Il perdono dei peccati

“Gesù Cristo, il giusto. Egli è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Gv 2:1,2). Questa verità è alla base del perdono dei peccati.

    La Bibbia afferma molto chiaramente che “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Rm 3:23, TNM). “Tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato, com’è scritto: «Non c’è nessun giusto, neppure uno. Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, no, neppure uno»”. – Rm 3:9-12.

   Questa verità, che cioè tutti siamo peccatori, è evidenziata da Yeshùa quando un’adultera fu portata davanti a lui per essere lapidata. Agli accusatori Yeshùa disse: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (Gv 8:7). “Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi” (Gv 8:9). Yeshùa – e solo lui – poté lanciare quella sfida “poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato”. – Eb 4:15.

   Usando l’“io” psicologico, l’“io” che appartiene a ogni essere umano, Paolo descrive stupendamente il conflitto tra la parte di noi che ci spinge al bene (e che lui chiama persona interiore) e la parte di noi che ci fa agire in combutta con le peggiori passioni (e che lui chiama persona esteriore):

“Ciò che faccio, io non lo capisco: infatti non faccio quello che voglio, ma faccio quello che odio. Ora, se faccio quello che non voglio, ammetto che la legge è buona; allora non sono più io che lo faccio, ma è il peccato che abita in me. Difatti, io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene; poiché in me si trova il volere, ma il modo di compiere il bene, no. Infatti il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio. Ora, se io faccio ciò che non voglio, non sono più io che lo compio, ma è il peccato che abita in me. Mi trovo dunque sotto questa legge: quando voglio fare il bene, il male si trova in me. Infatti io mi compiaccio della legge di Dio, secondo l’uomo interiore, ma vedo un’altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e mi rende prigioniero della legge del peccato che è nelle mie membra”. – Rm 7:15-23.

   Che solamente Dio abbia il potere di perdonare i peccati lo sapevano anche i presuntuosi giudei che accusavano Yeshùa. Quando sentirono il rabbi di Nazaret dire a un paralitico: “I tuoi peccati ti sono perdonati”, insorsero esclamando: “Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?”. – Mr 2:5,7.

   Paolo, dopo aver segnalato la doppia personalità che è dentro ciascuno di noi, pone una domanda carica di preoccupazione: “Chi mi libererà da questo corpo di morte?”, domanda cui risponde lui stesso: “Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore” (Rm 7:24,25). Per quanto bene noi possiamo compiere, non riusciremo mai a salvare noi stessi dal peccato con le nostre sole capacità. Il perdono e la salvezza non sono né possono essere, dunque, frutto di opere umane. È solo Dio che può salvarci con il suo amore, la sua bontà e la sua misericordia. È per questo che Paolo afferma con decisione e vigore: “È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti”. – Ef 2:8,9.

   Dio, nel suo amore e nella sua bontà, ha affidato a Yeshùa il potere di perdonare i peccati. Quando i giudei contestarono a Yeshùa la sua facoltà di perdonare i peccati, Yeshùa disse: “Affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati, io ti dico», disse al paralitico, «àlzati, prendi il tuo lettuccio, e vattene a casa tua». Ed egli si alzò e, preso subito il lettuccio, se ne andò via in presenza di tutti; sicché tutti si stupivano e glorificavano Dio, dicendo: «Una cosa così non l’abbiamo mai vista»” (Mr 2:10-12). Yeshùa, nella sua ultima cena, poté annunciare: “Questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati”. – Mt 26:28.

    La lotta contro il male è stata vinta da Yeshùa ubbidendo fino alla morte infamante su una croce. Yeshùa ha dato “la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Mr 10:45), per cui i credenti possono ben dire di essere stati acquistati da Dio, “sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro” sono “stati riscattati dal vano modo di vivere … ma con il prezioso sangue di Cristo” (1Pt 1:18,19). “Egli è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo”. – 1Gv 2:2.

