Il giorno della nascita di Yeshùa

Sebbene sia ormai risaputo che il tradizionale 25 dicembre (definito sui calendari “Santo Natale” o “Natività di nostro Signore”) abbia più a che fare con un’antica festa pagana che con la reale nascita di Yeshùa, ci sono ancora studiosi che sostengono la validità della data. Un breve sguardo alla storia della natività sarà utile.

   Nelle tradizioni patristiche occorre distinguere due epoche: i primi tre secoli e il periodo posteriore.

   Nei primi tre secoli vige la più grande disparità di opinioni circa il compleanno di Yeshùa, benché la tendenza sia quella di collocarlo nel periodo primaverile. Il primo a parlarne fu Clemente Alessandrino (morto nel 215) che asseriva che Yeshùa sarebbe nato secondo alcuni il 20 maggio (Stremata 1,21 PG 8,888). È un errore attribuire questa opinione riferita da Clemente ai discepoli di Basilide, come usualmente si fa. Clemente accenna ai basilidiani, è vero, ma solo per dire che “essi festeggiavano il battesimo del Signore il 15 tubi [= 10 gennaio], ma altri l’11 tubi [= 6 gennaio]”. Fu un errore di alcuni studiosi attribuire queste date (riferite da Clemente al battesimo) alla nascita di Yeshùa (cfr. Enciclopedia Cattolica, VIII, pag. 1667). In uno scritto, falsamente attribuito a Cipriano (morto nel 258), si legge che Yeshùa sarebbe nato il 28 marzo (De Pascha computus); l’anonimo scrittore fissa la data a mercoledì 28 marzo, data che si accorda anche con le feste che si celebravano in Egitto. In uno scritto di Ippolito la data della nascita di Yeshùa viene fissata al 2 aprile (Canone Pasquale); secondo altri la data corretta sarebbe stata il 19 aprile. Fu solo Giulio Africano che nella sua Cronologia del 221 pose la data al 25 dicembre.

   Dal 4° secolo due date si contendono il campo. Entrambe si accordano nel porre la data in inverno, ma mentre in Oriente la si festeggia il 6 gennaio, in Occidente il 25 dicembre. La festività occidentale finì con l’imporsi a tutto il mondo “cristiano” ad eccezione degli armeni.

   Che valore attribuire a queste date? Di certo esse non poggiano su elementi storici. Comunque, esaminiamole brevemente.

   Il 6 gennaio. Questa festa è detta Epifania (in greco significa “manifestazione”) e serviva a ricordare il riconoscimento di Yeshùa da parte dei gentili o pagani (rappresentati dai maghi che visitarono Yeshùa bambino), ma anche la proclamazione fatta da Dio al momento del battesimo di Yeshùa e perfino il primo miracolo di Yeshùa alle nozze di Cana. In seguito vi si aggiunse anche il ricordo della nascita di Yeshùa che in tale giorno avrebbe assunto forma umana. L’Epifania era chiamata anche Festa delle Luminarie, nome che indica come originariamente fosse collegata con antiche celebrazioni del dio Sole. La festa orientale dell’Epifania sostituì la festività pagana che celebrava in quel giorno la nascita o il rinnovamento di Aion (Eone) o “Éra”.

   Il 25 dicembre. In Occidente la nascita di Yeshùa fu festeggiata mediante una solennità liturgica il 25 dicembre. Ci sono ragioni storiche per credere che tale uso abbia avuto origine a Roma, con l’intento originario di soppiantare una festività pagana celebrata proprio in quello stesso giorno a ricordo della nascita di Mitra, “il sole invitto”. Infatti, dopo il solstizio d’inverno i dì iniziano ad allungarsi iniziando così (nell’intendimento pagano) la vittoriosa avanzata del sole, che raggiunge il suo massimo fulgore in piena estate. Questa festa iniziò con Aureliano nel 274 e si accrebbe con Costantino, propugnatore del culto del dio Sole; era ancora celebrata al tempo di Giuliano che nel 1362 vi tenne un discorso (De Sole rege) sulla regalità del Sole. Un calendario di Canopo (Egitto) del 239 alla data 25 dicembre ha: “Natale del Sole, cresce la luce”. A Petra si poneva al 25 dicembre la nascita da una vergine del dio Dussares. La stessa Cronografia di Filocalo (il primo documento che abbiamo sul Natale), del 354, nota la corrispondenza della solennità religiosa con una festa civile detta “natalis invicti” ossia “Natale del (sole) invitto” (Corpus Inscriptiorum Latinarum I, 278). Va anche notato che il ritorno del sole era concepito come la nascita di un bimbo da una vergine (così la vergine Isis dà alla luce Oro).

