Legge e libertà

Chi – magari considerandosi “cristiano” – “disubbidisce al più piccolo dei comandamenti e insegna agli altri a fare come lui” (Mt 5:19, PdS), di solito insiste su termini quali “schiavitù” alla legge e “lettera” che uccide. Chi – magari non essendo credente – reputa il Decalogo come norma obsoleta, insiste sulla serie di divieti che in esso trova. Su dieci Comandamenti, ben otto iniziano con un “non” seguito da un’ingiunzione a non fare. Coloro che non sanno il significato della vera libertà, si sentono soffocati.

   Eppure, così inizia il Decalogo: “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù” (Es 20:2). Dio, che ha chiamato a libertà, dona la sua Legge a un popolo liberato e libero. Aspetto curioso, la parola ebraica per “Egitto” – מִצְרַיִם (Mitzràym) – in ebraico è plurale. Quasi che Dio si rivolgesse a tutti quelli che sono stati liberati da tutti gli Egitto del mondo, da tutte le schiavitù. “Voi siete stati chiamati a libertà”. – Gal 5:13.

   Cos’è la libertà? Per libertà s’intende generalmente la condizione in cui una persona può decidere di agire senza costrizioni; nel suo agire, la persona libera usa la sua volontà, scegliendo i fini e gli strumenti che ritiene utili per raggiunge quei fini. Detto così, sembra tanto bello. Nella pratica, secondo Kant (e non solo) le scelte “libere” risentiranno poi, necessariamente, dei condizionamenti del mondo reale o delle varie situazioni in cui la persona si trova a dover scegliere. Il filosofo Isaiah Berlin sosteneva: “L’essenza della libertà è sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c’è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l’illusione di averla”. – Four Essays on Liberty, Oxford UP, Oxford, 1982; traduzione italiana: Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli, Milano, 1989.

   Popolarmente, si dice che “libertà è fare quello che si vuole, ciò che ci pare e piace, ma senza danneggiare gli altri”. Di primo acchito, parrebbe condivisibile. Una persona, però, che in casa sua si ubriaca o si droga senza coinvolgere altri, sarebbe libera, secondo la definizione popolare; ci domandiamo se è libera anche di farsi del male e di suicidarsi. Esiste anche una libertà di autodistruzione? Strana libertà quella che rovina o nega la vita. A che ci serve mai una tale libertà, ammesso che sia libertà?

La libertà nelle diverse prospettive 

  

   Nella psicologia

   Dalla prospettiva della psicologia la libertà è intesa come percepita dal soggetto:

  • Negativamente, come assenza di sottomissione, di schiavitù, di costrizione; si tratta dell’essere umano che si considera indipendente.
  • Positivamente, nel senso di autonomia e di spontaneità della persona; i comportamenti umani volontari si basano sulla libertà e vengono qualificati quindi come liberi.

   Nell’antichità greco-romana

   Presso gli antichi greci e romani la libertà consisteva nella libera accettazione del proprio destino e nella conseguente obbedienza al principio dell’armonia universale predisposto da sempre dal Fato, cui tutti erano sottoposti, dèi compresi.

   Nella filosofia

   Socrate, filosofo greco del 5° secolo a. E. V., sosteneva che le scelte sono condizionate dal sapere; per lui il bene è attraente e il male è involontario: l’essere umano per sua natura sarebbe orientato a scegliere il bene piacevole teso alla felicità (eudemonia); se la persona opera il male, ciò accadrebbe per la mancata conoscenza di ciò che è il vero bene. Per Socrate il male non è mai volontariamente libero ma è la conseguenza dell’ignoranza umana che scambia il male per bene.

   Sulla stessa scia, Aristotele, filosofo greco del 4° secolo a. E. V.,  asseriva che un’azione veramente volontaria e libera scaturisce dall’individuo e non da condizionanti fattori esterni; ma l’individuo deve avere un’adeguata conoscenza di tutte le circostanze particolari in cui si opera la scelta; per lui, più accurata è l’indagine delle circostanze, tanto più libera sarà la scelta. – Etica Nicomachea, III, 1.

   Per Plotino, filosofo neoplatonico di cultura greca nato in Egitto nel 3° secolo della nostra èra, la conoscenza delle circostanze in cui attuare libere scelte non è abbastanza; per lui il libero volere necessita anche della conoscenza universale del Bene più alto.

