Le donne menzionate nella Bibbia – Lettera A

Abia (אֲבִיָּה, Aviyàh, “mio padre è Yàh”)

“Dopo la morte di Chesron, avvenuta a Caleb-Efrata, Abia, moglie di Chesron, gli partorì Asur, padre di Tecoa”. – 1Cron 2:24.

   Come Abia potesse partorire il figlio di Chesron dopo la sua morte, non è chiaro; forse Abia era già incinta di lui prima che morisse, oppure il figlio fu attribuito legalmente a lui secondo la legge del levirato. Chesron era nipote di Giuda da parte della nuora Tamar. Abia fu la madre di Asur, padre di Tecoa. – 1Cron 2:4,5.

   Può anche darsi che אֲבִיָּה, (Aviyàh) non sia nome proprio ma significhi solo “padre di lei”; in tal caso in 1Cron 2:24 bisognerebbe tradurre: “la moglie di Cherson, padre di lei”.

Abiail madre di Suriel (אֲבִיהָיִל, Avyhàyl, “(mio) padre è energia”)

“Il capo delle famiglie discendenti da Merari era Suriel, figlio di Abiail”. – Nm 3:35.

   La pubblicazione religiosa Perspicacia nello studio delle Scritture la scambia per uomo (Vol. 1, pag. 25), forse per la lezione אֲבִיחַיִל (Avykhàyl), di cui però Storng’s Exhaustive Concondance indica אֲבִיהָיִל (Avyhàyl) come nome originale.   

Abiail moglie di Abisur (אֲבִיהָיִל, Avyhàyl, “(mio) padre è energia”)

“La moglie di Abisur si chiamava Abiail, che gli partorì Aban e Molid”. – 1Cron 2:29.

Abiail moglie di Roboamo? (אֲבִיהָיִל, Avyhàyl. “(mio) padre è energia”)

Si presti attenzione a 2Cron 11:18: “Roboamo prese in moglie Maalat, figlia di Ierimot, figlio di Davide e di Abiail, figlia di Eliab, figlio d’Isai”.

   Questo versetto è così tradotto da Did: “Roboamo si prese per moglie Mahalat, figliuola di Ierimot, figliuolo di Davide, ed Abihail, figliuola di Eliab, figliuolo d’Isai”; qui potrebbe sembrare che Abiail fosse la seconda moglie di Roboamo. La prima versione (NR) è comunque resa possibile dall’originale ebraico ed è accettata anche da CEI, Garofalo, TNM, Pontificio Istituto Biblico e PdS. In effetti, la congiunzione “e” in “Maalat, figlia di Ierimot, figlio di Davide e di Abiail” manca nel testo ebraico, ma su ciò Soncino Books of the Bible (a cura di A. Cohen, Londra, 1952) spiega che “la congiunzione è sottintesa”. Si notino poi i due successivi pronomi singolari riferiti a Maalat: “Ella [Maalat] gli partorì . . . Dopo di lei [Maalat] . . .” (2Cron 11:119,20). Tali pronomi confermano che al v. 18 si parla di una sola moglie di Roboamo. È quindi molto probabile che Abiail fosse la madre di Maalat, moglie di Roboamo.

 Abigail figlia di Nacas e sorella di Davide (אֲבִיגַל, Avigàl, “(mio) padre s’è rallegrato”)

Abigal, figlia di Nacas e sorella di Seruia, madre di Ioab” (2Sam 17:25). “Isai generò . . . Davide . . . Le loro sorelle [dei figli di Isai] erano Seruia e Abigail . . . Abigail partorì Amasa, il cui padre fu Ieter, l’Ismaelita”. – 1Cron 2:13-17.

   Abigal appare come una variante di Agigail. Sebbene alcuni studiosi ritengano che Abigal fosse per Davide solo una sorellastra (sorella da parte di madre ma non da parte di padre), ciò è dubbio. La loro ipotesi si basa su 2Sam 17:25, in cui si dice: “Abigal, figlia di Nacas”. I rabbini spiegano però che Nacas era solo un altro nome di Isai, padre di Davide. La Settanta greca lo conferma, perché ha θυγατέρα Ναας (thügatèra Naas), “figlia di Naas”. Si noti poi che in 1Cron 2:13-16 Abigail e Seruia non sono dette ‘figlie di Isai’, ma “sorelle” dei figli di Isai, Davide incluso. Potrebbe anche essere che la loro madre avesse prima sposato Naas (da cui avrebbe avuto Abigail e Zeruia) e poi avesse sposato Isai.

Abigail moglie di Nabal e poi moglie di Davide (אֲבִגָיִל, Avigàyl, “(mio) padre s’è rallegrato”)

Abigail fu una donna afflitta da prove per l’ignoranza e la grettezza del marito. La Bibbia parla del suo coraggio, della sua intelligenza, della sua risolutezza e delle sue capacità.

   “Samuele morì e tutto Israele si radunò e ne fece cordoglio; lo seppellirono nella sua proprietà a Rama. Allora Davide partì, e scese verso il deserto di Paran. A Maon c’era un uomo, che aveva i suoi beni a Carmel; era molto ricco, aveva tremila pecore e mille capre, e si trovava a Carmel per la tosatura delle sue pecore. Quest’uomo si chiamava Nabal, e il nome di sua moglie era Abigail, donna di buon senso e di bell’aspetto; ma l’uomo si comportava con durezza e con malvagità; discendeva da Caleb”. – 1Sam 25:1-3.

   Chi conosce l’ebraico si accorge subito di come stiano le cose: il nome del marito di Abigail è Nabal, che in ebraico (נָבָל, Navàl) significa “stupido”. Nella Bibbia il nome di una persona indica le sue caratteristiche e la sua personalità. Così, a questo punto sappiamo molte cose: Nabal è “molto ricco”, con “tremila pecore e mille capre”; Nabal è un insensato. Egli è uno scontroso ed è anche malvagio. Al contrario, Abigail, sua moglie, è bella e intelligente.

   “Davide, avendo saputo nel deserto che Nabal tosava le sue pecore, gli mandò dieci giovani, ai quali disse: ‘Salite a Carmel, andate da Nabal, salutatelo a nome mio, e dite così: Salute! Pace a te, pace alla tua casa e pace a tutto quello che ti appartiene! Ho saputo che hai i tosatori; ora, i tuoi pastori sono stati con noi e noi non abbiamo fatto loro nessuna offesa. Nulla è stato loro portato via per tutto il tempo che sono stati a Carmel. Domandalo ai tuoi servi ed essi te lo confermeranno. Questi giovani trovino dunque grazia agli occhi tuoi, poiché siamo venuti in giorno di gioia; e da’, ti prego, ai tuoi servi e al tuo figlio Davide ciò che avrai fra le mani’”. – 1Sam 25:4-8.

   Davide sta semplicemente chiedendo ospitalità a Nabal. Davide ha un certo diritto per farlo: ha aiutato i pastori di Nabal. Nabal sa chi è Davide, dato che aveva avuto molto successo in pubblico ed era ormai un uomo famoso; ma lo conosceva anche per come si era comportato con la sua gente. In più, l’ospitalità ebraica richiedeva che Nabal onorasse il debito di ospitalità, a maggior ragione per aver trattato bene i suoi pastori. Allo stesso tempo, però, va detto che Nabal non aveva richiesto il sostegno di Davide con le pecore, e va detto che Davide effettivamente non aveva aiutato i pastori di Nabal, ma aveva fatto solo quello che era giusto: non li aveva depredati. Ora che era giunto il momento di raccogliere la lana, però, Davide ne vuole una parte o, perlomeno, vuole delle vettovaglie.

   “Quando i giovani di Davide arrivarono, ripeterono a Nabal tutte queste parole in nome di Davide, poi tacquero. Ma Nabal rispose ai servi di Davide, e disse: ‘Chi è Davide? E chi è il figlio d’Isai? Sono molti, oggi, i servi che scappano dai loro padroni! Io dovrei prendere il mio pane, la mia acqua e la carne che ho macellata per i miei tosatori, per darli a gente che non so da dove venga?’” – 1Sam 25:9-11.

  Nabal non solo stupidamente nega l’ospitalità, ma nega anche che il nome di Davide sia conosciuto. È così duro che aggiunge un insulto: dicendo che “sono molti, oggi, i servi che scappano dai loro padroni”, vuol alludere alla ribellione di Davide contro il re Saul. Davide, però, non sta scappando: viaggia con un esercito di uomini, guerrieri temprati. Gli uomini di Davide rientrano poi con la risposta di Nabal.

   “Allora Davide disse ai suoi uomini: ‘Ognuno di voi prenda la sua spada!’ E ciascuno di essi prese la sua spada; anche Davide prese la sua, e salirono dietro a Davide circa quattrocento uomini; duecento rimasero presso i bagagli”. ” – 1Sam 25:13.

  Quattrocento uomini armati si muovono contro Nabal. La a reazione di Davide è estrema e sproporzionata. L’ospitalità avrebbe dovuto essere concessa, ma Davide non aveva il diritto di pretenderla né tantomeno di prendersela con la forza.

   “Abigail, moglie di Nabal, fu informata della cosa da uno dei suoi servi, che le disse: ‘Davide ha inviato dal deserto dei messaggeri per salutare il nostro padrone ed egli li ha trattati male. Eppure, quella gente è stata molto buona verso di noi; noi non abbiamo ricevuto nessuna offesa e non ci hanno portato via nulla per tutto il tempo che siamo stati con loro, quando eravamo nei campi. Di giorno e di notte sono stati per noi come una muraglia, per tutto il tempo che siamo stati con loro pascolando le greggi. Ora dunque rifletti e vedi quel che tu debba fare; poiché un guaio certamente avverrà al nostro padrone e a tutta la sua casa; ed egli è un uomo così malvagio, che non gli si può parlare”. – 1Sam 25:14-17.

   Cosa interessante, il servo di Nabal non va dal suo padrone ma da sua moglie Abigail: “Egli è un uomo così malvagio, che non gli si può parlare”. Spera nell’azione di lei: “Vedi quel che tu debba fare”, le dice.

   “Allora Abigail prese in fretta duecento pani, due otri di vino, cinque montoni pronti da cuocere, cinque misure di grano arrostito, cento grappoli d’uva passa e duecento masse di fichi e caricò ogni cosa sugli asini. Poi disse ai suoi servi: ‘Andate davanti a me; io vi seguirò’. Ma non disse nulla a Nabal suo marito”. – 1Sam 25:18,19.

   Abigail, con l’intelligenza pratica delle donne, sa subito cosa deve fare, e mette in pratica il suo piano senza esitare. Mette insieme ciò che Davide aveva chiesto, prepara il viaggio e lei stessa vuole incontrare Davide. Il tutto senza dirlo a suo marito Nabal. Per quelle donne cui è stato insegnato che le mogli debbano “obbedire” ai loro mariti, questo racconto presenta un precedente biblico interessante.  Abigail, sapendo di avere ragione: 1. Considera il problema; 2. Decide l’azione giusta, anche se contraria alla volontà del marito; 3. Attua il suo piano; 4. Non chiede il permesso del marito; 5. Non lo informa neppure.

