La donna ebrea nel periodo dei Giudici

Debora. Dopo la conquista della Terra Promessa la popolazione di Israele iniziò a cercare la coesione politica. Sorsero dapprima i Giudici, eroi di circostanza che con spettacolari imprese mantennero l’indipendenza e l’unità politiche (si veda al riguardo il nostro studio La storia di Israele – Dal primo governo ai Giudici, nella sezione Israele, categoria Storia d’Israele). Tra questi singolari personaggi ci fu Debora, profetessa di Israele.

   Debora funse da magistrato straordinario, emettendo sentenze ispirate (Gdc 4:4,5). Fu la sua fede a spingerla all’azione: mandò a chiamare il giudice Barac e in nome di Dio gli trasmise il compito di liberatore d’Israele (Gdc 4:6,7). Barac, accetta a condizione che lei gli stia a fianco: “’Se vieni con me, andrò; ma se non vieni con me, non andrò’. Debora disse: ‘Certamente, verrò con te; però, la via per cui cammini non ti porterà onori; perché il Signore darà Sisera [comandante cananeo, nemico] in mano a una donna’. E Debora si alzò e andò con Barac”. – Gdc 4:8,9.

   L’ascendente di Debora era tale che anche altre tribù d’Israele, oltre a quella di Barac (la tribù di Neftali – Gdc 4:6), parteciparono (Gdc 4:10). Fu Debora a ideare il piano militare, facendo in modo che i cananei si trovassero fra due fronti (Gdc 4:6,11,14-16). TNM, che mostra di non comprendere la strategia, aggiunge arbitrariamente (senza neppure metterlo tra parentesi quadre per indicare l’aggiunta al testo sacro) l’avverbio “incidentalmente” a Gdc 4:11: “Incidentalmente, Heber il chenita si era separato dai cheniti . . . e aveva piantato la sua tenda vicino al grosso albero di Zaanannim, che è presso Chedes” (TNM). La Bibbia non dice così, ma: וְחֶבֶר הַקֵּינִי נִפְרָד מִקַּיִן (vekhèver haqiynì nifràd miqàiyn), “E Chèber il chenita separato da cheniti”. Quindi, “Eber, il Cheneo, si era separato dai Chenei”. In pratica, gli israeliti strinsero i cananei da nord (dal monte Tabor – Gdc 4:14) e da sud (dai pressi di Cades – Gdc 4:11; Gs 19:32,33). Si ebbe così non solo la sconfitta dei cananei (che d’ora in poi sarebbero rimasti relegati nei loro confini), ma si ebbe anche il primo importante raggruppamento di tribù israelite dal tempo di Giosuè. A festeggiare questa rilevante vittoria ci fu il cantico di Debora. – Gdc 5:1-31.

   Il cantico di Debora non è solo importante per il suo valore storico. È importante anche per il suo valore letterario: esso è intriso d’impeto lirico e fascino poetico, con l’efficacia del linguaggio che dà un’impressione d’immediatezza. Mentre si legge pare di essere lì. Eccone alcuni scorci:

 

“I capi d’Israele presero il comando,

il popolo partì volontario!

Lodate il Signore!

Quando muovevi dai mondi di Seir,

quando marciavi nella steppa di Edom,

Signore,

la terra tremò;

il cielo si scosse,

le nubi si sciolsero in acqua.

I monti si nascosero

per paura del Signore,

il Dio di Israele.

[Prima] non vedevi più passar carovane,

si viaggiava per strade sperdute.

campagne abbandonate,

non più contadini in Israele;

poi sei comparsa tu, o Debora,

per far da madre a Israele.

Su, Debora,

su, avanti, canta!

All’invito di Debora,

il popolo di Israele

è accorso pronto e combattente.

Si son mossi con Debora;

anche Barak è accorso

e l’ha seguita nella pianura.

Anche le stelle han combattuto.

Allora i cavalli al galoppo

con i loro zoccoli martellavano il suolo”.

– Gdc 5:1-31, passim.

 

   Debora, accettando di affiancare Barac, gli aveva profetizzato: “Certamente, verrò con te; però, la via per cui cammini non ti porterà onori; perché il Signore darà Sisera in mano a una donna” (Gdc 4:9). Sìsera, il comandante dei cananei, morì per mano di una donna intrepida: Giaele (in ebraico Yaèl,  יָעֵל).