   I vescovi di quel tempo, incapaci di eliminare la festa del sole nascente (per di più favorita dallo stesso imperatore Costantino, molto devoto al dio Sole), pensarono di sostituirla con una solennità religiosa che ricordasse invece la nascita di Yeshùa. La Bibbia stessa fu usata per spingere in questa direzione, dato che essa presenta Yeshùa come una luce venuta in questo mondo secondo l’antica profezia di Malachia: “Spunterà il sole della giustizia” (4:2); Giovanni attesta spesso che Yeshùa era “la vera luce che illumina ogni uomo” (Gv 1:9), “Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo” (Gv 9:5), “Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8:12). Quindi i vescovi di quel tempo, strumentalizzando la Scrittura, poterono mettere a raffronto con grande facilità la festa del Sole con Yeshùa che è la nostra luce e il nostro sole. Un sermone di “Sant”’Ambrogio, confrontando la festa pagana con quella “cristiana”, afferma che “Cristo è il nostro nuovo sole”. Agostino esorta i fedeli a non adorare in quel giorno il sole, come fanno i pagani, ma il creatore del sole. Leone Magno biasima quei devoti dalla fede fiacca che ancora al suo tempo festeggiavano il Natale del sole anziché quello di Yeshùa (Ambrogio, Sermo VI PL 17, 635-637; Agostino, Sermo in Nativitate Domini, n. 7 PL 38, 1007; Leone Magno, Sermo 33 de Nativitate Domini, PL 54, 198). Tutto questo denota la preoccupazione di quei vescovi che alla festa pagana, difficile da estirparsi, sostituirono la solennità religiosa del “Natale di Gesù”.

   In tutto questo contesto di paganesimo duro a morire quali sono le valutazioni bibliche che possono essere fatte circa il giorno della nascita di Yeshùa?

   I Vangeli nulla dicono sulla data in cui nacque Yeshùa. La stessa tradizione storica dei primi secoli non è affidabile, in quanto molto oscillante. Il risultato è che non possiamo determinare cronologicamente il giorno della nascita di Yeshùa. Tuttavia, diversi studiosi poggiano sul fatto che sia in Oriente che in Occidente la nascita di Yeshùa era fissata in inverno; da questo deducono “che la prima generazione cristiana doveva aver appreso che il Salvatore era nato in inverno” (F. Oppenheim, Natale II, Liturgia, in Lessico Ecclesiastico, II, Torino 1955, pag. 1102). Abbiamo però già visto come la tradizione cattolica sia stata mossa a fissare il 25 dicembre non da ragioni storiche ma da ragioni di opportunità. Per di più, la prima testimonianza storica (attestata da Clemente Alessandrino, dallo Pseudo Ciprinao e da Ippolito) ci suggeriscono piuttosto la primavera. Questa stagione è molto più in armonia con la Bibbia che tra le varie stagioni dell’anno sembrerebbe escludere l’inverno.

   Nel Vangelo di Luca si ricorda che alla nascita di Yeshùa “c’erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge” (2:8). In Palestina i pastori di solito stanno nei campi da marzo/aprile a novembre, il che escluderebbe tra le stagioni proprio quella invernale. Tra l’altro, se nel mese di marzo/aprile (nissàn) i soldati durante il processo di Yeshùa sentono il bisogno di riscaldarsi al fuoco (“I servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e stavano là a scaldarsi”, Gv 18:18), tanto più sarebbe stato impossibile ai pastori rimanere all’aperto e sui monti d’inverno. Anche il censimento comandato dall’imperatore Cesare Augusto (Lc 2:1) ci suggerisce una stagione più adatta dell’inverno per gli spostamenti della gente, usualmente compiuti a piedi. Tuttavia, come vedremo più avanti, l’ipotesi della nascita in autunno o inverno non è da escludere del tutto. Dobbiamo però concludere che non ci è possibile determinare cronologicamente il giorno della nascita di Yeshùa, ma che essa non avvenne certamente nel Natale della tradizione religiosa. Nell’odierno compromesso liturgico cattolico romano il Natale ricorda la nascita di “Gesù” e l’Epifania la visita dei maghi. Il nome “Befana” non è altro che una storpiatura di Epifania, dal greco ἐπιφάνεια (epifàneia, “apparizione”), come attestato da Epifanio in Panarion 51,22,8 e sgg..

