Senso letterale proprio e improprio

Il senso letterale di una parola può essere proprio o improprio. La parola “dodici” riferita agli apostoli di Yeshùa ha un senso proprio: nei Vangeli è narrata la scelta di questi dodici uomini e se ne fanno i nomi. La parola “dodici” va assunta quindi in senso letterale: non erano tredici o undici, ma proprio dodici. Che poi la scelta di dodici non fosse casuale ma facesse riferimento, ad esempio, alle dodici tribù di Israele, nulla toglie al numero inteso letteralmente. In Ap 1:4, le “sette chiese” rappresentano un numero letterale oppure no? Certamente letterale, perché di esse è detto che sono “in Asia” (Ibidem) e poco dopo se ne fanno i nomi, che sono reali (Efeso, Smirne, Pergamo, Tiàtira, Sardi, Filadelfia e Laodicea). Tuttavia, in Col 4:13 Paolo menziona non solo “quelli di Laodicea” ma anche “quelli di Ierapoli”. La città di Ierapoli (che sorgeva vicino all’odierna Pamukkale in Turchia) apparteneva alla provincia romana dell’Asia esattamente come Laodicea, da cui distava solo circa 10 km. Ierapoli non è menzionata però tra le “sette chiese che sono in Asia” (Ap 1:4). Ciò ci aiuta a comprendere che Giovanni ne scelse proprio sette e solo sette per recare i suoi messaggi ispirati. Evidentemente il numero sette era per lui importante e quelle sette avevano le caratteristiche che gli interessavano e di cui parla.

   C’è quindi una certa differenza tra il numero 12 (apostoli) e il numero 7 (chiese). Tutt’e due sono indubbiamente letterali ma il primo è propriamente letterale, il secondo lo è impropriamente. Il secondo è metaforico, simbolico. Nell’esempio citato, la differenza evidenziata può apparire solo una pignoleria, tuttavia ci sono molti casi nella Bibbia in cui tale differenza è molto rilevante. Si prenda la parola “agnello”. In Lv 4:32 si parla di agnello come “sacrificio espiatorio”. È letterale la parola? Certamente sì, e lo è propriamente. Infatti vengono fornite tutte le indicazioni per cucinarlo (Es 12:4,5,8,9). Si consideri però l’espressione di Gv 1:29 riferita a Yeshùa: “Ecco l’Agnello di Dio”. Qui la stessa parola è usata in senso metaforico. Siamo di fronte a un senso letterale improprio. Yeshùa era letteralmente l’agnello, ma in senso simbolico. Nel suo caso la parola “agnello” viene utilizzata nel significato derivato di vittima innocente offerta in sacrificio. Si tratta di una figura retorica (chiamata tropo ossia che trasferisce la portata originale semantica) che produce un cambio del valore semantico abituale di una parola. La Bibbia è ricca di parole letterali improprie. Se non si sta attenti a ciò, si prendono delle cantonate. Ciò avviene, ad esempio, in ambito cattolico riguardo al pane usato da Yeshùa nella sua ultima cena. “Gesù prese del pane . . . e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo»” (Mt 26:26). Se non si scorge il simbolo (pane con significato letterale improprio), si assume il pane come corpo letterale di Yeshùa con tutte le assurdità che ne conseguono (transustanziazione). Il senso esplicito è dato da una prima lettura delle parole, considerate nel loro contesto immediato. Il pane era pane vero, quello usato durante la cena. Il senso implicito è invece quello che viene svelato dall’esame in profondità ovvero quello delle parole di Yeshùa nella sua intenzione.

   Accomodazione biblica. Si tratta di un’applicazione che nella Bibbia viene fatta a persone o cose completamente diverse da quelle che l’autore ispirato intendeva. La somiglianza reale è presa a prestito per significare altro. Melchisedec era “re di Salem . . . era sacerdote del Dio altissimo” (Gn 14:18) al tempo di Abraamo. Di lui non sappiamo altro: la Bibbia tace i particolari della sua vita. Lo scrittore di Eb assume questa mancanza d’informazioni anagrafiche per dedurne che egli era “senza padre, senza madre, senza genealogia, senza inizio di giorni né fin di vita”, che “rimane sacerdote in eterno” (Eb 7:3); l’agiografo lo vede “simile quindi al Figlio di Dio” (Ibidem). Questa non è una sua opinione: lo scrittore era ispirato, in più c’è l’appoggio biblico di Sl 110:4: “Il Signore ha giurato e non si pentirà: «Tu sei Sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedec»”.

