La donna nella consuetudine apostolica di Paolo – 1Tm 2:11-15, il problema

“La donna impari in silenzio con piena sottomissione. Non permetto alla donna di insegnare né di esercitare autorità sull’uomo, ma stia in silenzio. Poiché Adamo fu formato per primo, poi Eva. E Adamo non fu ingannato, ma la donna fu completamente ingannata e si trovò in trasgressione. Comunque, essa sarà tenuta in salvo per mezzo del parto, purché rimangano in fede e amore e santificazione insieme a sanità di mente”. – 1Tm 2:11-15, TNM.

   Questo è certamente il passo più duro – in relazione alla posizione femminile – nell’epistolario paolino che troviamo nelle nostre Bibbie. Tale durezza appare ancora più forte se scomposta nei suoi elementi:

  • “Impari in silenzio”;
  • “Con piena sottomissione”;
  • Non è concesso alla donna “di insegnare”;
  • Non è concesso alla donna “di esercitare autorità sull’uomo”;
  • “Stia in silenzio”.

   Questa serie di già durissime imposizioni è resa ancora più dura dalla motivazione addotta: “Adamo non fu ingannato, ma la donna fu completamente ingannata e si trovò in trasgressione”.

   Contro questa motivazione presunta teologica si erge la Bibbia stessa, anzi Dio stesso che dichiara che è completamente ingiusto dire: “I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati”. – Ez 18:2.

 

Il Signore giudica la condotta di ognuno

Il Signore mi rivolse la parola: ‘Perché in Israele si ripete spesso questo proverbio: ‘I genitori mangiano l’uva acerba e ai figli rimane la bocca amara’? Io, il Signore, il Dio vivente, affermo che la gente non ripeterà più questo proverbio in Israele. In realtà la vita di ciascuno mi appartiene, quella dei genitori e quella dei figli. Soltanto chi pecca morirà’” – Ez 18:1-4, TILC.

 

   Già questa smentita che Dio stesso oppone all’argomentazione di 1Tm 2:14 dovrebbe metterci sull’avviso.

   Se analizziamo attentamente il contesto di 1Tm 2 vediamo come l’apostolo Paolo raccomanda al giovane Timoteo “prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità” (vv. 1,2). Al v. 8 rende più chiaro il suo pensiero: “Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute”. Al cap 3 poi Paolo cambia discorso e tratta degli incarichi nella chiesa (vescovi/sorveglianti e diaconi). Tra la raccomandazione alla preghiera per tutti con una vita pacifica (1Tm 2) e la trattazione degli incarichi nella chiesa (1Tm 3) s’inserisce l’incredibile testo di 1Tm 2:11-15.

   Già a prima vista quest’ultimo testo appare fuori posto nel contesto. Che cosa mai c’entra il silenzio imposto alle donne e il loro impedimento all’insegnamento nel contesto della preghiera che viene qui raccomandata? In più, Paolo ammette in modo chiaro che la donna possa pregare nelle assemblee. – Cfr. 1Cor 11:5.

   Il discorso di Paolo fila via liscio fino a tutto il v. 10: “Perciò desidero che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando mani leali, senza ira e dibattiti. Similmente desidero che le donne si adornino con veste convenevole, con modestia e sanità di mente, non con forme di intrecciature di capelli e oro o perle o abbigliamento molto costoso, ma come si conviene a donne che professano di riverire Dio, cioè per mezzo di opere buone” (1Tm 2:8-10, TNM). Così come non devono esserci manifestazioni d’ira e dibattiti, “similmente” anche le donne devono mostrarsi modeste “come si conviene a donne che professano di riverire Dio”. Paolo menziona poi le loro opere buone. È a questo punto che s’inserisce la multipla proibizione che nulla ha a che fare con il contesto, motivata perfino da una ragione che è del tutto antiscritturale.

   Ci sono insomma ottimi motivi per ritenere queste frasi antifemministe non propriamente di Paolo. Che l’apostolo delle genti avesse molti nemici già al suo tempo, come li ha tuttora, è un realtà. Quelle frasi così dure non sembrano proprio uscite dallo stilo di Paolo. Siamo chiaramente di fronte a un testo deuteropaolino ovvero a un brano inserito da altri dopo la sua morte e attribuito a Paolo. Questo spiega anche il fatto che oggi appare nei manoscritti biblici. Anche se lo stile paolino fu ben imitato nella scelta dei vocaboli, c’è un verbo che tradisce una mano estranea: αὐθεντεῖν (authentèin) tradotto “esercitare autorità” da TNM e “usare autorità” da NR. Paolo usa tutt’altra espressione, come ἔχει ἐξουσίαν (èchei ecsusìan), “ha potere”, in Rm 9:21.