   In Mr 2:10, come abbiamo appena visto, Yeshùa dichiara: “Sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati”, e la folla rimase stupita. Tuttavia, nel passo parallelo di Mt 9:8, troviamo una modifica: “La folla fu presa da timore e glorificò Dio, che aveva dato tale autorità agli uomini”. Può anche darsi che il plurale “agli uomini” faccia parte dello stile mattaico, che spesso usa il plurale al posto del singolare. Si potrebbe però immaginare che Matteo pensasse al potere di perdonare i peccati che Yeshùa lasciò in eredità a tutti i discepoli che compongono la sua chiesa. Ciò è detto chiaramente in Gv 20:23 da Yeshùa stesso: “A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti”. Sembrerebbe – a prima vista – che qui venga affermato il potere assolutorio conferito alla chiesa. Non si deve però fare l’errore di leggere la Scrittura da un punto di vista postumo, avendo in mente il credo attuale di qualche religione. Il plurale passivo “saranno perdonati” e “saranno ritenuti” è un modo semitico di riferirsi a Dio senza nominarlo, giacché i giudei cercavano di pronunciare il nome di Dio meno possibile, per scrupolo di coscienza. Si deve leggere quindi con il senso di ‘a chi perdonerete i peccati, Dio li perdonerà; a chi li riterrete,  Dio li riterrà’. Specificato ciò, a una prima lettura si avrebbe l’impressione che nel passo venga affermato il potere di assolvere dai peccati dato a certi uomini; compiere il passo successivo, pensando ai sacerdoti cattolici, è passo breve. Tuttavia, la domanda da porci è: come la prima chiesa e gli apostoli attuò tale remissione dei peccati?

    L’esame biblico porta a una scoperta stupefacente: i primi discepoli compirono il loro dovere attraverso la predicazione, suscitando la fede in Yeshùa, il pentimento dei peccati e la conversione, con l’atto finale dell’immersione battesimale. È così che i primi discepoli applicarono – per volere di Dio – gli effetti salvifici della morte e risurrezione di Yeshùa alle singole persone. Ciò è comprovato da At 2:38: “Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati”. Ciò è ancora più chiaro nel testo originale della Bibbia.

 

Gv 20:23

At 2:38

τινων φτε τὰς ἁμαρτίας φωνται αὐτοῖς

tinon afète tàs amartìas afèontai autòis

βαπτισθήτω ἕκαστος ὑμῶν ἐν τῷ ὀνόματι Ἰησοῦ

baptisthèto èkastos ymòn en tò onòmati Iesù

Χριστοῦ εἰς φεσιν τῶν ἁμαρτιῶν

Cristù eis àfesin tòm amartiòn

Di coloro [a cui] abbiate rimesso i peccati sono stati rimessi

Sia battezzato ciascuno di voi in il nome di Yeshùa consacrato per [la] remissione dei peccati

Verbo ἀφίημι (afìemi): lasciare andare, cancellare un debito, perdonare, non tenere più conto, rimettere.

   A tale predicazione che porta alla conversione (cambiamento di mentalità e di ideali), sigillata con il battesimo come simbolo visibile del sentimento interiore e della morte-risurrezione, sono invitati tutti i discepoli, ma in particolare gli apostoli. Lo dice Paolo ai corinti: “Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio. Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui”. – 2Cor 5:20,21.

    Che tale missione sia stata assegnata alla comunità dei discepoli, appare da un confronto con i sinottici, facendoci comprendere che le parole di Yeshùa risorto in Gv 20:23 (“A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti”) hanno a che fare con il battesimo.

Gv 20:21-23

Mt 28:18-20

Mr 16:15,16

Lc 24:46,47

“Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi». Detto questo, soffiò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti»”

“E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate”

“E disse loro: «Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato»”

“Così è scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno, e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme”

 

  Questo concetto riappare nel discorso di Paolo ad Antiochia di Pisidia:

“Vi sia dunque noto, fratelli, che per mezzo di lui vi è annunciato il perdono dei peccati; e, per mezzo di lui, chiunque crede è giustificato di tutte le cose”. – At 13:38,39.