   Giaele. Giaele era la moglie di Chèber il chenita, quello che si era spostato a sud costituendo il secondo dei due fronti da cui i cananei furono attanagliati (Gdc 4:11). I cheniti non erano israeliti: erano una popolazione residente nella zona di Canaan (Gn 15:18-21). Giaele era quindi una donna non israelita. Sìsera, messo in fuga dalle truppe di Barac, cercò scampo proprio nell’accampamento di Chèber il chenita: “Sisera fuggì a piedi verso la tenda di Iael, moglie di Eber, il Cheneo” (Gdc 4:17). Ora si noti cosa accadde. L’episodio è così gustoso che conviene leggerlo direttamente nella Scrittura:

“Giaele andò incontro a Sisara e gli disse: ‘Fèrnati! Fèrmati qui da me! Non aver paura’. Egli entrò nella sua tenda e lei lo coprì con un tappeto. Egli le disse: ‘Ho sete. Dammi un po’ d’acqua da bere. Essa prese del latte, gli diede da bere e lo coprì di nuovo. Lui le disse ancora: ‘Sta’ davanti alla tenda. Se ti domandano: C’è qualcuno?, rispondi di no’. Sisara era molto stanto e si addormentò subito. Allora Giaele tolse un picchetto dalla tenda, prese in mano un martello e si avvicinò a Sisara senza far rumore. Gli conficcò nelle tempia il picchetto, ma così forte che rimase piantato anche in terra. Sisara passò dal sonno alla morte”. – Gdc 4:18-21, PdS.

   Quando infine giunse Barac, che inseguiva Sìsera, Giaele gli mostrò il cadavere del comandante dell’esercito cananeo. Sìsera era stato dato “in mano a una donna”, come aveva profetizzato Debora. – Gdc 4:9.

   Questa coraggiosa azione di Giaele viene esaltata anche nel cantico di Debora:

 

“Sia benedetta fra le donne Giaele,

la moglie di Eber il Kenita,

benedetta fra le donne della tenda!

Sisara le aveva chiesto acqua da bere

e lei gli diede del latte:

glielo offrì in una coppa preziosa!

Ma con una mano prese un picchetto

e con l’altra il martello;

con un colpo gli trapassò la tempia

e gli spaccò la testa”. – Gdc 5:24-27, PdS.

   Da questo riconoscimento che loda Giale, traspare l’animo femminile della sua autrice, Debora. Parlando orgogliosamente di Giaele, ella aggiunge dei tocchi femminili carichi di ironia.

   Il racconto storico di Gdc 4:18-21 non menziona il recipiente con cui Giale diede del latte a Sìsera, ma Debora dice che “glielo offrì in una coppa preziosa!” Pare di vedere l’intrepida donna che, con in mente il suo piano, mantiene il suo fare ospitale tutto femminile. C’è anche l’ironia di Debora, che guardando oltre vede una “coppa preziosa!” Nell’ebraico questa ironia è ancora più evidente, perché Debora parla diסֵפֶל אַדִּירִים  (sèfel adirìm), una “coppa da nobili”, una di quelle che si usava nei banchetti. Tradotto, per così dire, in occidentale, era come se dicesse: Te la faccio io ora la festa! È un tocco femminile quello che nota che alla richiesta d’acqua, lei gli servì del latte.

   Il fare femminile di Giale appare anche quando invita Sìsera nella sua tenda: “Fèrnati! Fèrmati qui da me! Non aver paura’” (Gdc 4:18, PdS). E lui, babbeo, “entrò nella sua tenda”. Lei si mostra ospitale, quasi materna, tanto che “lo coprì con un tappeto”.

   Il racconto storico diceva semplicemente che “Sisara passò dal sonno alla morte” (Gdc 4:21, PdS). Debora aggiunge nel suo cantico che “Sisara si contorse e cadde ai suoi piedi. Cadde lungo e disteso” (Gdc 5:27, PdS). Anche qui appare la sua ironia: il grande comandante militare dei cananei che opprimevano Israele, quel grand’uomo “cadde lungo e disteso”. Da notare quel “cadde ai suoi piedi”. Quello che ora cade “ai suoi piedi” è il fuggiasco che continuava a fare il prepotente ordinandole prima di dargli da bere e poi di fare la guardia. – Gdc 4:19,20.

   Debora aveva già sbeffeggiato i cananei poco prima, nel suo cantico, quando al v. 21 aveva detto che “il torrente Chison li travolse”: quei gran guerrieri impantanati nel fango!

   Notevole è l’empatia femminile con cui Debora pensa alla pena della madre del malcapitato Sìsera: “La madre di Sisara alla finestra e dietro l’inferriata gridava: Perché il suo carro tarda ad arrivare? Perché i suoi cavalli son così lenti a tornare?”. Il disprezzo per l’odiato nemico ha però il sopravvento e riprende con sarcasmo, mettendo le parole in bocca alla “più saggia delle sue donne”: “Sì, certo, hanno fatto bottino e stan facendo le parti: una ragazza per ciascuno” (Gdc 5:29,30). C’è qui una stoccata per le donne cananee: “la più saggia” delle donne della povera madre di Sìsera pensa che i cananei stiano dividendosi le ragazze fatte prigioniere. Non manca il tocco femminile, pur nell’ironia: “A Sisara toccano stoffe colorate, ricamate e pregiate, tante pezze ricamate” (Gdc 5:30). Intanto lui sta “lungo e disteso”, con un picchetto conficcatogli nella testa da una donna in modo così forte che rimase piantato per terra.