   “Lei dunque, in groppa al suo asino, scendeva il monte per un sentiero coperto, quando apparvero Davide e i suoi uomini che scendevano di fronte a lei, e li incontrò. Or Davide aveva detto: ‘Ho dunque protetto invano tutto ciò che costui aveva nel deserto, in modo che nulla è mancato di quanto possiede; ed egli mi ha reso male per bene. Così tratti Dio i nemici di Davide con il massimo rigore! Fra qui e lo spuntar del giorno, di tutto quello che gli appartiene non lascerò in vita un solo uomo”. – 1Sam 25:20-22.

   Abigail è partita per incontrare Davide. Intanto lui ha giurato di mettere a morte tutti gli uomini che appartengono a Nabal. Non si tratta soltanto di schiavi, ma di tutti i membri della famiglia estesa di Nabal.

   “Quando Abigail ebbe visto Davide, scese in fretta dall’asino e gettandosi con la faccia a terra, si prostrò davanti a lui. Poi, gettandosi ai suoi piedi, disse: ‘Mio signore, la colpa è mia! Permetti che la tua serva parli in tua presenza e tu ascolta le parole della tua serva! Ti prego, mio signore, non far caso di quell’uomo da nulla che è Nabal; poiché egli è quel che dice il suo nome [נָבָל (Navàl), “stupido”]; si chiama Nabal e in lui non c’è che stoltezza; ma io, la tua serva, non vidi i giovani mandati dal mio signore. Ora dunque, mio signore, com’è vero che vive il Signore e che anche tu vivi, il Signore ti ha impedito di spargere sangue e di farti giustizia con le tue proprie mani. I tuoi nemici e quelli che vogliono fare del male al mio signore siano come Nabal!’” – 1Sam 25:23-26.

   Cavalcando un asino, Abigail mostra la sua posizione ricca. Gli asini erano allora animali da ricchi. Abigail si abbassa però di fronte a Davide e si assume la responsabilità per le azioni sconsiderate di suo marito Nabal. Si spinge perfino a criticarlo pubblicamente. Un aspetto notevole emerge da ciò che Abigail dice a Davide per giustificarsi: “Non vidi i giovani mandati dal mio signore”. Che differenza avrebbe fatto il suo averli visti, se non aveva l’autorità di agire? Ovviamente l’aveva.

   Abigail fa notare a Davide che se lui attua la sua vendetta dovrà affrontare le accuse di un inutile spargimento di sangue: “Il Signore ti ha impedito di spargere sangue e di farti giustizia con le tue proprie mani”. Gli fa presente, in un modo molto delicato, che alla fine sarebbe lui il colpevole, non Nabal. In pratica, gli sta dicendo che non ha un diritto previsto dalla Legge per una ritorsione simile. Se lo farà, sarà lui il colpevole davanti a Dio.

   “Adesso, ecco questo regalo che la tua serva porta al mio signore; sia dato ai giovani che seguono il mio signore. Ti prego, perdona la colpa della tua serva, poiché per certo il Signore renderà stabile la tua casa perché tu combatti le battaglie del Signore e in tutto il tempo della tua vita non si è trovata malvagità in te. Se mai sorgesse qualcuno a perseguitarti e ad attentare alla tua vita, la vita del mio signore sarà custodita nello scrigno dei viventi presso il Signore, il tuo Dio; ma la vita dei tuoi nemici il Signore la lancerà via, come dall’incavo di una fionda. Quando il Signore avrà fatto al mio signore tutto il bene che ti ha promesso e ti avrà stabilito come capo sopra Israele”. – 1Sam 25:27-30.

   Abigail qui mostra il suo intendimento spirituale. Lei non difende Nabal, ma ricorda a Davide la sua missione spirituale e le conseguenze delle sue azioni. Mentre lo sta pregando, fa quella che si rivelerà una profezia. Ricorda a Davide, che ha svolto i piani di Dio, che ha combattuto per Dio stesso. Davide avrà la protezione del Signore e i suoi nemici saranno sconfitti. Perché dovrebbe interferire con il piano divino e macchiarsi di assassinio?

   Sebbene Abigail stia agendo nel suo proprio interesse, si dimostra intelligente e saggia. Davide non le rimprovera di essere una donna ribelle che scavalca l’autorità del marito e interferisce negli affari che riguardano gli uomini. Anzi. 1Sam 25:32-35 riferisce: “Allora Davide disse ad Abigail: ‘Sia benedetto il Signore, il Dio d’Israele, che oggi ti ha mandata incontro a me! Sia benedetto il tuo senno, e benedetta sia tu che oggi mi hai impedito di spargere del sangue e di farmi giustizia con le mie mani. Poiché certo, come è vero che vive il Signore, il Dio d’Israele, che mi ha impedito di farti del male, se tu non ti fossi affrettata a venirmi incontro, fra qui e lo spuntar del giorno a Nabal non sarebbe rimasto un solo uomo’. Davide quindi ricevette dalle mani di lei quello che gli aveva portato e le disse: ‘Risali in pace a casa tua; vedi, io ho dato ascolto alla tua voce e ho avuto riguardo per te’”.

   Davide non solo non punisce Abigail. Loda il Signore per lei; proclama il suo buon senso; applaude alla sua conoscenza spirituale nell’impedirgli un grave peccato. Davide seppe ascoltare una donna.

   “Abigail giunse da Nabal mentre egli faceva un banchetto in casa sua, un banchetto da re. Nabal aveva il cuore allegro, perché era completamente ubriaco; perciò lei non gli parlò di nulla, fino allo spuntar del giorno”. – 1Sam 25:36.

   Abigail, che si era mostrata intelligente, ora si mostra paziente e sopportatrice. Nabal ne esce per quello che è: un insensato e crudele egoista.

   “Ma la mattina, quando gli fu passata l’ubriachezza, la moglie raccontò a Nabal queste cose; allora gli si freddò il cuore ed egli rimase come di pietra. Circa dieci giorni dopo, il Signore colpì Nabal ed egli morì”. – 1Sam 25:37,38.

   Alla fine Dio ha punito Nabal, non Abigail. Ma cosa significa che “il Signore colpì Nabal”?

   “Quando Davide seppe che Nabal era morto, disse: ‘Sia benedetto il Signore, che mi ha reso giustizia dell’oltraggio fattomi da Nabal, e ha preservato il suo servo dal fare del male! La malvagità di Nabal, il Signore l’ha fatta ricadere sul capo di lui!’”. – 1Sam 25:39.

   Che il comportamento di Abigail non sia stato considerato irrispettoso e ribelle, ma semplicemente saggio, lo mostra il lieto fine di quella storia.

   “Poi Davide mandò ad Abigail la proposta di diventare sua moglie. I servi di Davide andarono da Abigail a Carmel e le parlarono così: ‘Davide ci ha mandati da te, perché vuole prenderti in moglie’. Allora lei si alzò, si prostrò con la faccia a terra e disse: ‘Ecco, la tua serva farà da schiava, per lavare i piedi ai servi del mio signore’. Abigail si alzò in fretta, montò sopra un asino e, con cinque fanciulle, seguì i messaggeri di Davide e divenne sua moglie”. – 1Sam 25:39-42.

  Abigail divenne così la moglie del futuro re d’Israele. Ma le avventure di Abigail non finirono lì.

   “Davide si fermò presso Achis, a Gat, egli con la sua gente, ciascuno con la sua famiglia. Davide aveva con sé le sue due mogli: Ainoam di Izreel e Abigail di Carmel, che era stata moglie di Nabal”. – 1Sam 27:3.

   “Quando Davide e la sua gente giunsero alla città, essa era distrutta dal fuoco e le loro mogli, i loro figli e le loro figlie erano stati condotti via prigionieri. Allora Davide e tutti quelli che erano con lui alzarono la voce e piansero, finché non ebbero più forza di piangere. Le due mogli di Davide, Ainoam di Izreel e Abigail di Carmel, che era stata moglie di Nabal, erano anche loro prigioniere. Davide fu grandemente angosciato: la gente parlava di lapidarlo, perché tutti erano amareggiati a motivo dei loro figli e delle loro figlie; ma Davide si fortificò nel Signore, nel suo Dio . . . E Davide consultò il Signore, dicendo: ‘Devo inseguire questa banda di predoni? La raggiungerò?’ Il Signore rispose: ‘Inseguila, poiché certamente la raggiungerai e potrai ricuperare ogni cosa’”. – 1Sam 30:3-8.

   “Davide recuperò tutto quello che gli Amalechiti avevano portato via e liberò anche le sue due mogli”. – 1Sam 30:18.

   “Davide dunque salì con le sue mogli, Ainoam di Izreel e Abigail di Carmel, che era stata moglie di Nabal. Davide vi condusse pure la gente che era con lui, ciascuno con la sua famiglia, e si stabilirono nelle città di Ebron”. – 2Sam 2:2,3.

   “Nacquero a Davide dei figli a Ebron . . . il secondo fu Chileab, nato da Abigail di Carmel, che era stata moglie di Nabal”. – 2Sam 3:2,3.

   Abigail, donna intelligente, diede prova di tutta la sua perspicacia. Con una fervida supplica a Davide, rivelò saggezza e anche ottima logica. Con rispetto e semplicità seppe convincere Davide, tanto che lui ringraziò Dio per il buon senso e l’azione tempestiva di questa donna. Con suo marito Nabal mostrò molta pazienza, attendendo che smaltisse la sbornia per informarlo di ciò che aveva fatto. Abigail, sposò poi Davide dopo la morte di Nabal e lo accompagnò a Ebron di Giuda, dove Davide fu per la prima volta incoronato re. A Ebron diede alla luce un figlio, Chileab, chiamato anche Daniel in 1Cron 3:1.

Abiia (אֲבִיָּה, Aviyàh, “mio padre è Yàh”)

“Ezechia aveva venticinque anni quando cominciò a regnare, e regnò ventinove anni a Gerusalemme. Sua madre si chiamava Abiia, figlia di Zaccaria”. – 2Cron 29:1.

   Sebbene la grafia di NR sia diversa, Abia e Abiia sono lo stesso nome. 2Re 18:2 riporta la forma abbreviata del suo nome: “Abi [אֲבִי, Avy], figlia di Zaccaria”.

Abisag (אֲבִישַׁג, Avyshàg “mio padre s’allontana”)

“Il re Davide era vecchio, avanti negli anni; e, per quanto lo coprissero con indumenti, non poteva riscaldarsi. Perciò i suoi servitori gli dissero: ‘Si cerchi per il nostro signore una ragazza vergine, che stia al servizio del re, ne abbia cura, e dorma fra le sue braccia, e così il re nostro signore si riscalderà’. Cercarono dunque per tutto il paese d’Israele una bella ragazza; trovarono Abisag, la Sunamita, e la condussero dal re. La ragazza era bellissima, si prendeva cura del re, e lo serviva; ma il re non ebbe rapporti con lei”. – 1Re 1:1-4.

   I cortigiani della corte del re Davide ebbero questa idea di una ragazza giovane e carina per mantenere il loro vecchio e morente sovrano caldo di notte. Considerando il numero di mogli e concubine che Davide aveva già, sembra un po’ strano che nessuna donna sia stata scelta dal suo harem, ma forse la novità faceva parte dello scopo di riscaldare un po’ il re. Nonostante la ragazza fosse “bellissima”, non diventò l’amante di Davide; fu piuttosto per lui un’infermiera: “Il re era molto vecchio e Abisag, la Sunamita, lo serviva” (1Re 1:15). Considerando le prodezze precedenti di Davide con le donne, la sua incapacità con questa giovane donna bellissima dice tutta la sua decadenza fisica, dovuta alla vecchiaia: Davide ormai aveva quasi 70 anni, età considerevole per quei tempi. – 2Sam 5:4,5.

