La donna nei racconti evangelici

La prospettiva della donna nei Vangeli. Leggendo i Vangeli si nota da parte di Yeshùa un atteggiamento verso le donne alquanto diverso sia da quello ebraico presente nelle Scritture Ebraiche sia da quello del mondo pagano. Dato che la donna, dal punto di vista spirituale, è assolutamente pari all’uomo, questa sua parità davanti a Dio si riflette nei diritti che lei ha.

   Nelle sue parabole Yeshùa dà molto risalto alla donna. La sua simpatia per le donne è evidente. “Disse loro un’altra parabola: ’Il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prende e nasconde in tre misure di farina, finché la pasta sia tutta lievitata’” (Mt 10:33). “Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini le quali . . .”. – Mt 25:1.

   Questo riguardo e questa simpatia di Yeshùa per le donne si rivela soprattutto nei suoi gesti. Egli non rifiuta il rapporto con le donne, anzi. Le aiuta con i suoi miracoli, le comprende, ha compassione per le loro sventure, perdona loro le debolezze, accetta la loro assistenza, gradisce la loro cura e la loro compassione. Yeshùa onora le donne con la sua amicizia. In un caso si fa perfino vincere da una donna, per di più pagana (Mt 15:21-28; Mr 7:24-30). “I capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo” dovettero rimanere scandalizzati da questa forte dichiarazione di Yeshùa: “Le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio” (Mt 21:23,31). I farisei, così legalisti, disprezzavano le donne, ritenendole ignoranti e inferiori.

   Questo esempio di Yeshùa dovette in qualche modo riflettersi sui suoi discepoli. Matteo, componendo la genealogia di Yeshùa, vi inserire ben quattro donne oltre alla madre di lui. Già questo appare strano, tenuto conto che siamo di fronte alla genealogia del messia e che i diritti legali si ricevevano dalla linea paterna. Ciò che poi più sorprende sono i nomi di quelle donne: si tratta di donne che non godevano di buona fama, sia per la loro moralità che per la loro inadeguatezza a comparire in una genealogia.

   “Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abraamo. Abraamo generò Isacco; Isacco generò Giacobbe . . . Giuda generò Fares e Zara da Tamar . . . Salmon generò Boos da Raab . . . Boos generò Obed da Rut . . .  Davide generò Salomone da quella che era stata moglie di Uria . . .  Giacobbe generò Giuseppe, il marito di Maria, dalla quale nacque Gesù, che è chiamato Cristo. – Mt 1:1-16, passim.

   Tamar, rimasta vedova due volte e senza figli, si travestì da prostituta per irretire suo suocero Giuda in modo da avere un figlio. Appreso che Tamar era incinta, Giuda dapprima ordinò che venisse lapidata e poi bruciata (cfr. Gs 7:15,25). Poi, avendo saputo di essere il padre e scoprendo lo stratagemma di lei per avere un erede, ammise: “È più giusta di me”. Tamar ebbe due gemelli (Gn 38:6-30). La discendenza messianica passa per suo figlio Perez. – Rut 4:12,18-22; 1Cron 2:4; Mt 1:3.

   Raab era una prostituta di Gerico. Quando le spie israelite stavano ispezionando la Terra Promessa prima dell’ingresso del popolo ebraico, due di loro giunsero a Gerico e trovarono alloggio in casa di Raab (Gs 2:1). Le due spie furono riconosciute come israeliti e ciò fu riferito al re. Raab nascose allora i due uomini (Gs 2:2-7). Raab sapeva che Gerico era allarmata dalle notizie che giungevano circa gli ebrei. Si fece allora giurare dai due che avrebbero risparmiato lei e tutta la sua famiglia una volta conquistata Gerico. Si accordarono: lei non li avrebbe denunciati e loro l’avrebbero risparmiata. Come segno per individuare la sua famiglia, fu messa  una corda rossa alla finestra (Gs 2:8-22).  Le spie, scampate, riferirono poi a Giosuè, condottiero del popolo ebraico, l’accaduto (Gs 2:23,24). Quando le mura di Gerico caddero, la casa di Raab non venne distrutta (Gs 2:15;6:22). Raab e la sua famiglia ebbero in seguito il permesso di rimanere con gli israeliti (Gs 6:17,23,25). Questa donna, che era stata una prostituta, divenne poi moglie di Salmon e madre di Boaz, antenato del re Davide. Raab è un notevole esempio di persona non israelita accettata dagli ebrei. L’autore della Lettera agli ebrei la prende ad esempio di fede: “Per fede Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, avendo accolto con benevolenza le spie”. Giacomo domanda retoricamente: “Raab, la prostituta, non fu anche lei giustificata per le opere quando accolse gli inviati e li fece ripartire per un’altra strada?”  – Eb 11:31; Gc 2:25.

