La sostanza delle tre tentazioni di Yeshùa

La prima tentazione riguarda la fame e il modo di saziarla. Dopo il digiuno Yeshùa ha ovviamente fame. Il maligno lo invita a trasformare delle pietre in pane e a mangiare.

   Si potrebbe pensare a quando il popolo ebraico chiese a Dio del cibo e ne ebbe in abbondanza con le quaglie, ma per la troppa ingordigia fu duramente punito: “Un vento si levò, per ordine del Signore, e portò delle quaglie dalla parte del mare e le fece cadere presso l’accampamento sulla distesa di circa una giornata di cammino da un lato e una giornata di cammino dall’altro intorno all’accampamento, e a un’altezza di circa due cubiti sulla superficie del suolo. Il popolo si alzò e tutto quel giorno e tutta la notte e tutto il giorno seguente raccolse le quaglie. Chi ne raccolse meno ne ebbe dieci omer; le distesero tutto intorno all’accampamento. Avevano ancora la carne tra i denti e non l’avevano neppure masticata, quando l’ira del Signore si accese contro il popolo e il Signore colpì il popolo con un gravissimo flagello. A quel luogo fu dato il nome di Chibrot-Attaava, perché vi seppellirono la gente che si era lasciata prendere dalla concupiscenza”. – Nm 11:31-34.

   Tuttavia, la risposta di Yeshùa (“Sta scritto: Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio”, Mt 4:4) ci riporta alla manna:

“Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant’anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provar la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del Signore”. – Dt 8:2,3.

   Come mai la proposta di satana può essere considerata una tentazione messianica? Il messia aveva il potere di compiere miracoli che costituivano i segni della sua missione divina. Quando il battezzatore aveva fatto domandare a Yeshùa se lui era davvero il messia, la risposta fu costituita dai segni concreti dei suoi miracoli: “Andate a riferire a Giovanni quello che udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano” (Mt 11:4,5). Il suggerimento di satana era: perché non usare a proprio vantaggio e per scopi personali quel potere che egli aveva ricevuto da Dio?

   Yeshùa rispose però con il brano deuteronomico. Ubbidendo a Dio, osservando i suoi comandamenti, Dio interviene al momento opportuno perché i suoi non periscano di fame. Quando Dio lo decide, il cibo diviene presente. Anche Yeshùa, osservando il volere di Dio, avrà cibo al momento voluto da Dio. Infatti, dopo il superamento della tentazione, gli angeli lo servirono presentandogli il cibo di cui aveva bisogno: “Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano” (Mt 4:11; questo particolare manca in Lc). Il servirlo sottintende il dargli del cibo. Sarebbe impensabile che gli angeli si limitassero a consolarlo senza provvedergli il cibo: “Se un fratello o una sorella […] mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: ‘Andate in pace, scaldatevi e saziatevi’, ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve?”. – Gc 2:15,16.

   Satana dice: “Se tu sei Figlio di Dio” (Mt 4:3). Il greco, sempre preciso, ha: εἰ υἱὸς εἶ τοῦ θεοῦ  (èi üiòs èi tu theù), letteralmente: “Se figlio sei del Dio”. Si noti l’assenza dell’articolo determinativo davanti a “figlio”. Bisognerebbe tradurre: “Se tu sei un figlio del Dio”. Satana non si sbilancia troppo. C’è in questo una sottile astuzia: chiunque si riteneva un “figlio di Dio” in modo più stretto degli altri, avrebbe cercato di dimostrarlo con azioni fuori dal normale. Satana fa leva anche sulla natura umana. Quando il perseguitato Elia fu apostrofato come “uomo di Dio”, dimostrò subito con i fatti tale sua condizione: “Elia rispose e disse al capitano dei cinquanta: ‘Se io sono un uomo di Dio, scenda del fuoco dal cielo, e consumi te e i tuoi cinquanta uomini!’ E dal cielo scese il fuoco di Dio che consumò lui e i suoi cinquanta uomini” (2Re 1:10); mettendo in dubbio che egli era davvero “uomo di Dio” sarebbe stato compromesso anche il suo messaggio. Il diavolo pensa che Yeshùa avrebbe potuto fare altrettanto utilizzando la sua posizione e saziando la propria fame con la potenza avuta da Dio. Anche davanti al palo i presenti chiedono a Yeshùa di scendere dal palo per dimostrare così la verità della sua asserzione “Se lui è il re d’Israele, scenda ora giù dalla croce, e noi crederemo in lui. Si è confidato in Dio: lo liberi ora, se lo gradisce, poiché ha detto: ‘Sono [un] Figlio di Dio’”. – Mt 27:43,43.

