“La fede senza le opere è morta”

“La fede senza le opere è morta”. – Gc 2:26.


“È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio.

Non è in virtù di opere”. – Ef 2:8,9.


 

 

I due passi biblici sopra citati sembrano contraddirsi a vicenda. Giacomo sostiene che chi ha davvero fede deve mostrarlo con le opere; egli dice: “Insensato! Vuoi renderti conto che la fede senza le opere non ha valore?” (Gc 2:20), e poco più avanti, al v. 26, ripete il concetto: “La fede senza le opere è morta”. Tuttavia, Paolo afferma chiaramente che “non è in virtù di opere” che siamo salvati, ma è “per grazia” di Dio.

   Quest’apparente contraddizione dà lo spunto ai miscredenti per liquidare l’intera Bibbia come non ispirata e inaffidabile. Viceversa, moltissimi cosiddetti cristiani, altrettanto impreparati in Sacra Scrittura, adottano decisamente le parole di Paolo e non prestano la minima attenzione a quelle di Giacomo; tutt’al più diranno che ci devono essere opere in armonia con la fede, azioni che la manifestino, ma che non sono richieste le opere della Legge.

   C’è davvero una contraddizione? È proprio vero che non abbiamo bisogno delle opere ma solo della fede? Il credente deve rispondere a quest’ultima domanda, perché è vitale per avere l’approvazione di Dio. Un accurato esame ci darà la comprensione spirituale dei passi di Ef e di Gc, rivelando che la Bibbia non contraddice se stessa.

   Leggendo Ef 2:8,9, la prima cosa che notiamo è che siamo di fronte a un intero elenco di parole dal suono spirituale:

“È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi;

è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti”.

   I più penseranno di comprendere chiaramente ciascuna di queste parole, tuttavia a noi piace studiare e meditare a fondo la Bibbia: “Felice l’uomo giusto: . . . sua gioia è la parola del Signore, la studia notte e giorno”. – Sl 1:1,2, PdS.

   Vediamo dunque di apprezzare il pieno significato di ciascuna di queste parole spirituali che Paolo usa. Ci sono due modi per farlo. Il primo è il più semplice, anche se non del tutto esaustivo: si tratta di vedere come altre traduzioni rendono le parole che vogliamo esaminare, per avere un’idea più vasta del loro significato. Il secondo metodo è indubbiamente il più efficace e sicuro: vedere cosa dice la Bibbia, non una traduzione.

NR

grazia

salvati

fede

dono

opere

CEI

grazia

salvi

fede

dono

opere

Did

grazia

salvati

fede

dono

opere

ND

grazia

salvati

fede

dono

opere

TNM

immeritata

benignità

salvati

fede

dono

opere

   I traduttori paiono pressoché unanimi nella traduzione. CEI predilige “salvi”, ma ci pare che “salvati” dia meglio l’idea della salvezza dovuta al dono di Dio; TNM, che ama i giri di parole, usa “immeritata benignità” al posto di grazia: ci pare un linguaggio alquanto arcaico ed estraneo alla lingua corrente, tuttavia sottolinea quello che è già insito nella parola “grazia”, cioè la gratuità del dono di Dio: “immeritata”. Potremmo andare oltre, consultando un buon vocabolario della lingua italiana, ma il passo fu scritto in greco, per cui preferiamo approfondire le parole originali.

Parola greca

Traslitterazione

Numero Strong

Note

Significato

χάρις

chàris

5485

sostantivo femminile

Grazia, bontà, favore,

gentilezza misericordiosa di Dio

σεσῳσμένοι

sesosmènoi

4982

participio perfetto passivo, nominativo maschile plurale,

del verbo σῴζω (sòzo), “salvare”

Salvati, liberati da pericolo di annichilimento

πίστις

pìstis

4102

Sostantivo femminile

Convinzione della verità riguardo a Dio

con fiducia e fervore, fedeltà

δῶρον

dòron

1435

Sostantivo neutro

Dono

ἔργον

èrgon

2041

Sostantivo neutro

Ciò che ci s’impegna a fare, atto, azione

   La parola greca èrgon (ἔργον), tradotta “opera” da tutti i traduttori citati sopra, non sembra essere un termine molto difficile, ambiguo o fuorviante. Indica un’azione, un atto. Ci riferiamo qui alla parola “opere” in generale. I moltissimi cosiddetti cristiani e le religioni che sostengono che le opere non siano necessarie, cosa percepiscono nella parola “opere”? Le opinioni variano secondo il credo religioso. C’è chi vi vede la pratica della Legge di Dio ovvero l’osservanza ebraica della Legge, osservanza che non sono disposti a osservare né a insegnare. C’è chi perfino addirittura percepisce questo termine nel senso di opere di carità, il che lascia stupiti per la superficialità con cui viene letta la Bibbia.