   Che valutazioni fare sul “Natale” in quanto nascita vera e propria di Yeshùa? La festa ha il grave torto di spostare l’attenzione del redente dal suo giusto centro che è la morte e la resurrezione di Yeshùa.

   Pietro scriveva: “Se siete insultati per il nome di Cristo, beati voi! Perché lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su di voi” (1Pt 4:14). La solennità del Natale che tanta risonanza gode nel mondo “cristiano” mostra che il punto centrale della salvezza ha perso molto della sua importante tragicità misericordiosa. Infatti, il Natale – anziché mettere a fuoco, come insegna la Bibbia, lo Yeshùa glorificato – fa umanamente contemplare lo Yeshùa terreno. Per i primi quattro secoli non si festeggiò il Natale: non potevano, perché la devozione era ancora incentrata sul Cristo glorificato. A quel tempo non ci si interessava dei suoi dati storici terreni, ma amavano contemplarlo nella gloria del cielo. Come Paolo, nei primi secoli non ci si curava della vita terrena di Yeshùa ma lo si glorificava nella sua vita celeste quale mediatore e Signore. “Se anche abbiamo conosciuto Cristo da un punto di vista umano, ora però non lo conosciamo più così” (2Cor 5:16)*. In tale prospettiva non c’era posto per il Natale.


* Da questo passo (2Cor 5:16) non è possibile asserire né escludere che Paolo abbia conosciuto Yeshùa di persona. Il teso greco ha: εἰ καὶ ἐγνώκαμεν (èi kài eghnòkamen), letteralmente: “se e abbiamo conosciuto”. Se si traduce “Pur avendo conosciuto” si dà il senso: ora non mi interessa più, perché lo conosco in modo ben più alto quale Signore; se si traduce “Anche se non” si dà il senso: pur non avendolo conosciuto, non mi importa, perché anche qualora lo avessi conosciuto di persona ora non lo conoscerei più così perché quello che conta è conoscerlo spiritualmente.


   La festa del Natale è una detronizzazione di Yeshùa dalla sua sfera celeste alla sfera puramente terrena. È vero che essa introduce al sentimentalismo che gode di tanto favore, ma proprio per questo non ci nutre alla luce di colui che dopo una tremenda sofferenza è stato proclamato Signore con la sua gloriosa resurrezione e assunzione al cielo: “Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù”. – At 2:36.

   La nascita di Yeshùa non ci reca la salvezza. Non è quella che ci salva, ma la sua morte e glorificazione. Questo è un altro valido motivo per non celebrare il Natale. Yeshùa fu “dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la risurrezione dai morti; cioè Gesù Cristo, nostro Signore” (Rm 1:4). I giudei lo fecero uccidere, appeso a un legno, ma Dio lo risuscitò. – At 5:30,31;10:39,40,42,43.

   Il battesimo non ci pone in contatto con la sua nascita, ma con la sua morte e resurrezione: “Siete stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti” (Col 2:12); “Se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua”. – Rm 6:4.

   La Cena del Signore non ci ricorda la sua nascita, ma la sua morte seguita dalla sua resurrezione e glorificazione alla destra di Dio: “Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”. – 1Cor 11:26.

   Anche se Yeshùa fosse solo nato e vissuto, ma non avesse accettato di ubbidire fino a morire per amore di tutta l’umanità colpevole, non sarebbe stato glorificato dal Padre e non sarebbe divenuto il mediatore tra Dio e gli uomini: “Umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre” (Flp 2:8-11). La tentazione di satana voleva appunto impedire tale fatto e condurre Yeshùa per un’altra strada che non passasse per l’umiliazione della morte su un palo ma per il trionfo di un condottiero vittorioso a capo di tutte le potenze del mondo: “Il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: ‘Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori’”. – Mt 4:8,9.