   Yeshùa, spostando la questione dalla propria persona, mostra che il vero alimento di una persona fedele sta nella volontà di Dio (Dt 8:3). Così, Yeshùa si mostra “un figlio di Dio” che riserva i suoi poteri solo per compiere la volontà di Dio: “Il mio cibo è far la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l’opera sua” (Gv 4:34). Per Yeshùa (come dovrebbe essere per tutti i suoi discepoli) il cibo sta nel compiere la volontà di Dio espressa nella sua parola anziché agire secondo il proprio volere o tornaconto personale.

   Una tentazione di questo tipo Yeshùa deve averla provata spesso. La dovette sentire quando gli si andava dicendo: “Scenda ora giù dalla croce, e noi crederemo in lui” (Mt 27:42). Egli sapeva di poter disporre di 12 legioni di angeli, ma a loro non ricorre: “Credi forse che io non potrei pregare il Padre mio che mi manderebbe in questo istante più di dodici legioni d’angeli? Come dunque si adempirebbero le Scritture, secondo le quali bisogna che così avvenga?” – Mt 26:53,54.

   Questa tentazione si potrebbe definire oggi religiosa. È una tentazione cui soccombono molti che si definiscono “cristiani”, ma che appartengono solo a una religione. È la tentazione che ritorna continuamente nelle religioni per trovare in Dio una specie di nume tutelare che faccia da protettore. Accade perfino che si ricorra ad amuleti, a santini, a sacrifici (“fioretti”, offerte) per propiziarsi la divinità. Occorre invece pensare, con Yeshùa, che Dio è presente non solo quando ci aiuta ad eludere la nostra condizione umana, ma anche quando ce la fa sopportare fino in fondo. Dio è presente non solo se cambia i sassi in pane, ma anche quando non li cambia.

   La seconda tentazione (terza per Lc), è la tentazione del prestigio. Il demonio va nuovamente all’attacco di Yeshùa per vedere se egli veramente sia “un figlio di Dio”. Gli propone di gettarsi dal pinnacolo (= piccola penna, punta, dal greco), ossia dalla parte più elevata di una torre visibile dalla spianata del Tempio di Gerusalemme. In questo modo avrebbe iniziato la sua missione attirando su di sé il consenso di tutto il popolo che attendeva proprio in modo meraviglioso la comparsa del vero messia. Nella concezione giudaica popolare, il messia – tenuto nascosto per diversi anni – sarebbe dovuto apparire all’improvviso nella pienezza dei suoi anni per guidare il popolo alla vittoria. Gli angeli, messaggeri divini, avrebbero impedito che Yeshùa, “un figlio di Dio”, avesse a farsi del male: “Poiché egli comanderà ai suoi angeli di proteggerti in tutte le tue vie. Essi ti porteranno sulla palma della mano, perché il tuo piede non inciampi in nessuna pietra”. – Sl 91:11,12.

   Yeshùa, però, ricorda un fatto accaduto durante la peregrinazione del popolo ebraico nel deserto, quando gli israeliti vollero tentare Dio pretendendo acqua in quel luogo arido e minacciando di lapidare Mosè: “Avevano tentato il Signore, dicendo: ‘Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?’” (Es 17:7). Mosè aveva risposto proprio con le parole usate da Yeshùa:

 

Mosè

Yeshùa

Non tenterete il Signore*, il vostro Dio, come lo tentaste a Massa. Osserverete diligentemente i comandamenti del Signore*, il vostro Dio, le sue istruzioni e le sue leggi che vi ha date”

Dt 6:16,17

Non tentare il Signore* Dio tuo

Mt 4:7

* יהוה (Yhvh) nel testo ebraico; κύριος (kΰrios), “Signore”, traduzione greca LXX

* κύριος (kΰrios), “Signore”

 

   Con questa risposta Yeshùa sottolinea un’altra volta di voler compiere la volontà di Dio, al di sopra di ogni desiderio o interesse personale. Egli ha una missione da svolgere ad ogni costo e la compirà. Yeshùa fu tentato ad utilizzare il suo potere divino per convincere gli altri: “Vennero i farisei e si misero a discutere con lui, chiedendogli, per metterlo alla prova, un segno dal cielo” (Mr 8:11), “Altri, per metterlo alla prova, gli chiedevano un segno dal cielo” (Lc 16:11), “Alcuni scribi e farisei presero a dirgli: ‘Maestro, noi vorremmo vederti fare un segno’” (Mt 12:38), “I Giudei allora presero a dirgli: ‘Quale segno miracoloso ci mostri per fare queste cose?’” – Gv 2:18.

