Yeshùa, figlio di Dio

Yeshùa è Dio? La divinità di Yeshùa è sostenuta spesso con la citazione di passi biblici che presentano Yeshùa come “figlio di Dio”. Specialmente in ambito cattolico, questa sola affermazione sembra sufficiente per stabilire che Yeshùa sarebbe Dio: Yeshùa è figlio di Dio, quindi è Dio. La deduzione non appare logica: se Yeshùa è il figlio di Dio, come fa ad essere Dio? Se poi si vuol sostenere che come un figlio d’uomo è uomo così un figlio di Dio è Dio, la logica si oppone di nuovo. Un figlio d’uomo è uomo, ma è un altro uomo.

   La Scrittura indiscutibilmente afferma che Yeshùa è figlio di Dio: “Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio” (1Gv 4:15, CEI). La domanda corretta è quindi: che cosa suggeriva l’affermazione che Yeshùa è figlio di Dio ai lettori del tempo apostolico? L’espressione “figlio di Dio” ha, infatti, una lunga storia precedente che ne chiarisce il senso.

   Per gli ellenisti designava un eroe generato da Dio in una donna terrena; per loro un “figlio di Dio” possedeva forza, intelligenza e abilità sovrumane. Erano considerati di questa stregua alcuni re (come Alessandro), dei filosofi (come Pitagora e Platone), dei taumaturghi o operatori di miracoli (come Esculapio), degli eroi (come Ercole). Tale concetto non si può però assolutamente applicare alla mentalità ebraica. Il Dio di Israele, tra tutte le divinità dei popoli antichi, è un essere asessuato e unico che non ha nulla di umano: “Se avessi fame, non te lo direi; perché il mondo e quanto esso contiene è mio. Mangio forse carne di tori, o bevo sangue di capri?” (Sl 50:12,13, ND); “Non lo sai forse, non l’hai udito? Il Dio di eternità, l’Eterno, il creatore dei confini della terra, non si affatica e non si stanca” (Is 40:28, ND); “L’Eterno è eccelso su tutte le nazioni, la sua gloria è al di sopra dei cieli. Chi è simile all’Eterno, il nostro Dio che abita nei luoghi altissimi, che si abbassa a guardare le cose che sono nei cieli e sulla terra?”. – Sl 113:4-6.

   Nella lingua ebraica il vocabolo “figlio” è ben (בן) e deriva dal verbo banàh (בנה) che significa costruire. Presso gli ebrei il nome “figlio” può significare, ovviamente, la discendenza biologica da un padre. Ma può significare, anche tra uomini stessi, una relazione sociale o legale, non biologica. Ad esempio, il figlio nato dal cognato che aveva sposato la vedova del fratello morto senza figli, era per legge considerato figlio del defunto perché ne continuava la discendenza (Dt 25:5-10). Questo è alquanto diverso dal nostro concetto. Per la nostra civiltà un bimbo nato in tali condizioni è evidentemente figlio del padre biologico. Per gli ebrei era invece legalmente figlio del defunto.

   C’era poi presso gli ebrei un altro uso della parola “figlio”: le famiglie che s’innestavano socialmente in un gruppo più forte divenivano discendenti, figli, di quel capo, pur avendo avuto un’origine diversa. È così che si spiegano le varie genealogie nella Bibbia, la cui diversità rispecchia situazioni ed epoche diverse in cui certi gruppi familiari erano socialmente legati a persone diverse.

   Tale concetto di rapporto relazionale e non generativo si applica anche alle frasi che qualificano un individuo. Così si può parlare di “figli della maledizione” (2Pt 2:14), “figlio della perdizione” (2Ts 2:3), “figlio del tuono” (Mr 3:17), “figli del regno” e “figli del maligno” (Mt 13:38), “figli d’ira” (Ef 2:3), “figli della luce”. – 1Ts 5:5.

