene sia vero che essa è testimone della primitiva lezione del passo di Mt 1:16, anziché presentare il testo originale, reca tracce di corruzione. Non si capisce infatti come mai la sposa di Giuseppe sia chiamata “la vergine” se di fatto la concezione sarebbe avvenuta per via normale. Quindi, anche la versione siriana tradisce un testo originario che presentava Miryàm come “la vergine”, ossia come la madre di Yeshùa senza il concorso di Giuseppe. Il testo è dovuto probabilmente ad un errore meccanico del copista che – abituato a ripetere in tutti gli anelli precedenti della genealogia il ritornello ‘il tale generò il tal’altro’ – continuò a scrivere lo stesso schema dicendo “Giuseppe generò Yeshùa”, creando l’incongruenza di tale versione.

   Infine, se il racconto del concepimento miracoloso di Yeshùa fosse stato solo un genere letterario leggendario (midràsh), la profezia di Is 7:14 (“La giovane concepirà, partorirà un figlio”) non avrebbe potuto avervi nessun influsso. I giudei non si aspettavano il messia da una vergine, ma se lo attendevano calato dal cielo nella pienezza dei suoi anni (di questo abbiamo un riflesso in Mt 4:5,6, in cui il diavolo suggerisce a Yeshùa di buttarsi nel vuoto per dimostrare che gli angeli lo avrebbero raccolto). Un esperto di letteratura rabbinica afferma: “Il popolo ebraico non si aspettava la nascita verginale del Cristo. Non esiste negli scritti rabbinici di quel tempo, riguardo all’oracolo di Isaia 7:14 (“Ecco, una vergine concepirà”), alcuna traccia di interpretazione messianica, da cui il racconto soprannaturale di Gesù avrebbe tratto la sua origine” (G. Dal man, Die Verte Jesus, Liepzig 1898, I, pag. 226). Se la nascita di Yeshùa fosse stata inventata dai suoi discepoli per meglio accreditare presso gli ebrei la sua messianicità, sarebbe stata espressa nelle forme usuali riscontrabili negli scritti rabbinici. Non fu quindi la profezia di Isaia a creare la concezione verginale di Yeshùa; fu invece il concepimento miracoloso di Yeshùa a far applicare ad esso l’oracolo isaiano.

   Per ciò che riguarda l’asserzione cattolica di “Maria sempre vergine” si veda lo studio seguente, intitolato La “Madonna” non fu sempre vergine.

“Non conosco uomo”

    Sembrerebbe esserci, nel racconto dell’annunciazione fatto da Luca, una contraddizione. È quella che viene evidenziata da coloro che ritengono il racconto una leggenda. Come può Miryàm, pur essendo moglie o almeno fidanzata di Giuseppe, rispondere all’angelo: “Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?” (Lc 1:34). Le domande suscitate dal passo sono: Se intendeva restare vergine, perché si sposò? E se si sposò, perché intendeva restar vergine? È detto infatti: “L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine fidanzata a un uomo chiamato Giuseppe” (Lc 1:26,27). È proprio all’annuncio della sua futura maternità che Miryàm risponde: “Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?”. Esaminiamo come la Bibbia ci aiuta a capire questi due punti apparentemente in stridente contrasto.

   Alcuni esegeti, per eliminare il contrasto, hanno pensato di tagliare del tutto alcune parole dal testo sacro: “vergine” e “non conosco uomo” (Lc 1:3,28,34); altri esegeti hanno pensato di tagliare “fidanzata ad un uomo di nome Giuseppe” (Lc 1:27). Secondo loro queste sarebbero delle aggiunte posteriori. Ma è del tutto illogico eliminare senza valide ragioni (basate sui manoscritti) ciò che dà fastidio o non si comprende. I testi sono quelli che sono, i codici più sicuri ci presentano senza varianti di rilievo il testo che oggi appare nelle nostre Bibbie. La lezione è sicura: va quindi accettata così com’è. Non ci rimane che cercare di capirla.

   Altri esegeti (cattolici), intendendo difendere la perpetua verginità di Miryàm, asseriscono che ella avesse fatto un voto di verginità e che non abbia poi mai violato tale voto. Alla difficoltà di chiarire come mai, allora, si sia sposata, vengono addotte due possibilità: forse voleva salvaguardare la proprietà di cui era unica erede o forse sia lei che Giuseppe avevano fatto, tutti e due, voto di verginità.