   Dopo aver scritto che, una volta, i farisei “per metterlo alla prova” gli chiesero “un segno dal cielo”, Marco annota una reazione emotiva di Yeshùa nel dare la risposta (“Perché questa generazione cerca un segno? Veramente dico: A questa generazione non sarà dato nessun segno”, TNM). NR ha: “Egli, dopo aver sospirato nel suo spirito, disse […]”. TNM ha: “Egli, gemendo profondamente col suo spirito” (Mr 8:11,12). Possiamo definire meglio questa reazione emotiva? Forse sospirò d’impazienza di fronte a gente dura di comprendonio? Oppure, forse “gemette profondamente” di rabbia, quasi serrando i denti? Il greco ha ἀναστενάξας τῷ πνεύματι αὐτοῦ (anastenàcsas to pnèumati autù). Il verbo ἀναστενάζειν (anastenàzein) nelle Scritture Greche è usato solo qui. Indica una commozione profonda nell’intimo, una forte emozione. Psicologicamente, si potrebbe dire un conflitto interiore. Yeshùa non vuole usare il suo rapporto con Dio per privilegiare la propria missione. Tale missione si svolge tramite la fede, anche se si corre il rischio di non essere accettati dalla gente. La fede di Yeshùa è il fondamento della nostra fede: senza alcun portento che ci costringa ad accettare la persona di Yeshùa.

   Terza tentazione (seconda per Lc). È la tentazione del potere. Ormai satana ha capito che Yeshùa non solo è “un figlio di Dio”, ma il figlio di Dio per eccellenza, vale a dire l’atteso messia. In seguito, per mezzo degli indemoniati lo proclamerà apertamente: “I demòni uscivano da molti, gridando e dicendo: ‘Tu sei il Figlio di Dio!’” (Lc 4:41). Il testo greco ha σὺ εἶ υἱὸς τοῦ θεοῦ (sü èi o üiòs tu theù): “Tu sei il figlio di Dio”. Questa volta è usato l’articolo determinativo. L’appellativo “il figlio di Dio” è sinonimo del vocabolo greco christòs (= cristo, messia, unto, consacrato). Questo è dimostrato dal fatto che i due epìteti si scambiano spesso tra loro:

Mt 27:40

Lc 23:35

“Salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio

“Salvi sé stesso, se è il Cristo

 

  Pietro proclama: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16:16). Quando i demòni affermano: “Tu sei il Figlio di Dio!”, Yeshùa “non permetteva loro di parlare, perché sapevano che egli era il Cristo”. – Lc 4:41.

   Il titolo “figlio di Dio” non designa tuttavia la natura divina. In tutta la Bibbia designa solo uno speciale rapporto con Dio (cfr. Gv 10:34-36). Questo stesso titolo era spesso adoperato anche dagli imperatori. Basta confrontare il rescritto di Cesare Augusto del 6 a. E. V. in cui egli si afferma “figlio di dio”, ossia figlio del defunto Giulio Cesare dichiarato divino dopo la sua morte. Con questo epìteto la Bibbia vuole dire che non gli imperatori, ma Yeshùa è il vero “figlio di Dio”.

   È per questo, dunque, che nella terza tentazione il diavolo cessa di porre la sfida: “Se tu sei un figlio di Dio…”. Ormai lo sa. Non solo sa che Yeshùa è “un figlio di Dio”; ora sa che egli è “il figlio di Dio” ovvero il cristo o messia.

 

Mt 4:3,6,9

1

“Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani”

2

“Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù”

3

“Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori”

 

   Dunque, satana ora lo sa. Alla terza tentazione quel “se tu sei figlio di Dio” sarebbe inutile ed inefficace. Dato che ora sa che Yeshùa è il messia, satana si concentra su questo. Cerca quindi di proporgli un messianismo facile, umano, diverso da quello voluto da Dio. È per questo che lo trasporta su di un alto monte e gli mostra tutti i regni del mondo. La scena assomiglia a quella di Mosè che, salito sul monte (Nebo) di fronte a Gerico, proprio nei pressi del luogo dove Yeshùa fu tentato, poté contemplare tutta “la Terra” (haàretz; la Palestina): “E Geova [יהוה, Yhvh] gli mostrava tutto il paese [הָאָרֶץ, haàretz, “la terra”], Galaad fino a Dan, e tutto Neftali e il paese di Efraim e Manasse e tutto il paese di Giuda fino al mare occidentale, e il Negheb e il Distretto, la pianura della valle di Gerico, la città delle palme, fino a Zoar. E Geova gli diceva: ‘Questo è il paese [הָאָרֶץ, haàretz, “la terra”], circa il quale ho giurato ad Abraamo, Isacco e Giacobbe, dicendo: ‘Lo darò al tuo seme’. Te l’ho fatto vedere con i tuoi propri occhi’”. – Dt 34:1-4, TNM.