   Sempre per indicare una relazione, nella Bibbia si parla anche di “figli degli orefici” per indicare semplicemente gli orefici, tanto che una versione biblica ha: “Membro della corporazione degli orefici” (Ne 3:31, TNM, nota il calce: Lett. “figlio”). Questo uso della parola “figli” è ben indicato da un dizionario biblico: “Il termine ‘figli’ ha spesso una funzione descrittiva: orientali (lett. ‘figli dell’Oriente’ [1Re 4:30; Gb 1:3, nota]); ‘unti’ (lett. ‘figli dell’olio’ [Zc 4:14, nota]); membri (‘figli’) di classi professionali, come ‘figli dei profeti’ (1Re 20:35) o ‘membro [‘figlio’] dei mischiatori di unguento’ (Ne 3:8); esuli ritornati (‘figli dell’Esilio’) (Esd 10:7, 16, nota); uomini buoni a nulla, farabutti (‘figli di belial’) (Gdc 19:22, nota). Coloro che seguono una certa linea di condotta o manifestano certe caratteristiche sono designati da espressioni come ‘figli dell’Altissimo’, ‘figli della luce e figli del giorno’, ‘figli del regno’, ‘figli del malvagio’, ‘figlio del Diavolo’, ‘figli di disubbidienza’ (Lc 6:35; 1Ts 5:5; Mt 13:38; At 13:10; Ef 2:2). Lo stesso vale per il giudizio o risultato corrispondente alla caratteristica, come ‘soggetto alla Geenna’ (lett. ‘figlio della Geenna’) o ‘figlio della distruzione’ (Mt 23:15; Gv 17:12; 2Ts 2:3). Isaia, nel profetizzare che Dio avrebbe punito Israele, chiamò la nazione ‘miei trebbiati e figlio della mia aia’. — Is 21:10.” – Perspicacia nello studio delle Scritture, Volume 1, pag. 922, Watch Tower Bible and Tract Society of Pennsylvania, 1988.

   Si tratta sempre di un ben (ebraico בן, “figlio) o di un bar (aramaico בר, “figlio”) inteso in senso non generativo ma relazionale verso una certa qualità o un luogo o una corporazione.

   Compreso questo uso relazionale della parola “figlio”, per quanto concerne l’espressione “figlio di Dio” è ovvio che si tratta proprio di questa categoria. Non si può parlare di figli di Dio in senso generativo: questa idea appartiene al paganesimo, mentre il Dio della Bibbia è asessuato. “Figli di Dio” indica quindi un rapporto di relazione e non di natura. Chi è allora “figlio di Dio”?

ANGELI

   “Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro” (Gb 1:6, CEI).

   “Mentre gioivano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di Dio”. – Gb 38:7, CEI.

ISRAELE

   “Quando Israele era fanciullo, io l’amai e dall’Egitto chiamai mio figlio” (Os 11:1, ND). Interessante l’applicazione che ne fa Mt 2:15, in cui il “figlio” (che era Israele in Osea) è Yeshùa: “E rimase là fino alla morte di Erode, affinché si adempisse quello che fu detto dal Signore per mezzo del profeta, che dice: ‘Ho chiamato il mio figlio fuori dall’Egitto’”. –  ND.

   “E devi dire a Faraone: ‘Geova ha detto questo: Israele è mio figlio, il mio primogenito’”. – Es 4:22, TNM.

   Non solo il popolo di Israele, ma gli israeliti e le israelite sono definiti nella Bibbia “figli di Dio”: “Dirò al settentrione: Restituisci, e al mezzogiorno: Non trattenere; fa’ tornare i miei figli da lontano e le mie figlie dall’estremità della terra”. – Is 43:6, CEI.

   Nella letteratura giudaica postbiblica si passa dall’insieme del popolo al singolo membro giusto che viene definito “figlio” di Dio: “Figlio, bada alle circostanze e guàrdati dal male così non ti vergognerai di te stesso (Siracide 4:20, C.E.I.); “Se il giusto è figlio di Dio, egli l’assisterà (Sapienza 2:18, C.E.I.). QQqQuesti testi non appartengono al canone biblico, tuttavia illustrano l’uso della parola “figlio di Dio” presso gli ebrei, come del resto abbiamo appena visto nella Bibbia stessa. L’uso del termine “figlio di Dio” applicato ai singoli fedeli è attestato al tempo di Yeshùa: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio” (Rm 8:14, NR); “Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio”. – Ap 21:7, NR; cfr. 2Sam 7:14: “Io sarò per lui un padre ed egli mi sarà figlio”.

