L’ambivalenza della Legge

Affrontando il tema della Legge s’incontra il problema della sua ambivalenza. Nella sua funzione di indicare cosa è bene e cosa è male, la Legge è il punto d’incontro di due situazioni opposte: la norma ideale (come dovrebbero essere le cose) e la realtà (come sono le cose).

Norma

   Quando la realtà della nostra situazione si scosta dalla norma (la Legge) si è nel peccato, che è – come significa la parola stessa, etimologicamente – un fallire l’obiettivo. Più la realtà è scostata dalla norma, più la situazione è peccaminosa. Quando la realtà coincide con la norma, si attua nella nostra vita il volere di Dio.

   La tensione esistente tra i dettami morali del perfetto Insegnamento (Toràh) di Dio come da lui rivelato nella Scrittura e la nostra tendenza a fare il male è una situazione che fatalmente ognuno si trova a vivere.

   Da una parte, siccome è espressione della volontà di Dio, la Legge ci indica il cammino giusto; dall’altra, una serie di fattori umani provoca il suo rifiuto. la Legge non ci permette di fare come ci pare e piace, assecondando il capriccio dei nostri impulsi non buoni. Paolo ha descritto magnificamente questa tensione, evidenziata dalla Legge di Dio, che condanna la bramosia egoistica e che, nello stesso tempo, rende il concupiscente favoreggiatore del peccato che essa stessa fa risaltare:

“Che cosa diremo dunque? La legge è peccato? No di certo! Anzi, io non avrei conosciuto il peccato se non per mezzo della legge; poiché non avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: ‘Non concupire’. Ma il peccato, còlta l’occasione, per mezzo del comandamento, produsse in me ogni concupiscenza; perché senza la legge il peccato è morto. Un tempo io vivevo senza legge; ma, venuto il comandamento, il peccato prese vita e io morii; e il comandamento che avrebbe dovuto darmi vita, risultò che mi condannava a morte. Perché il peccato, còlta l’occasione per mezzo del comandamento, mi trasse in inganno e, per mezzo di esso, mi uccise. Così la legge è santa, e il comandamento è santo, giusto e buono. Ciò che è buono, diventò dunque per me morte? No di certo! È invece il peccato che mi è diventato morte, perché si rivelasse come peccato, causandomi la morte mediante ciò che è buono; affinché, per mezzo del comandamento, il peccato diventasse estremamente peccante”. – Rm 7:7-13.

   La Legge, da un lato, illumina la coscienza, dall’altro è incapace di purificarla. La Legge rimane “santa” e “il comandamento è santo, giusto e buono”. Non è colpa della Legge se trasgrediamo, ma è colpa nostra. Un furfante non può incolpare il codice penale perché è arrestato e condannato, ma solo se stesso. La legge reca in sé ambivalenza: si fa amare per il suo ideale morale e detestare per la difficoltà di ubbidire a Dio in cui ci mette. Paolo deve così fronteggiare due atteggiamenti estremi, presenti al suo tempo: il legalismo e il rifiuto della Legge.

   Il legalismo era l’atteggiamento intransigente dei farisei: il loro ideale era applicare la Legge alla perfezione, fino al raggiungimento della giustizia a suon di opere meritorie; i farisei avevano creato così un fitto codice di precetti in aggiunta alla Legge, con tutta una giurisprudenza che contemplava tutti i casi. Tutta questo corpo di leggi create dai farisei sorgeva dalla loro interpretazione della Toràh ed era diventata una schiavitù. “Perché tentate Dio mettendo sul collo dei discepoli un giogo che né i padri nostri né noi siamo stati in grado di portare?” (At 15:10). Alla fine i farisei arrivarono a canonizzare le loro stesse interpretazioni. La società ebraica era diventata una teocrazia, un regime totalitario in mano a scribi e farisei.

   All’opposto del legalismo farisaico stava l’ἀνομία (anomìa), la condizione dei senza Legge. Era l’atteggiamento tipico dei pagani che vedevano nella Legge di Dio solo un codice d’interdizioni estranee alla loro cultura; la rifiutavano a priori, senza cogliervi la volontà di Dio e le sue promesse.

   L’unica soluzione di questa inconciliabilità sta nell’azione salvifica di Dio: “Ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha fatto; mandando il proprio Figlio in carne simile a carne di peccato e, a motivo del peccato, ha condannato il peccato nella carne, affinché il comandamento della legge fosse adempiuto in noi, che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo Spirito”. – Rm 8:3,4.