   Rut era una donna moabita. I moabiti erano tra i nemici di Israele. A causa di una carestia, gli ebrei Elimelec e sua moglie Naomi avevano lasciato la nativa Betlemme per Moab. Morto Elimelec, i loro due figli avevano sposato delle moabite. Uno di loro, Malon, aveva sposato Rut. In seguito anche i due fratelli morirono. Rimasero così tre vedove senza figli: l’ebrea Naomi e le sue due nuore moabite. Saputo che le cose andavano di nuovo meglio in Israele, Naomi, accompagnata dalle due nuore, decise di rientrare in patria (Rut 1:1-7;4:9,10). Una delle due moabite, dietro insistenza di Naomi, tornò dal suo popolo, ma Rut volle rimanere con la suocera. Rut mostrò così profondo amore per Naomi e il sincero desiderio di servire il Dio degli ebrei (Rut 1:8-17;2:11). Questo commento da parte ebraica fatto a Naomi dice molto di lei: “Tua nuora che ti ama, e che vale per te più di sette figli” (Rut 4:15). In terra d’Israele, Rut uscì nei campi per procurare da mangiare per Naomi e per sé. La Toràh prescriveva: “Se, mietendo il tuo campo, vi avrai dimenticato qualche covone, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per lo straniero, per l’orfano e per la vedova” (Dt 24:19), “Quando mieterete la raccolta della vostra terra, non mieterai fino all’ultimo angolo il tuo campo, e non raccoglierai ciò che resta da spigolare della tua raccolta . . . lascerai per il povero e per lo straniero” (Lv 19:9,10). Rut si mise a spigolare

nel campo di Boaz, parente di Elimelec. – Rut 1:22–2:7.

   Naomi suggerì a Rut di farsi sposare da Boaz. Ciò era previsto dal levirato, la consuetudine secondo cui un uomo doveva sposare la vedova del proprio fratello morto senza figli per garantirgli una progenie. – Gn 38:8; Dt 25:5.

   Rut si recò allora nell’aia di Boaz attendendo che lui si coricasse a sua volta. Si avvicinò poi di nascosto e si coricò accanto lui. Quando Boaz si svegliò, lei gli disse: “Tu hai il diritto di riscatto”, chiara allusione alla legge del levirato (Rut 3:1-9). Boaz rispose: “Sii benedetta dal Signore, figlia mia! La tua bontà d’adesso supera quella di prima, poiché non sei andata dietro a dei giovani, poveri o ricchi. Non temere, dunque, figlia mia; io farò per te tutto quello che dici, perché tutti qui sanno che sei una donna virtuosa” (Rut 3:1011). Così Rut divenne la madre di Obed figlio di Boaz e un’antenata sia del re Davide sia di Yeshùa. – Rut 4:1-21; Mt 1:5,16.

   Betsabea, “quella che era stata moglie di Uria” (Mt 1:6), fu un’adultera. Era moglie di Uria l’ittita, uno dei valorosi uomini del re Davide; sposò poi Davide dopo una relazione adulterina con lui (2Sam 23:39). Il re Davide la sorprese una sera, da una terrazza del palazzo reale, mentre lei faceva il bagno: “La donna era bellissima”; preso dalla passione e approfittando del fatto che il marito era lontano a combattere, la fece condurre a palazzo per una notte d’amore con lei; Betsabea rimase incinta; il re escogitò allora in modo di sottrarsi alla sua responsabilità facendo in modo che il marito di lei tornasse a casa per dormire con la moglie; fallito il suo piano, fece in modo che il marito morisse in battaglia; dopo il lutto, Betsabea divenne moglie di Davide (2Sam 11:1-27). Scuote molto il modo in cui il profeta Natan rimproverò il re per i suoi misfatti (2Sam 12:1-14). Il dolore di Davide e il suo pentimento sono descritti nel Sl 51. Il figlio adulterino dei due morì (2Sam 12:15-23). Davide e Betsabea ebbero poi un altro figlio, Salomone (2Sam 12:24,25), e in seguito altri tre, tra cui Natan, antenato di Yeshùa. – 1Cron 3:5; Mt 1:6, 16; Lc 3:23,31.

