Paolo e la Legge

“Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la legge”. – Rm 3:31.

 

Leggendo questa dichiarazione di Paolo appaiono chiare due cose:

  1. Paolo afferma che la fede non annulla la Legge. La fede in Yeshùa e l’osservanza dei Comandamenti vanno di pari passo: “Qui è la costanza dei santi che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù”. – Ap 14:12.
  2. Paolo afferma che la Legge va confermata.

   Questa esplicita e positiva dichiarazione pare adombrata da altri passi paolini in cui appaiono dichiarazioni negative sulla Legge. Ne citiamo alcuni:

  • “La legge produce ira; ma dove non c’è legge, non c’è neppure trasgressione”. – Rm 4:15.
  • “La legge poi è intervenuta a moltiplicare la trasgressione” . – Rm 5:20.
  • “O ignorate forse, fratelli (poiché parlo a persone che hanno conoscenza della legge), che la legge ha potere sull’uomo per tutto il tempo ch’egli vive? . . .  Così, fratelli miei, anche voi siete stati messi a morte quanto alla legge mediante il corpo di Cristo, per appartenere a un altro, cioè a colui che è risuscitato dai morti, affinché portiamo frutto a Dio. Infatti, mentre eravamo nella carne, le passioni peccaminose, risvegliate dalla legge, agivano nelle nostre membra allo scopo di portare frutto per la morte; ma ora siamo stati sciolti dai legami della legge, essendo morti a quella che ci teneva soggetti, per servire nel nuovo regime dello Spirito e non in quello vecchio della lettera” . – Rm 7:1-6.
  • “Perché dunque la legge? Essa fu aggiunta a causa delle trasgressioni, finché venisse la progenie alla quale era stata fatta la promessa; e fu promulgata per mezzo di angeli, per mano di un mediatore. Ora, un mediatore non è mediatore di uno solo; Dio invece è uno solo. La legge è dunque contraria alle promesse di Dio? No di certo; perché se fosse stata data una legge capace di produrre la vita, allora sì, la giustizia sarebbe venuta dalla legge; ma la Scrittura ha rinchiuso ogni cosa sotto peccato, affinché i beni promessi sulla base della fede in Gesù Cristo fossero dati ai credenti. Ma prima che venisse la fede eravamo tenuti rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è stata come un precettore per condurci a Cristo, affinché noi fossimo giustificati per fede. Ma ora che la fede è venuta, non siamo più sotto precettore”. – Gal 3:19-25.

   Ciò che rende smarrito (per quanto riguarda la Legge) il lettore della Bibbia, è la presenza nelle Scritture Greche di una serie di affermazioni positive accanto ad un’altra serie di affermazioni negative. A volte queste affermazioni – che al lettore appaiono in contrasto tra loro – convivono in una stessa lettera di Paolo. È il caso della lettera ai romani:

 

Rm

7:12

“La legge è santa, e il comandamento è santo, giusto e buono”

6:14

“Non siete sotto la legge ma sotto la grazia”

 

   Se da una parte Paolo afferma che “confermiamo la legge” (Rm 3:31), dall’altra definisce la legge “il ministero della morte, scolpito in lettere su pietre” e “il ministero della condanna” (2Cor 3:7-9). La questione della Legge preoccupò i primi discepoli di Yeshùa da subito: “Alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli, dicendo: ‘Se voi non siete circoncisi secondo il rito di Mosè, non potete essere salvati’”. – At 15:1.

   La persona religiosa, di fronte a queste apparenti contraddizioni, sceglie alla fine di affidarsi alla sua religione che puntualmente ritiene la Legge abolita. Alcuni teologi delle religioni cosiddette cristiane risolvono la questione dicendo che Paolo semplicemente si sarebbe contraddetto (cfr. Dictionaire Apologetique de la foi catholique, Beauchesne, Paris, 1914, “Dimache”, colonna 1088). Altri teologi affermano che Paolo avrebbe eliminato la Legge dal “cristianesimo” (cfr. E. Peretto, Lettere dalla prigionia, Edizioni Paoline, Roma, 1976, pagg. 149,150). Tutti alla fine sono d’accordo che la Legge non vada più osservata. Seguendo l’insegnamento di questi teologi, chi sinceramente è credente si priva però, in tal modo, della comprensione della profonda teologia di Paolo.

