Regole pratiche di ermeneutica biblica

Esaminiamo in questo studio alcune regole pratiche d’ermeneutica biblica.

   Non confondere una traduzione biblica con la Bibbia. La Bibbia è ispirata, le sue traduzioni no. Ciò che è scritto in una traduzione o versione biblica non è necessariamente ciò che la Scrittura dice. Siamo così sicuri della traduzione che ne è stata fatta? Si dice, con un gioco di parole, che tradurre è un po’ tradire. Un raffronto fra traduzioni diverse può essere utile, ma l’autorità finale l’ha solamente il testo originale ebraico o greco.

   Cogliere nei suoi significati il senso del testo biblico. Per comprendere correttamente la Scrittura occorre saper cogliere nella lettura i quattro significati che ci danno il senso del passo che prendiamo in esame.

  1. Significato letterale. La lettera insegna i fatti. Per cercare il senso originario di un brano, dobbiamo osservare le persone che vi agiscono, i luoghi descritti, le condizioni in cui si svolgono gli avvenimenti, gli usi e i costumi coinvolti, il fattore temporale, la geografia, il contesto storico, le motivazioni. Nella lettura, l’attenzione al senso originario del testo deve cercare di dare una risposta a una serie di domande semplici: Chi? Cosa? Perché? Quando? Dove? Come? Ecco le domande da farsi: Chi agisce? Quali relazioni intercorrono fra le persone? Quali luoghi vengono menzionati nel testo? Quali indicazioni temporali vengono date? Cosa accade? Quali mutamenti intervengono? Quali sono i motivi dell’agire?

   D’aiuto sono in ciò diverse  versioni commentate della Bibbia, dizionari biblici, diverse introduzioni alla Sacra Scrittura e gli atlanti.

  1. Significato allegorico. L’allegoria è nella Scrittura la visione delle cose con gli occhi della fede. Siamo chiamati a guardare con gli occhi della fede, per scoprire il mistero dell’agire di Dio. Il significato allegorico va colto, però, dove c’è ovvero dove la Scrittura lo mostra. Non sempre è presente e non dobbiamo vederlo dove non c’è. I Testimoni di Geova che ingenuamente credono di vedere nel gettare “pane sulla superficie delle acque” di Ec 11:1 (TNM) una prefigurazione dei volantini e dei piccoli trattati che loro distribuiscono e che “nel corso di molti giorni” darà risultati, fanno una forzatura attribuendo al testo biblico un senso che assolutamente non ha né potrebbe avere.
  2. Significato morale. Il senso morale ci insegna come comportarti. La Bibbia, in fondo, è tutta lì: ci reca il messaggio di Dio per avere una vita piena, vera, riuscita. Si tratta dunque di trovare le indicazioni della parola di Dio su come condurre la nostra vita alla luce della fede. Il testo biblico diventa allora come uno specchio: “Se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com’era. Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare” (Gc 1:23-25). Confrontandoci con quanto dice la Sacra Scrittura possiamo comprendere meglio la nostra esistenza. Cerchiamo, cioè, di conoscere chi siamo realmente, che cosa possiamo e dovremmo fare. Le domande-chiave da porci sono qui: Dove sono arrivato/a nel mio progresso spirituale? Com’è la mia vita? Per quale situazione della mia vita questo brano della parola di Dio è indicativo? Con introspezione più psicologica, possiamo domandarci: A quale personaggio del testo assomiglio? Quale problema menzionato o quale situazione menzionata nel testo mi tocca personalmente?
  3. Significato anagogico. Anagogico è un aggettivo che deriva dal greco αναγογικός  (anagoghikòs) e che letteralmente implica il conoscere a fondo. Indica il significato più profondo e recondito delle Sacre Scritture. L’anagogia ci insegna a cosa si deve tendere. Si tratta della ricerca della nostra speranza. Ci mostra come il testo biblico risponde alla domanda fondamentale: In cosa posso sperare? Il testo può darci queste indicazioni. Tali indicazioni indirizzano il nostro sguardo – come dice la stessa parola anagogia – verso l’alto. Il testo è letto ponendoci queste domande sul significato della nostra vita e sul nostro futuro: Quali ragioni di speranza si trovano nel testo? Che speranza posso nutrire personalmente?