   Tutte e quattro queste donne risultano essere straniere:

  1. Tamar con tutta probabilità era cananea. Aveva sposato Er, figlio di Giuda (Gn 38:6). Di questo Giuda si dice che “vide la figlia di un Cananeo di nome Sua; se la prese e si unì a lei” (Gn 38:2). Er, marito di Tamar, risulta essere cananeo: sua madre Sua lo era, e dell’ultimo degli altri due figli che ebbe è specificato che “Giuda era a Chezib, quando ella lo partorì” (Gn 38:5). Questa città era situata nella parte meridionale della Terra Promessa (Gs 15:44). Tale specificazione fa intendere che gli altri figli, Er compreso (che era il primogenito), non nacquero in territorio ebraico. Essendo Er cananeo era solo ovvio che pure sua moglie lo fosse.
  2. Raab si sa ch era di Gerico (Gs 2:1). Gerico era la prima città cananea a ovest del Giordano conquistata dagli israeliti. – Nm 22:1; Gs 6:1,24,25.
  3. Rut era moabita: “Rut, la Moabita”. – Rut 1:22.
  4. Betsabea era moglie di “Uria, l’Ittita”. – 2Sam 11:3;23:39.

   Le donne che assisterono Yeshùa. “[Yeshùa] viaggiava di città in città e di villaggio in villaggio, predicando e dichiarando la buona notizia del regno di Dio. E con lui c’erano i dodici, e certe donne che erano state guarite di spiriti malvagi e malattie, Maria detta Maddalena, da cui erano usciti sette demoni, e Giovanna moglie di Cuza, incaricato di Erode, e Susanna e molte altre donne, che li servivano con i loro averi”. – Lc 8:1-3, TNM; cfr. Mt 27:55,56, Mr 15:40,41.

   Nel momento più tragico della vita di Yeshùa, quando inchiodato su un palo stava per morire, “le donne che lo avevano accompagnato dalla Galilea stavano a guardare queste cose da lontano”. – Lc 23:49.

   Fra tutti gli evangelisti, Luca è quello che potrebbe definirsi l’evangelista delle donne. Si rammenti che Luca era discepolo di Paolo (At 16:10-17;20:5–21:18;21:7,8,15;27:1–28:16), ulteriore prova che Paolo non era un misogino. Molte donne collaborarono con Paolo così come avevano collaborato con Yeshùa.

   Le donne furono anche le prime testimoni della resurrezione di Yeshùa: “Certe donne tra di noi ci hanno fatto stupire; andate la mattina di buon’ora al sepolcro, non hanno trovato il suo corpo, e sono ritornate dicendo di aver avuto anche una visione di angeli, i quali dicono che egli è vivo” (Lc 24:22,23). Sono le donne che si recano al sepolcro: “Il primo giorno della settimana, la mattina prestissimo, esse si recarono al sepolcro, portando gli aromi che avevano preparati” (Lc 24:1). Sono loro che portano l’annuncio della resurrezione agli apostoli e agli altri: “Tornate dal sepolcro, annunciarono tutte queste cose agli undici e a tutti gli altri. Quelle che dissero queste cose agli apostoli erano: Maria Maddalena, Giovanna, Maria, madre di Giacomo, e le altre donne che erano con loro” (Lc 24:9,10). È proprio ad una donna che Yeshùa risorto appare per primo: “Gesù le disse: ‘Maria!’ Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: ‘Rabbunì!’ che vuol dire: ‘Maestro!’” (Gv 20:16). “Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose” (Gv 20:18). Per quest’ultimo fatto i commentatori chiamano Maria Maddalena “l’apostola degli apostoli” (“apostolo” significa “inviato”).

