La legge fatta di precetti in forma di comandamenti

In questo studio esaminiamo il passo di Ef 2:14,15.

“Ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia, la legge fatta di comandamenti in forma di precetti”. – Ef 2:14,15.

   Cos’è “la legge fatta di comandamenti in forma di precetti”? Il comune lettore religioso della Bibbia vi vede facilmente un riferimento alla Toràh. La parola “legge” è abbinata di solito alla Toràh, la parola “comandamenti” è quella usata per definire il Decalogo e la parola “precetti”, così cara agli ebrei, indica di solito le mizvòt, appunto i precetti della Toràh. È così? Paolo parla qui della Legge di Dio? No davvero.

   Non dobbiamo dimenticare che il passo di Ef 2:14,15 sopra citato è stato preso non dalla Bibbia direttamente, ma da una traduzione della Bibbia. Parlando di traduzioni, TNM va oltre e traduce così: “La Legge di comandamenti consistente in decreti”. Sebbene qui la parola “decreti” già ci faccia sorgere un dubbio sulla traduzione “precetti” di NR, occorre dire che l’aver messo l’iniziale maiuscola alla parola “legge” (“Legge”, TNM) è un capolavoro di manipolazione religiosa. Precisando che il testo greco non ha maiuscole, vediamo ora cosa dice davvero la Bibbia:

τὸν νόμον τῶν ἐντολῶν ἐν δόγμασιν

ton nòmon ton entolòn en dògmasin

la legge delle ingiunzioni in decreti

   Analizziamo ora parola per parola:

  • νόμος (nòmos), di cui τὸν νόμον (ton nòmon) è accusativo singolare preceduto dall’articolo determinativo: “la legge”. Si tratta di “di qualsiasi legge” (Vocabolario del Nuovo Testamento), sia umana che divina. È ovviamente il contesto che fa capire di che legge si tratti.
  • ντολή (entolè), di cui τῶν ἐντολῶν (ton ontolòn) è genitivo plurale preceduto dall’articolo determinativo. Diamo integralmente la definizione del Vocabolario del Nuovo Testamento: 1. “Ordine, comando, carica, precetto, ingiunzione”, “quello che è prescritto a qualcuno a causa del suo ufficio”; 2. “Un comandamento”, “una regola prescritta secondo cui una cosa va fatta”, “un precetto che ha a che fare con il lignaggio, del precetto mosaico riguardo al sacerdozio”, “usato eticamente dei comandamenti nella legge mosaica o tradizione ebrea”. Indica quindi principalmente un’“ingiunzione”, un comando, ma il termine è usato anche per indicare i Comandamenti della Bibbia. Anche qui è il contesto a determinarne il valore.
  • δόγμα (dògma), di cui ἐν δόγμασιν (en dògmasin) è dativo plurale retto dalla preposizione ἐν (en), “in”. Indica un decreto umano. Questo termine appare nella Bibbia cinque volte e si riferisce sempre a decreti umani. – Si veda al riguardo, lo studio, presente in questa stessa categoria, Cancellato il documento: quale?

   Per cominciare, si deve quindi stabilire innanzitutto il significato della parola tradotta “precetti” da NR, “decreti” da TNM e da CEI, “ordinamenti” da Did e “prescrizioni” da ND. È, infatti, questa parola che è la chiave che apre alla comprensione del passo, quella che stabilisce il contesto così indispensabile per capire che significato dare alle altre due parole: nòmos ed entolè.

   Come già osservato, la parola greca dògma (δόγμα) non fa mai nella Bibbia riferimento alle leggi di Dio. Nei cinque luoghi in cui compare nella Scrittura, si riferisce sempre a ordinanze legali umane, decreti, anche religiosi ma sempre umani; non fa mai riferimento alle leggi di Dio. La parola greca dògma si riferisce generalmente a giudizi e decreti; ordinanze di questo tipo sono i decreti pubblici da parte di funzionari di governo o decreti religiosi da parte di autorità religiose.

   Ora abbiamo bisogno di vedere il contesto in cui Paolo fa le sue dichiarazioni, per capirne il senso. In Ef 2:14, parlando di Yeshùa dice che egli “è la nostra pace”, “lui che dei due popoli [giudei e pagani] ne ha fatto uno solo”, e aggiunge che Yeshùa “ha abbattuto il muro di separazione”, “abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia”. Ora, al v. successivo (v. 15), spiega cos’era questa “causa dell’inimicizia” e dice che era “la legge delle ingiunzioni in decreti” (testo greco letterale); volendo dirla in italiano più corrente: “La legislazione delle intimazioni [fatte] da ordinanze”. Lo scopo dell’abbattimento del “muro” costituito da questo insieme di decreti lo dice ai vv. 15 e 16: “Per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la sua croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia”. Sta alludendo ai due popoli, giudei e pagani.