   Mente il significato letterale sta alla base, gli altri tre sensi ne costituiscono l’approfondimento e il senso spirituale. Nella lettura della Bibbia bisogna cercare di capire prima di tutto il brano nel suo contesto originale storico, geografico, culturale. Poi occorre domandarsi: Qual era lo scopo spirituale che l’autore aveva in mente? Com’è stato ricevuto quel messaggio dai destinatari originali? Come voleva l’autore sacro che fosse ricevuto e compreso quando da lui esposto?

   Per essere certi che ciò che noi crediamo il testo dica sia proprio ciò il brano dice davvero, dobbiamo assicurarci che quanto deduciamo sia davvero identico al significato originario.

   La conoscenza della Scrittura si acquisisce attraverso la Scrittura. Perfino il termine “conoscenza” va capito secondo la Scrittura. Se ci limitiamo semplicemente a conoscere (in senso occidentale, con lo studio intellettuale) le Scritture, possiamo anche diventare colti, ma poi si ferma tutto lì. Forse conosceremo la Bibbia come si può conoscere un’opera di Shakespeare, il che certo non è poco, ma se vogliamo davvero conoscere in senso biblico (facendone esperienza) la parola di Dio, se ci sentiamo personalmente interpellati, allora faremo un’esperienza totalmente diversa e indimenticabile.

   Cogliere la visione biblica della storia al di là della storia. Nella Bibbia la visione dell’avvenire domina tutta la storia, passata e presente. La Bibbia non è un libro di storia e ciò che narra, sebbene sia realmente accaduto, non ha un intento puramente storico. Le narrazioni della Bibbia (che comunque sono storiche) sono fatte con il desiderio di far luce sul presente o sul passato in vista del futuro che esse anticipano: “Tutte le cose che furono scritte anteriormente furono scritte per nostra istruzione, affinché per mezzo della nostra perseveranza e per mezzo del conforto delle Scritture avessimo speranza”. – Rm 15:4.

   Il futuro, nella Bibbia, va assumendo sempre più nitidamente i contorni del radioso avvenire che Dio ha in serbo per coloro che lo amano. Per una corretta comprensione della Scrittura, questa visione deve fare da sfondo e da orizzonte.

   Cogliere il significato delle parole esaminando i parallelismi. La Bibbia è ricca di parallelismi sinonimi. Gli ebrei amavano ripetere lo stesso concetto con parole diverse. Il parallelismo sinonimo è di grande aiuto nella comprensione di un testo. Ne diamo un esempio pratico leggendo Zc 9:9:

“Esulta grandemente, o figlia di Sion,

manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme;

ecco, il tuo re viene a te;

egli è giusto e vittorioso,

umile, in groppa a un asino,

sopra un puledro, il piccolo dell’asina”.

   Questo brano è in poesia. Con colori diversi abbiamo indicato il 1° stico, il e il . Ciascuno stico è suddiviso in un primo emistico e in un secondo emistico (quest’ultimo evidenziato in grassetto).

   Nel primo stico potremmo domandarci cosa sia “Sion”; il parallelismo sinonimo tra i due emistichi ci chiarisce che si tratta di un sinonimo di “Gerusalemme”. Qui la deduzione è molto semplice. Però, dopo che il salmista ha detto a Sion/Gerusalemme che il suo re viene a lei, lui dice che questo re è “in groppa a un asino”; il parallelismo con “sopra un puledro, il piccolo dell’asina” ci aiuta a capire che si tratta di un solo animale. Ciò fa luce su una questione molto dibattuta che riguarda versioni contrastanti: Mt 21:7 menziona “l’asina e il puledro”, alludendo a due animali; Lc 19:35 parla di un solo animale, il “puledro”; Gv 12:14 pure parla di un solo animale, “un asinello”; anche Mr 11:7 menziona solo il “puledro”. Solo Matteo menziona due animali. Ora, arrampicandosi sui vetri, è misero il tentativo di sostenere che siccome Yeshùa poteva ovviamente cavalcare un solo animale e di certo salì in groppa al puledro (come attestano Marco, Luca e Giovanni), Matteo in più menzionerebbe anche la presunta asina madre. Non solo tale ragionamento è infelice ma va contro il passo di Zc 9:9 che, come abbiamo esaminato, parla di un solo animale.