   In un passo all’inizio del cap. 23 di Lc c’è un’interessante inserzione, una antica aggiunta che fu fatta al testo canonico. Vediamo prima il brano ispirato: “Tutta l’assemblea si alzò e lo condussero da Pilato. E cominciarono ad accusarlo, dicendo: ‘Abbiamo trovato quest’uomo che sovvertiva la nostra nazione, istigava a non pagare i tributi a Cesare e diceva di essere lui il Cristo re’” (Lc 23:1,2). Tra queste accuse l’antica inserzione aggiunge: καὶ ἀποστρέφοντα τὰς γυναῖκας καὶ τὰ τέκνα (kài apostrèfonta tas günàikas kài ta tèkna), “e seduceva le donne e i bambini”. Ovviamente non diamo alcun valore a questa aggiunta (aggiunta, appunto, e quindi non ispirata) al Vangelo lucano: è apocrifa; compare già nell’apocrifo Vangelo di Marcione del 2° secolo. Clemente di Alessandria (2° secolo) scrive: “La dottrina del Signore si è diffusa tramite le donne, senza sollevare scandalo alcuno” (Stromata, III, 6 53). L’aggiunta ci pare però interessante perché ci mostra la base di verità su cui i detrattori di Yeshùa costruirono le loro false accuse. Essi dicono che “sovvertiva la nazione”: questa è una falsità costruita sulla base veritiera che Yeshùa sollevava entusiasmo tra il popolo (Gv 6:14,15). Dicono che “istigava a non pagare i tributi a Cesare”: e questa è la menzogna posta sul fatto vero che egli distingueva le cose appartenenti a Dio da quelle che spettavano a Cesare (Mt 22:17-22). Lo accusano di aver detto “di essere lui il Cristo re”, e qui giocano sulle parole, in quanto a Pilato nulla importava del messia degli ebrei ma poteva essere punto da quel farsi “re” (cfr. Mr 14:61,62 con Mt 27:11). Similmente, l’accusa che “seduceva le donne e i bambini” (che, in ogni caso, è un’aggiunta apocrifa) segue lo schema della menzogna basata su una verità di fondo: Yeshùa trattava bene le donne e i bambini, a differenza dei suoi stessi discepoli che seguivano l’atteggiamento giudaico: “Giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che egli parlasse con una donna; eppure nessuno gli chiese: ‘Che cerchi?’ o: ‘Perché discorri con lei?’” (Gv 4:27), “Gli presentavano dei bambini perché li toccasse; ma i discepoli sgridavano coloro che glieli presentavano. Gesù, veduto ciò, si indignò e disse loro: ‘Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate’”  (Mr 10:13,14). In contrasto con questi atteggiamenti, gli antichi scrittori Celso e Porfirio con acume colsero tutta l’importanza del proselitismo femminile di Yeshùa. – Origène, Contra Celsum 3, 44.

   Il profuno e le lacrime di una peccatrice. “Un giorno un fariseo invitò Gesù a pranzo a casa sua. Gesù entrò e si mise a tavola. In quel villaggio vi era una prostituta. Quando ella seppe che Gesù si trovava a casa di quel fariseo, venne con un  vasetto di olio profumato, si fermò dietro a Gesù, si rannicchiò ai suoi piedi piangendo e cominciò a bagnarli con le sue lacrime; poi li asciugava con i suoi capelli e li baciava e li cospargeva di profumo. Il fariseo che aveva invitato Gesù, vedendo quella scena, pensò tra sé: ‘Se costui fosse proprio un profeta saprebbe che donna è questa che lo tocca: è una prostituta!’ Gesù allora si voltò verso di lui e gli disse: ‘Simone, ho una cosa da dirti!’ Ed egli rispose: ‘Di’ pure, Maestro!’ Gesù riprese: ‘Un tale aveva due debitori: uno doveva restituirgli cinquecento denari, l’altro solo cinquanta, ma nessuno dei due aveva la possibilità di restituire i soldi. Allora quell’uomo condonò il debito a tutti e due. Dei due chi gli sarà più riconoscente?’ Simone rispose subito: ‘Penso, quello che ha ricevuto un favore più grande’. E Gesù gli disse: ‘Hai ragione!’ Poi rivolgendosi verso quella donna Gesù disse a Simone: ‘Vedi questa donna? Sono venuto in casa tua e tu non mi hai dato dell’acqua per lavarmi i piedi; lei invece, con le sue lacrime, mi ha bagnato i piedi e con i suoi capelli me li ha asciugati. Tu non mi hai salutato con un bacio: lei invece da quando sono qui non ha ancora smesso di baciarmi i piedi. Tu non mi hai versato il profumo sul capo; lei invece mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: i suoi peccati sono molti, ma le sono perdonati perché ha mostrato un amore riconoscente’”. – Lc 7:36-47, PdS.

   La lavanda dei piedi. La lavanda dei piedi agli ospiti faceva parte dell’ospitalità ebraica: “Lasciate che si porti un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e riposatevi sotto quest’albero” (Gn 18:4; cfr. 19:2). Camminando con sandali su strade terrose i piedi s’insudiciavano di polvere. Paolo raccomanda di provvedere alle vedove fedeli, e tra i requisiti pone quello di aver “lavato i piedi ai santi” ovvero essere state umilmente servizievoli (1Tm 5:10). Di solito, i visitatori si lavavano i piedi da sé (Gdc 19:21). Gli ospiti più facoltosi affidavano questo compito ad un servo o ad una serva (1Sam 25:40-42). Un padrone o una padrona di casa che lavasse personalmente i piedi ai visitatori mostrava uno speciale riguardo verso di loro. – Gn 24:32; Gv 13:1-16.

   Il fariseo, a Yeshùa non dà neppure dell’acqua perché si lavi i piedi da solo; la prostituta glieli lava con le sue lacrime. E non solo: glieli asciuga con i suoi capelli.