   Con la teologia “cristiana” la libertà diventa la libertà dalla schiavitù interiore del peccato. La buona volontà sostituisce allora la razionalità di cui parlarono i filosofi e si pone l’accento sul fatto che non è possibile avere la libertà senza l’intervento divino che attraverso la grazia libera l’essere umano. Il problema del rapporto tra la libertà umana e l’intervento decisivo della grazia divina fu studiato dai teologi nell’ambito del concetto del libero arbitrio, su cui discussero anche Agostino (De libero arbitrio; 4°-5° secolo), Tommaso d’Aquino (Summa theologiae, I, 83; 13° secolo), Erasmo (De libero arbitrio; 15°-16° secolo) e Lutero. – De servo arbitrio; 15°-16° secolo.

   Per Cartesio, filosofo e matematico francese del 16°-17° secolo, la libertà non è semplice libero arbitrio, ma la scelta concreta di cercare la verità tramite il dubbio (Principia, I, 41). Al pensiero cartesiano si oppone Hobbes che concepisce la libertà come l’“assenza di ogni impedimento al moto” poiché ciascuno “gode di una maggiore o minore libertà secondo l’ampiezza dello spazio di cui dispone per muoversi” (De cive, Ix, 9); per questo filosofo la libertà non è altro che la possibilità di operare senza alcun ostacolo materiale (De corpore, 25, 12). Questa teoria è ripresa da Locke (Saggio sull’intelletto umano, II, 21) e da Hume (Ricerca sui principi della morale, VIII, 1). Dal razionalismo cartesiano si passa dunque all’empirismo.

   Per Spinoza, filosofo ebreo olandese del 16°-17° secolo, non esiste alcuna libertà per l’uomo: “Tale è questa libertà umana, che tutti si vantano di possedere, che in effetti consiste soltanto in questo: che gli uomini sono coscienti delle loro passioni e appetiti e invece non conoscono le cause che li determinano” (Ethica, V, 3); secondo lui c’è un dispositivo deterministico per cui tutto accade perché dall’eternità (ab aeterno) così doveva accadere, e solo Dio è libero in quanto unica causa di se stesso (causa sui). All’essere umano non resterebbe quindi, per essere libero, che accettare la sua assoluta limitazione e – rinunciando a ogni desiderio e passionalità – accettare la legge della necessità che domina l’universo. – Spinoza, Ethica, V, 3.

   Contrariamente alle concezioni empiriche della libertà e tenendo conto della visione spinoziana, Leibniz – filosofo tedesco del 17°-18° secolo – pone quest’osservazione: “Quando si discute intorno alla libertà del volere o del libero arbitrio, non si domanda se l’uomo possa far ciò che vuole, bensì se nella sua volontà vi sia sufficiente indipendenza” (Nuovi saggi, II, 21). Leibniz, accettando l’idea della libertà come semplice autonomia umana, vuole nello stesso tempo conservare la concezione cristiana della libertà individuale e della conseguente responsabilità. Arriva dunque ad asserire che ogni individuo (monade) compie “liberamente” azioni che s’inseriscono negli atti corrispondenti delle altre monadi, e che il tutto costituisce l’armonia prestabilita da Dio, l’ordine universale che Dio ha prefissato in modo che ci sia il minor male possibile. In questa concezione non si dà risposta al problema posto dal fatto che le monadi possono violare liberamente quest’ordine predeterminato da Dio.

   Per Kant, filosofo tedesco del 18°-19° secolo, nel mondo empirico e sensibile non esiste la libertà perché ogni azione è condizionata. Siccome però l’essere umano sente la responsabilità delle proprie azioni, se da un lato non può sfuggire alla necessità, dall’altro deve pur esserci la libertà (che viene postulata), poiché la persona si pone il problema della scelta. Per conciliare necessità e libertà, che non vanno d’accordo tra loro, Kant parla di autonomia ovvero di accettazione di una legge che l’essere umano stesso si è dato liberamente. – Kant, Critica della ragion pratica, II, 2.

   Per Hegel (filosofo tedesco del 18°-19° secolo), invece, se la libertà non indica all’uomo come indirizzare la sua libera volontà, è solo arbitrio e capriccio.

   Per Kierkegaard, filosofo e teologo danese del 19° secolo, la libertà risente della limitatezza della nostra esistenza, tanto che le nostre scelte divengono contraddittorie e drammatiche.

   Per Marx, filosofo tedesco del 19° secolo, la libertà era la liberazione economica, sociale e politica, la liberazione dalla miseria, dalla guerra e dalla lotta di classe.

   Per Jaspers, filosofo e psichiatra tedesco del 19°-20° secolo, la conquista della libertà è illusione e delusione, uno “scacco dell’esistenza”. Per lui la libertà è non un modo di vivere, ma è la vita stessa: “Io sono quando scelgo e, se non sono, non scelgo”. – Cfr.M. Luisa Basso, Karl Jaspers filosofo della libertà nel solco del kantismo (mit Kant, aber auch uber Kant hinaus), ed. CLUEB, 1999.