   Paolo definisce questa “legge delle ingiunzioni in decreti” come “inimicizia”, e lo dice due volte, al v. 14 e al v. 15. Si tratta dell’inimicizia tra giudei e pagani: “Voi, stranieri di nascita … esclusi dalla cittadinanza d’Israele ed estranei” (vv. 11,12). Tale “inimicizia” la chiama anche “muro di separazione” (v. 14). Qualunque sia “la legge delle ingiunzioni in decreti”, provocava odio e divisione. Questo fatto esclude immediatamente che si riferisse alla Legge di Dio, di cui Paolo in Rm 7:12 dice: “La legge è santa, e il comandamento è santo, giusto e buono”.

   Siamo in grado di risolvere il dilemma con una dichiarazione tratta dalla bocca stessa di Yeshùa che parlando agli scribi e ai farisei disse: “Perché trasgredite il comandamento di Dio a motivo della vostra tradizione? . . . avete annullato la parola di Dio a motivo della vostra tradizione. Ipocriti! Ben profetizzò Isaia di voi quando disse: ‘Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. Invano mi rendono il loro culto, insegnando dottrine che sono precetti d’uomini’” (Mt 15:3-9). Questi “precetti d’uomini” erano i decreti restrittivi farisaici che gravavano gli ebrei e tenevano lontani i gentili, i pagani, perfino quelli sinceri che avrebbero voluto adorare Dio.

   Queste ordinanze umane erano state aggiunte da uomini religiosamente fanatici a ciò che Dio aveva rivelato nel suo Insegnamento, la Toràh. In Lv 20:24 Dio aveva detto al popolo ebraico: “Io sono il Signore vostro Dio, che vi ha separati dagli altri popoli”. E in Lv 18:3: “Non farete quello che si fa nel paese d’Egitto dove avete abitato, né quello che si fa nel paese di Canaan dove io vi conduco, e non seguirete i loro costumi”. “Non dovete camminare nei loro statuti” (TNM) è una traduzione migliore, perché l’ebraico ha חקת (khuqòt), “norme”. Da qui l’espressione ebraica הגוים חקת (khuqòt hagoìm), “norme delle nazioni”. Di che “norme” si trattava? Con la pignoleria che distingueva gli studiosi ebrei della Toràh, che scrutavano il testo biblico in profondità (secondo le regole e le tecniche del metodo d’interpretazione della Scrittura tipico del midràsh, sostantivo derivante da daràsh, דרש, che significa ricercare, scrutare, esaminare, studiare), nel sifrà (l’esegesi biblica di Lv) si analizza il passo di 18:3 che intimava: “Non farete quello che si fa nel paese d’Egitto dove avete abitato, né quello che si fa nel paese di Canaan dove io vi conduco”, e ci si domandava come fosse possibile che gli ebrei si astenessero completamente dal seguire le azioni degli altri popoli: “È forse possibile che non piantassero i germogli e non costruissero case come loro?”. La risposta fu trovata in un’interpretazione della seconda parte dello stesso versetto: “Non farete secondo le loro norme” (לֹא תַעֲשׂוּ וּבְחֻקֹּתֵיהֶם, lo taasù uvkhuqotyhèm). Le norme di cui si parla non erano quindi le azioni comuni a tutti gli uomini, ma quelle tipiche dei pagani, come l’idolatria e l’immoralità. Nel Sèfer Iereìm (Libro di Coloro che Temono) si evidenzia il carattere di sregolatezza delle norme idolatre: “Ci ha ordinato il Creatore che non vada alcuna persona secondo le norme dei popoli per inseguire l’arbitrarietà del suo cuore”. Questo precetto vietava dunque quei comportamenti che avevano qualche attinenza con la pratica idolatra e con la corruzione in genere. Ma quegli ebrei non si fermarono qui. Per il loro zelo fanatico ed eccessivo, arrivarono a condannare in seguito pure quei comportamenti caratteristici degli altri popoli anche quando essi non avevano relazione con l’idolatria, come per esempio l’abbigliamento.