   Le parole demoniache sono una scimmiottatura di quelle divine. Dio dice: “Lo darò al tuo seme”; satana scimmiotta: “Tutte queste cose ti darò” (Mt 4:9), con un velato riferimento ad un salmo messianico: “Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni e in possesso le estremità della terra” (Sl 2:8). In questo salmo, come nella tentazione di Yeshùa, lo sguardo si estende al di là della Palestina per includere tutti i popoli: ‘nazioni ed estremità delle terra’ nel salmo, “tutti i regni del mondo” (Mt 4:8) nella tentazione di Yeshùa.

   L’unica condizione posta per ottenere il dominio del mondo è prostrarsi a satana: “Se tu ti prostri e mi adori” (Mt 4:9). “Se ti prostri e mi fai un atto di adorazione” (TNM). Adorazione: questo è uno di qui termini creati nelle lingue occidentali che hanno causato e causano grandi problemi teologici. In verità, nella Bibbia non esiste un verbo “adorare” come comunemente inteso. Quello che – a volte, ma non sempre – viene tradotto “adorare” è in ebraico שחה (shakhà), “abbassarsi/inchinarsi”. In greco è προσκυνέω (proskünèo), numero Strong 4352, derivato da πρός (pros), “verso”, ed una probabile parola derivata da κύον (kΰon), “cane”, con significato di baciare (come un cane che lecca la mano del padrone); il significato è come quello ebraico: “inchinarsi”. Il senso occidentale di “adorare” è semmai dato dal contesto. Un esempio pratico lo dimostrerà. La TNM, come si è visto, in Mt 4:9 traduce il verbo greco προσκυνέω (proskünèo) con ‘prostrarsi e fare un atto di adorazione’, ma lo stesso verbo è tradotto diversamente in Mt 2:11: “Entrati nella casa videro il fanciullino con sua madre Maria, e, prostratisi, gli resero omaggio”. Ora, queste due traduzioni in italiano sono corrette, ma si noti la profonda diversità di significato tra “adorare” e “rendere omaggio”. Eppure il verbo greco è sempre lo stesso. Se si traducesse sempre letteralmente “inchinarsi”, si avrebbe sempre coerenza con il testo greco originale. Avremmo, per completare l’esempio, queste due traduzioni: “Gli disse: ‘Ti darò tutte queste cose se ti inchini a me’” (Mt 4:9) e “Videro il bambino con sua madre Miryàm e si inchinarono” (Mt 2:11). Sarà poi compito degli esegeti spiegare se e in che senso i due inchini hanno significato diverso. Nel caso di esegeti cattolici, questi diranno che l’inchino dei maghi è atto di adorazione. Ma è la loro opinione. Il traduttore deve limitarsi a tradurre. Per di più, questo fatto di usare il verbo occidentale preconfezionato “adorare” costringe a delle peripezie che si allontanano dal testo originale. Il greco di Mt 2:11 dice letteralmente: “Cadenti si inchinarono a lui”, che può essere messo in un bell’italiano con “abbassatisi, gli si inchinarono”. TNM ricorre invece ad un’acrobazia: “Prostratisi, gli resero omaggio”; traducendo male il “cadenti” greco, cui danno il significato che invece appartiene al greco “si inchinarono”, e traducendo il greco “si inchinarono” con quel “resero omaggio” che è solo un significato interpretativo dell’inchinarsi. In pratica, alla traduzione sostituiscono un’esegesi o spiegazione. A tutto questo si è costretti usando il verbo occidentale “adorare”.

   Tornando ora alla condizione posta da satana a Yeshùa per ottenere il dominio sul mondo intero, vediamo il testo greco originale di Mt 4:9:

ἐὰν πεσὼν προσκυνήσῃς μοι

eàn pesòn proskünèses moi

se abbassante ti inchini a me

   Satana sta chiedendo a Yeshùa di abbassarsi di fronte a lui, inchinandosi. Che implicazione ha? Non si tratta di un semplice atto di rispetto o – come direbbe la TNM – d’omaggio. Non si tratta di un inchino come quello che si faceva in oriente di fronte ad una persona cui si voleva mostrare grande rispetto: “Quelli che erano nella barca si prostrarono [προσεκύνησαν, (prosekΰnesan), “si inchinarono”] davanti a lui, dicendo: ‘Veramente tu sei Figlio di Dio’” (Mt 14:33). Per riaprire una parentesi sulle traduzioni, immaginando la scena suggerita dalla insulsa traduzione di TNM si ha l’impressione di un inchino sfottente: “Quindi quelli che erano nella barca gli resero omaggio, dicendo: ‘Tu sei veramente il Figlio di Dio’”. Sembra quasi la scena dei carnefici di Yeshùa: “Inginocchiandosi davanti a lui, lo schernivano, dicendo: ‘Salve, re dei Giudei!’” (Mt 27:29). “Quelli che erano nella barca” erano gli apostoli di Yeshùa. Altro che “rendere omaggio”! Essi s’inchinarono pieni di stupore e di ammirazione, proclamando: “Tu sei veramente il Figlio di Dio”.

   Che tipo d’inchino pretendeva dunque satana? Quello vietato da Dio: “Non ti prostrare davanti a loro [gli idoli]” (Es 20:5). “Non ti prostrare”, “non ti inchinare”, לֹא־תִשְׁתַּחְ, lo-tishtakh. Il verbo ebraico usato è שחה (shakhà), “abbassarsi/inchinarsi”. La LXX greca traduce con οὐ προσκυνήσεις  (u proskünèseis), “non inchinarti”. Si tratta del secondo Comandamento. È la tentazione più insidiosa di tutte. Sempre il popolo ebraico fu tentato a seguire gli idoli come facevano i pagani. Al tempo di Elia il culto cananeo sembrava avere addirittura soffocato quello del vero Dio. Tutti s’inchinavano davanti a Baal, tanto che Elia si credette l’unico ad essere fedele a Dio, anche se ne erano rimasti altri settemila a lui ignoti: “Io sono stato mosso da una grande gelosia per il Signore, per il Dio degli eserciti, perché i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo […]. Ma io [Dio] lascerò in Israele un residuo di settemila uomini, tutti quelli il cui ginocchio non s’è piegato davanti a Baal”. – 1Re 19:14,18.

   Yeshùa a questa tentazione risponde in modo semplice, richiamando Dt 6:13, un brano che ogni fedele ebreo recitava (e recita) mattino e sera nelle sue preghiere; si tratta dello shemà: “Ascolta, Israele [שְׁמַע יִשְׂרָאֵל (shemà Israèl)], Il Signore, il nostro Dio, è l’unico Signore […]. Temerai il Signore, il tuo Dio, lo servirai” (Dt 6:4,13). La Legge prescrive: “Non avere altri dèi oltre a me”, “Non ti prostrare davanti a loro e non li servire”. – Dt 5:7,9.

   Ci si potrebbe, comunque, domandare che senso poteva avere questa tentazione per Yeshùa, dato che anche un semplice giudeo poteva e doveva superarla. Anche qui occorre richiamare la situazione del tempo, vale a dire il modo in cui gli ebrei si aspettavano il messia. Gli ebrei se lo immaginavano come un messia politico e nazionale, che sarebbe apparso con grande potenza e con prodigi impressionanti: “Gli fu presentato un indemoniato, cieco e muto; ed egli lo guarì, in modo che il muto parlava e vedeva. E tutta la folla stupiva e diceva: ‘Non è questi il Figlio di Davide?’” (Mt 12:22,23); “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto; non potrebbe essere lui il Cristo?” (Gv 4:29); “Stavano per venire a rapirlo per farlo re” (Gv 6:15). Da qui il sorgere di molti falsi messia: “Sorse Teuda, dicendo di essere qualcuno; presso di lui si raccolsero circa quattrocento uomini; egli fu ucciso, e tutti quelli che gli avevano dato ascolto furono dispersi e ridotti a nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, ai giorni del censimento, e si trascinò dietro della gente; anch’egli perì” (At 5:36,37); “Quell’egiziano che tempo fa sobillò e condusse nel deserto quei quattromila briganti” (At 21:38). Questi falsi messia che facevano prodigi sono ricordati anche da Giuseppe Flavio. – Antichità Giudaiche 2,13,4.

   Siccome il deserto era considerato un luogo di comunione con Dio, si pensava che il messia dovesse venire da lì per inaugurare il suo regno. Vari falsi messia vennero da lì, promettendo mari e monti. Teuda partì dal deserto transgiordanico e promise di dividere le acque del fiume Giordano per entrare trionfalmente in Palestina come ai giorni della prima conquista della Terra Promessa; ma fu fatto decapitare dal procuratore Cuspio Fado e la sua testa spedita a Gerusalemme (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 20,5,1). Questo Teuda è ricordato da Gamaliele in At 5:36.

