I vari momenti della lettura pregata della Scrittura

La lectio divina ha un suo ordine interno. Essa è un cammino con determinate tappe in cui il credente è invitato a sostare. Queste tappe si susseguono secondo un ordine prestabilito. Se si rispetta quest’ordine non si tralascia alcunché di importante e si evita di leggere la Scrittura in modo unilaterale. Ci sono otto tappe progressive o gradini: 1. Lettura, 2. Meditazione, 3. Preghiera, 4. Contemplazione, 5. Gioia, 6. Discernimento, 7. Decisione, 8. Azione.

   Lettura. Questo aspetto consiste nella lettura di un passo della Scrittura al fine di comprendere il significato che l’autore sacro, ispirato, intendeva comunicare ai suoi lettori o ascoltatori. È il punto di partenza. Il brano va letto, se necessario, più volte. Nella lettura si cerca di capire il brano nel suo contesto originale storico, geografico, culturale. Qual era lo scopo spirituale che l’autore aveva in mente? Quando lo scrisse? Dove? In quali circostanze? Come è stato ricevuto quel messaggio dai destinatari originali?

   Per questo aspetto (la lettura) i commentari biblici possono essere di grande aiuto, anche se non sono sempre abbastanza attenti all’elemento spirituale di un testo. Cruciale per la lettera è invece questo elemento spirituale. Esso trascende, infatti, le circoscritte condizioni originarie in cui il brano è sorto, ed ha perciò una validità universale e durevole. Occorre davvero comprendere questo elemento spirituale. Inoltre, la “rilettura” può aiutarci a collocare questo elemento nel contesto di tutta la Bibbia. In che modo lo spirito di Dio – che è l’autore ultimo del brano – vuole che esso si accordi con il resto della Scrittura? Per giungere all’intimità con la Scrittura è necessaria una lettura continua e organica: è la condizione preliminare per stabilire col testo un rapporto personale e proficuo. Bisogna allora applicarsi al testo con attenzione, con calma, e soprattutto accostarvisi nello spirito.

   Prima di iniziare la lettura occorre mettersi in una disposizione particolare e invocare Dio chiedendogli l’aiuto del suo spirito santo affinché venga ad alluminarci. Nella lectio divina ci vuole fedeltà, continuità, assiduità. Bisogna dedicare alla lectio divina un tempo, un tempo adatto, non i ritagli di tempo nella fretta e nella distrazione. Certo questo oggi non è facile; può diventare un vero esercizio di ascesi. Comunque, deve diventare una lettura assidua: questa è una condizione indispensabile per la lectio divina.

   Il fedele deve leggere la Bibbia. Leggerla spesso e leggerla interamente. Alle volte saremo tentati di scegliere testi molto densi, ma è meglio seguire tutte le parti, perché in tal modo s’introduce nella vita interiore un elemento di varietà; lo spirito umano si abitua facilmente a tutto. Non dimentichiamo poi che la parola di Dio ha la qualità di essere cibo quotidiano e, come ogni nostro pasto, deve essere variato. A volte è ricco e abbondante; altre, frugale; altre ancora, particolarmente gustoso; altre, sostanzioso; talvolta rientra addirittura in una terapia. Potrebbero esserci momenti nostri forse un po’ spenti: il caso di aridità diventa allora il momento dell’ascolto di Dio nella fede o forse nel buio della fede; questi silenzi di Dio sono salutari perché ci fanno comprendere la nostra incapacità di pregare e ci aiutano a fissare il nostro sguardo su Dio solo. “Lo spirito viene in aiuto della nostra debolezza, perché noi non sappiamo neppure come dobbiamo pregare, mentre lo spirito stesso prega Dio per noi con sospiri che non si possono spiegare a parole. Dio, che conosce i nostri cuori, conosce anche le intenzioni dello spirito che prega per i credenti come Dio desidera” (Rm 8:26,27, PdS). Come dire: noi non sappiamo come pregare, e se ne conoscessimo il modo lo faremmo bene, ma Dio usa il suo spirito perché questo interpreti le nostre intenzioni espresse in gemiti e rivolga a Dio la nostra preghiera fatta di sospiri.

   Occorre dunque assiduità: leggere e rileggere affinché la parola di Dio penetri in noi. Concretamente, si potrebbero scegliere due strade: seguire un nostro criterio di lettura oppure fare una lettura continuativa dei singoli libri della Scrittura. Ma, anche qui, ciascuno ha la sua esperienza. “Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito”. – Gv 3:8.