   Dopo la morte di Davide, Salomone (suo figlio, insediato sul trono quale suo erede) concesse ad Adonia il perdono per il tentativo che aveva fatto di usurpare il trono, ma Adonia persuase Betsabea, la regina madre, a chiedere a Salomone di dargli in moglie Abisag. Salomone non attribuì la sua richiesta alla straordinaria bellezza di Abisag, ma pensò ad un suo tentativo di rafforzare la sua posizione per pretendere il trono. Salomone, adirato, revocò quindi il perdono concesso ad Adonia e lo fece giustiziare (1Re 2:13-25). Abisag non è poi più menzionata nella Bibbia. Forse divenne una delle mogli o concubine di Salomone (l’usanza era che, alla morte di un sovrano, le sue donne diventavano proprietà dell’erede.).

Abital (אֲבִיטָל, Avitàl, “padre [è] rugiada”)

   “Nacquero a Davide dei figli a Ebron . . .  il quinto fu Sefatia, figlio di Abital”. – 2Sam 3:2-4; cfr. 1Cron 3:3.

   Non sappiamo se Abital era una delle mogli di Davide o una sua concubina. Se era una moglie, fu tra le sei mogli da cui Davide ebbe figli nei sette anni e mezzo durante i quali regnò a Ebron.

Acsa (עַכְסָה, Achsàh, “anello da caviglia”)

Acsa appare in due libri della Bibbia. Entrambi gli episodi raccontano la stessa storia che dice della sua ambizione femminile.  Questi brani ci dicono anche di come le donne bibliche avevano a che fare con le finanze familiari. Acsa fu messa in palio da suo padre Caleb come premio per un guerriero. Non sappiamo cosa Acsa pensasse di questo accordo, ma di certo lei non era una sprovveduta.

   “Caleb disse: ‘A chi batterà Chiriat-Sefer e la prenderà io darò in moglie mia figlia Acsa’. Allora Otniel figlio di Chenaz, fratello di Caleb, la conquistò, e Caleb gli diede in moglie sua figlia Acsa. E quando lei venne a stare con lui, persuase Otniel a lasciarle chiedere un campo a Caleb, suo padre. Lei smontò dall’asino, e Caleb le disse: ‘Che vuoi?’ Quella rispose: ‘Fammi un dono; poiché tu m’hai stabilita in una terra arida, dammi anche delle sorgenti d’acqua’. Ed egli le diede le sorgenti superiori e le sorgenti sottostanti”. – Gs 15:16-19.

   A quanto pare, Acsa non si preoccupò di essere la povera vittima di un padre maschilista: dice chiaro e tondo che vuole un terreno ben irrigato. Non è il caso di pensare che si stesse approfittando del solito marito debole: Otniel era un guerriero e fu capace di vincere Chiriat-Sefer. Questo guerriero era d’accordo con la moglie. Notevole il fatto che fu lei stessa a fare la sua richiesta a Caleb, che poi concesse il terreno. Né Caleb, padre di Acsa, né il marito di lei Otniel, obiettano che Acsa stia usurpando un’autorità che non le competerebbe.

   Anche Gdc 1:12-15 narra questo episodio: “Caleb disse: ‘A chi batterà Chiriat-Sefer e la prenderà, io darò in moglie mia figlia Acsa’. La prese Otniel, figlio di Chenaz, fratello minore di Caleb, e questi gli diede in moglie sua figlia Acsa. Quando lei venne ad abitare con lui, persuase Otniel a lasciarle chiedere un campo a suo padre. Lei scese dall’asino e Caleb le disse: ‘Che vuoi?’ Lei rispose: ‘Fammi un dono, perché tu mi hai dato una terra arida; dammi anche delle sorgenti d’acqua’. Ed egli le diede le sorgenti superiori e le sorgenti sottostanti”.

   Non si tratta di due episodi diversi, come alcuni credono. Caleb poteva dare sua figlia in moglie una volta sola! E la diede a Otniel. Non ci si faccia ingannare dai due nomi diversi della località: una volta chiamata Debir e un’altra Chiriat-Sefer. Si tratta della stessa località, come spiega la Bibbia: “Debir, che prima si chiamava Chiriat-Sefer”. – Gs 15:15.

Ada moglie di Esaù (עָדָה, Adàh, forma abbreviata di Eleàda, אֶלְעָדָה, Eleadàh, che significa “Dio [s’è] ornato”)

“Esaù prese le sue mogli tra le figlie dei Cananei: Ada, figlia di Elon, l’Ittita; Oolibama, figlia di Ana, figlia di Sibeon, l’Ivveo; e Basmat, figlia d’Ismaele, sorella di Nebaiot. Ada partorì a Esaù Elifaz”. – Gn 36:2-4.

   Ada era cananea e come tale non faceva parte della linea di discendenza di Abraamo attraverso Sara. Di lei si parla anche in Gn 36:10-12: “Questi sono i nomi dei figli di Esaù: Elifaz, figlio di Ada, moglie di Esaù; Reuel, figlio di Basmat, moglie di Esaù. I figli di Elifaz furono: Teman, Omar, Sefo, Gatam e Chenaz. Timna era la concubina di Elifaz, figlio di Esaù; ella partorì Amalec a Elifaz. Questi furono i figli di Ada, moglie di Esaù”.

   Sebbene Ada non facesse parte della stirpe eletta, fu matriarca di una grande discendenza: “Questi sono i capi dei figli di Esaù: figli di Elifaz, primogenito di Esaù: il capo Teman, il capo Omar, il capo Sefo, il capo Chenaz, il capo Cora, il capo Gatam, il capo Amalec; questi sono i capi discesi da Elifaz, nel paese di Edom, e sono i figli di Ada”. – Gn 36:15,16. 

Ada moglie di Lamec (עָדָה, Adàh, forma abbreviata di Eleàda, אֶלְעָדָה, Eleadàh, che significa “Dio [s’è] ornato”)

“Lamec prese due mogli: il nome dell’una era Ada e il nome dell’altra Zilla. Ada partorì Iabal, che fu il padre di quelli che abitano sotto le tende presso le greggi”. – Gn 4:19,20.

   È questo è il primo caso di poligamia registrato nella Bibbia. Lamec si prese due donne, nonostante che il pensiero di Dio, dato come comandamento, fosse che un uomo dovesse avere una sola moglie (Gn 2:24; cfr. Mt 19:5). Lamec era della linea di Caino (Gn 4:17,18). La linea di Caino è messa in contrasto, nella Bibbia, con la linea di Set. La linea di Caino tende a scegliere la disobbedienza a Dio, mentre la linea di Set sceglie l’obbedienza.

   “Lamec disse alle sue mogli: ‘Ada e Zilla, ascoltate la mia voce; mogli di Lamec, porgete orecchio al mio dire! Sì, io ho ucciso un uomo perché mi ha ferito, e un giovane perché mi ha contuso. Se Caino sarà vendicato sette volte, Lamec lo sarà settantasette volte’” (Gn 4:23,24). Qui Lamec dimostra tutta la sua tracotanza: vantandosi con le sue due mogli, afferma di saper far meglio di Dio stesso, che aveva promesso di vendicare Caino sette volte.

   Ada fu madre di Iabal e di Iubal, che furono fondatori rispettivamente dei mandriani nomadi e dei musicisti. – Gn 4:19-23.

Adassa: vedere Ester

Adultera – definizione (ebraico: הַמְּנָאָפֶת, hamenàfet; greco: μοιχαλίς, moichalìs; “adultera”)

Oggigiorno, nella società permissiva in cui viviamo, l’adulterio è considerato normale. “Accade in ogni parte del mondo e per quanto sia non approvato da molte culture ha goduto notevole popolarità in ogni cultura e in ogni tempo” (Funk & Wagnalls Standard Dictionary of Folklore, Mythology and Legend Vol. 1, 1949, pag. 15). Certi psicologi asseriscono perfino che faccia bene alla coppia. Chissà perché, però, generalmente il coniuge colpevole lo tace al consorte o alla consorte. Se fa così bene, perché non condividerlo? Quando viene scoperto, in verità, causa grandi dolori e spesso il disfacimento delle famiglie. Sebbene i ritrovamenti archeologici mostrino che nell’antico Egitto l’adulterio era cosa comune, la reazione dell’egiziano Potifar quando sua moglie (che era infedele e ninfomane) gli fece credere che l’ebreo Giuseppe volesse violentarla (nonostante lei stessa avesse cercato di sedurlo), la sua reazione fu quella umana: si adirò con Giuseppe e lo fece imprigionare. – Gn 39:7-20.

   L’alta norma morale della Bibbia richiede dal popolo di Dio una condotta santa: “Mi sarete santi, poiché io, il Signore, sono santo e vi ho separati dagli altri popoli perché foste miei” (Lv 20:26). Il settimo Comandamento prescrive: “Non commettere adulterio” (Es 20:14; cfr. Dt 5:18; Lc 18:20). Al di là del comandamento, che rimane sacrosanto, la sapienza ispirata di Israele spiega: “chi commette un adulterio è privo di senno; chi fa questo vuol rovinare se stesso. Troverà ferite e disonore, la sua vergogna non sarà mai cancellata”. – Pr 6:32,33.

   La mentalità maschilista della società tende oggi come ieri a scusare l’adulterio dell’uomo e a non perdonare quello della donna. Era così anche ai tempi di Yeshùa: “Gli scribi e i farisei gli condussero una donna colta in adulterio; e, fattala stare in mezzo, gli dissero: ‘Maestro, questa donna è stata colta in flagrante adulterio. Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?’” (Gv 8:3-5). Qui c’è qualcosa che non quadra, c’è molto che non quadra. Quelli che dovevano essere i depositari delle verità bibliche pensano e agiscono invece da maschilisti. Si notino i loro gravi errori. “Condussero una donna colta in adulterio”; e l’uomo dov’era? Perché non lo condussero? Per loro era solo lei la colpevole. Poi, dicendo il falso, aggiungono: “Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne”. La Legge, da loro invocata, prescriveva: “Quando si troverà un uomo coricato con una donna sposata, tutti e due moriranno: l’uomo che si è coricato con la donna, e la donna. Così toglierai via il male di mezzo a Israele”. – Dt 22:22.

   Esistono religioni, cosiddette cristiane, che asseriscono che il Decalogo sia stato abolito. Incredibilmente, capita di leggere dichiarazioni che lasciano allibiti, come questa: “I cristiani non sono sotto il Decalogo” (Perspicacia nello studio delle Scritture Vol. 1, pag. 690). Yeshùa non solo rispettò e confermò il Decalogo, ma lo rese più vincolante ancora. Lo si noti: “Voi avete udito che fu detto: ‘Non commettere adulterio’. Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore”. – Mt 5:27,28.