   Per Sartre, filosofo francese del 20° secolo, la libertà è sintomo dell’assurdità della vita umana in cui l’uomo è “condannato a essere libero” (cfr. J. P. Sartre, L’essere e il nulla). Per lui tutto è già realizzato e l’uomo è condannato ad inventarsi continuamente, e senza avere punti di riferimento. – Cfr. J. P. Sartre, L’esistenzialismo è un umanesimo, Mursia, pag.70.

La vera libertà

   La vera libertà è quella che ha la capacità di farci superare noi stessi. Comunemente si pensa che per essere liberi la volontà deve essere indipendente dalle circostanze, dai condizionamenti di ciò che è stato. Ma ciò è davvero possibile? Come si potrebbe mai essere indipendenti dalla nostra stessa personalità e dalle circostanze ambientali in cui viviamo? A ben pensarci, ogni nostra azione è conseguente a qualcosa di antecedente; spesso più che di azione si tratta di reazione. Il nostro passato esercita la sua pressione e ci condiziona, volenti o nolenti. Quando ci troviamo di fronte ad una scelta, accade che soppesiamo (in un istante o pensandoci a lungo) i pro e i contro. Ma questi pro e contro (che dovrebbero motivare la scelta migliore) non sono altro che valutazioni derivanti dalla nostra precedente esperienza: non sono quindi valutazioni imparziali. Anche quando la persona dice di voler fare tabula rasa di tutti i precedenti e di voler decidere senza il condizionamento dei precedenti, alla fine questi precedenti – che lo voglia o no – hanno il loro rilevante peso. Dove sta allora il potere di determinazione della nostra volontà? Ma siamo poi così sicuri che la volontà ci garantisca la libertà? La volontà non è qualcosa a sé stante cui possiamo aggrapparci escludendo il resto: la volontà è pure condizionata da forze che sfuggono al suo controllo.

   È possibile la libertà individuale? N. Hartmann, filosofo tedesco del 20° secolo, sostiene che “la natura e la realizzazione della libertà personale sono al di fuori dei limiti della ragione umana” (Ethics, III). Come dargli torto? Tutti sperimentiamo quanto sia difficile credere nella libertà: quando crediamo di poter scegliere liberamente, gli eventi della vita ci riportano al determinismo ricordandoci che tutto ciò che esiste o accade è determinato da una catena ininterrotta di eventi avvenuti in precedenza.

   Nondimeno, se non avessimo la convinzione che la libertà è possibile, la nostra vita non avrebbe senso. La libertà va quindi presa sul serio. Se ogni cosa dipendesse esclusivamente dalla casualità, dovremmo concludere che siamo imprigionati nelle circostanze. Tutti sappiamo che la nostra vita accade dentro certi vincoli: quelli del nostro ambiente e della società, della vita stessa. Onestamente, dobbiamo riconoscere che siamo anche dominati dalle nostre necessità, perfino dai nostri interessi e finanche dai nostri desideri che sono molto spesso egoistici.

   La vera libertà è allora trascendere la natura, la società, le necessità, gli interessi e i desideri. L’unico modo per essere liberi davvero è la capacità di decidere al di là di ogni condizionamento. Il presupposto per questa libertà consiste nel capire che la nostra vita non è soltanto uno svolgimento ma è anche un evento. Se la vita è solo lo svolgersi di avvenimenti calcolabili, la libertà non è possibile. La vera libertà è la capacità di esprimersi negli eventi senza il coinvolgimento nello svolgimento naturale della vita. Significa sapersi sciogliere dai lacci delle situazioni che ci coinvolgono, entrando in un ambito spirituale in cui usciamo dai nostri limiti.

   Libera, davvero libera, è la persona che non rimane incatenata nei processi naturali, prigioniera delle sbarre delle necessità, impantanata nella palude delle circostanze. Possiamo però renderci indipendenti dalle circostanze esterne che non possiamo modificare? No. Il fiume della vita ci trascina. La libertà permanente non è allora possibile. Ciò che è possibile, è però essere liberi in momenti particolari ed eccezionali. Ecco perché la libertà è un evento. Solo in certi momenti, preziosissimi, possiamo agire da persone libere. Il fatto è che noi viviamo in un mondo in cui vige la legge delle necessità, ma anche in una dimensione superiore in cui ci sono altre possibilità. Chi si limita ad accettare solo la dimensione materiale, rifiutando di accedere alla dimensione spirituale (di cui magari nega la realtà), crederà che vivendo come gli pare e piace si sentirà libero. Ma questa non è vera libertà, è libertinaggio. In questa visuale, si confonde la libertà con il caos, la libera volontà con il capriccio. Tale presunta libertà è alla fine schiavitù al capriccio personale.