IL RE

   Se tutto il popolo d’Israele è figlio di Dio, a maggior ragione lo deve essere la persona che lo rappresenta, il re. A differenza del pensiero egizio (secondo cui il re o faraone era per nascita figlio naturale del dio protettore, generato fisiologicamente da lui, tanto che – non potendo mischiare il suo sangue divino con quello profano – doveva sposare la propria sorella, lei pure di sangue divino), per gli ebrei il re era un puro uomo che diventava “figlio di Dio” al momento della sua intronizzazione. “Dichiarerò il decreto dell’Eterno. Egli mi ha detto: ‘Tu sei mio figlio, oggi io ti ho generato’” (Sl 2:7, ND). Questo passo, applicato in seguito a Yeshùa, si riferiva al re Davide. Proprio a Davide, Dio garantisce che tratterà come suo figlio il suo successore Salomone: “Io sarò per lui un padre ed egli mi sarà un figlio”. – 2Sam 7:14, ND.

IL RE MESSIANICO

   Se ogni re d’Israele è figlio di Dio, tanto più lo è il re per eccellenza, tanto atteso dai giudei come messia (= unto, consacrato).

   Questo epìteto è attribuito a Yeshùa anche dai demòni che lo chiamano “figlio di Dio”: “Anche i demòni uscivano da molti, gridando e dicendo: ‘Tu sei il Figlio di Dio!’” (Lc 4:41, NR).  E Luca annota: “Perché sapevano che egli era il Cristo”. “Il Cristo”, il messia, l’unto, il consacrato: questa era la confessione di fede che fece Pietro quando Yeshùa domandò agli apostoli chi pensavano lui fosse: “Egli domandò loro: ‘E voi, chi dite che io sia?’ E Pietro gli rispose: ‘Tu sei il Cristo’” (Mr 8:29). È lo stesso senso che Natanaele dà quando dice a Yeshùa: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele” (Gv 1:49), dove la parola “re” è sinonimo di messia (ebraico) o cristo (greco). Anche Caifa, il sommo sacerdote, interrogando Yeshùa, usa la stessa espressione: “Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto”? (Mr 14:61). Perfino il centurione romano, che ormai doveva essere avvezzo alle espressioni ebraiche, usa lo stesso termine: “Il centurione che era lì presente di fronte a Gesù, avendolo visto spirare in quel modo, disse: ‘Veramente, quest’uomo era Figlio di Dio!’” (Marco 15:39); nel testo greco manca l’articolo “il”, per cui il centurione diceva in effetti che Yeshùa “era un figlio di Dio”.

   “Figlio di Dio” non significa quindi per nulla che Yeshùa sia Dio. Il termine – come abbiamo visto – ha un’ampia applicazione nella Bibbia. Conformemente all’uso biblico, che denotava una particolare relazione con Dio, Yeshùa aveva un rapporto tutto speciale con Dio. Yeshùa era il cristo o messia o unto o consacrato. Era il figlio di Dio per eccellenza, colui che era in una relazione tutta speciale con Dio.

La coscienza di Yeshùa circa se stesso

   Yeshùa non si è mai chiamato “figlio di Dio”: ha preferito presentare se stesso come “figlio dell’uomo”:

ὁ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου

o üiòs tu anthròpu

il figlio dell’uomo

   Questa espressione, al di fuori dei Vangeli, si trova solo tre volte nelle Scritture Greche (in At 7:56, pronunciata da Stefano durante il suo martirio; e in Ap 1:13;14:14, pronunciata da Giovanni nel descrivere la sua visione celeste).