   L’adulterio è una pesante colpa. Chi tradisce il coniuge e commette adulterio tradisce prima di tutto se stesso. Dio giudica “gli adùlteri” (Mal 3:5). “Non sapete che gl’ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non v’illudete; né fornicatori, né idolatri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriachi, né oltraggiatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio”. – 1Cor 6:9,10.

   L’adulterio è visto dalla Bibbia anche in senso metaforico, in senso spirituale, quale infedeltà Dio (Ger 3:8,9;5:7,8;9:2;13:27;23:10; Os 7:4). Giacomo apostrofa così gli infedeli: “O gente adultera, non sapete che l’amicizia del mondo è inimicizia verso Dio?” (Gc 4:4). Dio si rivolge a Gerusalemme sotto metafora, chiamandola donna adultera: “’Com’è vile il tuo cuore’, dice il Signore, Dio, ‘a ridurti a fare tutte queste cose, da sfacciata prostituta! Quando ti costruivi il bordello a ogni capo di strada e ti facevi gli alti luoghi in ogni pubblica piazza, tu non eri come una prostituta, poiché disprezzavi il salario, ma come una donna adultera, che riceve gli stranieri invece di suo marito. A tutte le prostitute si fanno regali; ma tu hai dato regali a tutti i tuoi amanti, li hai sedotti con i doni, perché venissero a te, da tutte le parti, per le tue prostituzioni. Con te, nelle tue prostituzioni è avvenuto il contrario delle altre donne; poiché non eri tu la sollecitata; in quanto tu pagavi, invece di essere pagata, facevi il contrario delle altre’”. – Ez 16:30-34.

Affia: vedere Apfia

Agar (הָגָר, Hagàr, “straniera”; arabo هاجر, Hāgar)

“Questi sono i discendenti d’Ismaele, figlio d’Abraamo, che Agar, l’Egiziana, serva di Sara, aveva partorito ad Abraamo”. – Gn 25:12.

   Mentre la maggior parte dei lettori della Bibbia ricorda come Sara sia diventata la madre di molte nazioni, tende a dimenticare che Agar condivise la stessa promessa. Anche i discendenti di Ismaele furono numerosi, e per promessa divina.

   Agar era la schiava egiziana di Sara (Gn 12:10,16), moglie di Abraamo, che poi divenne una delle sue concubine e fu madre di Ismaele. Sara, essendo sterile, diede Agar come moglie ad Abraamo per avere una discendenza. Agar rimase quindi incinta di Abraamo. Montatasi la testa, iniziò a disprezzare la sua padrona, tanto che Sara prima se ne lamentò col marito, poi la umiliò al punto che “quella se ne fuggì da lei” (Gn 16:1-6). Per intervento divino, Agar tornò poi dalla sua padrona Sara. Fu in quest’occasione che Dio le disse: “Io moltiplicherò grandemente la tua discendenza e non la si potrà contare, tanto sarà numerosa”; le preannunciò anche: “Tu sei incinta e partorirai un figlio a cui metterai il nome di Ismaele, perché il Signore ti ha udita nella tua afflizione; egli sarà tra gli uomini come un asino selvatico; la sua mano sarà contro tutti, e la mano di tutti contro di lui; e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli’”. – Gn 16:7-16.

   Dopo diversi anni, quando Isacco (figlio di Abraamo e avuto miracolosamente da Sara) aveva circa 5 anni e il suo fratellastro Ismaele ne aveva 19, quest’ultimo “rideva” (“si prendeva gioco”, TNM) del più piccolo. L’età di Ismaele esclude di per sé che si trattasse di piccoli dispetti scherzosi tra bambini. Il cattivo carattere di Ismaele era del resto già stato preannunciato (Gn 16:12). Sara arrivò a chiedere ad Abraamo di cacciare lui e sua madre. Che la cosa fosse seria lo deduciamo da ciò che Dio disse al dispiaciuto Abraamo. “Non addolorarti per il ragazzo, né per la tua serva; acconsenti a tutto quello che Sara ti dirà”. – Gn 21:8-14.

   I maschilisti delle religioni, che citano spesso Sara come esempio di sottomissione femminile, chissà perché, non riferiscono mai la sua presa di posizione nei confronti del marito, né tantomeno il fatto che Dio stesso appoggiò Sara.

   Dio si prese cura di Agar. – Gn 21:14-21.

   Paolo fece di Agar un personaggio figurativo di un dramma che rappresentava Israele. “Abraamo ebbe due figli: uno dalla schiava e uno dalla donna libera; ma quello della schiava nacque secondo la carne, mentre quello della libera nacque in virtù della promessa. Queste cose hanno un senso allegorico; poiché queste donne sono due patti; uno, del monte Sinai, genera per la schiavitù, ed è Agar. Infatti Agar è il monte Sinai in Arabia e corrisponde alla Gerusalemme del tempo presente, che è schiava con i suoi figli. Ma la Gerusalemme di lassù è libera, ed è nostra madre”. – Gal 4:22-26.

   Ciò non indicava assolutamente che Dio avesse ripudiato Israele. Paolo è chiaro: “Dico dunque: Dio ha forse ripudiato il suo popolo? No di certo!”; e spiega: “Ora io dico: sono forse inciampati perché cadessero? No di certo! Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta agli stranieri per provocare la loro gelosia. Ora, se la loro caduta è una ricchezza per il mondo e la loro diminuzione è una ricchezza per gli stranieri, quanto più lo sarà la loro piena partecipazione!” (Rm 11:1,11,12). “Per quanto concerne l’elezione, sono amati a causa dei loro padri; perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili”. – Rm 11:28,29.

Agghit (חַגִּית, Khaghìt, “festiva”)

“Il quarto [figlio di Davide] fu Adonia, figlio di Agghit”. – 2Sam 3:4; 1Cron 3:2.

   Abbiamo pochissime informazioni su questa donna. Era in compagnia di Davide durante il suo regno in Giuda e fu la madre del suo quarto figlio. Quando suo figlio Adonia cercò di usurpare il trono (1Re 1:5,11), Agghit doveva esserne al corrente.

Ainoam di Izreel (אֲחִינֹעַם, Akhinoàm, “fratello [è] piacevole”)

“Davide sposò anche Ainoam di Izreel”. – 1Sam 25:43.

   Ainoam era izreelita (1Sam 25:43; 2Sam 2:2). Accompagnò il marito Davide durante l’esilio in Filistea. Catturata da predoni amalechiti, fu liberata (1Sam 27:3;30:5,18). A Ebron partorì Amnon, primogenito di Davide. – 2Sam 3:2; 1Cron 3:1.

   La Bibbia non ci dà molte informazioni su di lei, soprattutto in confronto alle altre mogli di Davide. Ma dalle poche informazioni che la Scrittura ci fornisce, possiamo vedere che ebbe una vita eccitante, per non dire tragica: ci riferiamo in particolare alla sua cattura detta sopra. Va notato qui che Davide riaccoglie in casa sue due mogli, Ainoam e Abigail (1Sam 27:3;30:5,18). La Bibbia dice che “Davide ricuperò tutto quello che gli Amalechiti avevano portato via e liberò anche le sue due mogli. Non vi mancò nessuno, né piccoli né grandi, né figli né figlie, e nulla del bottino, nulla che gli Amalechiti avessero preso” (1Sam 30:18,19), ma tace su quello che fu fatto alle donne. Forse furono violentate, anzi è probabile che ciò sia accaduto. Tuttavia, Davide le riaccoglie. Questa sensibilità però non la mostrò in seguito verso dieci sue concubine: “Il re [Davide] dunque partì, seguito da tutta la sua casa, e lasciò dieci concubine a custodire il palazzo” (2Sam 15:16); “Absalom entrò dalle concubine [“aveva relazione con le concubine”, TNM] di suo padre” (2Sam 16:22); “Quando Davide fu giunto a casa sua a Gerusalemme, prese le dieci concubine che aveva lasciate a custodia del palazzo e le fece rinchiudere. Egli somministrava loro gli alimenti, ma non si accostava a loro; e rimasero così rinchiuse, vivendo come vedove, fino al giorno della loro morte”. – 2Sam 20:3.

Ainoam moglie di Saul (אֲחִינֹעַם, Akhinoàm, “fratello [è] piacevole”)

“Il nome della moglie di Saul era Ainoam, figlia di Aimaaz”. – 1Sam 14:50.

Alai (אַחְלָי, Akhlày, “Oh, vorrei che!”)

“Zabad figlio di Alai”. – 1Cron 11:41.

   Gli editori di TNM la scambiano per un uomo: “Padre di Zabad” (Perspicacia nello studio delle Scritture, Vol. 1, pag. 86). La Bibbia, però, dice che Alai era figlia di Sesan. Non ci si faccia ingannare dalla traduzione che dice: “Il figlio di Sesan fu Alai” (1Cron 2:31; NR); l’ebraico ha genericamente “figli [בְנֵי (venè), “figli”] di Sesan” (CEI); e 1Cron 2:24 afferma che “Sesan non ebbe figli, ma soltanto figlie”. Ecco la verità: “Sesan diede sua figlia in moglie a Iara, suo schiavo; e lei gli partorì Attai. Attai generò Natan; Natan generò Zabad” (1Cron 2:35,36). Alai era indubbiamente una donna. Ed era, in effetti, la bisnonna di Zadab. Perché allora la Bibbia dice “Zabad figlio di Alai” (1Cron 11:41)? Il termine ebraico “figlio” (בֶּנ, ben), proprio come quello greco υἱός (üiòs), ha nella Scrittura spesso un senso più ampio: può indicare anche un figlio adottivo (Es 2:10; Gv 1:45), un nipote o un pronipote (Es 1:7; 2Cron 35:14; Ger 35:16; Mt 12:23). Il pronipote di Alai, Zabad, fu tra gli uomini “forti e valorosi” di Davide. – 1Cron 11:26.

Amante – definizione

Nella Bibbia non c’è una parola specifica che indichi un’amante come intesa nella nostra lingua. Ciò non significa che non ci siano state delle amanti.

   Betsabea è un caso noto. Lei fu l’amante del re Davide prima di divenire sua moglie (si veda la voce Bat-Sceba).

Amica – definizione (parola non presente)

Il termine “amico” in ebraico è interessante. In Is 41:8 si legge che – unico caso in tutta la Bibbia – Dio definì Abraamo un suo amico: “Abraamo, l’amico mio”. Ora, forse qualcuno sarebbe sorpreso apprendendo che la parola tradotta “amico” è nel testo biblico אֹהֲב (ohèv) ovvero “amante”. Il verbo ebraico אהב (ahàv) significa “amare”. In Pr 8:17 la sapienza personificata dice: “Io amo quelli che mi amano”, אֲנִי אֹהֲבֶיהָ אֵהָב (anì ohvày ehàv), letteralmente “io amo amanti di me”. Quando si legge la traduzione di Pr 7:4 troviamo che ci viene dato questo consiglio: “Chiama l’intelligenza amica tua”, che la pomposa TNM rende: “Voglia tu chiamare lo stesso intendimento ‘Parente’”. Qui l’ebraico ha מֹדָע (modà), “conoscente”, non “amica”. Così, quando in NR – in Cant 1:15 – l’innamorato dice alla bella sulamita “Come sei bella, amica mia, come sei bella!”, nella Bibbia lui sta dicendo: “Ecco, tu sei bella רַעְיָתִי [rayatì, “compagna mia”]”.