   Non ci sono quindi dubbi che il perdono dei peccati avviene con il battesimo dopo che si è accolta la predicazione. Chiarito ciò, rimane una domanda: Per gli eventuali peccati commessi da chi è già stato battezzato, cosa dice la Scrittura?

   I discepoli della prima chiesa avevano un’idea molto alta della santità. La prima chiesa aveva molto a cuore quanto detto in Lv 11:44: “Io sono il Signore, il vostro Dio; santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo”. Lo ricorda e lo raccomanda caldamente Pietro: “Come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta, poiché sta scritto: «Siate santi, perché io sono santo»” (1Pt 1:15). Paolo dice che “Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile” (Ef 5:25-27). La prima chiesa formata dai discepoli di Yeshùa aveva davanti a sé il triste spettacolo di Israele che aveva fallito; ora sorgeva il popolo del nuovo patto su cui era sceso lo spirito santo. “Questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate” (1Ts 4:3), scrive ancora Paolo. E Giovanni arriva a dire, in 1Gv 3:9, qualcosa di ben più forte dell’addolcito “chiunque è stato generato da Dio non pratica il peccato” di TNM e dell’equivoco “non persiste nel commettere peccato” di NR; Giovanni dice letteralmente: “Ognuno che è nato dal Dio peccato non fa perché seme di lui in lui rimane e non può peccare perché dal Dio è nato” (traduzione letterale dal greco). Proprio Giovanni, che è il cantore dell’amore di Dio, parla di “un peccato che conduce a morte”, aggiungendo: “Non è per quello che dico di pregare”. – 1Gv 5:16.

   Accanto a questo volto della prima chiesa che cerca la santità irreprensibile, ve n’è un altro che è consapevole che la comunità dei credenti è formata da persone imperfette. Ci sono dei peccati che non presentano una gravità tale da meritare la morte; sono i peccati in cui cade quotidianamente anche chi intende fare la volontà di Dio. Tali peccati sono riconosciuti anche da Giovanni: “Figlioletti miei, vi scrivo queste cose affinché non commettiate peccato. Eppure, se qualcuno commette peccato, abbiamo un soccorritore presso il Padre, Gesù Cristo, il giusto” (1Gv 2:1, TNM). Si tratta, per dirla con le parole dello stesso Giovanni, di “peccato che non conduca a morte” (1Gv 5:16). In questi casi come ci si deve comportare? Qual è il percorso indicato dalla Scrittura? Vediamo i passi da compiere.

La non fraternità con il peccatore, affinché si ravveda

   In 2Ts 3:6 Paolo stabilisce: “Fratelli, vi ordiniamo nel nome del nostro Signore Gesù Cristo che vi ritiriate da ogni fratello che si comporta disordinatamente e non secondo l’insegnamento che avete ricevuto da noi”; e, al v. 14: aggiunge: “E se qualcuno non ubbidisce a ciò che diciamo in questa lettera, notatelo, e non abbiate relazione con lui, affinché si vergogni”. Questa disposizione può essere presa come norma di principio per tutti i colpevoli che possono divenire un cattivo esempio per l’intera comunità. Nello specifico, qui si tratta di alcuni oziosi di Tessalonica (la moderna Salonicco, in Grecia) che attendevano il ritorno di Yeshùa (da loro ritenuto imminente) senza far niente, non volendo neppure lavorare, contro i suggerimenti dello stesso Paolo. Da costoro, afferma l’apostolo delle genti, occorre ritirarsi e non avere relazione con loro. Non si tratta però di espulsione o scomunica, perché chi è trattato così rimane pur sempre un fratello: “Non consideratelo un nemico, ma ammonitelo come un fratello” (2Ts 3:15). Di questa temporanea interruzione delle relazioni sociali, i primi discepoli di Yeshùa ne risentivano molto, perché nel primo secolo si riunivano in piccoli raggruppamenti (congregazioni) in cui la solidarietà era molto viva.