   Per comprendere bene il pensiero di Paolo occorre partire da un dato storico che fa emergere una realtà indiscutibile. Gli ebrei, desiderosi di compiere la volontà di Dio ma incapaci di ubbidire veramente, si barricarono dietro la Legge. Divennero cioè esecutori implacabili e fanatici della Legge: così era scritto, così si doveva fare, alla lettera, anche nelle minime cose che la Legge di per sé non contemplava. Lo illustriamo con una barzelletta che circola oggigiorno in Israele. Non intendiamo davvero essere irrispettosi, ma crediamo che questa storiella umoristica aiuti a capire il punto, perché illustra come gli ebrei riuscirono a ingabbiarsi da soli nella Legge. Ebbene, in questo raccontino s’ipotizza il dialogo tra alcuni ebrei molto ortodossi e Dio: loro vogliono capire bene l’applicazione del precetto di Es 23:19: “Non farai cuocere il capretto nel latte di sua madre” (cfr. Es 34:26; Dt 14:21). Ora, questo divieto trovava ragione con tutta probabilità nel fatto che si trattava di un rito pagano, forse magico (attestato a Ras Samrà, l’antica Ugarit nella Fenicia settentrionale). Anziché limitarsi al divieto, gli ebrei lo esagerarono al punto che alla fine vietarono di mangiare qualsiasi tipo di carne insieme a qualsiasi tipo di latticino. Anche oggi è vietato a un ebreo, ad esempio, usare la panna per condire una bistecca oppure aggiungere del latte nel caffè che beve a fine pasto se prima ha mangiato carne. E non è finita. Per mangiare formaggio dopo aver consumato carne, devono passare almeno sei ore. E non è finita ancora. Tutte le stoviglie (piatti, pentole, posate) che vengono in contatto con la carne non possono essere usate per il formaggio, neppure dopo il lavaggio, per cui vengono rigorosamente tenute separate in scaffali o armadietti diversi. Nella nostra storiella, i rabbini domandano a Dio se è vero che lui ha vietato di cibarsi di qualsiasi carne insieme a qualsiasi derivato del latte, e lui risponde: “Io ho detto di non cuocere il capretto nel latte di sua madre”. Ma loro insistono e domandano se è vero che devono aspettare sei ore, dopo aver mangiato carne, prima di poter mangiare del formaggio; lui risponde che è scritto di non cuocere il capretto nel latte di sua madre. Di nuovo domandano se è vero che devono tenere rigorosamente separate le stoviglie per la carne da quelle per il formaggio. Di nuovo Dio ripete il suo semplice comando che riguarda solo il non cuocere il capretto nel latte di sua madre. Ma loro ancora vogliono conferme e domandano se è vero che non possono mettere della panna nel caffè dopo che hanno mangiato carne. A quel punto, Dio risponde loro: “Sentite, fate un po’ come vi pare”.

   Pietro, nel primo concilio gerosolimitano, domandò: “Perché tentate Dio mettendo sul collo dei discepoli un giogo che né i padri nostri né noi siamo stati in grado di portare?” (At 15:10). Paolo spiega che “tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione” (Gal 3:10). Nella loro incapacità di rispondere alla volontà di Dio, gli ebrei si trincerarono dietro le opere della legge, sprofondando in una situazione disperata. Così, l’Insegnamento (la Toràh) di Dio, donato a un popolo liberato dalla schiavitù egiziana per essere libero, fu trasformato in un sistema legale coercitivo, sempre più staccato dalla vita spirituale. La Legge liberatrice era stata trasformata in un capestro. L’ubbidienza rispettosa, conseguente alla fedeltà all’alleanza, degenerò nel legalismo, che è l’eccessiva attenzione agli aspetti formali.