   Insomma, una parola per “amica” nella Bibbia non c’è. Non esistevano delle amiche, allora? Certo che esistevano, eccome. Solo che per indicarle venivano usate altre espressioni, connotando le amiche più dalle azioni e dai comportamenti che non dai titoli. In una società in cui una donna chiama amica anche la fruttivendola da cui va ogni tanto e di cui sa poco e nulla, nelle pagine della Bibbia troviamo storie di vera amicizia.

   Nelle Scritture Greche non è presente il femminile di φίλος (fìlos), “amico”, tuttavia nel plurale φίλοι (fìloi), “amici” sono spesso comprese le donne. Sicuramente lo sono nelle parole di Yeshùa: “Voi siete miei amici [φίλοι (fìloi)], se fate le cose che io vi comando”. – Gv 15:14.

Ammolechet (הַמֹּלֶכֶת, Hamolèchet, “la regina”)

“Sua sorella Ammolechet partorì Isod, Abiezer e Mala”. – 1Cron 7:18.

   Ammolechet era sorella di Galaad, nipote di Manasse. – 1Cron 7:14,17.

Ammonite (עַמֳּנִיֹּות, amaniyòt, “ammonite”)

“Il re Salomone, oltre alla figlia del faraone, amò molte donne straniere: delle Moabite, delle Ammonite, delle Idumee, delle Sidonie, delle Ittite, donne appartenenti ai popoli dei quali il Signore aveva detto ai figli d’Israele: ‘Non andate da loro e non vengano essi da voi, poiché essi certo pervertirebbero il vostro cuore per farvi seguire i loro dèi’. A tali donne si unì Salomone nei suoi amori”. – 1Re 11:1,2.

   Le ammonite erano discendenti di Ammon, il figlio di Lot avuto incestuosamente dalla minore delle sue due figlie (Gn 19:36-38). Le ammonite erano strette parenti delle moabite, discendenti dell’altro figlio di Lot, Moab, avuto sempre incestuosamente dall’altra sua figlia (Ibidem). Meno strettamente erano imparentate anche con le israelite, dato che Lot era nipote di Abraamo (Gn 11:27). Le lingue di questi due popoli erano molto simili, come risulta dall’iscrizione di Mesha, nota come Stele Moabita, scoperta nel 1868 e custodita nel Museo del Louvre a Parigi.

   Il popolo cui appartenevano le ammonite fu quasi sempre nemico d’Israele. – Gdc 3:12-14; 2Cron 20:1-4,10-26; Ger 9:25,26.

   Le ammonite come tali scomparvero dalla storia insieme al loro popolo e furono assorbite da tribù arabe. – Sof 2:8-10.

Anammelec (עֲנַמֶּלֶך, Anamelèch, “Anu è re”)

“Quelli provenienti da Sefarvaim bruciavano i loro figli in onore di Adrammelec, e di Anammelec, divinità di Sefarvaim”. – 2Re 17:31.

   Questi sefarvei, provenienti dalla città di Sefarvaim (una città assira), furono mandati dagli assiri come coloni in Samaria dopo la deportazione degli Israeliti (Regno del Nord). Costoro portarono in Samaria la loro religione, che richiedeva anche il sacrificio dei bambini agli dèi Adrammelec e Anammelec. – 2Re 17:24,31-33;18:34; Is 36:19.

   Gli studiosi ci dicono che Adrammelec rappresentava il dio sole e Anammelec la dea luna. Il nome di Anammelec significa “Anu è re”. Anu era il capo della trinità babilonese composta da Anu, Bel ed Ea. – Cfr. Schröder, Phönizische Sprache, 1869, pagg. 124-127; 124-127; De Vogué, Mélanges d’Archéologie Orientale, 1868;De Vogue, Mélanges d’Archéologie Orientale, 1868; Schrader, Iscrizioni cuneiformi; Rawlinson, Erodoto.

Anna moglie di Elcana (חַנָּה, Chanàh, “grazia/favore”)

“C’era un uomo di Ramataim-Sofim, della regione montuosa di Efraim, che si chiamava Elcana, figlio di Ieroam, figlio di Eliù, figlio di Toù, figlio di Suf, efraimita. Aveva due mogli: una di nome Anna e l’altra di nome Peninna”. – 1Sam 1:1,2.

   Anna fu la madre del profeta Samuele. Anna viveva col marito Elcana, un levita, e con l’altra moglie di lui, Peninna. Pur non avendo figli (cosa vergognosa in Israele), Anna rimaneva la moglie prediletta di Elcana. Quando Elcana portava la famiglia per la visita annuale al tabernacolo di Silo, Peninna scherniva Anna perché era sterile. – 1Sam 1:1-8.

   Proprio in una di queste visite a Silo, Anna fece voto a Dio: se avesse avuto un figlio, l’avrebbe dedicato al servizio sacro. Il sommo sacerdote Eli, che era presente, dapprima la scambiò per ubriaca, vedendo che Anna muoveva le labbra e sembrava parlare da sola (stava in realtà pregando). Osservandola poi meglio, si rese conto che il suo era fervore, così le augurò che Dio esaudisse la sua preghiera.

   Anna rimase incinta e adempì il suo voto (1Sam 1:9-28). Ogni anno, tornando a Silo, Anna visitava il figlio. Eli la benedisse ancora. Dio le concesse poi di partorire altri tre figli e due figlie. – 1Sam 2:18-21.

   Anna è una figura di devozione femminile e di semplicità. Le costò certo grande sacrificio rinunciare al figlio per mantenere la sua promessa a Dio. Nella Bibbia è conservato il suo cantico di gratitudine, che assomiglia al magnificat intonato da Miryàm (madre di Yeshùa) quando seppe che sarebbe stata la madre del messia. – Lc 1:46-55.

   Anna rimane una delle donne più famose della Bibbia. Lei dimostra punti di forza che sono spesso trascurati. La sua storia rivela il dolore di molte donne: l’esperienza di non sentirsi all’altezza, di non essere “abbastanza”; tuttavia, mostra il coraggio e la fede per superare quel dolore. Anna affrontò numerosi e gravi problemi. Suo marito aveva un’altra moglie, una moglie che gli aveva dato ciò che Anna non riusciva a dargli: dei figli. Come se ciò non bastasse, Anna aveva il profondo desiderio di avere un figlio. Non siamo femministi, anzi crediamo che il femminismo sia una brutta copia del maschilismo; siamo però “femminilisti”, se ci si passa il termine. Per cui diciamo che il desiderio di Anna non venne dalle pressioni sociali, come sostengono cinicamente le femministe. Assumendo un atteggiamento umano che rispetta molto la femminilità, diciamo che Anna voleva essere madre, aveva il desiderio struggente di un figlio. Ad ogni modo, questa donna subì un dolore che molte donne condividono oggi: era sterile. Anna sperimentò questo dolore anno dopo anno, prima che Dio esaudisse la sua preghiera.

   Suo marito Elcana ci dà anche l’esempio di ciò che non bisognerebbe fare nel trattare con le persone, specialmente con una donna. Egli ci mostra cosa succede quando si perde la pazienza e non si sa usare empatia. Lui domanda scioccamente alla moglie (che pur amava): “Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore?” e, ancor più scioccamente – ben sapendo cos’ha -, aggiunge: “Per te io non valgo forse più di dieci figli?” (Ibidem). Sembra di sentire un qualche religioso che dice: “Guarda tutto quello che hai … non dovresti lamentarti”. Non solo Elcana dimostrò di auto-incensarsi (“Io non valgo forse più di dieci figli?”), ma mostrò mancanza di comprensione. Non riusciva a capire il dolore di Anna. Non poteva avere vera compassione perché non aveva mai sperimentato un dolore simile. Oggi, guardando i membri di molte chiese, si nota che la compassione viene più vivamente espressa da coloro che hanno superato dure prove. La gente che è cresciuta nella sicurezza e senza gravi problemi tende ad avere meno comprensione, ed è quella che sa riempirsi di più la bocca di belle frasi che non sono di alcun aiuto.

  Anna è un grande esempio d’intensa vita spirituale vissuta nella propria intimità. Aveva sempre davanti il Signore. Possiamo vedere come riversasse tutto il suo peso su Dio, il suo “Dio che sa tutto” (1Sam 2:3). Lei aveva così tanta fede che fece un voto e lo mantenne. Eli, benché sacerdote e profeta di Dio, non riusciva nemmeno a distinguere la preghiera dall’ubriachezza. Ci saremmo aspettati almeno da lui la comprensione che Elcana non aveva saputo avere. Eli forse mancava di familiarità con Dio, infatti poi ebbe problemi durante la sua vita. – 1Sam 2:12-17,22-36;3:11-14.

   Anna non era una donna debole; non era una piagnucolona, una pudica, né tantomeno una troppo timida che tirava su col naso stando nelle file di una chiesa. Il suo cantico ci rivela una donna di forti passioni: “Il Signore ha innalzato la mia potenza, la mia bocca si apre contro i miei nemici . . . L’arco dei potenti è spezzato . . . Gli avversari del Signore saranno frantumati; egli tuonerà contro di essi dal cielo”. – 1Sam 2, passim.

   Il suo cantico rivela una donna profondamente in sintonia con Dio. Per esperienza, lei sa che prima di gioire pienamente per quello che Dio dà, occorre sperimentare la sofferenza: “[Dio] alza il misero dalla polvere e innalza il povero dal letame” (1Sam 2:8). Anna ci esorta a non essere arroganti, perché Dio ci giudicherà. Lei ci ricorda anche che Dio è sempre fedele ed è sempre un rifugio per chi confida in lui. Solo chi ha sperimentato una mancanza e ha sentito la privazione come Anna, riesce a conoscere Dio come Consolatore e Rifugio. Infine, c’è una grande lezione di modestia e di fede in Dio nelle sue parole che cantano: “Ora posso ridere dei miei nemici; Dio mi ha aiutata: sono piena di gioia” (1Sam 2:1, PdS). Anna non aveva bisogno di sminuire Peninna o chiunque altro: tutto quello che doveva fare era lodare Dio per ciò che egli aveva fatto per lei.

Anna profetessa (Ἅννα, Anna, traslitterazione greca dall’ebraico חַנָּה, Khanàh, “grazia/favore”)

Anna, profetessa, figlia di Fanuel, della tribù di Aser. Era molto avanti negli anni: dopo essere vissuta con il marito sette anni dalla sua verginità, era rimasta vedova e aveva raggiunto gli ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio e serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quella stessa ora, anche lei lodava Dio e parlava del bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme”. – Lc 2:36-38.

   Dicendo che Anna “serviva Dio notte e giorno” nel Tempio, probabilmente si fa riferimento all’offerta del mattino e della sera. – Es 29:38-42; Lv 6:8-13; Nm 28:3-8.

   Anna, vista la sua venerabile età di 84 anni, non poteva certo aspettarsi di essere ancora viva quando il bambino fosse cresciuto; ella diede comunque un gioioso riconoscimento del messia e della liberazione che da lui sarebbe venuta.