   Riguardo alla possibilità che volesse salvaguardare la sua proprietà, si fa notare che siccome l’obbligo di partecipare al censimento indetto da Quirino riguardava pure lei, si può supporre che ella fosse figlia unica e quindi erede. Così, appariva come titolare di una proprietà fondiaria a Betlemme e, in base a Nm 36:6-9, era obbligata a sposare un uomo dello stesso casato per preservare la sua eredità. Tutti questi indizi, secondo tali esegeti, trasformano l’ipotesi di Miryàm figlia unica ed erede in quasi certezza. A tutto ciò va obiettato che noi ignoriamo del tutto se Miryàm fosse della stirpe di Davide. È possibile, forse anche probabile, ma nessun documento storico ce lo attesta, né lo fa la Scrittura. La sua parentela con Elisabetta (Lc 1:36) – moglie di Zaccaria che era un sacerdote (Lc 1:5) e quindi necessariamente della tribù di Levi – potrebbe far sorgere un dubbio al riguardo. In ogni caso, anche se Miryàm non fosse stata della tribù di Giuda e della discendenza di Davide, Yeshùa lo sarebbe stato ugualmente, dato che per gli ebrei contava la genealogia legale da Giuseppe. Inoltre, il richiamo a Nm 36 non ha alcun rapporto, anzi contrasta il presunto voto di verginità espresso da Miryàm. Il matrimonio con una persona della stessa stirpe era infatti suggerito nell’intento di far passare l’eredità ai figli nascituri. Miryàm, per essere fedele allo spirito di quella legge, avrebbe dovuto, casomai, annullare e non confermare il voto di verginità; avrebbe dovuto sposarsi per avere dei figli a cui trasmettere l’eredità. Argomentazioni quindi insostenibili.

   È allora valida la seconda possibilità? Sia Miryàm che Giuseppe avevano fatto voto di verginità? Per sostenere questa ipotesi occorre dimostrare che la verginità fosse un ideale religioso della donna ebrea. È quello che cercano di fare gli esegeti cattolici che sostengono questa ipotesi. Sinceramente, sembra proprio che cerchino di arrampicarsi sugli specchi. Citano il caso di Anna: “Vi era anche Anna, profetessa, figlia di Fanuel, della tribù di Aser. Era molto avanti negli anni: dopo essere vissuta con il marito sette anni dalla sua verginità, era rimasta vedova e aveva raggiunto gli ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio e serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere” (Lc 1:36,37). Questo passo non ha davvero nulla a che fare con il caso di Miryàm. In Israele la vedovanza era esaltata come una fedeltà al marito morto. È per questo che Naomi decide di rimanere vedova, pur insistendo perché le due nuore anch’esse vedove – ma ancora giovani – si risposino (Rut 1:3,13); in Israele vi erano molte vedove, tanto che costituiscono una categoria (Es 22:22; Is 1:17; Gc 1:27). Miryàm non era vedova. Non solo: ella si sposa! Secondo la Bibbia la verginità non era tra gli ideali religiosi della donna ebrea, ma – al contrario – il non essere madri era visto come una vera sciagura; l’aver figli era per gli ebrei segno di benedizione divina: “E certamente [Dio] ti amerà e ti benedirà e ti moltiplicherà e benedirà il frutto del tuo ventre”. – Dt 7:13, TNM.

   Scartate le suddette ipotesi, rimane la domanda: cosa intendeva dire Miryàm con “Non conosco uomo”? Esaminiamo la risposta che ci viene dalla Bibbia stessa con l’esame del testo (Lc 1) nel suo conteso, passo per passo.

   “Ti saluto, […]”. – V. 28.

   Sono le parole che l’angelo le rivolge. Questo è assai diverso dall’“Ave, o Maria” cattolico. È anche diverso dal ridicolo “Buon giorno” di TNM. Il greco ha: Χαῖρε (chàire): “Rallègrati”, “esulta”. Questo saluto riprende un tema profetico e messianico molto antico: “Prorompi in grida di gioia, o figlia di Sion!” (Sof 3:14); “Gioisci, rallégrati” (Gle 2:21); “Esulta grandemente, o figlia di Sion, manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme; ecco, il tuo re viene a te”. – Zc 9:9.