   Come risultato di questo contatto continuo con la parola di Dio, si finisce col subire una sorta di condizionamento psicologico con le idee, le immagini, le frasi stesse della Sacra Scrittura, fino a farci acquisire ciò che potremmo chiamare “mentalità biblica” (che influisce poi continuamente nelle nostre scelte).

   Dato che la lettura consiste nel leggere e rileggere una pagina della Scrittura, mettendo in rilievo gli elementi importanti, è utile leggere con una matita in mano per sottolineare parole significative, verbi, azioni, soggetti, sentimenti espressi, parole che ci colpiscono; oppure richiamando parole-chiave. In tal modo l’attenzione viene stimolata; l’intelligenza, la fantasia e la sensibilità si smuovono facendo sì che un brano, considerato magari fino a quel momento ben noto, appaia nuovo. Succede, ad esempio, che riprendendo in mano un testo molto conosciuto, si scoprano ogni volta cose nuove proprio attraverso il metodo della lectio divina. Chi “diventa un discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa il quale tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie”. – Mt 13:52.

   Questo primo lavoro può occupare parecchio tempo, se siamo aperti allo spirito. Si colloca, infatti, il racconto letto nel contesto più ampio dell’intero libro biblico e poi in quello dell’intera Bibbia per capire cosa voglia dire.

   Meditazione. In questo secondo momento, che non può essere distinto nettamente dal primo, si passa dalla lettura all’approfondimento. Per gli antichi la meditazione non era quello che noi intendiamo oggi. Era piuttosto un esercizio di lettura e di ripetizione delle parole, anche pronunciandole, fino a imparare il testo a memoria. Si trattava di un esercizio in cui interveniva la persona intera: il corpo (perché la bocca pronunciava il testo), la memoria (che lo riteneva), l’intelligenza (che si sforzava di penetrarne tutto il significato), la volontà (che si proponeva di metterlo in atto nella vita pratica). Si tratta di un ritornare sul testo, richiamandone le parole, per ritrovare il tema centrale e imprimerlo nel cuore. È un cercare il sapore della Scrittura, non la conoscenza. O, meglio, non della conoscenza in senso occidentale (quella intellettuale), ma della conoscenza in senso biblico (ovvero l’esperienza che ne facciamo). Ce lo spiega bene il Salmo 119:

“Nel silenzio della notte medito la tua parola . . .

nel cuore della notte mi alzo per leggere la tua parola . . .

Medito la tua parola . . .

desidero la tua parola . . .

La tua parola è la mia gioia . . .

Giorno e notte medito la tua parola . . .

la tua parola mi fa viveree . . .”.

PdS, passim.

   È l’atteggiamento meraviglioso di Miryàm, madre di Yeshùa e “umile serva del Signore” (Lc 1:38), che credette alla parola (Lc 1:45), che se ne stava in silenzio ascoltando e meditando e custodendo nel suo cuore ciò che diceva Yeshùa. – Lc 2:19,51;11:27,28.

   Questo aspetto della lectio divina – la meditazione – consiste in una riflessione sullo scopo ultimo del testo, che è l’elemento spirituale originario. Sia quello dell’autore umano, che si trova nel linguaggio; sia quello dell’Autore divino, che si trova nel senso e nel significato, i quali trascendono le limitazioni temporali e spaziali della situazione originale del testo. La meditazione cerca di conoscere ciò che il testo dice a noi oggi. Per essere sicuri che quanto noi crediamo il testo dica a noi oggi sia quanto il testo dice davvero, e non ciò che noi diciamo, dobbiamo assicurarci che quanto riteniamo rilevante per l‘oggi sia connesso con il significato originario. Prima di tutto, il significato originario; poi, la rilevanza di quel significato per l’oggi. Qual è la rilevanza per l’oggi dell’elemento spirituale che l’autore (umano e divino) esprime nel testo? In che modo veniamo provocati da questo elemento spirituale che viene comunicato attraverso il testo? I destinatari si sentirono provocati dal testo; la provocazione che riceviamo noi dovrebbe essere come quella che ricevettero loro, anche se le circostanze della provocazione provata da noi sono notevolmente diverse dalle loro.