   È in questa situazione dell’epoca che la tentazione di Yeshùa assume rilevanza. Satana garantisce a Yeshùa una conquista facile del mondo intero.

   Ma poteva il diavolo offrire davvero così tanto? Sì. Egli è “il principe di questo mondo” (Gv 12:31;14:30;16:11). Yeshùa, come vero messia, aveva la missione di conquistare l’intera umanità per Dio. Ma questo doveva attuarlo mediante la rinuncia e il sacrificio, ubbidendo. Doveva dare la sua stessa vita per ubbidire a Dio fino in fondo. Tuttavia, con i suoi poteri, avrebbe potuto conquistare il mondo in altra maniera, conforme all’attesa giudaica. Avrebbe potuto comportarsi non da messia sofferente (Is 53), ma da glorioso “figlio di Davide”. Se Yeshùa si fosse messo a capo di un esercito, con il potere che possedeva, avrebbe facilmente liberato gli ebrei dai romani e conquistato il mondo meglio di Ciro o di Alessandro il Grande. Ma questo avrebbe significato rinunciare alla missione ricevuta da Dio. Yeshùa voleva compiere la volontà di Dio: “Ho detto: ‘Ecco, vengo’ (nel rotolo del libro è scritto di me) ‘per fare, o Dio, la tua volontà’”. – Eb 10:7.

   Per capire la gravità di questa tentazione basta pensare all’istintiva ripugnanza umana per la sconfitta e la sofferenza. Yeshùa avrebbe potuto costringere le persone all’ubbidienza anziché attirarle dolcemente con la sua amorevolezza che si fa sacrificio.

   Yeshùa però taglia corto e dice: “Vattene, Satana” (Mt 4:10). Le medesime parole forti le rivolgerà a Pietro che in forma diversa riproporrà la stessa tentazione di allontanare Yeshùa dalla sofferenza: “Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molte cose da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti, degli scribi, ed essere ucciso, e risuscitare il terzo giorno. Pietro, trattolo da parte, cominciò a rimproverarlo, dicendo: ‘Dio non voglia, Signore! Questo non ti avverrà mai’. Ma Gesù, voltatosi, disse a Pietro: ‘Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini’” (Mt 16:21-23). Il fatto che questa espressione ricorra due volte e solo in Mt (Luca la tace) ci fa comprendere di che genere fosse stato il pericolo corso da Yeshùa in questa tentazione. Non si trattava dell’idolatria comune, ma di seguire la prospettiva di un messia trionfatore presentato da satana secondo l’attesa giudaica e non conforme al volere divino.

   Chissà quali furono i pensieri di Eva di fronte alla tentazione di satana. “I vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male” (Gn 3:5). Non era una prospettiva stupenda? Conoscere il bene e il male, essere come Dio. Non era una cosa meravigliosa e apparentemente buona? Ma Dio aveva detto: “Non ne mangiate e non lo toccate”. – Gn 3:3.

   In Yeshùa non furono suscitati pensieri dalla tentazione di satana. “Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri” (Mt 4:9). Non doveva il messia conquistare tutto il mondo per sottoporlo a Dio? Sì. Non sarebbe stato alla fine tutto il mondo e l’universo intero nelle mani del messia, nell’ubbidienza a Dio? Sì. Ma con l’ubbidienza a Dio. Dio ha comandato: “Pròstrati al Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto”. – Mt 4:10, Dia.

Valore storico

   Che Yeshùa sia stato tentato durante la sua vita è un atto innegabile: “Egli è stato tentato come noi in ogni cosa”, “Egli sopportò la croce” (Eb 4:15;12:2); “Il diavolo, dopo aver finito ogni tentazione, si allontanò”, “Avete perseverato con me nelle mie prove” (Lc 4:13;22:28). Yeshùa stesso più volte ha presentato la sua vita come una lotta con satana. Si ricordino la polemica con i farisei a proposito della guarigione dell’indemoniato (Mt 12:26,sgg.), la parabola della zizzania (Mt 13:24,sgg.), l’attribuzione a satana della malattia (Lc 13:16), la frase misteriosa in cui Yeshùa dice di vedere satana cadere dal cielo (Lc 10:18), gli avvertimenti a Pietro durante l’ultima cena (Lc 22:31). Yeshùa usa preferibilmente la parola ebraica satàn, mentre gli evangelisti adoperano usualmente la parola greca diàbolos.