   La libertà vera è vivere spiritualmente, elevandosi a un livello più alto dell’esistenza e rifiutando la dittatura dell’io. Trascendendo il proprio io, la libertà è conquistata. È nei momenti di trascendenza che accade l’evento della libertà, nei momenti in cui non si cerca più il proprio scopo in se stessi. La vera libertà è un evento spirituale.

   Finché l’essere umano viene considerato un prodotto dell’evoluzione, un incidente di processi naturali inconsapevoli, parlare di libertà non ha senso: in questa visuale che può mai fare l’essere umano se non subire quei processi? Al massimo, può darsi al capriccio, cercare di soddisfare egoisticamente i suoi istinti. Il fatto che poi debba tornare con i piedi per terra per subire nuovamente quei processi, dimostra che la soddisfazione delle sue voglie nulla avevano a che fare con la libertà vera.

   Da dove scaturisce il concetto di vera libertà? Dal primo insegnamento che incontriamo nella Bibbia: la creazione. Per la Scrittura l’universo non è sorto da una causa primordiale come il big bang, di cui gli scienziati che lo ipotizzano non sanno dirci l’origine o la causa. Non è neppure sorto per caso o per necessità. L’universo è sorto da un atto di libertà divina. “Dio disse”: e le cose furono. – Gn 1.

   L’essere umano è libero di agire, è perfino libero di perdere la sua libertà. Quando sceglie il male, rifiuta la possibilità di accedere alla dimensione spirituale e quindi alla possibilità della vera libertà. Noi possiamo scegliere di usare la libertà o di ignorare la libertà. Possiamo, infatti, scegliere tra il bene e il male, ma non abbiamo la libertà di rinunciare alla scelta. Non esiste una zona neutra in cui possiamo collocarci. Quando ci illudiamo di non scegliere né il bene né il male, stiamo scegliendo il male. Siamo costretti a fare una scelta, sempre. Ed è proprio lì, nella condizione in cui ci troviamo a scegliere, che Dio ci attende e aspetta che facciamo la nostra scelta. “Vedi, io metto oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” (Dt 30:15). La vera libertà è in questa situazione.

   Chi conosce poco la Bibbia pensa che il suo principale messaggio sia quello di affermare la presenza di Dio cosicché l’essere umano ne tenga conto. In verità, è il contrario: la Bibbia afferma la presenza dell’essere umano che Dio tiene in gran conto. “Chi è mai l’uomo perché ti ricordi di lui? Chi è mai, che tu ne abbia cura?” (Sl 8:4, PdS). Il fatto che Dio si prenda cura dell’essere umano indica tutta la grandezza che Dio gli attribuisce.

I “devi” e i “non devi” della Toràh e la libertà                

   Come abbiamo già visto, nel Decalogo – che è al centro della Toràh o Insegnamento di Dio – ben otto comandamenti iniziano con un “non” seguito da un’ingiunzione a non fare qualcosa. Chi si sente limitato nella sua libertà da questi “non”, non troverebbe proprio nulla da ridire nel leggere su un cartello: “Non toccare – Pericolo di morte”; anzi, sarebbe grato dell’avviso. Nel Decalogo troviamo scritto: “Non devi assassinare” (Es 20:13, TNM), eppure siamo liberi di vivere come scegliamo di vivere; gli assassini che privano, ogni giorno in tutto il mondo, un essere umano della vita sono lì a dimostrarlo.

   Il Decalogo non considera l’essere umano come se fosse un bambino discolo o un incallito delinquente abituale. Esso fu rivolto per la prima volta a persone liberate e libere che Dio aveva “fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù” (Es 20:2). Aspetto curioso, i Comandamenti sono al futuro, anche se nella traduzione italiana ciò si perde. In effetti, nel testo ebraico dicono: “Onorerai tuo padre e tua madre”, “Non assassinerai”, “Non commetterai adulterio”, “Non ruberai” (Es 20:12,13,14,15) e così via. È come se dicessero: Se vuoi essere felice, non fare questo e non fare quello. “Osserverete diligentemente i comandamenti del Signore, il vostro Dio, le sue istruzioni e le sue leggi che vi ha date. Farai ciò che è giusto e buono agli occhi del Signore, affinché venga a te del bene”. – Dt 6:17,18.

“Chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare”. – Gc 1:25.