   Si tratta di un lavoro paziente di approfondimento, ma è un gustare la parola di Dio. In questo lavoro ci serviamo anche degli strumenti culturali e scientifici che abbiamo. Ricordiamoci che il fine è la meditazione del testo stesso. La comprensione che è richiesta dalla lectio divina dipende dalla comprensione dell’intera Bibbia; della conoscenza della Scrittura attraverso la Scrittura; dalla capacità di lettura mediante concordanze, accostamenti, richiami di testi paralleli. Andando a cercare tutti i richiami citati a margine o in calce, ad esempio, si vedrà come l’orizzonte si allarga e pian piano si entra nell’atmosfera della parola di Dio. Si crea così uno spazio di risonanza che illumina e accresce il messaggio, stimolando (sotto l’azione dello spirito santo) un’intelligenza estensiva e spirituale. La Scrittura cresce con chi la legge. Le Scritture si sviluppano e si accrescono nel loro senso negli annunci profetici di salvezza a seconda della fede e dell’amore di chi legge.

   La meditazione è la riflessione sui valori perenni del testo biblico. Mentre nella lettura si assumono le coordinate storiche, geografiche e culturali del brano, qui – nella meditazione – ci si pone la domanda: Che cosa dice a me? Quale messaggio riferito all’oggi mi viene proposto autorevolmente dal brano come parola del Dio vivente? Come vengo provocato dai valori che stanno dietro alle azioni, alle parole e ai soggetti?

   Preghiera. Questo aspetto consiste nella preghiera che scaturisce dalla meditazione. È una spontanea reazione del cuore in risposta al testo. È una richiesta dell’aiuto divino per riconoscere e per rispondere alle provocazioni che emergono dall’elemento originario comunicato attraverso le parole del testo. Così, la preghiera può includere le richieste per una grande varietà di virtù. Lo spirito guidato da Dio ispirò il testo proprio avendo in mente queste richieste, perciò lo spirito è pronto a rispondere a tali richieste. I momenti precedenti quasi conducono alla preghiera. In realtà, già quanto fatto finora è una forma di preghiera. Si tratta ora di prenderne coscienza: è la nostra risposta alla lettura, è un entrare nel nostro parlare a Dio. La parola è venuta in noi e ora torna a Dio sotto forma di preghiera. Ed è questa la vera preghiera: quella che sgorga dal cuore al tocco della parola divina. È un pregare con la parola di Dio. Egli allora non manderà a vuoto in noi la sua parola. Si tratta di far nostre le parole della Scrittura, farle entrare nel nostro cuore per poi restituirle a Dio dopo averle accettate con la nostra adesione. Se un salmo è preghiera, preghiamo; se è gemito, gemiamo; se è riconoscenza, siamo nella gioia; se è un testo di speranza, speriamo; se ispira timore, tremiamo. È una risposta nell’umiltà, nella nostra piccolezza, ma anche nella franchezza che è possibile proprio quando si parla a Dio con le sue parole. Abituiamoci dunque a nutrire la nostra preghiera con tutto quel ricco deposito che la parola di Dio, letta nel silenzio o ascoltata nella proclamazione comunitaria, ha lasciato in noi.

   La preghiera – questa stappa della lectio divina – è anche la prima preghiera che nasce dalla precedente tappa della meditazione: Signore, fammi comprendere i valori permanenti del testo, che mi mancano; donami di capire quel è il tuo messaggio per la mia vita. Ad un certo punto questa preghiera si concentra nella contemplazione del mistero di Yeshùa per scorgere la gloria di Dio: “Dio ha fatto risplendere in noi la luce per farci conoscere la gloria di Dio riflessa sul volto di Cristo”. – 2Cor 4:6, PdS.

   La preghiera può anche divenire richiesta di perdono. Può divenire perfino offerta fatta a Dio: “La mia preghiera sia come incenso che sale fino a te” (Sl 141:1, PdS). In ogni caso la preghiera dovrebbe iniziare sempre con la lode, secondo il modello indicatoci da Yeshùa. – Lc 11:2.

   Contemplazione. La contemplazione avviene quando la molteplicità dei sentimenti, delle riflessioni e della preghiera si concentra su Yeshùa che è presente: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28:20, CEI). Contemplare è entrare in un  rapporto di fede e di amore con il Dio vivente che in Yeshùa si è rivelato (Gv 14:9). Il volto di Dio ogni pagina della Scrittura ce lo svela. Basta guardare: aprirsi alla luce, desiderare che essa ci penetri; guardare con ammirazione: è l’estasi davanti al bello e al buono. Si tratta di guardare con occhi infantili, cioè con lo sguardo trasparente che si stupisce trasognato e ne gode, cogliendone la perenne novità (cfr. Mr 10:15). Il silenzio è il clima delle intuizioni più profonde. La contemplazione è facilitata se scegliamo una parola, una frase, un’immagine dal testo biblico.