   Il passo biblico che riguarda Anna è purtroppo uno di quei passi che il lettore non abituato a gustare ogni particolare della Scrittura prende come un’annotazione marginale. Yeshùa era un neonato: era solo al suo ottavo giorno di vita. Viene condotto al Tempio per la circoncisione e l’imposizione del nome. Durante questo evento si fa menzione di Anna. Lei è citata solo nel Vangelo lucano (non a caso detto il Vangelo delle donne) e il riferimento a lei occupa solamente tre versetti: “Vi era anche Anna, profetessa, figlia di Fanuel, della tribù di Aser. Era molto avanti negli anni: dopo essere vissuta con il marito sette anni dalla sua verginità, era rimasta vedova e aveva raggiunto gli ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio e serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quella stessa ora, anche lei lodava Dio e parlava del bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme” (Lc 2:36-38). Tutto qui. Eppure, se sappiamo analizzare quei tre versetti, ne impariamo di cose.

   Intanto apprendiamo che Anna era “della tribù di Aser”. Aser o Ascer era l’ottavo dei dodici figli di Giacobbe (Gn 30:13). Quando Giacobbe aveva benedetto, prima della sua morte, i suoi dodici figli, aveva predetto che quella di Aser sarebbe stata una tribù particolarmente benestante: “Da Ascer verrà il pane saporito, ed egli fornirà delizie regali” (Gn 49:20). Mosè “disse di Ascer: ‘Benedetto sia Ascer tra i figli d’Israele! Sia il favorito dei suoi fratelli e tuffi il suo piede nell’olio!” (Dt 33:24). Quando poi Giosuè divise la Terra Promessa fra le dodici tribù d’Israele, ad Aser era appunto toccata in sorte una terra molto fertile, vicino al Mediterraneo, dove gli olivi provvedevano abbondante olio, tanto che (detto nel bel linguaggio colorito e concreto della Bibbia) si poteva tuffarvi il piede; altri frutti di quella zona costituivano squisitezze degne di una tavola regale. Benedizioni materiali, però, non significano necessariamente benedizioni spirituali. Le tentazioni erano venute. Quella tribù non ubbidì a Dio quando si trattò di respingere i popoli pagani e non assisté neppure le altre tribù di Israele in questo compito. Benestante e spiritualmente superficiale, la tribù di Aser sarebbe ben presto scomparsa dalla scena, trascinata via dagli invasori assiri, perduta per sempre e introvabile nelle pagine della storia.

   Eppure, nel Tempio di Gerusalemme c’era qualcuno che era rimasto dalla tribù di Aser: “Anna, profetessa”. Il patto di grazia di Dio con Aser e i suoi discendenti conservava una rimanente fedele. Proprio nel mezzo dell’infedeltà degli aseriti, la presenza di Anna nel Tempio ci dice la meraviglia della fedeltà di Dio. Sebbene la sua gente per secoli fosse stata infedele al loro Dio, ecco una donna che Dio aveva conservato fedele: “Anna, profetessa”.

   “Figlia di Fanuel”, ci informa Luca. Ciò comporta che il nonno di Anna diede al figlio (il padre di Anna) un nome che significa “volto di Dio”: il greco Φανουήλ (Fanuèl) è la traslitterazione dell’ebraico פְנוּאֵל (Fenuèl), composto da פנה (panè), “faccia/volto”, e da אל (el), “Dio”. Questo nome ce ne rammenta un altro, פְּנִיאֵל (Penyèl), nome dato da Giacobbe al luogo in cui lottò una notte con un angelo: “Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, perché disse: ‘Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata’” (Gn 32:30). Fanuel, a sua volta, diede alla figlia il nome di Anna (חַנָּה, Khanàh), che significa “grazia/favore”, inteso come “oggetto particolare della grazia di Dio”. Ecco quindi dei nomi che esprimono apprezzamento per la storia del popolo di Dio, nomi che parlano il linguaggio della fede. Al di là dei nomi, ci sono altri elementi significativi. Lei ha 84 anni, ovvero 7 x 12 (numeri che indicano completezza). Il 7 indica un ciclo perfetto di eventi, il 12 un ciclo completo temporale. Lei era anche “vissuta con il marito sette anni dalla sua verginità” prima di diventare vedova.

   Sebbene la tribù di Aser fosse perita nella sua prosperità materiale, Dio ne aveva preservato un resto fedele, una donna che sarebbe stata designata per l’incontro diretto con Yeshùa nel Tempio. Davvero questo è un esempio luminoso della fedeltà di Dio, riflessa nella fedeltà di Anna.

   Anna era vedova e, conoscendo lei la Bibbia, sapeva che vi era scritto che “il Dio grande, forte e tremendo, che non ha riguardi personali e non accetta regali”, il Dio d’Israele, “fa giustizia all’orfano e alla vedova” (Dt 10:17,18). Nella sua solitudine questa vedova si aggrappa alle promesse di Dio e lavora avendo in mente queste promesse.  Anna sapeva dov’è la santa dimora di Dio; dai Salmi sapeva che il Signore “abita in Sion” (9:11), “abita in Gerusalemme” (135:21) e che lui “ha scelto Sion, l’ha desiderata per sua dimora” (132:13); sapeva che “Signore è nel suo tempio santo” (11:4). Il salmista aveva cantato: “Un giorno nei tuoi cortili [nei cortili del Tempio] val più che mille altrove. Io preferirei stare sulla soglia della casa del mio Dio [= il Tempio], che abitare nelle tende degli empi” (84:10). Anna non si accontentava di un giorno nei cortili del Tempio. Lei “non si allontanava mai dal tempio”. La sua casa, quella che aveva abitato un tempo col marito, era vuota: colui che avrebbe dovuto proteggerla, suo marito, era morto. Ma lei confidava in Colui che protegge le vedove. E Dio divenne il punto focale della sua vita. “Chi abita al riparo dell’Altissimo riposa all’ombra dell’Onnipotente”. – Sl 90:1.

   Nel Tempio lei non andava a piangere e a ricordare i bei tempi andati, né semplicemente godeva del suo nuovo suo rifugio: lei si impegnava in una vita di servizio: Serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”. La combinazione “digiuni e preghiere” suona estranea perfino agli orecchi dei cosiddetti cristiani. Non è loro abitudine darsi a “digiuni e preghiere”. Ma il fedele adoratore di Dio sa dalla Bibbia che cosa egli richiede. Il digiuno in Israele era appropriato come espressione di dispiacere verso il peccato, e il popolo di Israele ne aveva di motivi per digiunare. Fra il popolo, ai tempi di Yeshùa, mancava molto quella devozione verso Dio, che egli si aspettava.

   Che fa dunque Anna? Questa donna trova un compito in cui impegnarsi: s’impegna a digiunare e a pregare umilmente per i peccati del suo popolo e a supplicare che Dio perdoni e conceda loro la redenzione dai mali in cui si sono intrappolati. Giorno dopo giorno Anna si dedica ad invocare il perdono e le benedizioni del Signore. Quando la gente giunge nel Tempio per pregare ed il sacerdote offre incenso sull’altare, questa donna fedele si impegna, con digiuni e preghiere, ad invocare il Dio di Israele affinché Egli abbia misericordia di un popolo che solo meriterebbe un giudizio di condanna. Giacomo dirà: “Pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti; la preghiera del giusto ha una grande efficacia”. – Gc 5:16.

   Questa vedova d’Israele era una profetessa. In lei dimorava lo spirito di Dio. Pietro dice dei profeti: “Intorno a questa salvezza indagarono e fecero ricerche i profeti, che profetizzarono sulla grazia a voi destinata. Essi cercavano di sapere l’epoca e le circostanze cui faceva riferimento lo Spirito di Cristo che era in loro, quando anticipatamente testimoniava delle sofferenze di Cristo e delle glorie che dovevano seguirle. E fu loro rivelato che non per se stessi, ma per voi, amministravano quelle cose” (1Pt 1:10-12). Di certo Anna aveva “lo Spirito di Cristo”.

   Anna, “in quella stessa ora”, quando il neonato Yeshùa era lì nel Tempio, “anche lei lodava Dio e parlava del bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme”. Non conosciamo nemmeno una parola che provenisse dalle sue labbra. La Bibbia ci dice solo che lei “parlava del bambino” e ne parlava “a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme”. Il fatto stesso che fosse una donna consacrata anno dopo anno al digiuno ed alla preghiera già parla per lei.

   Lei “aveva raggiunto gli ottantaquattro anni” ed era vedova. Il fatto che fosse vecchia e sola non significava che Anna non avesse più uno scopo nella vita e che i suoi anni fossero inutili. Lei conosceva il suo Dio, conosceva i bisogni del popolo di Dio e questo era abbastanza per lei da sapere che la sua vita doveva essere al servizio di Dio. Un nuovo anno per lei non era un’occasione per riflettere sull’inutilità della sua vita, ma un’altra opportunità per essere profetessa di Dio per il bene del suo popolo, una rinnovata opportunità per implorare il Dio di Israele per la redenzione che aveva promesso.

   Per lei si realizzava la promessa del Salmo 92:

 

“Il giusto fiorirà come la palma,

crescerà come il cedro del Libano.

Quelli che sono piantati nella casa del Signore

fioriranno nei cortili del nostro Dio.

Porteranno ancora frutto nella vecchiaia;

saranno pieni di vigore e verdeggianti,

per annunciare che il Signore è giusto”. – Vv. 12-15.

 

   Questa è la donna che vide nel Tempio, un giorno, una giovane donna con suo marito ed un vecchio di Gerusalemme che teneva un neonato fra le braccia, appagato, dicendo a Dio che ora poteva lasciarlo morire in pace perché aveva visto in quel bambino la salvezza. Lo “spirito di Cristo”, come lo chiama Pietro, che era in lei la rese cosciente che il bambino fra le braccia di quel vecchio era l’adempimento di tutte le sue aspettative e l’adempimento fedele delle aspettative di tutti i profeti prima di lei.

   Questa donna poi se ne va. Nella Scrittura non si fa di lei più parola. Ringrazia Dio e se ne va. Dove se ne va? Ora che le sue preghiere sono state esaudite, continua ad operare e a dire a tutti ciò che è avvenuto e avverrà. Lei è una profetessa.

   Quella povera vecchia vedova fu proclamatrice del vangelo, ovvero della “buona notizia”. Non furono i sacerdoti e i dottori del Tempio, gli esponenti ufficiali, che accolsero Yeshùa. Tutto è in linea con lo stile di Dio. Il messaggio di Anna su quel bambino è testimonianza vivente della fedeltà di Dio alle sue promesse, attraverso la fedeltà dei minimi fra il suo popolo. Quella donna fu messaggio fatto persona. Proprio perché il messaggio viene da una persona così fedele, acquista maggiore rilevanza.

Apfia (Ἀπφία, Apfìa, “fruttifera”)

“Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timoteo, al caro Filemone, nostro collaboratore, alla sorella Apfia, ad Archippo, nostro compagno d’armi, e alla chiesa che si riunisce in casa tua”. – Flm 1,2.

   Paolo si rivolge ad Apfia come “sorella”, ovviamente in fede. La solita fantasia di certi commentatori vede in questa donna la moglie di Filemone; qualcuno si spinge più in là e afferma che Apfia e Archippo fossero rispettivamente moglie e figlio di Filemone. Dalla Scrittura sappiamo solo che i tre erano persone rilevanti di quella comunità ecclesiale domestica.