   Quando avvenne questo passaggio fatale? Alcuni studiosi credono avvenisse già dopo l’Esodo, altri pensano si sia verificato al tempo della restaurazione dopo l’esilio babilonese, sotto Esdra e Neemia. Di certo i farisei aggravarono molto la situazione, tanto che nel primo secolo la deviazione era compiuta. Nel primo secolo l’osservanza legalistica della Legge era considerata meritoria: tramite le “opere della Legge” si pensava di ottenere la salvezza. Questa distorsione fu condannata sia da Yeshùa sia da Paolo.

  • Yeshùa.“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia, e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello . . . di fuori sembrate giusti alla gente; ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità”. – Mt 23:23,24,27.
  • Paolo. “L’uomo non è giustificato per le opere della legge” (Gal 2:16). “Mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui”. – Rm 3:20.

Le “opere della Legge”

   Si presti molta attenzione a questa dichiarazione di Paolo:

“Dov’è dunque il vanto? Esso è escluso. Per quale legge? Delle opere? No, ma per la legge della fede; poiché riteniamo che l’uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge . . .  Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la legge”. – Rm 3:27-31.

   Qui va notato che Paolo dice che:

  • C’è una ‘legge delle opere’ e una “legge della fede”.
  • L’essere umano “è giustificato mediante la fede senza le opere della legge”.
  • La Legge va confermata.

   Occorre quindi stare molto attenti a non confondere le “opere della Legge” con la “Legge”. I cosiddetti cristiani sono troppo precipitosi e – confondendo le due cose – buttano via l’acqua sporca insieme al bambino, rifiutando sia le “opere della Legge” sia la “Legge”. Eppure, Paolo dice molto chiaramente: “Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la legge”. Ciò che Paolo rifiuta non è la Legge, ma le “opere della Legge”.

   Le “opere della Legge” sono quelle realizzate per avere in cambio qualcosa. Si tratta del legalismo, come abbiamo visto più sopra. “C’è il legalista che fa ciò che gli viene detto e non infrange le regole; tiene fede alla parola scritta, che può leggere. Anche il leale lo fa, ma su di lui . . . si può contare anche per altro: compie il suo dovere con tutta la mente, sintonizza il suo spirito con quello del fine da raggiungere . . . Essere leali è molto più che osservare la legge . . . L’uomo leale si distingue dall’uomo ossequente la legge perché serve con tutto il cuore e con tutta la mente . . . Evita i peccati volontari di commissione, omissione o ignoranza”. – J. Hastings, Encyclopædia of Religion and Ethics.

   Paolo spiega chiaramente che “mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato” (Rm 3:20) ovvero nessuno potrà ottenere la condizione di “giusto” davanti a Dio. In Rm 1:17 Paolo ribadisce che “il giusto per fede vivrà”, citando Ab 2:4: “Il giusto per la sua fede vivrà”. La fede era quindi già richiesta da Dio, ma gli ebrei l’avevano sostituita con il legalismo.

   La fede comporta l’assenza di opere? Certamente la fede non si basa sulle “opere della Legge” ovvero sull’osservanza puramente legalistica, scrupolosamente formale della Toràh, fatta con l’intento di meritare la condizione di “giusto”. Tuttavia, la fede ha le sue opere. Come esiste una “legge della fede” (Rm 3:27), così esistono le “opere della fede”. Lo spiega bene Giacomo: “A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? . . . se non ha opere, è per se stessa morta . . . Insensato! Vuoi renderti conto che la fede senza le opere non ha valore? . . . Dunque vedete che l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto”. – Gc 2:14,17,20,24.

   Le opere della fede, contrariamente a quelle della Legge, non sono soggette a calcolo ma sono espressione dell’amore per Dio e sono basate sulla gratuità.