   Le tentazioni nel deserto sono storiche. Di fatto i racconti biblici delle tre tentazioni realizzano tutte le condizioni di storicità che oggi sono richieste: sono attestate da molte testimonianze, segnano una rottura con il giudaismo e con la comunità primitiva. Non si riesce a capire perché mai la comunità post-pasquale (la congregazione dei discepoli sorta dopo la Pasqua in cui Yeshùa fu ucciso) avrebbe potuto creare di sana pianta queste tentazioni che umiliano Yeshùa anziché esaltarlo, ponendolo alla possibile mercé di satana. Se – come pretendono i soliti critici – queste tentazioni fossero state inventate per suggerire ai credenti il modo di superare le proprie prove, si sarebbe dovuto escogitarne alcune più affini a quelle che solitamente toccano le persone. Il racconto delle tentazioni suppone quindi un nucleo storico che risale alle parole stesse di Yeshùa.

   Ma che dire della presentazione di queste tentazioni come ce le narrano i Vangeli? L’indubbia storicità degli eventi è stata in qualche modo modificata dalla presentazione che ce ne fanno gli evangelisti? Le opinioni degli esegeti possono essere suddivise in due classi di pensiero. Non è sempre piacevole prendere in considerazione gli argomenti di studiosi che mettono in dubbio la Scrittura, ma bisogna pur dare risposta a chi non sa credere: “Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi”. – 1Pt 3:15.

   1. Nulla sarebbe storico. Secondo questa scuola di pensiero si tratterebbe solo di una finzione letteraria per sottolineare che Yeshùa è il nuovo Mosè che libera gli uomini dalla schiavitù di satana, proprio come Mosè liberò gli ebrei dalla schiavitù egiziana. Si tratterebbe di un nuovo esodo che i credenti devono attuare. Va detto che è vero che le Scritture Ebraiche presentano Yeshùa come il nuovo Mosè che riunisce i figli di Israele, li sottrae alla schiavitù, li conduce attraverso il mare (battesimo) verso il nuovo monte Sinày (Sion): “Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, passarono tutti attraverso il mare, furono tutti battezzati nella nuvola e nel mare, per essere di Mosè; mangiarono tutti lo stesso cibo spirituale, bevvero tutti la stessa bevanda spirituale, perché bevevano alla roccia spirituale che li seguiva; e questa roccia era Cristo. Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque: infatti furono abbattuti nel deserto. Or queste cose avvennero per servire da esempio a noi” (1Cor 10:1-6). In questa prospettiva le similitudini sono davvero tante. Ma c’è una differenza: mentre Dio stesso detta a Mosè i suoi comandamenti, qui Dio stesso presenta Yeshùa come il figlio che parla a suo nome. Mosè è il servo, Yeshùa è il figlio in cui risiede la potenza divina (lo spirito santo di Dio). Certamente il battezzatore alludeva al periodo dell’esodo quando presentò Yeshùa come “agnello di Dio” (Gv 1:29): come il sangue dell’agnello pasquale salvò gli ebrei dallo sterminio angelico, così il sangue di Yeshùa salva dalla morte tramite la fede (Eb 10:22;12:24). Israele dovette passare quaranta anni nel deserto e Yeshùa vi passò quaranta giorni.

   Vero. Ma cosa c’entra tutto questo con la storicità delle tentazioni? La presentazione che la Bibbia fa di Yeshùa quale nuovo Mosè non significa affatto che le tentazioni siano state inventate. Non si riesce poi a capire perché mai Yeshùa doveva essere posto in balìa di satana per creare un artificio letterario. Ma se le tentazioni sono storiche – come lo sono – è comprensibile che non ci sia nessuna preoccupazione di dire che Yeshùa fu nelle tentazioni alla mercé del diavolo. La storia è storia. La Bibbia non ha mai ritegno nel narrare situazioni spiacevoli, neppure se colpiscono persone fedeli a Dio.

   2. Tutto è assolutamente realtà storica. Questa scuola di pensiero ammette la storicità completa di tutta la narrazione delle tentazioni. Tuttavia, anche questa interpretazione pone delle difficoltà. Come si può comprendere che Yeshùa sia stato portato qua e là da satana? Come si può pensare che davvero sia stato trasferito sul pinnacolo del Tempio senza essere visto da qualcuno e senza suscitare nella gente quella meraviglia che Yeshùa stesso voleva appunto evitare? E poi: dove trovare un monte così alto da cui si possano contemplare tutti i regni della terra e la “loro gloria”, vale a dire le loro ricchezze e la loro potenza? Un tale monte non esiste e non potrebbe esistere, anche perché la convessità della terra impedirebbe di vederne con un solo sguardo tutta l’estensione. Non possiamo che concludere che tutto ciò avvenne per suggestione satanica creata nella mente di Yeshùa, e non nella realtà cosmica. Questo nulla toglie alla storicità. Quelle cose avvennero davvero. Yeshùa le visse.