Ariel (אֲרִיאֵל, Aryèl, “leonessa di Dio”)

“Guai ad Ariel”. – Is 29:1.

   Ariel è il nome simbolico dato qui a Gerusalemme. “Stringerò Ariel da vicino; vi saranno lamenti e gemiti, e mi sarà come un Ariel” (v. 2); “La folla di tutte le nazioni che marciano contro Ariel, di tutti quelli che attaccano lei e la sua cittadella e la stringono da vicino, sarà come un sogno, come una visione notturna” (v. 7). In ebraico אֲרִיאֵל (aryèl) significa “leone”. La moderna città di Gerusalemme ha nel suo stemma proprio un leone.

   Il messaggio di Is 29:1-4 è ostile: predice la distruzione di Gerusalemme da parte dei babilonesi, alludendo a quando sarebbe stata abbattuta come un leone preso in trappola. Le ragioni di ciò sono indicate ai vv. 9-16. “Questo popolo si avvicina a me con la bocca e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me” (v. 13). C’è però in Is 29:7,8  motivo di speranza: “Tutte le nazioni che marciano contro Ariel . . . sarà come un sogno . . . Come un affamato sogna ed ecco che mangia, poi si sveglia e ha lo stomaco vuoto; come uno che ha sete sogna che beve, poi si sveglia ed eccolo stanco e assetato, così avverrà della folla di tutte le nazioni che marciano contro il monte Sion”. Quel terribile periodo sarebbe passato come un brutto sogno e Gerusalemme sarebbe risorta.

Artemide: vedere Diana

Aselelponi (הַצְלֶלְפֹּונִי, Hatselelponì, “l’ombra gira verso di me”)

“La loro sorella si chiamava Aselelponi”. – 1Cron 4:3.

   Questa donna era della tribù di Giuda e nipote di Etam (1Cron 4:1,3). Fonti rabbiniche affermano che Aselelponi era la madre di Sansone, ma questa idea non ha appoggi biblici. – Midràsh, Numeri Rabàh Naso 10 e Bava Batra  91a.

   Pur non sapendo altro di lei, possiamo dedurre che era una donna importante: fu inserita nell’albo genealogico della tribù di Giuda.

Asenat (אָסְנַת, Asènat, “appartenente alla dea Neith”)

“Il faraone chiamò Giuseppe Safnat-Paneac e gli diede per moglie Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di On”. – Gn 41:45.

   Figlia di Potifera, sacerdote egiziano di On, Asenat fu data in moglie a Giuseppe dal faraone; fu poi madre di Manasse e di Efraim (Gn 41:45,50-52;46:20). È interessante notare che Giuseppe conquistò più potere proprio attraverso il suo matrimonio con questa donna pagana, figlia di un sacerdote egizio.

   Gn 46:20 riporta: “A Giuseppe, nel paese d’Egitto, nacquero Manasse ed Efraim, i quali Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di On, gli partorì” (Gn 46:20). Le dodici tribù d’Israele ebbero come capostipiti i dodici figli di Giacobbe (Gn 29:32–30:24;35:16-18), detto anche Israele (Gn 32:22-28). Il posto di Giuseppe fu preso però dai suoi due figli Manasse ed Efraim. Ciò non portò le tribù a essere 13: i leviti (tribù di Levi, terzo figlio di Giacobbe-Israele – Gn 35:23,26) non ebbero nessuna porzione terriera; la “tribù di Levi” (Nn 1:49) doveva prestare servizio presso il santuario (Es 13:1,2; Nm 3:6-13,41; Dt 10:8,9;18:1); quindi in Israele esistevano dodici tribù non levitiche. – Gs 3:12,13; Gdc 19:29; 1Re 11:30-32; At 26:7.

   Si noti che due delle tribù di Israele furono fondate da figli nati da una donna pagana.

Astarte (אֲשֵׁרָה, Asheràh, “Astarte”)

“Tolse dalla casa del Signore l’idolo d’Astarte, che trasportò fuori da Gerusalemme verso il torrente Chidron; lo bruciò presso il torrente Chidron, lo ridusse in cenere, e ne gettò la cenere sulle tombe della gente del popolo”. – 2Re 23:6.

   Asheràh אֲשֵׁרָה)) nella mitologia semitica era una dea-madre. Questa dea appare in un certo numero di fonti antiche, tra cui scritti accadici in cui il nome è Ashratum o Ashratu e scritti ittiti in cui il nome è Asherdu o Ashertu o Aserdu o Asertu. Asràh è generalmente considerata identica alla dea ugaritica Athirat (più esattamente trascritto come A IRAT t). Nei testi ugaritici anteriori al 1200 a. E. V., Athirat è chiamata ym t rt, un yammit t IRAT, “Athirat del mare” o, come più spesso tradotto, “lei che cammina sul mare”, nome riferito da vari traduttori e commentatori alla radice ugaritica affine a r t e collegabile alla radice ebraica sr con lo stesso significato. Potrebbe essere stata identificata con la Via Lattea. In questi testi, Athirat è la consorte del dio el. È anche chiamata elàt, “dea”, la forma femminile di el. È pure chiamata “santità”. In Egitto compare una dea dal nome semitico qudshu (“santità”). Alcuni ritengono che sia Athirat o Ashratu sotto il suo nome ugaritico qodesh (“santo”).

   La dea “Regina del cielo”, menzionata in Ger 7:18 (cfr. 44:17), cui la Bibbia si oppone con veemenza, è collegata ad Asheràh o Astarte. Ashràh – in violazione ai comandi divini – sembrerebbe che fosse venerata nell’antica Israele come la moglie di El, Dio. – Cfr. W. G. Dever, Dio ha una moglie?, Eerdmans, 2005.

  Tracce di questa dea pagana rimangono ancora oggi. Rimangono nel Cadiscismo (chiamato anche Natib Qadish, espressione ugaritica che significa “la via sacra”), una moderna religione pagana che si propone come continuazione degli antichi culti cananei. Le divinità venerate dai cadisciti includono Athirat, la “Regina dei Cieli”, identificata con la divinità mesopotamica Ishtar o con la semitica Asheràh. Tracce di questa dea pagana rimangono anche nel culto cattolico reso alla “Madonna”, pure chiamata “Regina dei Cieli”. Tracce rimangono anche nell’islam: nel calendario islamico c’è, infatti, il Giorno dell’Ashura, che cade il decimo giorno di muharram.

   Ora si noti il passo di 2Re 23:6 tradotto da TNM: “Fece portare il palo sacro”. Qui, l’”idolo di Astarte” diventa “il palo sacro”, e così anche in CEI. La versione Did rende la parola con “bosco”; NR con “Ascerah”. L’ebraico ha Asheràh (אֲשֵׁרָה), “Astarte”. La dea Astarte aveva come simbolo il tronco di un albero privato dei suoi rami e rozzamente modellato ad immagine, piantato nel terreno. A questi idoli fa riferimento Dio quando dà istruzioni agli ebrei prima che entrino nella Terra Promessa: “Guardati dal fare alleanza con gli abitanti del paese nel quale stai per andare, perché non diventino, in mezzo a te, una trappola; ma demolite i loro altari, frantumate le loro colonne, abbattete i loro idoli [asheràyu (אֲשֵׁרָיו), qui al plurale]; tu non adorerai altro dio” (Es 34:12,13; cfr. anche Gdc 6:5, in cui la parola è al singolare). Da un esame dei testi biblici risulta che quando il nome femminile asheràh אֲשֵׁרָה)) compare al plurale femminile אֲשֵׁרֹות (asheròt) o al plurale maschile אֲשֵׁרִים (asherìm) indica proprio questi pali, gli idoli di Astarte (cfr. Van der Toorn, Becking, van der Horst, Dizionario di divinità e demoni nella Bibbia, Eedermans, 1999). Quest’uso diverso che la Bibbia fa della parola al singolare e al plurale (maschile e femminile) ha confuso i traduttori della Bibbia, creando le attuali incongruenze.

   Gli ebrei fecero sempre fatica a disfarsi di questi idoli: “I figli d’Israele fecero ciò che è male agli occhi del Signore; dimenticarono il Signore, il loro Dio, e servirono gli idoli di Baal e di Astarte [אֲשֵׁרֹות (asheròt)]” (Gdc 3:7). Figurine di Asheràh sono sorprendentemente comuni nella documentazione archeologica in Palestina: fatto che indica la popolarità del culto di Astarte fin dai primi tempi dell’esilio babilonese (cfr. W. Dever, Arcaeology anf Folk Religion in Ancient Israel, Eerdmans). L’archeologo William Dever ha commentato: “Non sappiamo per certo cosa la fede nel Dio Eterno abbia significato per l’israelita medio. Anche se il testo biblico ci dice che la maggior parte Israeliti adoravano solo il Signore, noi sappiamo che questo non è sempre vero . . . Le scoperte degli ultimi quindici anni ci hanno dato una grande quantità di informazioni circa il culto degli antichi israeliti. Sembra che dobbiamo prendere il culto della dea Astarte più sul serio che mai”. – Cfr. T. Thompson, Gerusalemme nella storia antica e nella tradizione, T. & T. Clark Ltd., edizione illustrata del 1° aprile 2004.

   Alcuni detrattori della Bibbia hanno preso la testimonianza delle numerose statuine della dèa Astarte, ritrovate e risalenti al Regno di Israele e a quello di Giuda, come prova non solo della popolarità di Asheràh tra gli israeliti, ma per mettere in dubbio il monoteismo biblico. Costoro sostengono che diversi traduttori biblici abbiano cercato di mascherare la dea Asheràh (אשרה) nelle loro traduzioni. Citano, ad esempio, Dt 16:21: “Non ti devi piantare nessuna sorta di albero come palo sacro presso l’altare di Geova tuo Dio che ti farai” (TNM). Il testo biblico qui vieta di mettere אֲשֵׁרָה (asheràh) accanto all’altare di Dio. La loro tesi è che questo camuffamento vuol evitare quella che secondo loro è una verità, ovvero che la dea pagana Astarte sarebbe stata considerata la moglie di Dio. Questa è una tesi semplicemente assurda. Non conosciamo le motivazioni del traduttore, ma se fossero quelle addotte sarebbero davvero sciocche e inutili, giacché il comandamento citato vieta di collocate אֲשֵׁרָה (asheràh) accanto all’altare di Dio. Anche se da questo passo si dovesse dedurre che, dato il divieto, gli israeliti fossero soliti piantare l’idolo di Asheràh, si noti che viene loro vietato di piantarlo a fianco dell’altare di Dio e non accanto all’idolo di Yhvh, inesistente e mai è esistito. Più che camuffamento, a noi sembra cattiva comprensione dell’uso biblico del vocabolo אֲשֵׁרָה (asheràh), come abbiamo evidenziato più sopra. Il monoteismo biblico non è messo mai in discussione. Piuttosto lo è la fedeltà degli antichi ebrei a quel monoteismo. La maggior parte dei riferimenti della quarantina di volte che Asheràh compare nella Bibbia si trovano in Dt, e sempre in un contesto ostile alla dea pagana.