   L’accomodazione biblica è appunto biblica ovvero fatta dalla Bibbia stessa. È sbagliato farla di propria iniziativa. Così, ad esempio, voler vedere nello schiavo di una semplice parabola (Mt 24:45) un particolare pastore di chiesa o un gruppo specifico di persone che soprintendono a un’opera religiosa, è molto scorretto, oltre che antiscritturale.

   La polisemia (la proprietà che una parola ha di esprimere più significati) è molto presente nella Scrittura, ma non è lecito vederla dove non c’è. Ad esempio, non è consentito (se davvero vogliamo essere seri) vedere nella frase: “Quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone notizie”, presente in Is 52:7, la prefigurazione dei predicatori evangelici del nostro tempo. La frase si riferisce alla ricostruzione di Gerusalemme dopo la cattività babilonese.

   Tipo e antìtipo. Nell’esegesi biblica l’antìtipo è una cosa, un fatto o una persona corrispondente a ciò che nelle Scritture Ebraiche ne costituisce l’anticipazione profetica ovvero il tipo. L’agnello pasquale era il tipo, Yeshùa è l’antìtipo. In Rm 5:14 Paolo dice che Adamo “è figura [τύπος (týpos), “tipo”] di colui che doveva venire” ovvero di Yeshùa che ne è l’antìtipo. At 7:44 si ricorda che Mosè doveva costruire il tabernacolo “secondo il modello [τύπον (týpon), “tipo”]” che Dio gli aveva fatto vedere; per gli ebrei il Tempio preesisteva in cielo e quello terreno ne era solo una copia. Gli antìtipi sono chiaramente specificati nella Scrittura. Non dobbiamo quindi inventarceli: farlo sarebbe scorretto. Il voler vedere nel cortile dei gentili del Tempio gerosolimitano un tipo raffigurante il luogo antitipico e spirituale in cui viene a trovarsi la grande moltitudine di Ap 7:9 fu una forzatura fatta dalla dirigenza di un gruppo religioso americano, che dovette poi essere corretta.

   Nella tipologia biblica ci sono tre elementi: l’esistenza storica del significante, l’analogia fra la figura e la realtà, e l’applicazione che la Scrittura ne fa. Nelle invenzioni fantasiose delle religioni troviamo solo il primo elemento; il secondo è dubitabile e il terzo manca. Si esamini quest’affermazione: “La cristianità è l’antitipo dell’antica Gerusalemme” (La Torre di Guardia del 15 marzo 1992, pag. 15, § 11). Qui di certo abbiamo solo il primo elemento: l’antica Gerusalemme è una realtà storica e questa città esiste tuttora. È però molto discutibile che essa sia un tipo o prefigurazione della cristianità o insieme di tutte le chiese cristiane. Anzi, dalla Bibbia sappiamo che Gerusalemme è casomai tipo della vera chiesa (Ap 21:2). Il terzo elemento (l’applicazione che la Bibbia ne fa), infatti, manca del tutto. L’affermazione è dunque di pura fantasia.

   Infine, non si devono scambiare le affinità e le somiglianze fra diverse realtà come se fossero indicazioni della presenza di tipi. Tipo e antìtipo ci sono solo quando c’è l’intenzionalità dello scrittore ispirato. Inventarsi tipi con tanto di antìtipi significa essere falsi profeti. Il tipo, infatti, non è una bella figura letteraria ma è profezia. Il tipo è profezia che si avvera nell’antìtipo. E “nessuna profezia venne mai dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo”. – 2Pt 1:21.

   La lettura dei tipi va quindi fatta solamente quando è fatta dalla Scrittura stessa. Ciò nulla toglie al fatto che tutte le cose passate narrate nelle Scritture Ebraiche servano “da esempio e sono state scritte per ammonire noi”. – 1Cor 10:11.