   Occorre trovare quindi una via di mezzo tra le due posizioni. Le tentazioni sono certamente storiche. Accaddero. Yeshùa le subì. In quanto alla presentazione che ne fa la Scrittura, vale il dato irrinunciabile del modo di esprimersi semitico, ovvero la concretezza del linguaggio. Che Yeshùa abbia vissuto davvero quelle esperienze è indubbio. In quanto al dire che egli fu trasportato sul pinnacolo o su un monte che non può esistere, questo fa parte del linguaggio concreto. Solo e unicamente per tentare un esempio, potremmo rifarci all’esperienza umana dei sogni. In un sogno una persona può muoversi in modo e in luoghi improbabili o impossibili nella realtà; se poi lo racconta può dire: nella mia mente andavo… ; un semita, nel suo linguaggio concreto, non direbbe che ciò avveniva nella sua mente, ma direbbe che avveniva davvero. Ma attenzione: da un sogno ci si risveglia e si sa che era solo un sogno. Così non fu per Yeshùa. Non fu un sogno. L’esempio tenta solo di illustrare come satana fece vivere a Yeshùa un’esperienza reale con la suggestione, che gli evangelisti, concretamente, narrano. Tutto questo ci fa anche riflettere sulla prova veramente dura che Yeshùa subì.

   Confermata la storicità delle tentazioni, occorre dire qualche altra cosa sulla presentazione che ne fanno gli evangelisti. Abbiamo già visto che essi, usando il loro linguaggio semita concreto, narrano le cose come furono vissute da Yeshùa. Occorre dire anche che a questo linguaggio semita appartengono anche dei simboli, come il numero 40. Bisogna fare attenzione. Gli ebrei rimasero quaranta anni nel deserto, e questo è certamente storico. Ma il numero 40 non sempre va preso alla lettera. È il solito aspetto difficile da capire per un occidentale. Nella Bibbia il numero 40 è il simbolo dell’accostamento a Dio e il simbolo della prova. Mosè rimase quaranta giorni e quaranta notti con Dio quando ricevette le tavole della Legge (Es 34:28). L’esplorazione di Canaan da parte delle spie ebree durò quaranta giorni (Nm 13:25). Elia camminò quaranta giorni e quaranta notti per accostarsi a Dio sul monte Oreb (1Re 19:8). Il numero 40 era un numero che parlava da solo per gli ebrei.

   “Nel deserto rimase per quaranta giorni” (Mr 1:13). Va preso letteralmente o no? Non ci sono indizi per determinare la durata effettiva della permanenza di Yeshùa nel deserto. Potrebbe essere letterale. Ma anche se fosse simbolico, questo potrebbe scandalizzare solo un occidentale. Se fosse simbolico, un ebreo capiva bene cosa esso significava.

Perché Yeshùa fu tentato?

   Se si è trinitari o binitari, questo è un problema molto difficile. Se Yeshùa è Dio, come mai Dio può essere tentato? Alcuni teologi hanno azzardato sofisticate e filosofiche spiegazioni. Hanno supposto che le tentazioni sono un esempio di come dobbiamo comportarci. Yeshùa sarebbe stato tentato solo perché avrebbe dato il permesso a satana di farlo. Si tratterebbe quindi solo di tentazioni esteriori e non interiori, dato che sarebbe stato impossibile incitare al male Yeshùa/Dio nel suo intimo.

   Questa è una spiegazione che non convince. Anzi, è contraria alla Scrittura. Yeshùa si può comprendere proprio perché fu tentato alla pari di ciascuno di noi:

 

“Non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato”. – Eb 4:15.

 

   Noi siamo tentati dall’interno, nell’intimo; dunque dall’interno e nell’intimo fu tentato Yeshùa. Come noi.

   Si può aggiungere che la persona vincitrice, il credente fedele che non cede ma ubbidisce a Dio, presuppone proprio una natura come la nostra, che può anche cadere nella tentazione. Come vi cadde Adamo.

   Che razza di prova sarebbe mai quella già scontata in partenza, quella in cui il tentato è già necessariamente vittorioso? Che tentazione sarebbe mai quella che scalfisce solo alla superficie senza penetrare nell’intimo dell’interiorità? Che tentazione mai sarebbe quella in cui Yeshùa avrebbe patteggiato prima i limiti entro cui satana avrebbe potuto muoversi? Sarebbe davvero una tentazione? Non sarebbe, piuttosto, solo una parodia di tentazione? “Egli è stato tentato come noi in ogni cosa”. “Senza commettere peccato”.