   Lo stesso comportamento è suggerito da Giovanni verso quegli eretici che insegnavano dottrine diverse da quella conforme all’insegnamento di Yeshùa: “Se qualcuno viene a voi e non reca questa dottrina, non ricevetelo in casa e non salutatelo. Chi lo saluta, partecipa alle sue opere malvagie” (2Gv 10,11). Non si faccia qui l’errore di intendere il saluto alla maniera occidentale, come fanno certi gruppi religiosi che trattano disumanamente e crudelmente i loro apostati. Qui si tratta del saluto orientale, molto caloroso e coinvolgente, ricco d’effusioni d’amore, e che includeva anche una benedizione come augurio.

   Con l’eretico il tono si fa duro: “Ammonisci l’uomo settario una volta e anche due; poi evitalo; sapendo che un tal uomo è traviato e pecca, condannandosi da sé” (Tit 3:10,11). “L’uomo settario” – che per TNM, che ama i lunghi giri di parole, diventa “uomo che promuove una setta” – è nel testo biblico αἱρετικὸν ἄνθρωπον (airetikòn ànthtopon), “eretica persona”; l’aggettivo αἱρετικός (airetikòs) indica uno “che sceglie” (dal verbo αἱρετίζω, airetìzo, “scegliere”), quindi qualcuno che sceglie alcune vedute a scapito della verità, causando divisioni nella comunità. Sebbene la lettera che contiene questa disposizione sia rivolta direttamente a Tito, fa pur parte della Bibbia e se ne ricava una norma di principio valida per la comunità intera. Qui non si parla più dell’eretico come di un fratello, non viene detto di ‘ammonirlo come un fratello’ (2Ts 3:15). Ma non si tratta neppure di espulsione, perché questo tale “è traviato e pecca, condannandosi da sé” (Tit 3:11). Neppure Giovanni vuole che si saluti l’eretico, perché “chi lo saluta, partecipa alle sue opere malvagie” (2Gv 11). Va ripetuto che non si tratta del saluto come si usa oggi ma del saluto orientale, ricco d’effusioni che mostravano la piena solidarietà con il fratello. Si comprende allora come con un tale saluto si mostrasse sostegno, accordo, consenso e unione in piena fratellanza con le opere malvagie del trasgressore. E si comprende anche come togliere il saluto odierno, che tutti rivolgiamo per educazione perfino agli estranei, sia solo un trattamento disumano e spietato.

La riammissione dei peccatori pentiti

   La Scrittura non dice chiaramente in quale modo i peccatori rimossi dalla comunione fraterna vi venivano riammessi. Possiamo però trarre qualcosa da un inciso di Paolo: “Basta a quel tale la punizione inflittagli dalla maggioranza” (2Cor 2:6). Paolo esorta: “Ora, al contrario, dovreste piuttosto perdonarlo e confortarlo, perché non abbia a rimanere oppresso da troppa tristezza” (v. 7). Sembra che si possa dedurre che fosse la comunità stessa a riaccogliere quelli che prima aveva espulso, a patto che si fossero ricreduti.

“Consegnati a satana”

   In due passi paolini appare l’espressione παραδιδόναι τῷ σατανᾷ (paradidònai tò satanà), “dare nelle mani/in balìa/in potere di satana”.