   Rut. Il libro biblico di Rut narra avvenimenti del tempo dei Giudici (Rut 1:1). La protagonista del libro è Rut, una donna moabita. Circa i moabiti la Legge di Dio imponeva: “L’Ammonita e il Moabita non entreranno nell’assemblea del Signore; nessuno dei loro discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nell’assemblea del Signore; non vi entreranno mai . . . Non cercherai mai la loro pace né la loro prosperità, finché tu viva ” (Dt 23:3-6). I moabiti avevano una lunga storia di opposizione a Israele ed erano fra i loro acerrimi nemici.

   “Ci fu nel paese [d’Israele] una carestia, e un uomo di Betlemme di Giuda andò a stare nelle campagne di Moab con la moglie e i suoi due figli. Quest’uomo si chiamava Elimelec, sua moglie, Naomi . . . Giunsero nelle campagne di Moab e si stabilirono là” (Rut 1:1,2). “Elimelec, marito di Naomi, morì, e lei rimase con i suoi due figli. Questi sposarono delle moabite, delle quali una si chiamava Orpa, e l’altra Rut; e abitarono là per circa dieci anni. Poi Malon e Chilion [i due figli di Elimelec e di Naomi] morirono anch’essi, e la donna restò priva dei suoi due figli e del marito” (Rut 1:3-5). È a questo punto che Rut, la moabita, dice a sua suocera che vuole seguire la sua sorte:

“Non pregarmi di lasciarti, per andarmene via da te; perché dove andrai tu, andrò anch’io; e dove starai tu, io pure starò; il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio sarà il mio Dio;  dove morirai tu, morirò anch’io, e là sarò sepolta. Il Signore mi tratti con il massimo rigore, se altra cosa che la morte mi separerà da te!”. – Rut 1:16,17.

   Il piccolo libro biblico di Rut (costituto da soli quattro capitoletti) è un gioiello della letteratura ebraica, oltre che parte della Sacra Scrittura.

   La figura femminile di Rut spicca in tutta la sua magnificenza. È sorprendente questa donna accolta dal popolo d’Israele come una di loro. Al tempo della restaurazione di Neemia, “si lesse in presenza del popolo il libro di Mosè, e vi si trovò scritto che l’Ammonita e il Moabita non debbono mai entrare nell’assemblea di Dio . . . Quando il popolo udì la legge, separò da Israele tutti gli stranieri” (Nee 13:1-3). Eppure, Rut – la moabita – rimane ancora oggi una delle massime figure dell’ebraismo.

   Anna. Il periodo dei Giudici si chiuse con questo commento biblico: “In quel tempo, non c’era re in Israele; ognuno faceva quello che gli pareva meglio” (Gdc 21:25). Ora il popolo iniziava a reclamare un re, “come lo hanno tutte le nazioni”. Loro, popolo di Dio, volevano essere come “tutte la nazioni” (1Sam 8:5). Nel periodo intercorrente tra quello dei Giudici e quello della monarchia, visse il profeta Samuele. Anna era la madre di Samuele. Prima di concepirlo, Anna, essendo sterile (1Sam 1:2,5), promise a Dio che se avesse avuto un figlio lo avrebbe dedicato al servizio divino quale nazireo (1Sam 1:11; per ciò che riguarda il nazireato si veda Nm 6). Anna “aveva l’anima piena di amarezza e pregò il Signore piangendo dirottamente. Fece un voto e disse: ‘O Signore degli eserciti, se hai riguardo all’afflizione della tua serva e ti ricordi di me, se non dimentichi la tua serva e dai alla tua serva un figlio maschio, io lo consacrerò al Signore per tutti i giorni della sua vita”. – 1Sam 1:10,11.

   Anna ebbe un figlio (Samuele) e mantenne il suo voto (1Sam 1:20,27,28). Dopo aver affidato il figlio al vecchio sacerdote Eli (1Sam 1:25), Anna prorompe in un canto d’ammirazione e di ringraziamento, celebrando con devozione la potenza e la bontà di Dio:

 

“Il mio cuore esulta nel Signore,

il Signore ha innalzato la mia potenza,

perché gioisco nella tua salvezza.

Nessuno è santo come il Signore,

poiché non c’è altro Dio all’infuori di te;

e non c’è rocca pari al nostro Dio.

Il Signore è un Dio che sa tutto

e da lui sono pesate le azioni dell’uomo.

La sterile partorisce sette volte.

Il Signore fa morire e fa vivere.

Alza il misero dalla polvere

e innalza il povero dal letame,

per farli sedere con i nobili,

per farli eredi di un trono di gloria.

Egli veglierà sui passi dei suoi fedeli,

ma gli empi periranno nelle tenebre.

Il Signore giudicherà l’estremità della terra

e darà forza al suo re;

innalzerà la potenza del suo unto”. – 1Sam 2:1-10, passim.

   Questo cantico è alquanto rude, eppure ha i toni di un Magnificat.