   “[…] o favorita dalla grazia”. – V. 28.

   Il termine greco è κεχαριτωμένη (kecharitomène), non riprodotto molto bene nel classico “piena di grazia”. Non indica infatti che ella sia “piena” di una grazia per distribuirla, ma che piuttosto è l’oggetto di quella grazia. Qui rende bene la TNM: “altamente favorita”, sebbene in contrasto con quel banale “buon giorno”. Indica che Miryàm è la “privilegiata”.

   “Il Signore è con te”. – V. 28.

   È questa la garanzia per tutto il resto, la prova più sicura che ella è davvero la privilegiata. Dio è con lei e la guiderà con la sua potenza.

   “Ella fu turbata a queste parole”. – V. 29.

   Non si tratta di paura dell’angelo, altrimenti si sarebbe turbata al suo apparire e non dopo il suo saluto rassicurante. Non si tratta neppure del turbamento dovuto alla sua umiltà offesa, sebbene l’umiltà sia indubbia ed espressa poi nelle sue parole: “Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola” (v. 38). Ella è invece “turbata a queste parole”, tanto che “si domandava che cosa volesse dire un tale saluto” (v. 29). È a questo punto che l’angelo le spiega la sua futura maternità ad opera dello spirito santo, usando parole che richiamano la profezia di Isaia sulla vergine:

Is

Lc

7:14

Ecco, la giovane concepirà

1:31

Ecco, tu concepirai

partorirà un figlio

e partorirai un figlio

e lo chiamerà Emmanuele.

e gli porrai nome Gesù.

9:5

Poiché un bambino ci è nato […]

1:32

Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo,

9:6

una pace senza fine al trono di Davide,

e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre.

e al suo regno,

per stabilirlo fermamente e sostenerlo

1:33

Egli regnerà sulla casa di Giacobbe

da ora e per sempre.

in eterno, e il suo regno non avrà mai fine.

questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

1:35

Lo Spirito Santo verrà su di te

   Miryàm comprende perfettamente l’allusione, tanto che domanda: “Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?” (v. 34). E il senso evidente è: Come avverrà questo? Poiché, in tal caso, non devo conoscere uomo. Il figlio deve cioè nascere da una vergine. Come è possibile, senza “conoscere” un uomo? Che nel linguaggio biblico significa: senza avere rapporti coniugali con un uomo? E l’angelo le risponde che “lo Spirito Santo verrà” su di lei “e la potenza dell’Altissimo” la “coprirà dell’ombra sua”, lei, la privilegiata. – V. 35.

   È possibile dare una simile traduzione al passo biblico? Sì. Il testo greco ha:

ἐπεὶ ἄνδρα οὐ γινώσκω

epèi àndra u ghinòsko

poiché uomo non conosco

   Anche in altri casi la preposizione greca epèi (ἐπεὶ), poiché, suppone come sottintesa una condizione e vi risponde come se essa vi fosse. Vediamo degli esempi.

   “Nella mia lettera vi scrissi di cessar di mischiarvi in compagnia di fornicatori, non [volendo dire] interamente con i fornicatori di questo mondo o con gli avidi e i rapaci o gli idolatri. Altrimenti [greco ἐπεὶ, epèi], dovreste effettivamente uscire dal mondo” (1Cor 5:9,10, TNM); qui la TNM traduce, giustamente, quell’epèi greco con “altrimenti”; così la cattolica CEI: “Altrimenti dovreste uscire dal mondo!”; la NR mantiene il senso del “poiché” o “perché” dell’epèi greco, ma aggiunge un “altrimenti”: “perché altrimenti dovreste uscire dal mondo”.

   “In questo caso [greco ἐπεὶ, epèi], egli avrebbe dovuto soffrire più volte dalla creazione del mondo” (Eb 9:26). Qui è ancora più chiaro: la NR  traduce il greco epèi (poiché/perché) con “in questo caso”; la TNM lo traduce “altrimenti”.

   “Ma se è per grazia, non è più per opere; altrimenti [greco ἐπεὶ, epèi], la grazia non è più grazia” (Rm 11:6). TNM ha: “Ora [greco ἐπεὶ, epèi] se è per immeritata benignità, non è più dovuto alle opere; altrimenti, l’immeritata benignità non è più immeritata benignità”.