   La corretta comprensione si ha allora cercando di capire perché il solo Matteo parla di due animali. Egli non doveva essere molto ferrato nella Scrittura: prima di essere un discepolo di Yeshùa faceva l’esattore di tasse (Mt 10:3; Mr 2:14), una categoria di uomini malvisti dai giudei e considerati peccatori alla pari delle prostitute (Mt 9:11;11:19;21:32; Mr 2:15; Lc 5:30;7:34), gente disprezzata che lo stesso Yeshùa aveva detto di mettere al bando (Mt 18:17). Gli altri tre evangelisti vedono più esattamente il puro parallelismo sinonimo di Zc 9:9 e parlano di un animale solo (Mr 11:7; Lc 19:30,35; Gv 12:14,15). Tentare di argomentare che addirittura tre evangelisti non avrebbero fatto menzione di una presunta asina madre, mentre Matteo (che di sicuro, data la sua precedente vita, non era stato certo un attento lettore della Scrittura) l’avrebbe fatta, è patetico. Contro ciò, ci sono le stesse chiare istruzioni di Yeshùa tutte riferite a un solo animale: “Troverete un puledro legato, sul quale non si è ancora seduto nessuno del genere umano; scioglietelo e conducetelo. E se qualcuno vi dice: ‘Perché fate questo?’ dite: ‘Il Signore ne ha bisogno e lo rimanderà subito qui’. E andati, trovarono il puledro legato alla porta, di fuori, sulla via laterale, e lo sciolsero. Ma alcuni di quelli che stavano là dicevano loro: ‘Che fate sciogliendo il puledro?’” (Mr 11:2-5, TNM). Giovanni, poi, intende particolarmente bene il parallelismo sinonimo di Zc 9:9 e lo cita correttamente facendo riferimento a un solo animale: “Come è scritto: Non aver timore, figlia di Sion. Ecco, il tuo re viene, seduto sopra un puledro d’asina’”. – Gv 12:14,15, TNM.

   Non ci si può riferire al fatto che Matteo era ispirato per difendere a tutti i costi la presenza di due animali contrariamente a tutte le evidenze bibliche. L’ispirazione riguarda il messaggio, non le singole parole come se fossero state dettate a una a una. I testi biblici contengono anche errori di grammatica. Dio non fa errori di grammatica. Gli uomini sì.

   Cogliere il messaggio divino nonostante il linguaggio umano. Nella Scrittura lo scrittore ispirato si esprime con il linguaggio che gli è proprio. L’ispirazione non fa di lui un erudito onnisciente. Se era un contadino, rimane tale. L’agiografo fa da portavoce: riceve l’ispirazione e scrive con i mezzi intellettuali che ha. Ecco perché troviamo nella Bibbia pagine letterariamente splendide accanto a pagine scritte in linguaggio non certo classico. Inoltre, gli agiografi non fanno altro che esprimersi nel modo con cui i nostri sensi vedono le cose. Anche noi diciamo che il sole sorge e tramonta, eppure non è vero, perché è l’orizzonte terrestre che si abbassa o si alza per effetto del movimento del nostro pianeta. “Perché la Scrittura dovrebbe parlare in modo diverso dal nostro?”. – Agostino, Contra Faustum 13,7 PL 42,5.6.