   La contemplazione diventa adorazione nella lode e nel silenzio davanti a Dio. Si tratta di un tentativo di stare davanti a Dio Onnipotente tenendo esposto il nostro cuore, cuore inteso in senso semitico e quindi biblico, cioè il centro del nostro essere, quel punto in cui la nostra mente consapevole (con l’intelletto, la memoria, la volontà e i pensieri) ci fa sentire che noi siano davvero noi. La vera contemplazione rivelerà sempre più noi stessi a noi stessi. La vera contemplazione ci aiuterà a vedere chi siamo veramente e ciò che dovremmo essere secondo il punto di vista di Dio. Modalità privilegiata della contemplazione è Yeshùa, perché è tramite lui che possiamo accostarci a Dio. Yeshùa stesso dice: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15:5, CEI). “Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1Tm 2:5, CEI). “In nessun altro [se non in Yeshùa] è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati”. – At 4:12.

   Conoscendo Yeshùa conosciamo Dio e conosciamo anche meglio noi stessi. La contemplazione conferisce a tutto il processo di lettura di un testo biblico il gusto, la gioia e il godimento del dilettarsi nel comprendere. Ci libera anche dal pericolo d’imporre al testo un’interpretazione ristretta, egoistica, religiosa o confessionale, che sarebbe lontana dai perenni scopi di Dio.

   La contemplazione non è qualcosa cui arriviamo noi, con sforzi personali. È un dono dello spirito santo che germoglia nella nostra lettura pregata della Scrittura. Non si tratta di estasi, né di esperienza straordinaria, né di stato mistico, né tantomeno di visione soprannaturale. È piuttosto esperienza viva di fede. Yeshùa, con Dio, entra nella parte più intima del nostro essere: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo da lui e faremo dimora presso di lui” (Gv 14:23, TNM). Non ci resta che guardarlo e contemplarlo, come Maria di Betania seduta ai piedi di Yeshùa. – Lc 10:39.

   Ogni pagina della Scrittura ci svela Dio e lo fa emergere durante la lectio divina. Yeshùa, nel Vangelo di Giovanni, promette l’esperienza di Dio a chi lo ama veramente e accoglie la sua parola. E dice: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17:3). Dietro il verbo greco che qui viene usato (γιγνώσκω, gighnòsko, “conoscere”), c’è il verbo ebraico לדעת  (ladàat). Le Scritture Greche sono sì state scritte in greco, ma pensate in ebraico. Non si tratta qui di conoscenza mentale, intellettuale, come nel nostro sapere occidentale. Il verbo ebraico לדעת (ladàat), “conoscere”, va inteso in senso semitico: conoscere per esperienza. Conoscere Dio e Yeshùa significa allora farne esperienza, entrare in profonda comunione con loro; è il frutto di un’intimità d’amore. È quel tipo di conoscenza di cui tanto spesso parla Paolo (Ef 3:10; Flp 3:10; Col 1:10;2:2,3;3:10) e che appartiene alla fede matura di ogni credente. È la richiesta che Paolo fa a Dio in preghiera per i fedeli: “A lui chiedo di usare verso di voi la sua gloriosa potenza, e di farvi diventare spiritualmente forti con il suo spirito; di far abitare Cristo nei vostri cuori per mezzo della fede. A lui chiedo che siate saldamente radicati e stabilmente fondati nell’amore. Così voi, insieme con tutto il popolo di Dio, potrete conoscere l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo, che è più grande di ogni conoscenza, e sarete pieni di tutta la ricchezza di Dio”. – Ef 3:16-19, PdS.

   La contemplazione è difficilmente esprimibile e spiegabile. Si tratta di dimorare con amore nel testo, anzi, di passare dal testo e dal messaggio alla contemplazione di Colui che parla attraverso ogni pagina della Scrittura. Contemplazione è adorazione, lode e silenzio davanti a Colui che è oggetto della nostra preghiera: il Padre.

   Nella pratica, i tre momenti della meditazione, della preghiera e della contemplazione non sono rigorosamente distinti, però la suddivisione è utile per chi è all’inizio di questo esercizio. Il nostro pregare è come un filo conduttore che collega le ore della giornata e le giornate l’una all’altra. Può succedere che sullo stesso testo della Scrittura ci soffermiamo una volta soprattutto con la meditazione, mentre un’altra volta passiamo rapidamente alla contemplazione.

