Il lògos (la parola), chi o cosa era

C’è un importante un passo biblico che viene mal interpretato sia dai trinitari che dagli unitari. Si tratta di Gv 1:1. Ecco il testo originale greco:

ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος

En archè en o lògos kài o lògos en pros ton theòn, kài theòs en o lògos

                          in principio era la  parola e la parola era presso il Dio e Dio era la parola

   “In principio era la parola”: la “parola” di cui si parla esisteva già; esisteva “in principio”. Occorre identificarla e capire cosa sia questa parola.

   “La parola era presso il Dio”: questa “parola” (che identificheremo) era presso il Dio. Si noti l’articolo determinativo (τὸν, ton, il). Si parla qui del Dio uno e unico, il creatore.

   “E la parola era Dio”: qui occorre fare attenzione: il soggetto non è Dio, ma la parola, che è predicato nominale. Lo stabilisce già il contesto: è della parola che si sta parlando. Lo stabilisce anche la costruzione della frase: in greco (come in latino) il soggetto è spesso alla fine della frase. In italiano diciamo che “la parola era Dio” e non che “Dio era la parola”. In greco questo equivoco non nasce: se infatti si volesse dire che Dio era la parola, si direbbe che ‘il Dio era la parola’, usando l’articolo. Nella frase precedente, infatti, si usa l’articolo determinativo davanti a Dio: “La parola era presso il Dio”. Se questo articolo fosse usato nella frase successiva, allora significherebbe che ‘il Dio era la parola’. Il testo però non dice così. Dice che “la parola era Dio”. Sbagliano quindi i testimoni di Geova ad insistere su questa mancanza di articolo per dimostrare che la parola era ‘un dio’ o ‘divina’ e non Dio. La mancanza di articolo è infatti richiesta dalla costruzione: “la parola [soggetto] era Dio [predicato nominale]”. Insistere nel voler mettere l’articolo indeterminativo “un” davanti a “Dio” indica solo scarsa conoscenza della lingua greca.

   Significa allora che la parola effettivamente era Dio? La risposta rischia di essere fuorviante se chi fa la domanda ha già in mente alcune sue conclusioni religiose. Per meglio dire: se si crede che la parola sia Yeshùa, si fa dire al testo che Yeshùa era Dio; questo contro tutte le evidenze bibliche che non identificano Yeshùa con il Dio di Israele. Se si crede che la parola sia un dio o divina, si fa dire al testo una cosa che non dice, dato che è detto chiaramente che “la parola era Dio”. L’errore sta nel dare per scontato che la parola sia Yeshùa. Ma è proprio così? In effetti, no. Esaminiamo bene il testo.

   Già ci può mettere sulla buona strada della comprensione l’uso che Giovanni stesso fa di questo termine (“parola”, lògos). Nel suo vangelo Giovanni parla spesso di questa “parola” (greco λόγος, lògos): “Se perseverate nella mia parola [λόγος, lògos]” (Gv 8:31); “Se uno osserva la mia parola [λόγος, lògos]” (Gv 8:51); “Chi ascolta la mia parola [λόγος, lògos]” (Gv 5:24). Questa “parola” (λόγος, lògos) è la parola di Dio: “Io ho dato loro la tua parola [λόγος, lògos]” (Gv 17:14); essa è la verità: “La tua parola è verità [λόγος, lògos]”. – Gv 17:17.