   In quanto al tempo presente γινώσκω (ghinòsko), questo può appartenere sia al modo indicativo come a quello congiuntivo: la desinenza della prima persona singolare è la stessa, in –ω (-o). Il modo condizionale che esiste in italiano manca in greco: esso può essere espresso in greco usando il congiuntivo (se c’è il senso di eventualità) oppure usando l’ottativo (se c’è il senso di desiderio).

   In armonia con questo uso di ἐπεὶ (epèi) e in armonia con la grammatica greca, si può tradurre Lc 1:34 così:

“Come avverrà ciò? In tal caso non conoscerei uomo”.

   Al che, l’angelo spiega a Miryàm: “Lo spirito santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra”. – TNM.

   A questo punto Miryàm irrompe in un sublime atto di fede e dichiara: “Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola”. – V. 38.

   Traducendo così il passo, ogni difficoltà scompare. Miryàm si è sposata per avere dei figli come tutte le donne, anzi – come ogni altra ebrea – considera i figli una benedizione di Dio. L’angelo le annuncia che lei è la privilegiata che attuerà in pieno la profezia di Isaia e diverrà madre del salvatore grazie alla potenza divina. Lei accetta con evidente gratitudine. Giuseppe, ignorando tale mistero, vuole ripudiarla come adultera non appena si accorge che è incinta, senza tuttavia volerne fare uno scandalo pubblico. Un angelo gli spiega allora come stanno le cose e gli suggerisce di sposarla. Lui la sposa e per riguardo verso tale maternità divina, Giuseppe non si accosta a lei per tutto il tempo in cui lei porta in grembo Yeshùa. Poi tutto rientra nella normalità della vita. Ne nascono altri figli: quattro maschi e almeno due femmine. Di cui Yeshùa era fratello carnale.

Realtà del concepimento verginale di Yeshùa

   Alla base del racconto biblico del concepimento miracoloso di Yeshùa sta una realtà importantissima, storicamente sicura. Opporre un rifiuto al miracolo della partenogenesi è contrario alle Scritture e anche alla scienza. Vediamo perché.

   Il miracolo è possibile a Dio. Colui che ha creato le forze della natura può dirigerle in modo che attuino fenomeni usualmente inattuabili e che all’uomo potrebbero sembrare impossibili.

   La scienza ammette la partenogenesi. Già nel 1701 lo scienziato Albrecht aveva osservato che un baco da seta femminile, isolato in una custodia di vetro, aveva deposto uova fertili. Recentemente, la dottoressa Helen Spurway, docente di eugenetica all’Università di Londra, attuò meglio una dimostrazione: secondo i suoi esperimenti in laboratorio, non sempre è necessaria la presenza di un maschio per concepire un figlio. Ella stessa lo sperimentò in alcune gatte e femmine di furetto. Nel suo laboratorio londinese ella coltivò anche una certa varietà di pesciolini che dalla nascita erano stati isolati dai maschi: misero al mondo dei figli. Che ciò sia possibile anche nella specie umana è ormai dimostrato. Marianne Wex, autrice dell’unico libro sulla partenogenesi umana, spiega che il mondo scientifico, pur evitando di approfondirne la portata e il significato, non ha difficoltà a riconoscere la grande diffusione di questa modalità di riproduzione per quanto riguarda le piante e le specie animali cosiddetti “inferiori” (che sono circa un migliaio, dagli insetti ai pesci, dai ragni alle lucertole); ma quando si tratta di confrontarsi con il fenomeno della partenogenesi “nei vertebrati, nei mammiferi e infine nelle donne, incontriamo un grosso tabù”. Ella afferma: “La coscienza della partenogenesi umana esiste soltanto come una sorta di sapere segreto, amministrato da pochi scienziati/e”, e questo sebbene i casi di concepimento partenogenetico tra le donne di origine europea siano attualmente altrettanto frequenti delle nascite di gemelli monoculari. Quali sono i motivi di tale silenzio, e per quali ragioni e in che senso ci troviamo di fronte ad un vero e proprio tabù sociale? Lo sviluppo delle tecniche di fecondazione artificiale e di ingegneria genetica è legato all’ambizione maschile di avere un pieno e autonomo controllo sul concepimento e sulla riproduzione: una capacità che è invece esclusivamente femminile.