   Gioia. Questo aspetto consiste nella gioia di pregare che viene dal gustare le cose di Dio. È un dono dello spirito santo di Dio: “Il frutto dello Spirito è . . . gioia” (Gal 5:22). Dalla gioia scaturiscono le scelte coraggiose e i proponimenti della fede. La gioia crea l’atmosfera giusta per queste scelte. Se cessa questo clima, cessa anche la convinzione interiore delle scelte radicali, e il cuore si volgerà a cercare altrove parte della sua gioia.

   La gioia è molto importante per il nostro cammino di preghiera. Senza questa componente la preghiera perde di sale, di gusto. La gioia donata dallo spirito è la gioia che si sperimenta nel pregare, è il sentire nell’intimo il gusto delle cose di Dio. Solo nella gioia nascono le scelte coraggiose di umiltà, obbedienza, fedeltà, perdono. La gioia del conforto divino è il luogo, il momento, l’atmosfera particolare delle grandi opzioni interiori. Ciò che non deriva da questo dono dello spirito dura poco ed è facilmente frutto di moralismo che imponiamo a noi stessi.

   Discernimento. Questo aspetto consiste nell’abilità di discernere il pensiero di Dio come viene espresso nella sua parola. Venendo in contatto con la parola di Dio noi riceviamo una sensibilizzazione, una specie d’istinto per le scelte che sono proprie del credente. Scelte adatte a noi stessi come Dio vuole che siano. Il nostro cuore deve essere dominato dal cuore di Yeshùa, dalle scelte di Yeshùa. Ciò non solo per la nostra vita personale, ma anche per la nostra vita comunitaria. Fondamentalmente, si tratta di quel discernimento che sa distinguere tra le varie inclinazioni che sollecitano la nostra attenzione e la nostra fedeltà. “Sia questo dunque il sentimento di quanti siamo maturi; se in qualche cosa voi pensate altrimenti, Dio vi rivelerà anche quella. Soltanto, dal punto a cui siamo arrivati, continuiamo a camminare per la stessa via”. – Flp 3:15,16.

   Il discernimento esprime, ancor più della gioia, la vitalità. Infatti, mediante il gustare la Scrittura, mediante una sorta d’intuizione spirituale, diveniamo sensibili a tutto quello che è spirituale, avvertendo chiaramente quello che non lo è. Si tratta quindi di un discernimento molto importante, perché noi non siamo solo chiamati ad ubbidire ai comandamenti di Dio, ma a seguire Yeshùa. “’Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?’ Gesù gli rispose: . . . ‘Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti’” (Mt 19:16,17); “Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Gv 14:15). La sequela di Yeshùa non ha un’evidenza immediata nelle scelte quotidiane se non siamo, per così dire, entrati nella mente di Yeshùa, se non abbiamo gustato la sua umiltà, il suo sacrificio, il suo perdono, il suo amore. “Ora noi abbiamo la mente di Cristo” (1Cor 2:16). Questa capacità di discernere, nelle ordinarie emozioni e nei momenti della vita, l’aspetto spirituale, è un dono così grande che Paolo lo chiedeva per tutti i fedeli: “Ecco ciò che chiedo a Dio per voi: che il vostro amore aumenti sempre più in conoscenza e in πάσῃ αἰσθήσει [pase aisthèsei, “pieno discernimento” / “abbondanza di sensibilità”] in modo che sappiate prendere decisioni giuste” (Flp 1:9,10, PdS). “Siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà”. – Rm 12:2.

      Decisione. Quest’aspetto consiste nella scelta concreta di un’azione da compiere. È qui che si collocano le scelte che mutano la nostra vita per adeguarla sempre più alla volontà dell’Onnipotente. Dio comunica con noi anche in quanto persone individuali, e noi gli rispondiamo in base a questo percepire la sua volontà. Se questa comunicazione è interrotta, le nostre scelte giuste (dettate dal rispondere alla volontà di Dio) possono essere trascurate. Prevarranno allora altre comunicazioni (e se non vengono da Dio, da chi verranno? – Mt 5:37) in base a cui prenderemo altre decisioni e faremo altre scelte.

   Dall’esperienza interiore della gioia o della desolazione impariamo a discernere, e quindi a decidere secondo Dio. Se analizziamo attentamente le nostre scelte, ci accorgiamo che seguono questo andamento. Le nostre scelte giuste sono decisioni prese a partire da ciò che Dio ci ha fatto sentire e dall’esperienza che ne abbiamo fatto. Anche la decisione – proprio come il discernimento – viene coltivata durante la lectio divina.