   Nonostante questo, diversi studiosi ritengono che Yeshùa, pur non proclamandosi figlio di Dio, abbia agito come tale. Alcuni affermano anche che Yeshùa non solo si sia arrogato tale autorità, ma si sia equiparato a Dio; lo avrebbe fatto perdonando i peccati. Perdonare i peccati è una prerogativa che solo Dio ha, come del resto osservò uno scriba: “Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?” (Mr 2:7). Va detto però che Yeshùa non perdonò direttamente i peccati, egli disse: “I tuoi peccati ti sono perdonati” (Mr 2:9). Il passivo (“ti sono perdonati”) è una maniera biblica per introdurre Dio senza nominarlo; equivale a: Dio ti perdona i tuoi peccati. È paragonabile all’espressione del profeta Natan che dice a Davide: “Il Signore ha perdonato il tuo peccato” (2Sam 12:13). Come profeta di Dio, Yeshùa ha l’autorità – come l’aveva Natan – di perdonare ossia di comunicare il perdono di Dio dei peccati. Per questo Yeshùa afferma: “Il Figlio dell’uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati” (Mr 2:10). È lo stesso senso che viene dato a Gv 20:23 in cui gli apostoli ricevono il potere di dichiarare perdonati i peccati, non di perdonarli con il proprio potere: “A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti”. Si noti poi la differenza tra “i tuoi peccati ti sono perdonati” (passivo) e “àlzati!” (imperativo). – Mt 9:6.

   Si è anche osservato che Yeshùa, con le sue antitesi “ma io vi dico”, mostra di essere superiore alla Legge e a Mosè. Questa osservazione denota poca confidenza con il modo di esprimersi biblico. È una osservazione che nasce da una mentalità occidentale che legge un testo mediorientale applicando le categorie occidentali. Vediamo il senso vero dell’espressione di Yeshùa: “Voi avete udito che fu detto […] ma io vi dico […]” (Mt 5, passim). Quel “ma” – che denota contrapposizione – è presente in molte traduzioni. Cosa troviamo però nel testo greco originale?

Ἐγὼ δὲ λέγω ὑμῖν

Egò de légo ümìn

  Io e dico a voi

    Nel testo greco non c’è affatto un “ma” (che in greco si dice ἀλλά, allà): c’è invece un δὲ (de), che è molto più vicino ad un “e” che a un antitetico “ma”. Anzi, nella lingua greca dei Vangeli la particella δὲ (de) indica comunemente un collegamento, non una contrapposizione. Questo è il classico esempio in cui si nota che gli scrittori biblici del tempo di Yeshùa scrivevano in greco ma pensavano in ebraico. Questa espressione (“e io vi dico”, Dia) è una classica espressione rabbinica che non intende affatto introdurre un’opposizione, ma una spiegazione. Il Talmud è ricco di queste espressioni. Fa parte della dialettica rabbinica in cui un esegeta fa un commento su un passo della Scrittura e un altro propone una nuova esegesi che introduce con un “e io vi dico”. Chi conosce il modo di esprimersi ebraico sa leggere bene quanto dicono gli scritti sacri del tempo evangelico. Yeshùa, da buon rabbì (“Pietro, rivoltosi a Gesù, disse: ‘Rabbì’”. – Mr 9:5), argomentava alla maniera rabbinica. E quella sua espressione è tipicamente rabbinica:

 

לכם אמר ואני

vaanì omèr lachèm

e io vi dico

   Tutte queste considerazioni non implicano affatto in Yeshùa la natura stessa di Dio. Mostrano solo che Yeshùa, come consacrato (messia, cristo), è in un rapporto unico con Dio. Yeshùa stesso, in ogni modo, si afferma inferiore a Dio perché ignora il giorno e l’ora della sua parusìa (Mr 13:32). Contro chi lo chiama buono, Yeshùa si adira affermando che solo Dio è buono. – Mr 10:18.

   Siamo quindi sempre nel campo relazionale: Yeshùa il consacrato è il figlio per eccellenza perché il compito che ha avuto da Dio è unico e non dato ad altri. Yeshùa è un profeta, ma un profeta particolare; è un re, ma un re speciale; è un sacerdote, ma un sacerdote unico e diverso da tutti. Yeshùa è tutto questo, ma non per questo è di natura uguale a Dio.

Quando Yeshùa fu proclamato “figlio di Dio”?

   Il re di Israele diveniva figlio di Dio (suo delegato) quando era elevato al trono. Yeshùa divenne figlio di Dio quando con la sua resurrezione fu elevato alla destra di Dio. Questo è quanto afferma l’apostolo Paolo: “Risuscitando Gesù, come anche è scritto nel salmo secondo [Sl 2:7]: ‘Tu sei mio Figlio, oggi io t’ho generato’’” (At 13:33). Ed è quanto afferma anche Pietro, con altre parole, quando dice: “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”. – At 2:36.

