La persona spirituale e il suo prossimo

La nuova vita che il credente abbraccia accettando Yeshùa ed entrando a far parte del popolo di Dio è connotata da ciò che è espresso in una parola molto semplice quanto grandiosa: amore. È l’amore, infatti, che include e perfeziona tutti i comandamenti antichi: “Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge”. – Rm 13:8.

   “L’amore non fa nessun male al prossimo; l’amore quindi è l’adempimento della legge” (Rm 13:10). Non mancano, è vero, persone totalmente prive di fede che pur si amano tra loro. Madri miscredenti amano incondizionatamente i loro figli e si sacrificano per il loro bene; persone agnostiche ma filantrope fanno un gran bene all’umanità. Ma non siano ancora all’amore veramente biblico, perché quest’ultimo tipo di amore non è mosso da sentimenti o motivi umani, ma dall’amore di Dio e dall’imitazione di Yeshùa.

“Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo. In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri”. – 1Gv 4:7-11.

   Cerchiamo ora di esaminare in concreto come il credente che vuol divenire maturo può adempiere il suo obbligo d’amore sia verso Dio, sia verso coloro che ancora non credono e sia verso i suoi fratelli e le sue sorelle in fede.

L’amore del credente verso i non credenti

   Il bambino e la bambina che crescono e si sviluppano allargano sempre più l’orizzonte dei loro interessi. Dapprima riconoscono e amano solo chi li accarezza, li accudisce, li allatta, si prende cura di loro. Crescendo, inizieranno ad avere interesse per i compagni di giochi e poi di scuola. Preferiranno allora giocare spesso con i coetanei, piuttosto che rimanere sempre con i genitori. Man mano che la loro intelligenza progredisce, i loro interessi si estenderanno al posto in cui vivono, prima alla propria città, poi alla propria nazione e infine all’intero universo. Si sentiranno cittadini del mondo. Un progresso simile si verifica nel credente che cresce spiritualmente. Dalla sua chiesa locale il suo orizzonte spazia oltre il gruppo e si dedica a quelli di fuori per recar loro la buona notizia della salvezza. Paolo, indubbiamente molto progredito nel suo spirito, uscì dal circolo chiuso della nazione giudaica, in cui alcuni volevano incatenare la nuova Via, per portare la buona notizia fino agli estremi confini del mondo allora conosciuto: “Ora, non avendo più campo d’azione in queste regioni, e avendo già da molti anni un gran desiderio di venire da voi, quando andrò in Spagna, spero, passando, di vedervi e di essere aiutato da voi a raggiungere quella regione, dopo aver goduto almeno un po’ della vostra compagnia”. – Rm 15:23,24.

   I credenti maturi non se ne stanno seduti ad attendere che qualche non credente, spinto dalla curiosità, faccia domande. Piuttosto, prendono essi stessi l’iniziativa di parlare della loro speranza di fede, usando i mezzi adatti che ciascuno ha: contatti personali sul luogo di lavoro, conversazioni individuali e così via. Chi è maturo spiritualmente parla di Yeshùa anche con il suo stesso comportamento quotidiano. Imita Yeshùa che “cominciò a fare e a insegnare” (At 1:1). Si noti: prima a fare, poi a insegnare.

   Riguardo all’evangelizzazione troviamo in Lc 10:4 un comando che a prima vista suona alquanto strano: “Non salutate nessuno per via”. Di certo Yeshùa non ci insegna a trascurare la buona educazione e a non rispondere al saluto. Infatti, Yeshùa stesso insegnò a salutare chi avrebbe dato ospitalità ai discepoli: “Quando entrerete nella casa, salutate” (Mt 10:12). Per comprendere cosa intendeva Yeshùa dobbiamo conoscere gli usi e i costumi orientali. Gli ebrei perdevano un sacco di tempo in convenevoli e saluti: si abbracciavano, si tiravano la barba, si domandavano l’un l’altro notizie di parenti e amici, chiacchieravano a lungo raccontandosi notizie. Il motto americano che “il tempo è denaro” sarebbe stato per loro incomprensibile e inaccettabile. Fino a non molto tempo fa gli arabi, avvolti dai loro turbanti, per acquistare il biglietto per un trasposto impiegavano considerevole tempo: domandavano al bigliettaio notizie della sua salute e della sua famiglia, e solo alla fine chiedevano il biglietto, non prima di aver tentato di contrattare sul prezzo. Yeshùa, quindi, con la sua proibizione di salutare qualcuno per via mentre si evangelizza, voleva suggerire ai discepoli l’urgenza di predicare. Il Regno di Dio è vicino!