L’esperienza di Paolo con la Legge

   Per comprendere bene il pensiero di Paolo sul problema della Legge è importante tener conto della sua esperienza personale, giacché nessuno può prescindere dalle proprie esperienze passate.

   Saulo da Tarso (Paolo) era un discepolo di Gamaliele: “Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma allevato in questa città [Gerusalemme], educato ai piedi di Gamaliele nella rigida osservanza della legge dei padri; sono stato zelante per la causa di Dio” (At 22:3). Questo Gamaliele, maestro di Paolo, era successore di Hillel, il più grande maestro del fariseismo liberale del primo secolo. Un giudeo di prima del 200 disse di lui: “Dopo la morte del Rabbino Gamaliele, non c’è più riverenza per la legge, e purità e astinenza morirono con lui”. La stima che si aveva di Gamaliele traspare anche da At 5:33-40. Paolo, discepolo di Gamaliele, era stato educato – come lui stesso ricorda – “nella rigida osservanza della legge dei padri”; si noti che Paolo dice “legge dei padri”, riferendosi non alla Legge di Dio in se stessa, ma alla rigida interpretazione che ne avevano fatto gli ebrei.

Da buon fariseo, Paolo si considerava quindi un osservante irreprensibile della Legge, tanto che, prima della sua chiamata da parte di Yeshùa, perseguitava tutti i presunti trasgressori della Legge, tra cui aveva incluso i discepoli di Yeshùa.

   Paolo, “sempre spirante minacce e stragi”, aveva già ottenuto dal sommo sacerdote “lettere per le sinagoghe di Damasco affinché, se avesse trovato dei seguaci della Via, uomini e donne, li potesse condurre legati a Gerusalemme”, quando “durante il viaggio, mentre si avvicinava a Damasco, avvenne che, d’improvviso, sfolgorò intorno a lui una luce dal cielo e, caduto in terra, udì una voce che gli diceva: ‘Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?’” (At 9:1-4). Paolo scoprì in quel momento che Yeshùa, il capo dei presunti trasgressori della Legge, nonostante la crocifissione, era risorto ed era ancora vivo.

   Questa folgorante rivelazione lo mise profondamente in crisi. Che doveva fare? Glielo dice Yeshùa stesso: “Àlzati, entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare” (At 9:6). Questo incontro con Yeshùa cambiò Paolo radicalmente, spazzando via le sue convinzioni. Lui che era stato “stato zelante per la causa di Dio” (At 22:3), scopre che Dio era anche il Dio di Yeshùa; immediatamente, il suo concetto di salvezza guadagnata a forza di osservanze, vira verso la fede in Yeshùa. Paolo è accolto da Dio, non per le sue azioni presunte meritorie, basate sulle opere scrupolosamente osservanti della Legge, ma nonostante queste. Questa nuova consapevolezza trasformerà per sempre e totalmente le sue strutture mentali farisaiche e quindi la sua comprensione della Legge.

   Nella sua nuova attività come ambasciatore di Yeshùa (2Cor 5:20), Paolo s’incontrò con alcune comunità con tendenze e con un passato da legalisti, cui si stavano unendo molte nuove persone di origine non giudaica, che non avevano basi etiche (a parte alcuni stoici con una formazione filosofica e con ideali elevati), perché le religioni (sia greca sia romana) non imponevano alcuna morale. I nuovi, provenienti dal paganesimo, erano abituati a vivere quasi senza regole, in un mondo praticamente amorale. Basti qui citare, come esempio, 1Cor 5:1: “Si ode addirittura affermare che vi è tra di voi fornicazione, una tale fornicazione che non si trova neppure fra i pagani; al punto che uno si tiene la moglie di suo padre!”. Paolo si trovò perciò a dover chiarire il corretto intendimento della Legge a persone che erano da una parte legaliste e dall’altra disordinate e anarchiche. Il suo atteggiamento, per così dire la sua strategia, fu quello che lui stesso precisa:

“Con i Giudei, mi sono fatto giudeo, per guadagnare i Giudei; con quelli che sono sotto la legge, mi sono fatto come uno che è sotto la legge (benché io stesso non sia sottoposto alla legge), per guadagnare quelli che sono sotto la legge; con quelli che sono senza legge, mi sono fatto come se fossi senza legge (pur non essendo senza la legge di Dio, ma essendo sotto la legge di Cristo), per guadagnare quelli che sono senza legge”. – 1Cor 9:20,21.