   Nel loro eccessivo scrupolo, i giudei esasperarono la raccomandazione divina di essere diversi dagli altri popoli. Così, i capi religiosi del 1° secolo promuovevano la freddezza verso chi non era ebreo e incoraggiavano un distacco molto rigido da loro. Tale disprezzo era evidente, ad esempio, nei confronti dei samaritani. Si tenga presente che i samaritani erano una popolazione di origine mista, in parte israelita e in parte straniera. Se trattavano così male i samaritani, si può immaginare come trattassero quelli che erano del tutto stranieri. Gv 4:9 annota: “I Giudei non hanno relazioni con i Samaritani”; la samaritana cui Yeshùa assetato aveva chiesto da bere, si stupisce: “Come mai tu che sei Giudeo chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”. Pizzicando sul vivo “un dottore della legge” che voleva metterlo alla prova, Yeshùa gli raccontò una parabola in cui faceva interpretare la parte di “prossimo” a un samaritano; alla sua domanda finale su chi fosse il prossimo tra il sacerdote, il levita e il samaritano che, unico, aveva soccorso un malcapitato nelle grinfie dei briganti, il dottore della legge fece un giro di parole per evitare perfino la parola “samaritano” e rispose: “Colui che gli usò misericordia” (Lc 10:25-37). Il termine “samaritano” era talmente dispregiativo che era perfino usato per offendere; i giudei, per insultare Yeshùa, gli dicono: “Non diciamo noi con ragione che sei un Samaritano e che hai un demonio?”. – Gv 8:48.

   Questo rigido atteggiamento di rifiuto dei giudei nei confronti degli stranieri emerge perfino dalle parole dell’apostolo Pietro: “Voi sapete come non sia lecito a un Giudeo aver relazioni con uno straniero o entrare in casa sua; ma Dio mi ha mostrato che nessun uomo deve essere ritenuto impuro o contaminato” (At 10:28). Impuri, contaminanti: così erano considerati nel 1° secolo i non ebrei, tanto che non era “lecito a un Giudeo aver relazioni con uno straniero o entrare in casa sua”. In Gv 18:28 vediamo che i giudei che condussero Yeshùa nel pretorio per farlo condannare, “non entrarono nel pretorio per non contaminarsi”. Oltre che contaminati, gli stranieri erano considerati anche contaminanti.

   All’inizio fu dura anche per i discepoli ebrei di Yeshùa accettare gli stranieri. Ci volle una specifica visione mandata da Dio a Pietro per far capire loro di smettere “di chiamare contaminate le cose che Dio ha purificato”. – At 10:9-16, TNM; cfr. Gal 2:11-14; Col 3:10,11.

   La Mishnàh (la compilazione della tradizione orale ebraica) conteneva un precetto che recita: “Non si lascino bovini nelle locande dei gentili poiché sono sospettati di bestialità”. Nella Mishnàh giudaica si rinviene perfino una legge che vietava alle donne israelite di aiutare donne non ebree a partorire, perché questo avrebbe contribuito a far venire al mondo un altro straniero (Abodàh Zaràh 2,1). Ai tempi apostolici l’ostilità tra giudei e stranieri era davvero manifestata in tutto. I giudei sostenevano addirittura che una donna ebrea non dovesse mai rimanere da sola con degli stranieri “perché essi sono sospetti di non sapersi contenere”, e che un ebreo non dovesse “isolarsi con loro, perché sono sospetti di omicidio”. Lo storico latino Tacito (del 1° secolo) scrive che gli ebrei “covano un odio fazioso contro tutti gli altri”. I giudei applicavano l’epiteto di “cani” (animali considerati impuri dalla Bibbia – Lv 11:27; Is 66:3; Ap 22:15) agli stranieri, termine dispregiativo che Yeshùa attenuò in “cagnolini”. – Mt 15:26.

   Gli stranieri presenti a Gerusalemme potevano solo avvicinarsi al Tempio, ma c’erano molte restrizioni. Nell’area del Tempio c’era un apposito cortile, chiamato “Cortile dei Gentili”, di cui The Jewish Encyclopedia dice: “A rigor di termini, questo cortile esterno non faceva parte del Tempio. Il suo suolo non era sacro e chiunque poteva entrarci”. Fu un’esagerazione la reazione scandalizzata dei giudei che accusarono Paolo di aver condotto nel Tempio uno straniero: “Israeliti, venite in aiuto: questo è l’uomo che va predicando a tutti e dappertutto contro il popolo, contro la legge e contro questo luogo; e oltre a ciò, ha condotto anche dei Greci nel tempio [εἰς τὸ ἱερὸν (èis ton ieròn)], e ha profanato questo santo luogo” (At 21:28): “Pensavano che egli lo avesse condotto nel tempio [εἰς τὸ ἱερὸν (èis ton ieròn)]” (v. 29). In verità, la parola ἱερὸν (ieròn), che significa “tempio”, è qui usata in modo allargato per riferirsi anche al Cortile degli Stranieri poiché “si riferisce all’intero complesso, anziché specificamente all’edificio del Tempio”. – B. M. Newman, P. C. Stine, A Handbook on the Gospel of Matthew.