   Il credente maturo usa amore e delicatezza nei suoi contatti con persone che non hanno ancora fede, adeguandosi il più possibile ai loro usi e alla loro mentalità.

   Delicatezza. Quando più il credente diviene spirituale, tanto più è delicato con chi ancora non crede. Non vanta se stesso né umilia gli altri. Non insiste troppo – a meno che non gli venga richiesto – sui punti di contrasto e di divisione, ma si sofferma su ciò che unisce e sulla parte positiva che conduce a Yeshùa e alla salvezza. Il resto verrà da sé. Egli non risparmia gli elogi per ciò che vi è di bene nel suo interlocutore e sa riconoscere le sue virtù. Paolo ci offre in ciò un esempio quando ad Atene, prendendo lo spunto dai numerosi altari pagani che lì c’erano, elogiò la religiosità degli ateniesi, predicando loro il Dio sconosciuto che essi adoravano senza saperlo.

“Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: «Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio”. – At 17:22,13.

   Anche noi, riferendoci alle infinite statue cattoliche potremmo elogiare la devozione e la brama d’aiuto che i cattolici mostrano, e perfino l’umiltà che mostrano nell’appoggiarsi a presunte entità divine che esse ritengono potenti. Prendendo lo spunto da ciò, potremmo mostrare che tutto quanto essi bramano possono già trovarlo in Yeshùa che è nostro fratello e nostro avvocato presso Dio. – Cfr. 1Gv 2:1.

   Abbiamo in Yeshùa un esempio di delicatezza nell’elogiare il buono, anche se poco, invece di rimproverare il male. Lo vediamo nel caso della samaritana al pozzo. Yeshùa aveva di fronte una povera donna con il trascorso di una vita irregolare e legata ad un uomo che non era suo marito. Invece di rimproverarla, Yeshùa suscita in lei il desiderio dell’acqua viva che solo lui sa donare. Il resto sarebbe venuto da sé con la sua conversione e con il suo progresso spirituale. Solo incidentalmente le dice: “‘Va’ a chiamare tuo marito e vieni qua’. La donna gli rispose: ‘Non ho marito’. E Gesù: ‘Hai detto bene: Non ho marito; perché hai avuto cinque mariti; e quello che hai ora, non è tuo marito; in questo hai detto la verità’” (Gv 4:16-18). Quale delicatezza in Yeshùa! E che differenza con la morbosità  con cui spesso ricerchiamo i difetti altrui per sbandierarli ai quattro venti e umiliare. Più che portare la buona notizia, a volte sembriamo d’essere contenti di respingere le persone. E non ci rendiamo conto che così facendo potremmo impedirle, forse per sempre, proprio con la nostra attitudine sbagliata.

   Va da sé che la vita del vero credente debba essere ben diversa da quella dei non credenti per ciò che riguarda il peccato e la religione. Per il resto, però, occorre amalgamarsi il più possibile con le condizioni dell’ambiente in cui predichiamo. Paolo ci dà una norma ben precisa per meglio riuscire nella predicazione:

“Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti, per guadagnarne il maggior numero; con i Giudei, mi sono fatto giudeo, per guadagnare i Giudei; con quelli che sono sotto la legge, mi sono fatto come uno che è sotto la legge (benché io stesso non sia sottoposto alla legge), per guadagnare quelli che sono sotto la legge; con quelli che sono senza legge, mi sono fatto come se fossi senza legge (pur non essendo senza la legge di Dio, ma essendo sotto la legge di Cristo), per guadagnare quelli che sono senza legge. Con i deboli mi sono fatto debole, per guadagnare i deboli; mi sono fatto ogni cosa a tutti, per salvarne ad ogni modo alcuni. E faccio tutto per il vangelo, al fine di esserne partecipe insieme ad altri”. – 1Cor 9:19-23.

   La stessa presentazione della verità deve essere graduata saggiamente alla capacità di comprensione di chi ascolta. Se lo trascuriamo, potrebbe accadere come a chi, abituati gli occhi alla penombra, si trovi di fronte a una sorgente eccessiva di luce: invece di vedere meglio, non ci vede più del tutto. Graduando la verità, chi ci ascolta progressivamente sarà capace di comprendere e assimilare.