   È basandosi sulla sua esperienza personale, che l’apostolo Paolo cerca di assolvere il difficile compito di far comprendere la funzione della Legge a delle comunità composte sia da persone deformate dal legalismo sia indifferenti alla Legge.

   La teologia farisaica con cui Paolo era stato formato “ai piedi di Gamaliele nella rigida osservanza della legge dei padri” (At 22:3) definiva il peccato come pure lo definisce 1Gv 3:4: “Il peccato è la violazione della legge”. Paolo, pur affermando questa verità biblica, vede oltre: se l’essenza della Legge è l’amore, il peccato non è solo la trasgressione della Legge, ma anche la rottura di una relazione. La mancanza di rispetto per Dio e l’indifferenza per la sua volontà sono il rifiuto dell’amore di Dio. Questo non rispondere all’amore di Dio con l’amore, questa non risposta che, in effetti, è risposta fredda e distaccata alla sollecitudine divina, accomuna sia i pagani (che in qualche misura conoscono Dio attraverso la sua creazione), sia i giudei (che conoscono la Legge); ambedue i popoli trasgrediscono.

 

Pagani

Rm 1:18-32, passim

“L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia . . . pur avendo conosciuto Dio, non l’hanno glorificato come Dio, né l’hanno ringraziato”

Giudei

Rm 1: 2:17-29, passim

“Ora, se tu ti chiami Giudeo, ti riposi sulla legge, ti vanti in Dio, conosci la sua volontà . . . come mai dunque, tu che insegni agli altri non insegni a te stesso? . . . Tu che ti vanti della legge, disonori Dio trasgredendo la legge?”

 

   Il peccato è, nel suo significato etimologico, sia nella lingua ebraica sia in quella greca, un fallire il bersaglio, non raggiungere un obiettivo. In Gdc 20:16 si parla di alcuni frombolieri che “potevano lanciare una pietra con la fionda a un capello, senza fallire il colpo”; “fallire il colpo” è nel testo ebraico יַחֲטִא (yakhàti). Il verbo חטא (khatà) significa sia “peccare” sia “mancare (il bersaglio)”. Nel passo di Gdc citato, la LXX greca usa il verbo ἐξαμαρτάνοντες (ecsamartànontes), che contiene la parola ἁμαρτία (amartìa). Dalle documentazioni che sono state ritrovate e che parlano degli antichi giochi olimpici, sappiamo che quando un atleta mancava il bersaglio, la folla gridava: “Ἁμαρτία, ἁμαρτία” (Amartìa, amartìa), “Sbagliato! Sbagliato!”. Il peccato è quindi prima di tutto un errore ma questo errore è nella Bibbia una violazione della Legge di Dio: “Il peccato [ἁμαρτία (amartìa)] è la violazione della legge” (1Gv 3:4). Mentre per lo più i nostri errori sono sbagli dovuti a mancanza di attenzione, pigrizia o superficialità, la trasgressione è un atto consapevole e molto grave. In italiano la parola “trasgressione” contiene due significati, riferendosi sia all’atto di trasgredire sia al risultato di tale atto. Nella sua precisione, la lingua greca ha due parole distinte. In Rm 5:14,15 troviamo tutt’e due le parole: “La morte regnò, da Adamo fino a Mosè, anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione [παραβάσεως (parabàseos)] simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Però, la grazia non è come la trasgressione [παράπτωμα (paràptoma)]”. La prima parola è παράβασις (paràbasis), di cui παραβάσεως (parabàseos) è genitivo: la terminazione greca –σις (-sis) indica l’azione, l’atto, il trasgredire. La seconda paraola è παράπτωμα (paràptoma): il suffisso –μα (-ma) indica il risultato dell’azione, la colpa per aver trasgredito. È dopo aver compiuto l’atto di trasgressione (paràbasis) che si acquisisce la colpa (paràptoma). Da ciò deriva la condizione di “ingiustizia”, l’ἀδικία (adikìa), che è uno stato di ribellione contro Dio, il modo di vivere in cui il peccato signoreggia l’essere umano e lo distrugge. L’essere umano, non è in grado di abbandonare il peccato con le sue forze:

“Che cosa diremo dunque? La legge è peccato? No di certo! Anzi, io non avrei conosciuto il peccato se non per mezzo della legge; poiché non avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: ‘Non concupire’. Ma il peccato, còlta l’occasione, per mezzo del comandamento, produsse in me ogni concupiscenza; perché senza la legge il peccato è morto. Un tempo io vivevo senza legge; ma, venuto il comandamento, il peccato prese vita e io morii; e il comandamento che avrebbe dovuto darmi vita, risultò che mi condannava a morte. Perché il peccato, còlta l’occasione per mezzo del comandamento, mi trasse in inganno e, per mezzo di esso, mi uccise. Così la legge è santa, e il comandamento è santo, giusto e buono. Ciò che è buono, diventò dunque per me morte? No di certo! È invece il peccato che mi è diventato morte, perché si rivelasse come peccato, causandomi la morte mediante ciò che è buono; affinché, per mezzo del comandamento, il peccato diventasse estremamente peccante. Sappiamo infatti che la legge è spirituale; ma io sono carnale, venduto schiavo al peccato. Poiché, ciò che faccio, io non lo capisco: infatti non faccio quello che voglio, ma faccio quello che odio. Ora, se faccio quello che non voglio, ammetto che la legge è buona; allora non sono più io che lo faccio, ma è il peccato che abita in me. Difatti, io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene; poiché in me si trova il volere, ma il modo di compiere il bene, no. Infatti il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio. Ora, se io faccio ciò che non voglio, non sono più io che lo compio, ma è il peccato che abita in me. Mi trovo dunque sotto questa legge: quando voglio fare il bene, il male si trova in me. Infatti io mi compiaccio della legge di Dio, secondo l’uomo interiore, ma vedo un’altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e mi rende prigioniero della legge del peccato che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. Così dunque, io con la mente servo la legge di Dio, ma con la carne la legge del peccato”. – Rm 7:7-25.

   Peccare non è solo trasgredire la Legge di Dio; è opporsi alla Legge, ignorarla. “Chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato” (Gc 4:17), per cui l’omissione del bene è peccato tanto quanto fare il male. È per questo che “tutto quello che non viene da fede è peccato” (Rm 14:23). Non basta compiere le “opere della Legge”: occorre la convinzione, la fede in Dio ubbidendo alla sua Legge con pieno convincimento.

   Vista la condizione umana peccaminosa, Paolo sa “che tutti, Giudei e Greci [= ebrei e pagani], sono sottoposti al peccato” (Rm 3:9) e che “tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, no, neppure uno” (Rm 3:12; cfr. Sl 14:3;53:3). L’essere umano non solo è peccatore, ma è in una posizione bloccata, non sapendo come venirne fuori.