   Così nel caso dei due eretici Imeneo e Alessandro, che negavano la risurrezione del corpo e insegnavano che era già avvenuta nella rinascita interiore attuatasi nel battesimo: “Hanno fatto naufragio quanto alla fede. Tra questi sono Imeneo e Alessandro, che ho consegnati a Satana affinché imparino a non bestemmiare” (1Tm 1:19,20). In 2Tm 2:17,18 si parla di “Imeneo e Fileto, uomini che hanno deviato dalla verità, dicendo che la risurrezione è già avvenuta, e sovvertono la fede di alcuni”. Si noti che Paolo dice: “[Io] ho consegnati a Satana”. Si tratta quindi di un’azione esclusivamente apostolica. Secondo i dati biblici non fu mai attuata da altri, neppure dalla chiesa. Questo potere di dare un balìa di satana è riservato all’apostolo, tanto che non può essere svolto neppure da Timoteo a cui Paolo scrive; tantomeno, quindi, dalla congregazione.

   Allo stesso modo nell’altro caso, che riguarda l’incestuoso di Corinto: “Quanto a me, assente di persona ma presente in spirito, ho già giudicato, come se fossi presente, colui che ha commesso un tale atto. Nel nome del Signore Gesù, essendo insieme riuniti voi e lo spirito mio, con l’autorità del Signore nostro Gesù, ho deciso che quel tale sia consegnato a Satana, per la rovina della carne, affinché lo spirito sia salvo nel giorno del Signore Gesù” (1Cor 5:3-5). Anche qui l’azione di consegnare a satana è presa dall’apostolo sotto diretta responsabilità personale.

   Si tratta di una scomunica, di una espulsione dalla congregazione. Ciò sulla base di Dt 17:7: “Toglierai via il male di mezzo a te”, che Paolo cita in 1Cor 5:13: “Togliete il malvagio di mezzo a voi stessi”.

   Che cosa significano le parole “per la rovina della carne” (1Cor 5:5)? Alcuni studiosi vi vedono la condanna a morte, come nel caso di Anania e Saffira (At 5); altri pensano a una punizione fisica eseguita da satana nel cui potere è dato il colpevole. Anziché cercare spiegazioni razionali con mentalità odierna, è meglio rifarsi all’idea semitica soggiacente che vede il mondo diviso in due campi: quello divino e quello satanico. Nella nuova visuale della fede in Yeshùa, il campo divino è affidato a Yeshùa che protegge la sua chiesa. Chi non è protetto da Yeshùa è sotto la schiavitù satanica, essendo oppresso con malattie o possessioni demoniche. Così riguardo a “Iezabel, quella donna che si dice profetessa e insegna e induce i miei servi a commettere fornicazione, e a mangiare carni sacrificate agli idoli. Le ho dato tempo perché si ravvedesse, ma lei non vuol ravvedersi della sua fornicazione. Ecco, io la getto sopra un letto di dolore, e metto in una grande tribolazione coloro che commettono adulterio con lei, se non si ravvedono delle opere che ella compie” (Ap 2:20-22). Coloro che sono in potere di satana, sono a lui legati essendo “nel laccio del diavolo” (1Tm 3:7; cfr. 2Tm 2:26; 1Tm 6:9; 2Pt 2:20); “Satana aveva tenuto legata per ben diciotto anni” la povera paralitica guarita da Yeshùa (Lc 13:16). Paolo, espellendo l’incestuoso di Corinto, gli toglie la protezione di Yeshùa dandolo così in mano a satana, che lo può quindi torturare con malattie o possessioni. Già da prima che intervenisse Paolo, ad ogni modo, la stessa chiesa avrebbe dovuto espellere quell’incestuoso che non vi vergognava neppure di convivere con la sua stessa matrigna: “Siete anche pieni di superbia! Dovreste invece essere pieni di tristezza e allontanare da voi chi commette un tale misfatto”. – 1Cor 5:2, PdS.

   Va però ricordato che anche in questi casi i provvedimenti attuati dall’apostolo Paolo non sono dettati dalla voglia di punire, ma sempre dal desiderio di salvare il colpevole. Costui, mortificato dalla malattia e dai fratelli che più non lo accolgano con il saluto orientale particolarmente caldo e caloroso, dovrebbe essere indotto a riconoscere il proprio torto e quindi a tornare a Dio potendosi di nuovo sotto la protezione di Yeshùa.