   Nella nostra predicazione possiamo anche andare alla ricerca delle occasioni. Yeshùa, per condurre le persone alla fede, sfruttò spesso la loro curiosità. Allo strozzino che si era arrampicato su un sicomoro per vederlo passare, dice: “Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua” (Lc 19:5). Per aver colto quell’occasione, la conseguenza fu che quel peccatore disse a Yeshùa: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo” (v. 8). “Gesù gli disse: ‘Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d’Abraamo; perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto’” (Lc 19:9,10). Yeshùa seppe cogliere anche le occasioni di malattia per recare la salvezza. Un paralitico lo cerca e per raggiungerlo si fa calare con grande fatica dal tetto nel cortile in cui il Maestro sta parlando attorniato da una gran folla di uditori. Prima Yeshùa gli dice: “I tuoi peccati ti sono perdonati”, poi lo guarisce, ma solo come prova del perdono dei peccati. – Mr 2:1-12.

   A imitazione di Yeshùa, anche il credente maturo sa sfruttare la curiosità del prossimo, gli sconforti, l’amarezza, il dolore di chi incontra per presentargli l’unico vero amico che mai tradisce, cioè Yeshùa. Non si tira neppure indietro quando è richiesto il suo impegno anche finanziario, stampando e distribuendo a sue spese materiale biblico o forse aprendo siti su Internet per far conoscere il messaggio di salvezza. Ci sono nel mondo tantissime persone sincere che ricercano la verità e che possiamo raggiungere, anche se costa fatica e denaro. Il credente maturo è convinto che ciò che offre a Dio è offerto a un Banchiere che non fallisce mai e con la sua provvidenza aiuta i suoi.

“Chi semina scarsamente mieterà altresì scarsamente; e chi semina abbondantemente mieterà altresì abbondantemente. Dia ciascuno come ha deliberato in cuor suo; non di mala voglia, né per forza, perché Dio ama un donatore gioioso. Dio è potente da far abbondare su di voi ogni grazia, affinché, avendo sempre in ogni cosa tutto quel che vi è necessario, abbondiate per ogni opera buona”. – 2Cor 9:6-8.

“Colui che fornisce al seminatore la semenza e il pane da mangiare, fornirà e moltiplicherà la semenza vostra e accrescerà i frutti della vostra giustizia. Così, arricchiti in ogni cosa, potrete esercitare una larga generosità, la quale produrrà rendimento di grazie a Dio per mezzo di noi”. – 2Cor 9:10,11.

   Nel compiere il nostro dovere di predicare, non dobbiamo però credere di operare il bene perché abbiamo conoscenza della Bibbia e perché siamo capaci di controbattere alle obiezioni altrui. Non dobbiamo confidare nell’apparente successo, nella quantità di persone che ci ascoltano, nel seguito che una nostra iniziativa può avere. L’opera più duratura non avviene nel clamore ma nel silenzio, nel flebile sussurro divino che parla all’interiorità delle persone che Dio chiama.

“Il Signore passò. Un vento forte, impetuoso, schiantava i monti e spezzava le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. E, dopo il vento, un terremoto; ma il Signore non era nel terremoto. E, dopo il terremoto, un fuoco; ma il Signore non era nel fuoco. E, dopo il fuoco, un mormorio di vento leggero. Quando Elia lo udì, si coprì la faccia con il mantello, andò fuori, e si fermò all’ingresso della spelonca”. – 1Re 19:11-13.

   Fu appunto in quel leggero mormorio che la voce divina si fece udire. Tutto ciò che possiamo fare nel predicare è utile, ma la parte principale è la benedizione divina.

“Io ho piantato, Apollo ha annaffiato, ma Dio ha fatto crescere; quindi colui che pianta e colui che annaffia non sono nulla: Dio fa crescere!”. – 1Cor 3:6,7.

“Se il Signore non costruisce la casa,

invano si affaticano i costruttori;

se il Signore non protegge la città,

invano vegliano le guardie”. – Sl 127:1.

   La benedizione divina si ottiene con la preghiera, con tanta preghiera.

L’amore del credente verso i suoi fratelli e le sue sorelle in fede

   Il credente spiritualmente maturo, vedendo Yeshùa nei suoi fratelli, non si lascia condizionare da simpatia o antipatia, non si lascia guidare da doti di bellezza, di bontà e di intelligenza che uno possiede. Ovviamente non è proibito provare maggiore armonia con qualcuno, così come Yeshùa aveva tra gli apostoli “il discepolo preferito” (Gv 19:26, PdS). Ma tale speciale consonanza non è mai a scapito di altri e non impedisce l’amore e la comprensione verso tutti. Chi invece si attacca a qualcuno più che a un altro discriminando, chi si lega a un predicatore o ministro creando partiti e divisioni (come facevano alcuni credenti a Corinto), mostra di essere assai immaturo. “Infatti, dato che ci sono tra di voi gelosie e contese, non siete forse carnali e non vi comportate secondo la natura umana?”. – 1Cor 3:3.