   Il vero intendimento della Scrittura deve partire dal presupposto che – proprio perché la Bibbia non è né un trattato di scienza né un libro scritto a beneficio di eruditi  da dotti intellettuali – Dio parla all’umanità, e lo fa impiegando esseri umani che, ispirati, mantengono pur sempre non solo la loro mente, ma anche la loro mentalità.

   Occorre capire che gli scrittori della Bibbia si esprimono secondo la mentalità del tempo. Questo fatto non tocca minimamente il messaggio biblico. Impiegare la propria mentalità per esprimere un pensiero ispirato da Dio può essere paragonato all’impiegare la propria lingua per esprimere quello stesso pensiero. Un profeta o un evangelista ha un pensiero ispirato da Dio e lo esprime. Che lingua usa? La sua, ovviamente, ebraica o greca che sia. Forse che Dio parla greco ed ebraico? Ma no. È l’agiografo che parla quella lingua e in quella si esprime. E sono i lettori che, quella stessa lingua, la parlano e la capiscono. Nessuno capirebbe “le lingue degli angeli”, né gli agiografi potevano conoscerle. – 1Cor 13:1.

   Degli agiografi (che si esprimevano secondo le concezioni del loro tempo) Dio si è servito quale mezzo per formulare verità spirituali riguardanti Dio, la sua potenza e il suo intervento nella storia umana.

   Interpretare in armonia con la dottrina biblica e non con quella della propria religione. Come esempio, citiamo Gv 1:1: “Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio”. Ora, un trinitario o un binitario leggerà questo passo trovandovi una conferma alla sua credenza che Yeshùa è Dio; chi crede semplicemente in una presunta esistenza preumana di Yeshùa, vi troverà pure conferma al suo credo, magari aggiustando un po’ la traduzione come fa TNM: “In principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era un dio”. Come si fa a sapere cosa sia la “parola” di cui si parla? Lasciamolo dire alla Bibbia stessa: basta esaminare con quale significato il vocabolo “parola” è usato da Giovanni in tutto il suo Vangelo. Si scoprirà allora che si tratta sempre della parola sapiente di Dio, mai di una persona. Se ne può dedurre allora che fu con la sua “parola” che Dio in principio creò tutto e che “ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta” (v. 3). Come altra conferma a questa interpretazione, abbiamo Sl 33:6: “I cieli furono fatti dalla parola del Signore, e tutto il loro esercito dal soffio della sua bocca”.

   Il significato è spesso celato nel contesto. Spesso, per comprendere un dato che può sembrarci oscuro, è sufficiente leggere l’intero brano: messo nel suo contesto, quel dato diventa chiaro. Ciò vale anche per l’interpretazione di un intero brano e perfino di un intero libro biblico. Nel Cantico, ad esempio, nulla autorizza a interpretarlo come un’allegoria. C’è chi lo legge credendo che parli dell’amore di Dio per Israele, chi lo legge vedendovi l’amore di Yeshùa per la sua chiesa. Già queste due differenti interpretazioni contrastanti ci fanno capire come siano basate sul pensiero personale dell’esegeta e non sulla Bibbia. Apparirebbe davvero strano, poi, che l’amore di Dio o di Yeshùa fosse descritto con amplessi e riferimenti espliciti al corpo femminile e alla sua intimità. Tutto il libro è un poema all’amore coniugale e al matrimonio. I brani allegorici riguardanti l’amore di Dio verso il suo popolo presentano caratteristiche ben diverse. I passi biblici in cui Dio è paragonato (in modo allegorico chiaro ed evidente) al marito di Israele, mai si soffermano a descrivere il corpo divino: presentano solo la miseria della sposa-Israele caduta in adulterio (ovvero nell’idolatria). In tutti quei passi permane l’idea ebraica e biblica che Dio non ha sesso e non ha moglie. L’ebreo, leggendo, capisce l’allegoria e non va oltre. È vero che la Bibbia attribuisce – nel linguaggio concreto degli ebrei – a Dio mani e braccia, occhi e orecchi, ma la Bibbia non parla mai di caratteri sessuali divini.