   Così, moltissimi “cristiani”, confortati dalle loro religioni, decidono di sostituire mentalmente la parola “Legge” alla parola “opere” in Ef 2:8,9. In pratica, è come se – anziché leggere “non è in virtù di opere” – leggessero: ‘Non è in virtù della Legge’. Da qui la loro convinzione che per i “cristiani” non sia necessario osservare la Legge di Dio. Alcuni poi si riservano il diritto di scegliere quali parti della Legge ritengono di dover mantenere (forse “non uccidere”, “non rubare” e simili); altri dicono perfino che tutti i Comandamenti sono stati aboliti e che valgono solo come principio, anche se non si comprende cosa significhi nella pratica (a noi sembra solo un espediente per evitare di osservare il sabato).

   La salvezza, essendo “dono” di Dio, non si può guadagnare. Infatti, Paolo dice che è “per grazia” che siamo stati salvati. E abbiamo visto come tale “grazia”, nel significato della parola greca chàris, indichi la bontà e la misericordia di Dio, certamente da noi “immeritata”, come fa rilevare TNM. Tale dono divino della salvezza non è però concesso indiscriminatamente. Sebbene offerto tutti, è elargito da Dio “mediante la fede”, e Paolo lo dice: “È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede”. Nella definizione di “fede”, abbiamo visto che la parola greca pìstis indica non solo la convinzione della verità riguardo a Dio, ma anche la fedeltà. Questa fede-fedeltà si attua con l’obbedienza. L’obbedienza è una condizione che si deve soddisfare anche e soprattutto dopo che Dio ci ha dato il dono gratuito della salvezza. Non ci devono essere dubbi al riguardo.

  • “Noi siamo testimoni di queste cose; e anche lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli ubbidiscono”. – At 5:32.
  • “Chi dice: ‘Io l’ho conosciuto’, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui”. – 1Gv 2:4.
  • “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”. – Mt 19;17.
  • “Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti”. – Gv 14:15.
  • “Come figli ubbidienti, non conformatevi alle passioni del tempo passato, quando eravate nell’ignoranza”. – 1Pt 1:14.
  • “Il Signore gradisce forse gli olocausti e i sacrifici quanto l’ubbidire alla sua voce? No, l’ubbidire è meglio del sacrificio, dare ascolto vale più che il grasso dei montoni”. – 1Sam 15:22.
  • “Non sapete voi che se vi offrite a qualcuno come schiavi per ubbidirgli, siete schiavi di colui a cui ubbidite: o del peccato che conduce alla morte o dell’ubbidienza che conduce alla giustizia?”. – Rm 6:16.
  • “Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. – Mt 7:21.
  • Mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto”. – Gc 1:22.
  • “Chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare”. – Gc 1:25.

   L’apostolo Paolo, in Ef 2:8,9, non dice che le opere non siano necessarie. Si rilegga bene il passo. Lo scopo della sua dichiarazione è di mostrare che le opere non ci salvano, ma che è la grazia e la fede che ci salva. In verità, al successivo v. 10, Paolo dice: “Siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo”. Ciò che Paolo dice è molto chiaro: Dio vuole che noi pratichiamo le opere buone. Dio le ha preparate per la nostra formazione spirituale in modo che possiamo ubbidirgli. Praticare le opere buone è parte essenziale dello scopo della vita d’ogni vero credente: siamo “stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone”. Non possiamo veramente essere credenti fedeli senza praticare le opere.

   Alla fine, possiamo dire che vi è davvero contraddizione tra le parole di Paolo e quelle di Giacomo? Ovviamente, no. In Ef 2:8 Paolo dice che la fede è necessaria e, come abbiamo visto al versetto 10, dice che le opere buone sono similmente necessarie. Giacomo, allo stesso modo, nella sua lettera, in 2:26, dice che la fede e le opere sono inseparabili.

“Così è della fede; se non ha opere, è per se stessa morta”. – Gc 2:17.

“Insensato! Vuoi renderti conto che la fede senza le opere non ha valore?”. – Gc 2:20.

“Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta”. – Gc 2:26.