   Yeshùa si identifica nei credenti, i quali costituiscono il suo stesso corpo. “Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?” (1Cor 6:15). Ciò che viene fatto al minimo dei fratelli, Yeshùa lo ritiene fatto a lui stesso: “In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me” (Mt 25:40). Paolo, quando perseguitava la chiesa, offendeva Yeshùa stesso:

“‘Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?’. Egli domandò: ‘Chi sei, Signore?’. E il Signore: ‘Io sono Gesù, che tu perseguiti’”. – At 9:4,5.

   Sta proprio qui il nucleo della dottrina paolina che la chiesa è il corpo di Yeshùa e che i suoi discepoli sono innestati a lui. Il credente maturo vede appunto Yeshùa nei suoi fratelli. Amandoli, ama Yeshùa. Aiutandoli, aiuta Yeshùa. “Tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me!”. – Mt 25:40, PdS.

    Chi è maturo sa sopportare con pazienza i difetti altrui. Non chiude certo gli occhi di fronte al male, ma proprio perché può vederlo si avvicina ancora di più al fratello debole per aiutarlo a migliorare con i consigli della Scrittura e con la preghiera. Così faceva Paolo che ai tessalonicesi scriveva: “Notte e giorno preghiamo intensamente di poter vedere il vostro volto e di colmare le lacune della vostra fede”. – 1Ts 3:10.

   Per fare tutto ciò, il credente maturo, prima di giudicare il prossimo, scruta se stesso e il tal modo stima gli altri più di sé: “Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso”. – Flp 2:3; cfr. Mt 7:3-5.

   Con tale progresso interiore il credente sopporta con facilità i torti ricevuti dai fratelli, saluta chi non lo saluta, va per primo a trovare chi gli ha fatto del male, cerca per quanto sta in lui di vivere in armonia e in pace con tutti. “Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini”. – Rm 12:18; cfr. Ef 4:1-3.

   Ci è richiesto di avere compassione verso i fratelli. “Compassione”, nel suo senso etimologico originario, significa avere i medesimi sentimenti altrui: com-patire, sentire con, sentire insieme. “Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono. Abbiate tra di voi un medesimo sentimento” (Rm 12:15,16). I discepoli di Yeshùa sono membra di un corpo unico. Ora, le membra non solo hanno funzioni diverse che cooperano al funzionamento più adeguato dell’organismo, ma s’aiutano a vicenda in caso di bisogno. “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui” (1Cor 12:26). Il credente maturo gioisce quando qualcosa riesce bene al fratello, anziché essere roso dall’invidia; è pronto a intervenire ogni volta che con il suo aiuto, materiale o spirituale, può lenire le ferite di chi soffre. Sa unire il proprio pianto a quello altrui, il proprio riso alla gioia altrui. Paolo, riconoscente, dice dei suoi fratelli: “Vi rendo testimonianza che, se fosse stato possibile, vi sareste cavati gli occhi e me li avreste dati”. – Gal 4:15.

   Il buon esempio non va mai trascurato. Yeshùa “ha fatto e insegnato” (At 1:1, PdS). Paolo poteva scrivere ai fratelli: “Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele; e il Dio della pace sarà con voi” (Flp 4:9); poté così ripetutamente affermare: “Siate miei imitatori” (1Cor 4:16), “Siate miei imitatori, come anch’io lo sono di Cristo” (1Cor 11:1), “Siate miei imitatori, fratelli, e guardate quelli che camminano secondo l’esempio che avete in noi”. – Flp 3:17.

   La gente oggi è stanca di parole. Sacerdoti cattolici e predicatori protestanti predicano dai pulpiti, predicano bene ma spesso razzolano male. I politici sono famosi per le loro promesse, parole e solo parole, mai rispettate. I venditori pronunciano parole in quantità per decantare la loro merce. Gli ideologi promettono il paradiso in terra e il benessere, ma tutto ciò non si attua mai. Parlano, parlano, parlano. E la gente non crede più alle chiacchiere. La stessa Bibbia, proclamata a suon di parole, è ritenuta un’utopia, una favola. Solo la Scrittura davvero praticata può ancora far breccia nel cuore umano e far maturare i credenti.