   Si tratta quindi della “parola” di Dio, la parola creatrice di Dio. “In principio Dio creò” (Gn 1:1): “Dio disse” (Gn 1:3). Dio nominava le cose ed esse erano create. Dio creò tramite la sua parola. È la parola vivificante di Dio di cui egli stesso dice: “Così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata” (Is 55:11). Questa parola che “era in principio” e che “era presso Dio”, è la sapienza con cui egli ha creato l’universo, quella stessa sapienza personificata che parla in prima persona in Pr 8:22-30: “Geova [yhvh nel testo ebraico] stesso mi produsse come il principio della sua via, la prima delle sue imprese […]. Da tempo indefinito fui insediata, dall’inizio, da tempi anteriori alla terra […] quando egli non aveva ancora fatto la terra e gli spazi aperti. Quando egli preparò i cieli io ero là; […] allora ero accanto a lui come un artefice” (TNM). Questa “parola”, sapienza di Dio, era presso Dio. Prima di Yeshùa era già una potenza divina. È proprio questa parola di Dio che è scesa in Yeshùa e ha abitato in lui. Come, infatti, Yeshùa potrebbe proclamare con tanta autorità quella parola se non per il fatto che essa è scesa in lui? “La Parola è divenuta carne e ha risieduto fra noi” (Gv 1:14, TNM): essa ha risieduto nella persona mortale di Yeshùa. È per questo che Yeshùa non pronuncia parole umane, ma parole di Dio: “Chi trascura me e non riceve le mie parole ha uno che lo giudica. La parola che ho detto è ciò che lo giudicherà nell’ultimo giorno, perché non ho parlato di mio proprio impulso, ma il Padre stesso che mi ha mandato mi ha dato comandamento su ciò che devo dire e di che devo parlare” (Gv 12:48,49, TNM). Dio stesso aveva profetizzato circa il messia: “Susciterò per loro [gli israeliti] di mezzo ai loro fratelli un profeta come te [Mosè]; e in realtà metterò le mie parole nella sua bocca, ed egli certamente pronuncerà loro tutto ciò che io gli comanderò”. – Dt 18:18.

   D’altra parte, l’idea di un lògos quale demiurgo e artefice della creazione è un concetto pagano del tutto estraneo alla Scrittura. È nella letteratura greca pagana che si parla di un lògos artefice. La filosofia del logos è presente nello Stoicismo. Cleante (3°-4° secolo a.E.V.), richiamandosi ad Eraclito, afferma la dottrina del logos spermatikòs (la “ragione seminale”) che si diffonde nella materia inerte animandola e portando alla vita i diversi enti. Filone d’Alessandria (20 circa a. E. V. – 50 E.V.) riprenderà il logos della tradizione stoica incorporandolo nella sua teologia e connettendolo al tema biblico della “parola di Dio”. Per Filone, che si rifà anche al Timeo di Platone, Dio è trascendente rispetto al mondo, e a far da mediatore tra il primo e il secondo è proprio il logos. Nella dottrina di Filone si riconoscono temi e concetti che poi torneranno nel cosiddetto cristianesimo (che è in verità l’apostasia dalla dottrina originale di Yeshùa).

   Mai Giovanni avrebbe utilizzato una tale categoria filosofica pagana. Giovanni era un ebreo che conosceva la verità delle Scritture: per lui come per tutti gli ebrei la parola di Dio era la sua stessa sapienza. Dispiace che alcuni studiosi della Bibbia ritengano che Giovanni abbia usato il termine logos in una doppia accezione: per comunicare sia agli ambienti ebraici, familiari col concetto della divina sapienza, sia agli ambienti della filosofia ellenistica, in cui il logos era un concetto filosofico radicato da tempo. Questo metodo (di mettere insieme verità biblica e paganesimo) è tipico del cosiddetto cristianesimo (apostasia istituzionalizzata nel 4° secolo E. V. e dai cui sorse la Chiesa Cattolica) e nulla ha a che fare con Giovanni, l’autore dell’omonimo vangelo. Seguendo quest’idea, alcune traduzioni cinesi del Vangelo di Giovanni hanno addirittura tradotto il termine logos con “Tao”!

   Purtroppo le convinzioni religiose condizionano molto le traduzioni bibliche. Lo fanno anche in questo caso. Ecco, ad esempio, come TNM traduce il passo in questione (infrangendo le regole delle lingue greca e italiana):

 

1 In principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era un dio. La costruzione greca impedisce questa traduzione. Il greco ha: “La [, o] parola era Dio”. “La parola” è soggetto; “Dio” è predicato nominale.
2 Questi era in principio con Dio. 3 Tutte le cose son venute all’esistenza per mezzo di lui, e senza di lui neppure una cosa è venuta all’esistenza. La precedente “parola”, femminile in italiano, diventa improvvisamente maschile: “questi”, “lui”. Una cosa (“la parola”) diventa improvvisamente una persona: “lui”.

 

Che il logos, “la parola”, non sia Yeshùa ma la parola creatrice di Dio lo dimostra la Bibbia stessa:

 

“I cieli furono fatti dalla parola del Signore,

e tutto il loro esercito dal soffio della sua bocca”.

Sl 33:6.