   Il Natale ha poi il grande difetto di ingrandire la figura di Miryàm e sminuire quella di Yeshùa. Infatti, nella festa natalizia, Yeshùa è presentato come un bambinello nelle braccia della madre che lo presenta e lo dona all’umanità. In tal modo ella – e non Yeshùa, come deve essere – diventa mediatrice di salvezza. Il bimbo, debole e infreddolito, non è più il consacrato di Dio glorioso e potente. Tutto ciò ha influito nel dare a Miryàm un ruolo che non le appartiene: quello di mediatrice del mediatore. Nella prospettica cattolica “Gesù” è mediatore tra Dio e l’umanità, ma “Maria” è mediatrice tra l’umanità e “Gesù”; si arriverebbe, insomma, a “Gesù” tramite “Maria”. Eppure la Bibbia è chiarissima al riguardo: “C’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo”. – 1Tm 2:5.

   È il caso anche di ricordare brevemente alcuni usi legati alla festa natalizia valutandoli alla luce della Scrittura.

   Doni e auguri. Lo scambio di auguri ebbe inizio nel 1860. Se non fosse puro formalismo e non fosse legato alla festività pagana, esso sarebbe segno di affetto e di amore, che sono sentimenti profondamente legati all’insegnamento di Yeshùa. In quanto allo scambio dei doni, ai pranzi offerti ai poveri, ai ricchi che servono a tavola, questi usi affondano la loro origine nel paganesimo romano, assai più antico del Natale. Il 25 dicembre concludeva la ancor più antica festa dei Saturnali, che prendendo spunto dalla mitica età del dio Saturno (l’èra della felicità, della pace e della fratellanza umana), era assai sentita a Roma (i Saturnali si tenevano dal 17 al 19 dicembre; vennero poi spostati al 25 dicembre con il cambio del calendario). In quella festa persino gli schiavi sedevano a tavola, rivestiti di abiti padronali, e venivano serviti dai loro padroni. Questo giorno di finta fratellanza umana divenne il giorno della finta fratellanza “cristiana”. Ancora oggi ciò si manifesta con lo scambio dei regali, con il servire a tavola i poveri e con le manifestazioni filantropiche. È ovvio che se tale uso non fosse puramente formale, se fosse attuato disinteressatamente senza sciupo eccessivo e se non fosse legato alla ricorrenza pagana, sarebbe cosa buona, infatti occorre “ricordarsi delle parole del Signore Gesù, il quale disse egli stesso: ‘Vi è più gioia nel dare che nel ricevere’” (At 20:35). Paradossalmente, dovremmo dire che la vita di un credente dovrebbe essere un “Natale” perenne, avendo considerazione per i più sfortunati e manifestando calore umano. Dato che la vita del credente è gioia e letizia, e dato che ‘nessuno ci toglierà la nostra gioia’ (Gv 16:22), non è certo proibito condividerla, anzi. La Bibbia stessa paragona la vita a un banchetto: “Venite! Radunatevi per il gran banchetto di Dio”. – Ap 19:17.

   L’albero di Natale. L’uso dell’albero di Natale, che produce a volte la rovina di tante pinete, risale al paganesimo tedesco che presenta l’albero quale simbolo di vita e di giovinezza eterna. È da questo che nasce l’amore teutonico per piante e fiori. L’indovina risvegliata da Odino già cantava nell’Edda circa l’albero di Natale: “Io so che esiste un frassino chiamato Iggdrasill, un alto albero bagnato di bianca brina. Da lì derivano le rugiade che bagnano le valli, e sempre verde sta presso la fonte di Urdh” (L’Edda, Carmi norreni). Nel Medioevo Yeshùa fu paragonato ad un albero di vita, per cui alcuni popoli nordici raffigurarono la croce in forma di albero. Un indovinello germanico presenta la croce come un albero che affonda le sue radici nell’inferno, drizza la sua cima in su presso il trono di Dio e con i suoi rami abbraccia il mondo intero (cfr. M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Einaudi, Torino, VIII La vegetazione. Simboli e riti di rinnovamento, pagg. 272-341). Da qui l’uso di celebrare con l’albero che è vita il natale di colui che è vita (Gv 14:6). Naturalmente in tale uso perdurano antichi residui pagani intrecciati alla religione “cristiana”, ora dimenticati da coloro che preparano l’albero più per ornamento adatto ad appendervi i doni per i bambini che per un significato spirituale. Data questa sua riduzione a puro elemento folcloristico, privo di significato religioso, alcuni pensano che non debba essere proibito per ragioni bibliche. Ragionamento in sé corretto, eppure occorre tener conto del contesto “natalizio” e quindi pagano. D’altra parte, l’albero potrebbe ricordare (in ogni periodo dell’anno) che l’albero della vita esistente nel paradiso terrestre e precluso con il peccato ci viene ridonato per mezzo di Yeshùa, come assicura la Bibbia parlando della Gerusalemme celeste: “In mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l’albero della vita. Esso dà dodici raccolti all’anno, porta il suo frutto ogni mese e le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni” (Ap 22:2). L’albero ci insegna che il credente, come un albero piantato in un terreno fertile e ben irrigati, deve dare i suoi frutti al momento opportuno:

Beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi,

che non si ferma nella via dei peccatori;

né si siede in compagnia degli schernitori;

ma il cui diletto è nella legge del Signore,

e su quella legge medita giorno e notte.

Egli sarà come un albero piantato vicino a ruscelli,

il quale dà il suo frutto nella sua stagione,

e il cui fogliame non appassisce;

e tutto quello che fa, prospererà”. – Sl 1:1-3.

   Esso ci ricorda anche che “ogni albero che non fa buon frutto è tagliato e gettato nel fuoco”. – Mt 7:19.

   Il presepio. Spesso nelle case e perfino nelle chiese cattoliche si preparano per il Natale delle raffigurazioni plastiche, anche movibili, in cui il “bambin Gesù”, posto in una grotta o in una stalla tra un bue e un asinello, viene “adorato” dai pastori e da tre “re magi” (che erano poi maghi). Il nome “presepe” deriva dal latino praesaepe e significa “mangiatoia”. L’uso di raffigurare la nascita di Yeshùa risale al tempo delle catacombe. Nel cimitero di San Sebastiano, su di un arcobaleno risalente al 4° secolo E. V., vi è una decorazione che rappresenta il “bambino Gesù” riposante su di una specie di tavolino, mentre le teste del bue e dell’asino lo riscaldano con il loro alito. Tra i presepi più antichi c’è quello della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, dove si venerano frammenti di legno che una tradizione leggendaria vuole appartengano alla culla di Betlemme. Questo legno è considerato come una preziosa reliquia, benché la conservazione di tale mangiatoia sia semplicemente un assurdo storico (vedere, al riguardo, lo studio precedente La mangiatoia di Betlemme). Una tappa importante per la diffusione del presepe sembra essere stata quella del Natale 1223, quando Francesco d’Assisi ne preparò uno in una grotta di Greccio (Rieti). Una processione di popolani, cavalieri e contadini si snodò per i monti rischiarando il cammino con la luce tremula delle torce e cantando laudi sacre.

   Biblicamente, le rappresentazioni del presepe con le incensazioni e le preghiere rivolte al “bambin Gesù” vanno respinte. Il culto connesso è antiscritturale. Le preghiere vanno rivolte a Dio, solo a Dio, e non a Yeshùa: “Fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti” (Flp 4:6). Il culto va rivolto a Dio e non a creature umane: “Gesù gli disse: ‘Vattene, Satana, poiché sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto’” (Mt 4:10). Altra cosa è creare un “presepe” per scopo didattico. Dato che non è ovviamente proibito raffigurare (sia in fotografie che in plastici) episodi della vita di Napoleone, di Giulio Cesare o di altri antichi personaggi, a maggior ragione possono essere ricreati episodi della vita di personaggi biblici come Salomone o Mosè o Yeshùa. Si sa che l’apprendimento è facilitato tramite i mezzi audiovisivi. Per essere veramente di aiuto didattico queste raffigurazioni devono essere però conformi ai dati biblici; la fantasia nella ricostruzione è concessa, ma sempre nel possibile storico; le fantasie leggendarie vanno escluse. I discepoli di Yeshùa non sono contro l’arte o contro la didattica o contro la pedagogia: sono contro l’idolatria. I discepoli di Yeshùa non sono contro le raffigurazioni bibliche: sono contro il culto rivolto a immagini e sculture. Anche gli ebrei, cui era stato comandato da Dio: “Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra” (Es 20:4), avevano intessuto i cherubini sul velo della tenda del convegno e ne avevano fusi altri per l’arca (Es 26:31;36:8;37:7,sgg.). Queste immagini e sculture non erano affatto venerate. Il “serpente di bronzo” ordinato da Dio fu distrutto solo quando divenne oggetto di culto: “Fece a pezzi il serpente di rame che Mosè aveva fatto; perché fino a quel tempo i figli d’Israele gli avevano offerto incenso” (2Re 18:4). Infatti, il comando di Dio spiegava il motivo della proibizione di farsi immagini aggiungendo: “Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso” (Es 20:5). Se così era la situazione ebraica, dovrebbero essere i discepoli di Yeshùa più rigidi degli stessi ebrei? No, certo, ma se decidiamo di fare una rappresentazione plastica della nascita di Yeshùa, perché farla proprio nel giorno pagano del 25 dicembre?