  Neppure si può addurre il v. 8 – “Gli uomini preghino” – per far notare che il testo biblico ha qui ἄνδρας (àndras), “uomini” con riferimento al sesso maschile. Infatti, nel greco della Bibbia questa parola è usata anche in senso generico riferita all’uomo (essere umano) indipendentemente dal sesso. Lo stesso Paolo la usa così: “Finché perveniamo tutti all’unità della fede e dell’accurata conoscenza del Figlio di Dio, all’uomo [ἄνδρα (àndra)] fatto” (Ef 4:13, TNM), in cui sarebbe assurdo tradurre ‘al maschio fatto’. Così anche in Rm 4:8: “Beato l’uomo [ἀνὴρ (anèr)] al quale il Signore non addebita affatto il peccato”, in cui sarebbe assurdo tradurre ‘beato il maschio’.

   C’è un altro passo che suscita perplessità:

“Le mogli siano sottomesse ai loro mariti come al Signore, perché il marito è capo della moglie come anche il Cristo è capo della congregazione, essendo egli il salvatore di [questo] corpo. Infatti, come la congregazione è sottomessa al Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in ogni cosa. Mariti, continuate ad amare le vostre mogli, come anche il Cristo amò la congregazione e si consegnò per essa, affinché la santificasse, purificandola col bagno dell’acqua mediante la parola, per presentare la congregazione a sé nel suo splendore, non avendo essa né macchia né grinza né alcunché di simile, ma affinché fosse santa e senza biasimo.

In questo modo i mariti devono amare le loro mogli come i propri corpi. Chi ama sua moglie ama se stesso, poiché nessun uomo odiò mai la propria carne, ma la nutre e ne ha tenera cura, come anche il Cristo fa con la congregazione, perché siamo membra del suo corpo. “Per questa ragione l’uomo lascerà [suo] padre e [sua] madre e si unirà a sua moglie, e i due diverranno una sola carne”. Questo sacro segreto è grande. Ora parlo riguardo a Cristo e alla congregazione. E tuttavia, ciascuno di voi ami individualmente sua moglie così come se stesso; d’altra parte, la moglie abbia profondo rispetto per il marito”. – Ef 5:22-33, TNM.

      Queste dichiarazioni di Paolo possono essere benissimo spiegate – senza ricorrere al presunto antifemminismo paolino – attraverso una corretta esegesi.

   Il rapporto concreto tra marito e moglie Paolo lo fonda sul grande mistero (v. 32) del rapporto tra Yeshùa e la sua sposa (l’ekklesìa, ἐκκλησία, la congregazione), simbolismo che la Bibbia usa per la relazione tra Dio marito e Israele moglie (Is 54:5). In questo passo paolino troviamo il termine “sottomissione”. Al v. 1: “Sottomettendovi” (ὑποτασσόμενοι, üpotassòmenoi); al v. 24: “la chiesa è sottomessa [ὑποτάσσεται, üpotassetai] a Cristo”, “le mogli devono essere sottomesse ai loro mariti”. Vi ritroviamo anche l’immagine del capo-testa (κεφαλὴ, kefalè) al v. 23. Ora si noti che proprio qui l’apparente superiorità del “capo” è ribaltata nella sottomissione del servizio per amore fino al dono di sé per realizzare l’altro: “Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile” (vv. 25-27). In Yeshùa avviene un passaggio paradossale: lui fa stare in alto ciò che era in basso. Questo essere in basso, tanto che si ha bisogno di essere purificati e lavati per comparire davanti a Yeshùa, non è una condizione che appartiene solo alla donna: appartiene a tutti, uomini e donne. La relazione di comunione che i credenti hanno con Yeshùa non è donata solo all’uomo maschio, ma a tutti, uomini e donne. Questa relazione diviene così intima da portare all’unità definitiva, che Paolo paragona ad “una sola carne” citando Gn 2:24 dalla versione dei LXX, parola per parola:

 

Gn: καταλείψει ἄνθρωπος [τὸν] πατέρα καὶ [τὴν] μητέρα

καὶ προσκολληθήσεται πρὸς τὴν γυναῖκα αὐτοῦ καὶ ἔσονται οἱ δύο εἰς σάρκα μίαν

Ef: καταλείψει ἄνθρωπος [τὸν] πατέρα αὐτοῦ καὶ [τὴν] μητέρα αὐτοῦ

καὶ προσκολληθήσεται πρὸς τὴν γυναῖκα αὐτοῦ, καὶ ἔσονται οἱ δύο εἰς σάρκα μίαν

katalèipsei ànthtopos [ton] patèra autù kài [ten] metèra autù

kài proskollethèsetai pros ten günàika autù kài èsontai oi düo èis sàrka mìan

abbandonerà uomo [il] padre è [la] madre e si attaccherà a la donna di lui e saranno i due in [una] carne sola

 

   La subordinazione esprime quindi la reciprocità dell’amore. Il risultato è la riconciliazione. “Per mezzo di lui  [Yeshùa] riconciliare di nuovo con sé [Dio] tutte le cose”. – Col 1:20, TNM.

   Ma c’è di più. “Chi ama sua moglie ama se stesso” (v. 28). Paolo dice: “Tutta la legge è adempiuta in quest’unica parola: ‘Ama il tuo prossimo come te stesso’” (Gal 5:14; cfr. Lv 19:18). Si tratta della dualità riconciliata. In questa nuova subordinazione ciascuno è riconciliato anche con se stesso, ciascuno con gli altri diversi da sé, il marito con la moglie, l’umanità con Dio. Ecco il grande mistero espresso nel simbolo biblico dell’unione matrimoniale. La sottomissione femminile va perciò inquadrata nell’esortazione generale, di cui è un particolare: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”. – Ef 5:21, TNM.

   La sottomissione implica un abbassamento per poi essere innalzati: “Chi si abbasserà sarà innalzato” (Mt 23:12), aveva già detto Yeshùa, premettendo (v. 11): “Il più grande tra voi sia vostro servo”. Si ha il paradosso: “Foste chiamati a libertà . . . ma per mezzo dell’amore fate gli schiavi gli uni agli altri” (Gal 5:13, TNM). Ci troviamo in un ordine in cui siamo tutti sub-ordinati, nel quale le rivendicazioni e le prevaricazioni dividono ciascuno in se stesso, ognuno dal diverso da sé, la donna dall’uomo e l’umanità da Dio.

   La positività delle prescrizioni di Paolo circa la subordinazione è in armonia con la gioia di essere nuove creature (2Cor 5:17). L’ordinamento, in cui c’è sub-ordinazione e coordinamento, rivela una visione d’insieme positiva. Già partecipi della vita del Risorto, non c’è maschio né femmina (Gal 3:28). L’unità della nuova esistenza in Yeshùa implica però ancora diversità e diversificazione, che alla fine è interdipendenza reciproca. Non riconoscere questa sub-ordinazione, vissuta come risposta al gratuito dono di Dio, porta al ripiegamento in se stessi con la chiusura del femminile sul femminile e del maschile sul maschile, con tutte le ingiustizie conseguenti. – Rm 1:18-32.

   Alle rivendicazioni femministe o maschiliste la Bibbia contrappone la scelta consapevole del servizio per amore. Nella sua peculiarità, il femminile offre di sé una gloria che emerge dalla propria umiliazione. L’alterità con cui furono creati e l’interdipendenza che li avvicina continuano a costituire la grandezza così esaltante dell’essere donna e dell’essere uomo.

   Visto infine lo scempio che esegeti e commentatori hanno fatto delle parole di Paolo, non possiamo che convenire con Pietro che, parlando delle lettere di Paolo, disse: “Le lettere contengono anche cose difficili a capire: perciò vi sono persone ignoranti  e poco mature che ne deformano il significato, come fanno anche con altre parti della Bibbia”. – 2Pt 3:16, PdS.

   A riprova dell’atteggiamento di Paolo assolutamente a favore della donna, è il caso di riscoprire il suo pensiero autentico tra le pagine del suo epistolario. Ciò sarà oggetto del prossimo studio.