   Giuseppe Flavio ci informa che Erode aveva raddoppiato l’area del Tempio (Guerra giudaica, I, 401; Antichità giudaiche, XV, 391-402). Dalla Mishnàh (Middoth 2:1) sappiamo che il monte su cui sorgeva il Tempio aveva un lato di  223 m (500 cubiti). Tutta la spianata era delimitata da colonnati.  Per raggiungere l’edificio centrale, il Santuario vero e proprio che sostituiva il Tempio, si dovevano attraversare diversi cortili, ciascuno dei quali era considerato più santo man mano che ci si avvicinava al Tempio. All’interno del recinto del Tempio c’era il Cortile delle Donne, successivamente il Cortile d’Israele, poi il Cortile dei Sacerdoti che corrispondeva al Cortile del Tabernacolo, in cui c’era l’altare e la “conca delle abluzioni” (Mishnàh, Midòt 3:6). Fuori dal recinto c’era il Cortile dei Gentili, una vera e propria area pubblica.

   Il Cortile degli Stranieri – così chiamato perché gli incirconcisi potevano entrarvi (ma lì dovevano rimanere) – era esterno e ben separato dal Cortile d’Israele. Era circondato da colonnati ed era possibile accedervi con facilità da otto porte, tanto che era luogo di passaggio molto trafficato: anziché passare attorno all’area del Tempio, la gente attraversava il Cortile dei Gentili, trasportando oggetti di quotidianità. Era in questo cortile che i cambiamonete mettevano i loro banchi e che i venditori offrivano animali per i sacrifici. – Mt 21:12,13; Mr 11:15-17; Gv 2:13-16; 10:22-24.

   Gli stranieri dovevano rimanere nel loro cortile. Per impedire che si avvicinassero al recinto del Tempio c’era una barriera di pietra, un muro alto 1,3 m (tre cubiti) su cui campeggiavano grandi lastre di pietra con avvisi in greco e in latino che avvertivano gli stranieri di non proseguire. Gli stranieri non potevano andar oltre questo confine, pena la morte seduta stante. Nella Mishnàh (traduzione di Danby, 1950, pag. 592), questa barriera è chiamata “Soreg”. Un’iscrizione su pietra recante l’intimazione a non oltrepassare il soreg fu scoperta da Clermont-Ganneau nel 1871 ed è conservata dal Dipartimento d’Israele delle Antichità e dei Musei. Una riproduzione di questa lastra si può vederla al Louvre di Parigi nel reparto Département des Antiquités Orientales. L’iscrizione recita: “Proibito a tutti gli stranieri di oltrepassare la balaustra e di penetrare all’interno del santuario. Chiunque sarà colto in flagrante, risponderà lui stesso della morte che ne seguirà”. Celati tra la folla, c’erano degli zeloti con uno stiletto nascosto tra le pieghe del vestito, pronti a colpire a morte qualsiasi straniero (romani compresi) che avesse osato oltrepassare quel limite invalicabile. Quest’avvertimento che minacciava di morte i violatori spiega il pretesto usato dai giudei per insorgere contro Paolo, credendo che avesse fatto entrare uno straniero nella zona proibita. – At 21:27-31.

   Alla luce di tutto ciò è ora più facile comprendere cosa fosse “il muro di separazione” di cui parla Paolo in Ef 2:14. Quel “muro”, chiamato soreg dalla Mishnàh, separava gli stranieri dai giudei. Agli stranieri, anche sinceri, era impedito di adorare Dio nei cortili più interni, aperti solo agli adoratori ebrei santificati.

   Yeshùa, con la sua morte sacrificale, aveva posto fine alla separazione fra ebrei e gentili, creata dalle rigide norme umane, “la legge delle ingiunzioni in decreti” (τὸν νόμον τῶν ἐντολῶν ἐν δόγμασιν, ton nòmon ton entolòn en dògmasin) di cui parla in Ef 2:14,15.