I pastori a Betlemme

   Betlemme, che si trova a sud di Gerusalemme, giace a 777 m sul livello del Mare Mediterraneo e a 1267 m sul livello del Mar Morto. Nessuna sorgente ne abbevera i campi, e i betlemmiti vi suppliscono con cisterne. Il nome ebraico בֵּית) לָחֶם, bet lèkhem) significa “casa del pane” e quello arabo (bet lahm) “casa della carne”. Già ricordata nel 14° secolo a. E. V. nelle lettere di El-Amarna come città appartenente a Gerusalemme, è elogiata dal profeta Michea come una cittadina della Giudea (Mic 5:1-4) e ricordata come luogo di origine di Davide (1Sam 16:4-13). Le tre cisterne scavate nel masso sono dette oggi Bijar Daud, che in arabo significa “cisterna di Davide” e ricordano il sacrificio di Davide che offrì a Dio l’acqua durante la battaglia contro i filistei: “Davide era allora nella fortezza e c’era un presidio di Filistei a Betlemme.  Davide ebbe un desiderio e disse: ‘Oh, se qualcuno mi desse da bere dell’acqua del pozzo che è vicino alla porta di Betlemme!’ I tre prodi si aprirono un varco attraverso il campo filisteo, attinsero dell’acqua dal pozzo di Betlemme, vicino alla porta della città e, presala con sé, la portarono a Davide; il quale però non volle bere, ma la sparse davanti al Signore”. – 2Sam 23:14-16.

   Girolamo così descrive Betlemme: “Nel paesello di Cristo tutto è rusticità e, all’infuori del canto dei salmi, è silenzio. Dovunque ti volti, il contadino tenendo l’aratro canta alleluia” (Ep. 46 a Marcella). Distante circa un km e mezzo da Betlemme, in una valle assai magra di vegetazione giace Beit Sahur dove la tradizione ha localizzato il campo dei pastori o il luogo della comparsa dell’angelo a quegli ebrei beduini. Le greggi vi pascolano all’addiaccio. L’etimologia del nome Beit Sahur viene ricollegata alla radice araba “sahar” (con la h aspirata fortemente) con il senso di “incantare/stregare”, per cui il luogo indicherebbe “casa [Beit] degli indovini/stregoni”. Ma c’è anche un’altra etimologia, di solito preferita, che la ricollega all’arabo “sahar” (senza la h aspirata) con il senso di “vegliare”; il nome significherebbe quindi “casa dei vigilanti/delle sentinelle/delle guardie”, il che la ricollegherebbe meglio ai pastori che vegliavano le greggi. Il villaggio si chiama anche Beit Sahur an-Nasara ossia “Beit Sahur dei nazareni” (nome con cui erano identificati i discepoli di Yeshùa al tempo). Il luogo è ricordato in Gn 35:21: “Poi Israele partì e piantò la sua tenda di là da Migdal-Eder”; Migdal-Eder significa “torre del gregge” (מִגְדַּל־עֵדֶר, mighdal-èder; migdàl, מִגְדַּל, “torre”; èder, עֵדֶר, “gregge”). Girolamo identifica questa torre con Beit Sahur quando, descrivendo l’itinerario di Paolo, così scrive: “Discese poi alla torre di Eder, cioè del gregge, presso cui Giacobbe pascolava il gregge e i pastori, vegliando di notte, meritarono di udire: Gloria […]” (Epist. 147). Al centro del villaggio vi è il “pozzo di Maria” dove secondo la leggenda si sarebbe dissetata Miryàm incinta (pura leggenda).