   La dottrina paolina della giustificazione per fede e la dichiarazione di Giacomo circa la necessità delle opere sono complementari, non contraddittorie. Giacomo e Paolo erano in perfetta armonia (cfr. At 15:13-29;21:17-36). Paolo enfatizzò la fede come base di giustificazione davanti a Dio, ma insisté nel contempo sul fatto che si deve vivere compiendo le opere perché Dio ci ha generati per questo scopo. Giacomo scriveva a coloro che avevano già accettato la dottrina della giustificazione per fede ma che evidentemente non stavano vivendo nel modo giusto, e dice loro che una fede senza le opere non serve a niente.

   Ci piace infine evidenziare alcune traduzioni interessanti di Gc 2:20. TNM traduce: “Ti curi di sapere, o uomo vuoto, che la fede senza le opere è inattiva?”. American Standard Version e anche English Revised Version traducono la parola greca ἀργή (arghè), “inoperosa”, con l’inglese barren, “sterile”. Questo aggettivo è affascinate per certi versi, perché richiama la sterilità di grandi donne bibliche come Sara, Rebecca, Rachele, Anna ed Elisabetta, che non potevano avere figli. Ora, per la vita fisica è necessaria la fertilità dei genitori. Spiritualmente, una fede senza opere è sterile, inattiva: non produce vita. Perché la nostra vita spirituale sia fecondata, occorre una fede che non sia sterile. Questo dice Giacomo. Se questa condizione fecondante delle opere è assente, sterile o inattiva, non ci saranno risultati nella nuova vita del credente. La stessa considerazione vale prendendo ad esempio un terreno sterile: sarebbe un luogo desolato, un terreno spirituale che ha ricevuto sì la luce del sole della verità, ma se il seme della parola di Dio vi è caduto ed è germogliato, non avendo le radici della penetrazione spirituale, non ha potuto assorbire la pioggia fecondante delle opere, così che “non avendo radice, inaridì”. – Mr 4:6.

   Giacomo usa per la fede senza le opere la parola ἀργή (arghè), “inoperosa”, in 2:20; e usa νεκρά (nekrà), “morta” in 2:17 e in 2:26. Non potrebbe essere più efficace nel rendere l’idea. Se abbiamo una fede senza opere, abbiamo per fede qualcosa di sterile, uno zombie travestito da fede.    

   Non vi è quindi alcuna contraddizione. La fede è necessaria. Le opere sono necessarie. Queste opere sono il fare la volontà di Dio, l’ubbidire alla sua Legge. La fede senza le opere è morta. La fede con le opere è viva e ha in sé il germe della vita eterna.

   I giudei facevano grandi sforzi per osservare la Legge: il loro obiettivo era di essere dichiarati giusti da Dio per le opere che compivano. Paolo corresse questo errato punto di vista. Dov’era l’errore? Lo sbaglio enorme stava nel credere che si potesse avere la giustizia per meriti propri. È per grazia gratuita di Dio che si ha salvezza, se riponiamo fede in Yeshùa. Le opere, anziché essere una richiesta di giustizia, diventano allora una risposta all’amore di Dio. I veri credenti non osservano la Legge per conquistarsi l’amore di Dio, ma osservano la Legge in risposta al suo amore.

   Prima che venisse Yeshùa, l’amore di Dio si rendeva concreto (anche secondo i qumranici) in una serie di precetti (מִצְוֹת, mitzvòt). Con la venuta di Yeshùa tutto si rende concreto in una persona: il messia. Non più precetti esteriori vissuti in modo legalistico, ma l’amore con cui nella fede si ubbidisce alla Legge scritta ora sui cuori e non più sulla pietra: “Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne. Metterò dentro di voi il mio Spirito e farò in modo che camminerete secondo le mie leggi, e osserverete e metterete in pratica le mie prescrizioni”. – Ez 36:26,27.

   Dato che “Dio è amore” (1Gv 4:8), lo spirito santo che Dio dona non può che essere amore, e anche “il frutto dello spirito è amore” (Gal 5:22, TNM). È proprio tramite l’amore di Dio che il credente in Yeshùa è trasformato così che possa obbedire alla Legge di Dio, “perché questo è l’amore di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti” (1Gv 5:3). Ciò è conforme alla promessa che Dio aveva fatto:

“Io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo”. – Ger 31:33.

   Ora è possibile ubbidire alla Legge, come Dio aveva promesso:

“Metterò dentro di voi il mio Spirito e farò in modo che camminerete secondo le mie leggi”. – Ez 36:27.

   Per non ubbidire, molti “cristiani” sostengono che la Legge di Dio sia stata abolita. Paolo però dichiara: “Aboliamo dunque la legge per mezzo della nostra fede? Non sia mai! Al contrario, noi stabiliamo la legge” (Rm 3:31, TNM). Dio dice: “Io metterò la mia legge nell’intimo loro”. – Ger 31:33.