      Azione. Questo aspetto consiste nel mettere in pratica il frutto di tutte le altre tappe descritte sopra. Se ci impegniamo nella lectio divina non è per ricevere la forza di mettere in pratica ciò che abbiamo deciso (sebbene poi questa forza ci venga), ma per capire meglio  – attraverso la Scrittura – come dobbiamo rispondere a Dio con il nostro modo di vivere. L’agire segue l’essere. La lectio divina cerca di dar forma al nostro essere. L’azione riguarda soprattutto le scelte di vita e il modo di portare avanti queste scelte. Naturalmente, dobbiamo tenere presente che una scelta non è sempre una cosa privata tra noi e Dio; può essere una scelta che ha conseguenze su altri.

   L’azione è il frutto maturo di tutto il cammino. La lectio (la lettura della Scrittura) e l’azione (l’agire), perciò, non sono affatto due binari paralleli. Non leggiamo la Scrittura per avere la forza di compiere quello che abbiamo deciso. Piuttosto, leggiamo e meditiamo affinché sgorghino prima queste decisioni e affinché la forza consolatrice dello spirito santo ci aiuti a mettere in pratica le scelte fatte. Non si tratta – come spesso si pensa – di pregare di più per agire meglio, ma di pregare di più e meglio per capire ciò che dobbiamo fare e per poterlo fare bene a partire dalla scelta interiore.

La lectio divina

   La lectio divina deve essere lenta, una lenta assimilazione del testo biblico. La lectio divina deve essere disinteressata. La lectio divina è una lettura impegnata in cui ci si sente realmente e direttamente coinvolti. La lectio divina è una lettura solitaria, un rapporto personalissimo tra la sacra pagina e noi. Per riuscire occorre sforzo continuo, impegno, esercizio. C’è un legame tra lectio, preghiera e ascesi. Occorre preparazione anche alla preghiera e alla lectio: una preparazione profonda che comprende tutta la vita, uno sforzo di coerenza alla propria chiamata. Va evitata l’ansia e la dissipazione di quanto si fa. Occorre stabilite pace e silenzio in noi stessi, oltre che all’esterno. Tutto ciò non è sempre così facile, e soprattutto non è affatto scontato. Dobbiamo fare i conti con le situazioni concrete della vita e della nostra natura umana. È però necessario pensare a una dimensione maggiormente contemplativa della vita: la dimensione vera in cui Dio si fa presente. Per arrivare a quell’atmosfera in cui sia possibile una proficua lectio divina bisogna recuperare il valore dei momenti di solitudine, di silenzio, di una vita nascosta in Dio (Col 3:3). Se si prova a dare spazio allo spirito, se ci si pone con semplicità e umiltà davanti a Dio, tutto appare molto più vero e bello. Bisogna farne l’esperienza, sia pure nello sforzo e nell’aridità iniziali. La vita spirituale è questa. Occorre trovare il tempo per attendere quotidianamente alla lectio divina. “L’uomo non vive soltanto di pane, ma vive di tutto quello che procede dalla bocca del Signore” (Dt 8:3: cfr. Mt 4:4). L’uomo non vive solo di pane, eppure quel pane (inteso come pasto) lo si prende più volte al giorno, tutti i giorni. La lectio divina non dovrebbe essere da meno: dovrebbe essere quotidiana. Ogni giorno dovremmo meditare le parole del nostro Dio, conoscere il suo pensiero, fare un’umile e commovente esame di coscienza personale di fronte a Lui.

   Dove porta questa esperienza? Se non ci limitiamo semplicemente a conoscere (in senso occidentale, con lo studio intellettuale) le Scritture, ma se vogliamo davvero conoscere (in senso biblico, facendone esperienza) la parola di Dio, se ci sentiamo personalmente interpellati, allora faremo un’esperienza indimenticabile. Basta farla una volta perché si radichi nella nostra vita e continui ad attrarci. Se accade è perché la parola di Dio ci ha toccato dentro. Se ci tocca dentro è perché abbiamo risposto ad una chiamata e non possiamo che dire: “Parla, Signore, poiché il tuo servo ascolta”. – 1Sam 3:9.

   Si tratta di imparare ad ascoltare Dio nelle pagine della Sacra Scrittura, dove Dio parla ancor oggi alle persone. Quando si comprende che la Bibbia parla di noi a noi, s’inizia quella comunione con Dio che non cesserà più. “Una volta che si comincia a camminare con Dio, si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata”. – Esther Hillesum, Diario.