   È assolutamente fuori luogo credere che Luca abbia voluto imitare i miti antichi collocando i pastori nel luogo della nascita di Yeshùa per presentarlo come uno dei grandi della terra. Secondo il mito, infatti, alcuni di questi grandi crebbero in mezzo ai pastori, come Romolo e Remo per i latini e Ciro per i greci. Sarebbe anche fuori luogo credere che Luca volesse sottolineare l’importanza della pastorizia in Israele, come documentano le vite di Giacobbe, Mosè e Davide. Luca pensava piuttosto, conformemente alla tendenza del suo Vangelo verso i poveri, gli umili e gli ignoranti, che questi furono i prediletti di Yeshùa. Luca mette quindi in risalto questo fatto storico dei pastori per meglio descrivere l’atteggiamento e i sentimenti di Yeshùa. Forse si può andare oltre e ricercare più in profondità l’intento lucano nel dedicare alcune righe del suo scritto a descrivere la scena dei pastori. Il Talmùd divideva i pastori in tre categorie: le prime due curavano le greggi che poi tornavano all’ovile nei villaggi tutte le sere (greggi giornaliere) oppure al cadere delle prime piogge invernali (greggi stagionali); la terza categoria era formata da quei pastori i cui greggi “vivono nei campi e non tornano alle abitazioni degli uomini né d’estate né d’inverno” (Bezah. 40a). Siccome Yeshùa nacque durante un censimento e siccome i censimenti si facevano durante la stagione morta priva di lavori nei campi, si potrebbe pensare alla stagione autunnale o anche invernale. Non è impossibile pensare che i pastori menzionati da Luca appartenessero a questa terza categoria di cui parla il Talmùd. Si tratta di pastori beduini, fieri, indipendenti, che non si avvicinavano agli abitanti dei villaggi, che scambiavano i loro prodotti con le carovane. Si trattava perciò di gente poco socievole, tenaci conservatori delle tradizioni, gente che riteneva il deserto e quanto vi si trovava di loro proprietà. Era gente tutt’altro che pacifica e malvista dagli ebrei. Essi non potevano entrare nelle sinagoghe o nel Tempio; i farisei non compravano lana da loro. Abba Corion riteneva il loro mestiere proibito: “Non scegliere per i tuoi figli questi mestieri: asinaio, cammelliere, barbiere, battelliere, pastore; questi sono i mestieri dei ladri” (Qiddushìm 4,14). Quei pastori costituivano quindi una categoria di persone poco raccomandabili, pur essendo sincere e fedelissime alla parola data. Questo tipo di gente sarebbe stata quella invitata dagli angeli a venire a trovare Yeshùa, indicando in tal modo che egli era venuto a cercare i peccatori per salvarli. I pastori, disprezzati dagli uomini, erano invece accolti da Dio. È tema favorito di Luca quello che i poveri, gli umili e i peccatori accolgano la grazia divina, mentre i ricchi e gli alteri rimangono nel loro peccato. – Cfr. Lc 6:20,sgg., peccatrice; 15:1-7, pecora smarrita; 15:8-10, dramma persa; 15:11-32, figlio prodigo; 16:19-31, ricco e Lazzaro; 18:9-14, fariseo e pubblicano; 18:24-30, pericoli delle ricchezze; 19:1-10, Zaccheo.

   È interessante notare come il Vangelo di Luca si apra e si chiuda tra due chiamate di peccatori, tra due rappresentanti dell’umanità peccatrice: quel tipo di pastori e il ladro sul palo accanto a Yeshùa. Luca mette quindi accanto alla culla di Yeshùa un branco di predoni che cambiano vita e accanto al palo di morte un delinquente che ritrova la gioia del perdono.