   Che la proclamazione di Yeshùa come figlio di Dio sia avvenuta alla sua resurrezione è asserito chiaramente in Rm 1:4: “Dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la risurrezione dai morti; cioè Gesù Cristo, nostro Signore”.

   Tuttavia quel Yeshùa “nato dalla stirpe di Davide secondo la carne” (Rm 1:3) e destinato alla futura gloria, già nella sua vita terrena aveva ricevuto da Dio un compito specifico. È quanto è messo in rilievo nella scena del battesimo: “Venne una voce dal cielo: ‘Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto’” (Lc 3:22). Di questo passo esiste anche una lezione occidentale che dice “oggi ti ho generato” al posto di “in te mi sono compiaciuto”, derivata probabilmente dal Sl 2:7; ma questa lezione occidentale è poco armonizzabile con l’altra dichiarazione di At 13:33, sempre di Luca, in cui si afferma che la “generazione” relazionale di Yeshùa come figlio di Dio avvenne alla resurrezione.

   Un’espressione simile è ripetuta al momento della trasfigurazione di Yeshùa: “Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 17:5). C’è qui un riferimento a Is 42:1 che dice: “Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il mio eletto di cui mi compiaccio; io ho messo il mio spirito su di lui”. In Mt il “servo” di Is è identificato con Yeshùa. Pare un’anticipazione della sua morte sul palo. Colui che morirà come un volgare malfattore era pur sempre il “figlio di Dio”, il suo “servo”.

   Anche riguardo alla nascita di Yeshùa si usa questa espressione: “Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre” (Lc 1:32). Tuttavia Yeshùa “sarà chiamato Figlio dell’Altissimo” in futuro, quando sarà grande. La natura divina uguale a quella di Dio qui è esclusa: quello che nasce e che “sarà chiamato figlio dell’Altissimo” è infatti l’uomo Yeshùa figlio di una donna (non si allude ad una natura divina prima della nascita).  Anche se si volesse sostenere (contro la Scrittura) che Yeshùa era da subito, dalla nascita, figlio di Dio non si potrebbe certo pensare alla seconda persona della trinità o al secondo Dio dei binitari, altrimenti si dovrebbe dedurre che egli nacque proprio allora e di conseguenza non è eterno (condizione richiesta dalla falsa dottrina della trinità).

   “Quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge” (Gal 4:4). Qui Yeshùa è definito figlio di Dio sin dalla nascita. Ma si tratta di una prolessi o anticipazione: quello che sarebbe divenuto figlio di Dio.

   “Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio” (Gv 3:16). Qui riguarda la sua morte: “ha dato”.

   Ritornando ai passi citati di Luca, è interessante notare che egli presenta Yeshùa – proprio come fece Paolo – come un secondo Adamo, iniziatore di un’umanità nuova. Come Adamo fu creato direttamente da Dio per opera del suo spirito (רוח, rùach) che volteggiava sulle acque (Gn 1:2) e che si esprimeva nelle parole creative, così lo stesso spirito fa concepire Yeshùa. Non senza motivo, infatti, Luca fa risalire la genealogia di Yeshùa oltre Abraamo fino ad Adamo (Lc 3:38). Anzi, dice “di Adamo, di Dio”, mettendo meglio in parallelismo il fatto che Yeshùa, come Adamo, era “figlio di Dio” e che tale sarebbe stato chiamato. – Lc 1:35.

   Ma allora quando fu che Yeshùa fu proclamato figlio di Dio? Alla nascita?, al battesimo?, alla trasfigurazione?, alla resurrezione? Solo la concezione relazionale può spiegarlo. Infatti, dal momento che Yeshùa è legato in modo particolare a Dio, ogni tappa decisiva della sua esistenza è un nuovo modo di entrare in rapporto con Dio. Tutto questo sarebbe inconcepibile affermando una staticità della sostanza di Yeshùa, che sarebbe identicamente sempre quella dalla nascita alla resurrezione. Yeshùa, invece, entrò progressivamente in una relazione sempre più intima con Dio, essendo ubbidiente e fedele fino alla suprema prova della morte.