   È a questo punto della riflessione che Paolo si discosta dalle sue precedenti convinzioni farisaiche. Nell’antropologia dei farisei si ammetteva che nella natura dell’essere umano ci fossero, sin dalla creazione, due impulsi: uno buono e uno cattivo:

  1. Impulso buono: הטוב יצר (yètzer hatov). È l’inclinazione al bene che si acquisisce quando giunge la maggiorità spirituale (12 anni per le ragazze, 13 per i ragazzi: bat mitzvà, מצוו בת, “figlia del comandamento”; bar mitzvà, מצוו בר, “figlio del comandamento”).
  2. Impulso cattivo: הרע יצר (yètzer harà). È l’inclinazione al male; non è una forza demoniaca, ma l’uso scorretto dei bisogni fisici. – Gn 6:5;8:21.

   Nella concezione farisaica, l’essere umano non è quindi obbligato verso l’inclinazione al male o al bene, ma ha il potere di scelta ed è in grado di scegliere coscientemente e volontariamente. – Berakòt 61a,b; Nedarìm 32b; Ecclesiaste Rabàh 4:13.

   Paolo è molto più realista e sa che la forza di volontà non basta per compiere il bene ed evitare di compiere il male. Nonostante lo sforzo personale, ‘il bene che vogliono, non lo fanno; ma il male che non vogliono, quello fanno’ (Rm 7:19). Sebbene Paolo sia stato un fariseo convinto, ora che è discepolo di Yeshùa si discosta dalla concezione farisaica della salvezza. I farisei pensavano di poter ottenere la salvezza con le “opere della Legge” ovvero cercando di osservare i comandamenti con la forza di volontà, tramite opere meritorie che avrebbero recato, secondo loro, la giustificazione (la condizione di “giusti”) e quindi la salvezza. La parola greca δικαιοσύνη (dikaiosǘne) è la traduzione della parola ebraica (e del suo concetto) צדק (tzèdeq): giustizia e giustificazione insieme. Paolo parla di “dono della giustizia [δικαιοσύνης (dikaiosǘnes)]” (Rm 5:17), non di acquisizione della giustificazione-giustizia (dikaiosǘne) per meriti di opere compiute con ferrea volontà. Tuttavia, i bisogni fisici non devono essere abbandonati all’inclinazione cattiva, lo yètzer harà (הרע יצר): “Non prestate le vostre membra al peccato, come strumenti d’iniquità; ma presentate voi stessi a Dio, come di morti fatti viventi, e le vostre membra come strumenti di giustizia [δικαιοσύνης (dikaiosǘnes)] a Dio” (Rm 6:13). Cosa cambia? Cambia la prospettiva e il modo: non si tratta più di guadagnarsi la giustificazione-giustizia (dikaiosǘne) tramite sforzi a colpi di forza di volontà con le presunte meritorie “opere della Legge”, ma di rispondere al “dono della giustizia [δικαιοσύνης (dikaiosǘnes)]” di Dio ubbidendo con fede e permettendo che la giustizia di Dio operi in noi.

   La fede è per Paolo e per tutti gli autori ispirati della Scrittura molto di più di una convinzione intellettuale; questo è un concetto occidentale, non biblico. La fede non è semplicemente credere: “Tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demòni lo credono e tremano. Insensato! Vuoi renderti conto che la fede senza le opere non ha valore?” (Gc 2:19,20). La prima volta che nella Bibbia si parla di fede, è in Gn 15:6: “[Abraamo] credette [“ripose fede”, TNM] al Signore”. Ecco perché è detto che Abraamo è “il padre di tutti quelli che hanno fede” (Rm 4:11, TNM). “Ripose fede” è nel testo ebraico הֶאֱמִן (heemìn), voce del verbo אָמַן (amàn), derivato semanticamente da אֱמוּנָה (emunàh), che indica la stabilità e la solidità. Da questa parola deriva anche אָמֵן (amèn), che significa “sicuramente”, “certamente”, nel senso di essere d’accordo. I demòni che credono nell’esistenza di Dio (e per questo tremano) sono un esempio di mancanza di fede. Le persone che si limitano a dire che credono nell’esistenza di Dio non hanno fede secondo la Bibbia, ma imitano i demòni che pure credono, con la differenza che i demòni ci credono davvero e per questo hanno i brividi, φρίσσουσιν (frìssusin), “gli si rizzano i peli”. La fede biblica comporta una relazione d’intimo affetto e di comunione espressi nella fiducia e nella fedeltà. È non solo un’identificazione, ma un coinvolgimento che porta all’obbedienza. Non è possibile mantenere questo profondo coinvolgimento senza rispondere con le opere. Una fede senza opere non ha senso. “A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo?”. – Gc 2:14.