   Il bacio. Nella società ebraica era uso salutarsi con un bacio. Non solo si baciavano fra maschi e femmine (Gn 29:11;31:28), ma anche fra maschi (Gn 27:26,27;45:15; Es 18:7; 2Sam 14:33). Era un gesto affettuoso (1Sam 20:41,42; 2Sam 19:39; Gn 31:55; Rut 1:9,14). Il “figliol prodigo”, quando torna a casa pentito, bacia con tenerezza il padre (Lc 15:20). Paolo è salutato dai responsabili della comunità di Efeso con dei baci (At 20:17,37). I discepoli di Yeshùa si scambiavano un bacio nel salutarsi; questo bacio era chiamato “santo bacio” (Rm 16:16; 1Cor 16:20; 2Cor 13:12; 1Ts 5:26) o anche “bacio d’amore”. – 1Pt 5:14.

   Il fariseo non accoglie Yeshùa con un bacio; non lo bacia neppure per simulare affetto, come farà Giuda (Mt 26:49). La prostituta gli bacia addirittura i piedi.

   Il profumo. Un olio ad uso cosmetico, gli ebrei se lo spalmavano sul corpo dopo il bagno (Rut 3:3; 2Sam 12:20). Era un uso comune (2 Sam 12:20;14:2). Se lo spalmavano anche sulla testa. La raccomandazione di Yeshùa di ungersi il capo quando si digiuna, per non far vedere vanagloriosamente la propria devozione (Mt 6:17), indica che la persona doveva apparire come sempre, segno che l’ungersi i capelli era d’uso comune. L’Ecclesiaste, consigliando di godersi la vita, aggiunge: “L’olio non manchi mai sul tuo capo” (Ec 9:8). Daniele, rammentando il suo periodo di cordoglio, tra le cose che non fece dice: “Non mi unsi affatto” (Dn 10:3). Ungere con olio la testa di un ospite era un atto di ospitalità. Il salmista è così riconoscente a Dio per come si sente trattato da lui che gli canta: “Cospargi di olio il mio capo” (Sl 23:5). Quest’usanza di cospargere d’olio il capo del visitatore faceva talmente parte del galateo ebraico che Yeshùa non solo rimprovera al fariseo che lo aveva invitato a casa sua di non avergli dato acqua per lavarsi i piedi e di non averlo accolto con un bacio, ma anche di non avergli “versato l’olio sul capo”. – Lc 7:46.

   Il fariseo non versò sul capo di Yeshùa del semplice olio come tutti usavano fare. La prostituta non solo sostituisce l’olio con un “olio profumato”, ma glielo versa non sul capo ma sui piedi, un intero “vaso di alabastro pieno”.

   Yeshùa dice di lei: “Ha molto amato” (Lc 7:47). Luca, lo scrittore del passo, dice: ἠγάπησεν πολύ (egàpesen polǜ), usando il verbo ἀγαπάω (agapào, che viene contratto in agapò). Il greco, lingua molto precisa, ha ben quattro verbi per indicare le sfumature del verbo “amare”. L’amore agàpe (ἀγάπη) è l’amore disinteressato e incondizionato, quello che ama indipendentemente dai meriti di chi ne è oggetto. Per capire bene il punto si rifletta su Rm 5:8: “Dio dimostra il suo amore [ἀγάπη (agàpe)] verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (CEI). Quella prostituta prima amava con l’amore èros (ἔρος), l’amore sensuale, ora aveva conosciuto l’amore di Dio e lo ricambiava. In questo sentimento si rivela l’intimo dell’animo femminile nell’espressione di un amore totale: “Ha molto amato”, riconosce Yeshùa. Quel molto amore traspariva dal suo sguardo offuscato dalle lacrime versate senza misura. Yeshùa, che conosceva i pensieri delle persone (Lc 6:8), seppe leggere il volto di quella donna. Prima che fosse spezzato il suo prezioso vaso d’alabastro, già il suo cuore era stato spezzato dal pentimento. Quando si giunge a queste profondità non si può che piangere: di pentimento, di dolore, di gratitudine. “Dio le conta, le lacrime delle donne”, dice un detto rabbinico.

   La riabilitazione della donna. Yeshùa, anticipando la condizione escatologica in cui non ci saranno più differenze di razza e di condizione sociale e di sesso (Gal 3:28), si rapporta alla donna con rispetto ed empatia. Lo fa con le parole e ancor più con i gesti. Si comprende allora il grido entusiasta di una donna che ammirava Yeshùa: “Beato il grembo che ti portò e le mammelle che tu poppasti!”.  – Lc 11:27,28.