   La comparsa improvvisa di un angelo glorioso provoca gran paura nei pastori: “Un angelo del Signore si presentò [greco ἐπέστη (epèste), “comparve improvvisamente”; “improvvisamente l’angelo” (TNM)] a loro e la gloria del Signore risplendé intorno a loro, e furono presi da gran timore” (Lc 2:9). Ma essi vengono subito rassicurati: “Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: ‘Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore’” (vv. 10,11). Le parole angeliche ricalcano Is 52:7: “Quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone notizie, che annunzia la pace, che è araldo di notizie liete, che annunzia la salvezza, che dice a Sion: ‘Il tuo Dio regna!’”, con la differenza che in Lc la salvezza non riguarda solo Israele ma si estende a tutti gli uomini. La terminologia usata dall’angelo risente già della gloria futura raggiunta da Yeshùa con la resurrezione: “il Signore”.

   Per la prima volta qui appare la parola σωτὴρ (sotèr), “salvezza”, applicata a Yeshùa – parola che nelle Scritture Ebraiche è un attributo riservato a Dio: “Esulterò nel Dio della mia salvezza” (Ab 3:18). L’angelo lo applica al messia atteso, che chiama pure “Signore”, altro attributo di Dio. La costruzione “cristo Signore” di Lc 2:11 è unica nelle Scritture Greche: χριστὸς κύριος (christòs kΰrios), in cui il kΰrios (κύριος) è senza articolo e posto dopo la parola christòs (χριστὸς), per indicare che Yeshùa è l’unico Signore e l’unico messia o cristo.

   L’angelo offre loro un segno che non ha nulla di straordinario, vale a dire un neonato avvolto in fasce: “Questo vi servirà di segno: troverete un bambino [greco βρέφος (brèfos); “neonato”] avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia [stalla?]” (v. 12). Nel frattempo un coro angelico canta: “A un tratto vi fu con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio” (v. 13). Le parole del canto sono: “Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e sulla terra pace fra gli uomini di buona volontà” (v. 14, TNM). Di chi è la “buona volontà”? Di Dio o degli uomini? Mentre altrove la buona volontà è indubbiamente umana (“È vero che alcuni predicano il Cristo per invidia e rivalità, ma altri anche per buona volontà”, Flp 1:15, TNM), qui pare che si adatti meglio il senso di beneplacito divino, da tradursi con “uomini a Dio graditi”, come fa NR: “Pace in terra agli uomini ch’egli gradisce!”. Questo è in armonia con Mt 11:26: “Sì, Padre, perché così ti è piaciuto”; con Flp 2:13: “È Dio che produce in voi il volere e l’agire, secondo il suo disegno benevolo”. Questo senso si rinviene anche nei manoscritti di Qumràn in cui si parla di “uomini della benevolenza divina” (Inni 7,10). Il brano biblico si può tradurre quindi con: “uomini che Dio ama”, “che Dio sceglie”, “che Dio vuole”.

   L’effetto conclusivo dell’apparizione è la pace divina: “Pace in terra” (v. 14), da identificarsi con i beni messianici, con la serenità interiore, con la salvezza che Dio offre a tutti peccatori.

   I pastori, prima di recarsi a Betlemme, tennero un consiglio di tribù: “Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori dicevano [ἐλάλουν (elàlun); letteralmente “parlavano”] tra di loro” (v. 15). Luca usa il tempo imperfetto: “parlavano” (ἐλάλουν, elàlun), che indica il protrarsi di una azione nel passato. Fu una discussione quindi alquanto lunga. Forse discussero se andarci o no, o come andarci; forse discussero perfino del come non farsi scambiare per ladri entrando insolitamente in un luogo abitato. Probabilmente per questo “andarono in fretta” (v. 16): giunti sul posto e constatata la realtà di quanto detto dall’angelo “tornarono indietro, glorificando e lodando Dio”. – V. 20.

   Miryàm, pensosa e meditabonda, “serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo” (v. 19). Abbiamo qui una Miryàm che si meraviglia di quanto accade, che impara gradatamente le lezioni che le si presentano e progredisce così nella conoscenza. Non è la “Maria” cattolica che tutto conosce, che già sa sin dall’inizio, che accoglierà la morte redentrice del figlio divenendo corredentrice. Questa “Maria” appartiene alla religiosità cattolica, non alla Bibbia.