   Uno dei titoli più antichi di Dio è El shadày (אֵל שַׁדַּי), nome con cui Dio fu conosciuto dai patriarchi (Es 6:3). La traduzione consueta che si fa di tale titolo è “Dio onnipotente”. Siamo davvero così sicuri che questa traduzione, data per scontata, sia quella giusta? Il Dizionario di ebraico e aramaico biblici (di P. Reymond, Società Biblica Britannica e Forestiera, Roma) non ne dà una traduzione, ma lo classifica semplicemente come un termine di teologia biblica. In ebraico שַׁד (shad) significa “mammella”. Recentemente si è collegato shadày con la radice semitica tdy che significa “petto”. Si noti l’immagine che ne deriva: petto-mammella. Nel linguaggio concreto ebraico, questo attributo femminile viene fatto proprio da Dio. Ciò spiegherebbe anche perché Israele sia stata così sensibile al culto della dea cananea della fertilità Asheràh, dea rappresentata con le mammelle.

Astoret (עַשְׁתָּרֹת, Ashtoròt, “Astarte”)

“Così i figli d’Israele tolsero via gli idoli di Baal e di Astarte, e servirono il Signore soltanto”. – 1Sam 7:4.

   Il nome “Astoret” non si trova in genere nelle traduzioni della Bibbia, ma ciò non significa che non ci sia. Nel passo citato sopra, nel testo ebraico compare. E così in diversi passi biblici. Abbiamo quindi inserito questa voce, anche se non compare in NR, versione cui facciamo riferimento per i nomi di questo elenco. Tuttavia, migliore sorte non l’avremmo con altre traduzioni. Ecco, infatti, come lo stesso passo viene reso da altri traduttori: “Gli Israeliti eliminarono i Baal e le Astàrti” (CEI); “Tolsero via i Baali e Astarot” (Did); “Tolsero via i Baal e le Ashtaroth” (ND). Una volta tanto, però, TNM ci stupisce favorevolmente: “Tolsero i Baal e le immagini di Astoret”. Questa era la dea della luna dei fenici (che erano cananei) e rappresentava il principio passivo in natura, la loro principale divinità femminile, spesso associata a Baal, il sole-dio, loro principale divinità maschile, di cui era ritenuta moglie. Equivale ad Astarte. Dea della fecondità, era rappresentata nuda e con i seni e la vulva messi ben in evidenza. Doveva essere collegata anche alla guerra, almeno per i filistei, come si deduce da 1Sam 31:10: “[I filistei] collocarono le armi di lui [del re Saul] nel tempio di Astarte [“Astoret” (TNM); ebraico: עַשְׁתָּרֹות (Ashtoròt)]”.

   Il culto di Astoret era antico. In Canaan era già presente ai tempi di Abraamo (circa 2000 anni a. E. V.), come si deduce dal riferimento biblico ad una città che portava il suo nome: “Chedorlaomer e i re che erano con lui vennero e sconfissero i Refaim ad Asterot-Carnaim” (Gn 14:5). La parola ebraica קַרְנַיִם  (qarnàym) è al numero duale e significa “due corni”: chiaro riferimento ai due corni della luna crescente, che era il simbolo della dea Astoret o Astarte. Un’altra città che recava il nome di questa dea la troviamo in Dt 1:4: “Og, re di Basan, che abitava in Astarot” (Cfr. Gs 9:10;12:4). Questa città è menzionata in iscrizioni assire e nelle tavolette di Tell el-Amarna.

   1Re 18:19 menziona “quattrocento profeti di Astarte che mangiano alla mensa di Izebel”. Il culto di Astoret era caratterizzato da orge sessuali nei templi a lei dedicati, dove prestavano anche servizio prostituti e prostitute sacri.

   La parola “Astoret”, עַשְׁתֹּרֶת (Ashtòret), compare per la prima volta nella Bibbia in 1Re 11:5: “Salomone seguì Astarte, divinità dei Sidoni”. Ciò influì sul popolo, tanto che “i figli d’Israele . . . si sono prostrati davanti ad Astarte, divinità dei Sidoni” (1Re 11:33). Qui il nome della dea appare al singolare, come in 2Re 23:13: “Il re [Giosia] profanò gli alti luoghi che erano di fronte a Gerusalemme, a destra del monte della perdizione, e che Salomone re d’Israele aveva eretti in onore di Astarte, l’abominevole divinità dei Sidoni”. A parte questi passi, il nome si verifica spesso al plurale. Un esame dei testi biblici rivela che quando il nome femminile עַשְׁתֹּרֶת (Ashtòret) compare al plurale femminile עַשְׁתָּרֹות (ashtaròt) indica proprio gli idoli di Astoret. – Cfr. Gdc 2:13;10:6; 1Sam 7:3,4.

Atalìa (עֲתַלְיָה, Ataliàh, “Yàh [è] esaltato”)

“L’anno dodicesimo di Ioram, figlio di Acab, re d’Israele, Acazia, figlio di Ieoram, re di Giuda, cominciò a regnare. Aveva ventidue anni quando cominciò a regnare, e regnò un anno a Gerusalemme. Sua madre si chiamava Atalia, nipote di Omri, re d’Israele”. – 2Re 8:25,26.

   Atalia fu regina del Regno di Giuda durante il regno del re Ieoram, e più tardi divenne unica vera sovrana di Giuda, per sei anni. Atalia era la figlia del re Acab e della regina Izebel, nonché nipote di Omri (2Re 8:18,26). Il suo matrimonio con Ieoram sigillò un trattato tra i regni divisi di Israele e di Giuda (2Re 8:25-27; 2Cron 18:1). Suo marito, il re Ieoram, era discendente del re Davide, e promosse attivamente il culto del Dio d’Israele, ma tollerò il culto che Atalia rendeva a Baal. – 1Re 12:26-29; 16:33; 2Re 3:2,3.

   Come sua madre Izebel, Atalìa fece pressione su suo marito Ieoram per fare del male durante gli otto anni del suo regno (1Re 21:25; 2Cron 21:4-6). Dopo la morte di Ieoram, il loro figlio Acazia divenne re di Giuda e Atalìa divenne regina madre. Usò il suo potere in quel ruolo per stabilire il culto di Baal in Giuda. Quando il malvagio figlio di Atalìa, Acazia, morì dopo un anno di regno, lei fece uccidere tutti gli altri eredi al trono, ma le sfuggì il piccolo Ioas, che era stato nascosto. Atalìa si autoproclamò quindi regina e regnò per sei anni (2Cron 22:11,12). I suoi figli saccheggiarono il Tempio e offrirono al dio pagano Baal gli oggetti sacri (2Cron 24:7). Quando il piccolo Ioas fu proclamato re di Giuda, lei si precipitò per fermare questa ribellione, ma fu catturata e giustiziata (2Re 11:1-20; 2Cron 22:1–23:21). Trovò così adempimento ciò che era stato predetto in 2Re 10:10,11; 1Re 21:20-24.

   C’è una questione che riguarda la parentela di Atalìa che va esaminata e risolta. In base a 2Re 8:18,26 Atalìa era “figlia di Acab”. Tuttavia vi sono diversi passi biblici che hanno indotto alcuni studiosi a ritenere che non fosse figlia di Acab ma sua sorella. Esaminiamo. 2Re 8:26 afferma: “Atalia, nipote di Omri”, ma il passo parallelo di 2Cron 22:2 afferma: “Atalia, figlia di Omri”. L’ebraico ha qui בַּת (bat), che senza ombra di dubbio significa “figlia”. Ma, come abbiamo già spiegato per il termine “figlio” (si veda alla voce ALAI), il vocabolo ebraico בַּת (bat), “figlia”, ha nella Scrittura spesso un senso più ampio. Può riferirsi anche ad altre donne che non sono dirette discendenti. A volte il termine può riferirsi a una sorella (Gn 34:8,17), altre a una figlia adottiva (Est 2:7, 5), altre a una nuora (Gdc 12:9; Rut 1:11-13), altre a una nipote (1Re 15:2,10), altre a una discendente non diretta (Gn 27:46; Lc 1:5; 13:16). Ciò spiega perché diverse versioni moderne traducono “Atalia, nipote di Omri”. – 2Re 8:26.

   2Re 8:27 dice che Acazia, figlio di Atalìa, “era imparentato [חֲתַן (khatàn)] con la casa di Acab”. Alcuni studiosi pensano che il termine ebraico חֲתַן (khatàn) faccia riferimento ad Acab come suo zio. In tal caso Atalìa sarebbe stata la sorella di Acab e non sua moglie. Vero è che in Gdc 15:6 (“Sansone, il genero del Timneo”), חֲתַן (khatàn) significa proprio “genero”, ma non è sempre così. In Ger 7:34 significa “sposo”. Comunque, il verbo חתן (khatàn) significa “contrarre alleanze mediante matrimoni”. Ad esempio, “Giosafat . . . contrasse parentela [יִּתְחַתֵּן (ytkhatèn)] con Acab” (2Cron 18:1), non sappiamo come. Ma Acazia “era [già] imparentato [חֲתַן (khatàn)] con la casa di Acab”. Se Atalia era la figlia e non la sorella di Acab, la frase diventa chiara.

   La conferma che Atalìa era figlia di Acab ci viene da 2Re 8:18 e dal suo parallelo in 2Cron 21:6. Ciò risolvere la questione in favore del suo rapporto di figlia, con una sola eccezione: la versione siriaca di 2Cron 21:6 dice “sorella di Acab” invece di figlia. Ma è solo una versione, non è la Bibbia.

Atara (עֲטָרָה, Ataràh, “corona”)

“Ierameel ebbe un’altra moglie, di nome Atara, che fu madre di Onam”. – 1Cron 2:26.

Azuba madre di Giosafat (עֲזוּבָה, Asuvàh, “abbandonata”)  

“Giosafat aveva trentacinque anni quando cominciò a regnare, e regnò venticinque anni a Gerusalemme. Il nome di sua madre era Azuba, figlia di Sili”. – 1Re 22:42.

   Il passo parallelo di 2Cron 20:31 conferma: “Giosafat regnò sopra Giuda. Aveva trentacinque anni quando cominciò a regnare, e regnò venticinque anni a Gerusalemme; il nome di sua madre era Azuba, figlia di Sili”.

Azuba moglie di Caleb (עֲזוּבָה, Asuvàh, “abbandonata”)  

“Caleb, figlio di Chesron, ebbe dei figli da Azuba sua moglie, e da Ieriot. Questi sono i figli che ebbe da Azuba: Ieser, Sobab e Ardon. Azuba morì e Caleb sposò Efrat, che gli partorì Cur”. – 1Cron 2:18,19.

   Azuba, moglie di Caleb, ebbe dei figli, ma morì presto. Va corretta la traduzione di NR: la Bibbia non dice “Questi sono i figli che ebbe da Azuba”, ma dice “questi [furono] i figliuoli di quella [בָנֶיהָ (vaneyàh), “figli di lei”]” (Did). Non cambia molto, comunque; “lei” è Azuba, ma il fatto che si dica “di lei” dopo aver detto “figli da Azuba sua moglie, e da Ieriot”, fa pensare che Ieriot fosse una concubina o forse una serva di Azuba, da cui Caleb ebbe alcuni figli poi attribuiti legalmente ad “Azuba sua moglie”. Ciò è conforme alla prassi ebraica: una cosa simile avvenne con Abraamo, sua moglie Sara e la serva di lei Agar. – Gn 16:3,15,16.