   La Legge di Dio non vietava i contatti tra gli ebrei e gli stranieri. Questa fu un’idea umana dei capi religiosi fanatici che incoraggiavano il popolo a disprezzare chiunque non fosse ebreo. Tale rigido atteggiamento d’inimicizia verso tutti i non ebrei era non solo ingiusto, ma del tutto contrario alla Legge di Dio: “Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio”. – Lv 19:34.

“Hai creato tutti i popoli:
essi verranno ad adorarti,
a cantare, Signore, la tua gloria”. – Sl 86:9, PdS.

   La legge di Dio comandava: “Avrete una stessa legge tanto per lo straniero quanto per il nativo del paese; poiché io sono il Signore vostro Dio” (Lv 24:22), ma quei fanatici capi religiosi giudei seppellivano la Legge di Dio sotto una massa di precetti e regole umane avendo creato una loro “legge” fatta di “ingiunzioni in decreti”. Costoro insegnavano il disprezzo verso i non ebrei, inducendo a odiare gli stranieri. Paolo spiega che Yeshùa ha fatto “dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace” “per riconciliarli tutti e due [giudei e stranieri] con Dio in un corpo unico mediante la sua croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia”. A quegli stranieri efesini convertiti dice: “Con la sua venuta ha annunciato la pace a voi che eravate lontani”, “perché per mezzo di lui gli uni e gli altri  [stranieri e giudei] abbiamo accesso al Padre”. – Ef 2:15-18.

   Quelle ordinanze umane erano quindi state come il “muro di separazione” che impediva agli stranieri di avvinarsi al Tempio. Ai tempi di Paolo molti credenti convertiti tra gli stranieri continuavano a subire il peso delle restrizioni precedenti. Alcuni ebrei che avevano accettato Yeshùa trovavano difficoltà a dimenticare e a cambiare quella parte profondamente radicata della loro vita. Paolo dovette combattere perfino contro Pietro: “Quando Cefa [= Pietro] venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi”. – Gal 2:11,12.

   Paolo spiega agli efesini, per lo più gentili convertiti, che i discepoli di Yeshùa compongono una nuova comunità che non dipende per nulla dalle leggi artificiali e dai decreti ingiuntivi delle guide giudaiche, ma che si basa solo su ciò che Dio aveva rivelato: “Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio. Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare”. – Ef 2:19,20.

   Yeshùa ha abolito certa tradizione talmudica, che era schiavitù: “Legano dei fardelli pesanti e li mettono sulle spalle della gente; ma loro non li vogliono muovere neppure con un dito” (Mt 23:4). “Per tale libertà Cristo ci rese liberi. State dunque saldi e non vi fate porre di nuovo sotto un giogo di schiavitù”. – Gal 5:1, TNM.

   Yeshùa non ha abolito alcuna parte della Legge di Dio. In realtà, ha reso possibile a giudei e stranieri di diventare israeliti spirituali, figli di Dio: “Siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù. Infatti voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù. Se siete di Cristo, siete dunque discendenza d’Abraamo, eredi secondo la promessa” (Gal 3:26-29; cfr. 6:16). Yeshùa stesso garantì: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento”. – Mt 5:17.

   Giacomo ci spiega il modo in cui possiamo vivere insieme in libertà all’interno della Legge perfetta di Dio: “Chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare”. – Gc 1:25.

   Per osservare la completa e santa Legge di Dio ci è stato dato un esempio perfetto di come dobbiamo vivere: “Camminare com’egli camminò” (1Gv 2:6). L’apostolo Pietro dice che Yeshùa ci ha ‘lasciato un esempio, perché seguiamo le sue orme’ (1Pt 2:21). E Paolo esorta: “Siate miei imitatori, come anch’io lo sono di Cristo”. – 1Cor 11:1.

   La Legge di Dio è buona e per il nostro bene: “Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandamenti che oggi ti do, affinché siate felici tu e i tuoi figli”. – Dt 4:40.

   Il salmista sapeva con certezza una cosa circa la Legge di Dio, e la sapeva bene:

“Dei tuoi precetti so questo da tempo:

li hai stabiliti per sempre”. – Sl 119:152, PdS.

   E noi? Lo sappiamo? Sappiamo che la Toràh è stata stabilita da Dio per sempre? “Se sapete queste cose, siete beati se le fate”. – Gv 13:17.