   Per Paolo, come per tutti gli agiografi, la fede implica fare la volontà di Dio, ubbidire. Di questa fede espressa nell’ubbidienza alla Legge di Dio, possiamo notare nella Bibbia una progressione.

  • Sl 15 (di Davide). “O Signore, chi dimorerà nella tua tenda? Chi abiterà sul tuo santo monte?”. Davide elenca 11 punti:
  1. “Colui che è puro
  2. e agisce con giustizia
  3. e dice la verità come l’ha nel cuore;
  4. che non calunnia con la sua lingua,
  5. né fa male alcuno al suo vicino,
  6. né insulta il suo prossimo.
  7. Agli occhi suoi è spregevole il malvagio,
  8. ma egli onora quelli che temono il Signore.
  9. Se anche ha giurato a suo danno, non cambia;
  10. non dà il suo denaro a usura,
  11. né accetta regali a danno dell’innocente”.
  • Isaia 33:14-16. “Chi di noi potrà resistere al fuoco divorante?” Isaia elenca sei punti:
  1. “Colui che cammina per le vie della giustizia,
  2. e parla rettamente;
  3. colui che disprezza i guadagni estorti,
  4. che scuote le mani per non accettare regali,
  5. che si tura gli orecchi per non udir parlare di sangue
  6. e chiude gli occhi per non vedere il male.
  7. “Rispettate il diritto
  8. e fate ciò che è giusto”.
  9. tu pratichi la giustizia,
  10. che tu ami la misericordia
  11. e cammini umilmente con il tuo Dio?”
  • Isaia 56:1. Per bocca di Dio (“Così parla il Signore”), Isaia sintetizza tutto in due punti:
  • Mic 6:8. Con Michea l’obbedienza è sintetizzata in tre punti: “O uomo, egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il Signore, se non che
  • Ab 2:4. Il profeta Abacuc identifica la Legge in solo principio:
  1. “Il giusto per la sua fede vivrà”.

   Ora si noti molto bene ciò che Ab dice sotto ispirazione: “Il giusto per la sua fede [אֱמוּנָה (emunàh)] vivrà”.  Di certo il profeta non intende ritenere abolita la Legge. Piuttosto, salvaguardando la Legge e la sua osservanza, afferma a nome di Dio che è necessaria l’emunàh (אֱמוּנָה), che come abbiamo visto è la fiducia in Dio che vi mostra nella fedeltà con l’ubbidienza. In Rm 1:17 Paolo cita le parole di Ab 2:4; va da sé che egli non possa intendere una cosa diversa da quella detta da Abacuc. Come Abacuc, che cita, Paolo ritiene la Legge sempre valida, dicendo che va osservata con emunàh (אֱמוּנָה), con fede. Ma fede biblica, quella che non si limita a credere ma obbedisce alla Legge di Dio. Paolo lo dice chiaramente: “Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la legge”. – Rm 3:31.

   Nel Talmùd la Legge è vista nei suoi 613 precetti: “Rabbi Simlai insegna che 613 comandamenti furono formulati da Mosè: 365 con formula negativa, 248 positiva, quante sono le membra del corpo umano” (Makòt 24a). Per Paolo, tutti i comandamenti, le osservanze, le prescrizioni e le norme si assumono nuovamente in una sola attitudine spirituale ovvero nella ricerca della volontà di Dio: “Non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco; poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: ‘Il giusto per fede vivrà’” (Rm 1:16,17). Che è poi quello che diceva Abacuc.