   Le più recenti scoperte sulla struttura del DNA in relazione alla nostra origine (mappatura del genoma umano) hanno mostrato che il DNA femminile o mitocondriale  è il cromosoma X; il cromosoma Y è responsabile della nascita di esseri umani maschili. Questo cromosoma Y, che nella convenzione grafica viene rappresentato uguale per dimensioni al cromosoma X, è in realtà molto più piccolo (ha circa un quinto della sua grandezza) e osservato al microscopio appare piuttosto come una piccola “v”, ovvero una X monca di due filamenti: quelli che controbilanciano eventuali difetti e predisposizioni deleteri per la salute. È il motivo, osserva la Wex, per cui “nel complesso gli uomini hanno una salute molto più cagionevole delle donne” e una vita meno lunga già a cominciare dalla condizione prenatale, visto che gli aborti spontanei sono più frequenti nei feti maschili.

   Che cos’è scientificamente la partenogenesi? Essa non ha nulla a che fare con la clonazione manipolatoria, la quale è un procedimento artificiale, cioè condotto in laboratorio, che priva una cellula sessuale femminile del suo nucleo, sostituendo ad esso il nucleo di un’altra cellula. Il processo della partenogenesi è invece spontaneo – pur potendo anch’esso essere stimolato artificialmente in laboratorio – e consiste nel concepimento e nello sviluppo di un embrione mediante un processo di divisione cellulare chiamato “mitosi”, nel quale l’ovulo femminile venuto a maturazione si raddoppia da sé, per autofecondazione.

   Sebbene nella nostra cultura la partenogenesi sia stata resa invisibile, tuttavia la sua esistenza non può essere negata. Lo dimostrano le ricerche mediche e scientifiche, i casi e le testimonianze di cui la Wex fornisce la documentazione. “Dalla pubertà alla menopausa, è un potenziale che è sempre in noi”. – Marianne Wex, Partenogenesi oggi – La forza primordiale della donna di concepire da sé, senza partecipazione di un secondo sesso, Edizioni Lilaurora, Sovicille, 2003.

   Il concepimento divino di Yeshùa non è quindi scientificamente impossibile, anzi dimostra che anche nelle azioni miracolose Dio segue le leggi generali da lui stesso assegnate alla natura. La rivista The Universe dell’11 novembre 1955 già scriveva: “Prendiamo per vero quello che afferma la dottoressa Spurway, cioè che ogni 1.600.000 donne ce n’è una che può generare un figlio che non ha mai avuto un padre. Questo non toglie nulla al carattere miracoloso della concezione e della nascita di Gesù. Continuerebbe ad essere un evento miracoloso, non necessariamente quanto alla sua sostanza, ma certo nelle circostanze in cui si verificò”.

   Oggi sappiamo che la partenogenesi è un fenomeno accertato scientificamente. Va detto comunque che con la partenogenesi nascono unicamente figlie femmine. Yeshùa era però un maschio. Cosa significa? Significa che la nascita di Yeshùa non rientrò in uno di quegli eventi naturali, seppur rari (1 su 1.600.000), di autofecondazione spontanea. La nascita di Yeshùa non fu un caso. Egli nacque per la potenza dello spirito santo di Dio. Il fenomeno della partenogenesi illustra solo come un fenomeno ritenuto impossibile dall’uomo comune sia in effetti scientificamente provato. Nel caso di Yeshùa rimane il miracolo (più comprensibile alla luce della partenogenesi) attuato dalla potenza dello spirito di Dio.

   Il concepimento verginale di Yeshùa aveva lo scopo di dar inizio al nuovo Adamo. Yeshùa, ricollegato a noi per mezzo di Miryàm, era staccato da noi in quanto con la sua concezione verginale indipendente da Giuseppe veniva a creare un solco tra lui e l’umanità colpevole che, provenendo dalla primitiva coppia, ne ha ereditato la tendenza al male (Rm 7:7-23). Per tale sua concezione egli ‘sarebbe stato grande e sarebbe stato chiamato figlio di Dio’. – Lc 1:35.