   Paolo, tra questi due estremi, descrive così la sua posizione per ciò che riguarda la Legge:

“Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti, per guadagnarne il maggior numero; con i Giudei, mi sono fatto giudeo, per guadagnare i Giudei; con quelli che sono sotto la legge, mi sono fatto come uno che è sotto la legge (benché io stesso non sia sottoposto alla legge), per guadagnare quelli che sono sotto la legge; con quelli che sono senza legge, mi sono fatto come se fossi senza legge (pur non essendo senza la legge di Dio, ma essendo sotto la legge [testo greco: letteralmente “nella legge”] di Cristo), per guadagnare quelli che sono senza legge”. – 1Cor 9:19-21.

   Paolo usa qui tre espressioni.

  1. “Sotto la Legge” – ὑπὸ νόμον (üpò nòmon).
  2. “Senza Legge” – ἄνομος (ànomos).
  3. “Nella Legge” – ἔννομος (ènnomos).

   Non si pensi, basandosi sulla semplice traduzione, che la “legge di Cristo” sia qualcosa di diverso dalla Toràh. La parola ἔννομος (ènnomos) in greco indicava l’essere conforme alla legge, legittimo, legale. In At 19:39, ad esempio, il cancelliere della città, dopo aver calmato alcuni sobillatori, aggiunge: “Se poi volete ottenere qualcos’altro, la questione si risolverà in un’assemblea regolare [ἐννόμῳ (ennòmo), “legittima”]”. Con questa parola (ἔννομος, ènnomos), “nella legge” di Cristo, Paolo descrive la sua situazione particolare dopo il suo incontro con Yeshùa risorto. Paolo si oppone sia alla concezione legalistica farisaica sia all’atteggiamento libertino dei pagani. Egli aderisce pienamente alla Legge, però attraverso Yeshùa.

   Va notato che Paolo precisa di non essere “senza la legge di Dio”: essendo “nella legge” (ἔννομος, ènnomos) del Messia, la sua adesione alla Legge è adesione all’essenza spirituale della Legge. Questa nuova relazione – “sotto la legge di Cristo” – tra il credente e la Legge, supera sia il rigore legalista sia l’anarchia arbitraria, perché la sua origine è nell’azione interiore dello spirito: “La legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte”. – Rm 8:2; cfr. Ger 31:31-34; Eb 8:8-12.

   La considerazione di Paolo sulla Legge tiene conto dei due diversi protagonisti della relazione: Dio e l’essere umano.

   Dalla prospettiva umana, non si può ignorare lo scostamento tra la norma e la realtà peccaminosa umana. La sfasatura inevitabile tra le esigenze della Legge di Dio e i crolli della volontà umana genera delle cadute. Tra tutti i testi paolini che rendono evidente questo conflitto tra Legge divina e volontà umana, il più intenso è quello di Rm 7:14-25:

“Sappiamo infatti che la legge è spirituale; ma io sono carnale, venduto schiavo al peccato. Poiché, ciò che faccio, io non lo capisco: infatti non faccio quello che voglio, ma faccio quello che odio. Ora, se faccio quello che non voglio, ammetto che la legge è buona; allora non sono più io che lo faccio, ma è il peccato che abita in me. Difatti, io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene; poiché in me si trova il volere, ma il modo di compiere il bene, no. Infatti il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio. Ora, se io faccio ciò che non voglio, non sono più io che lo compio, ma è il peccato che abita in me. Mi trovo dunque sotto questa legge: quando voglio fare il bene, il male si trova in me. Infatti io mi compiaccio della legge di Dio, secondo l’uomo interiore, ma vedo un’altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e mi rende prigioniero della legge del peccato che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. Così dunque, io con la mente servo la legge di Dio, ma con la carne la legge del peccato”.

   La Legge di Dio ci orienta e convoglia i nostri impulsi umani verso le scelte migliori. Però, sebbene la Legge sia la norma ideale (quella che ci dice la volontà di Dio per noi), la natura umana peccaminosa tende a respingerla. Nella sua analisi, Paolo riconosce che, nonostante la bontà della Legge, l’impegno umano da solo non basta, anzi è inadatto: “Il comandamento che avrebbe dovuto darmi vita, risultò che mi condannava a morte” (Rm 7:10). Come superare quest’ostacolo della natura umana? Paolo esulta: “Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. Così dunque, io con la mente servo la legge di Dio, ma con la carne la legge del peccato” (Rm 7:25). La persona sensibile e responsabile è cosciente della distanza (scostamento) che separa l’ideale che ammira dalla realtà che vive. Nel caso del credente guidato dallo spirito, ogni cosa lo spingerà nella direzione della Legge: il credente sa che, con l’aiuto divino, alla fine di ogni conflitto, potrà rispondere affermativamente alle elevate richieste della Legge.

   Dalla prospettiva divina, la Legge rivela le aspettative di Dio per l’essere umano. La Legge raffronta la volontà superiore di Dio con quella inferiore umana, in ogni situazione concreta. Le esigenze della Legge di Dio sono poste di fronte alla scelta umana. La scelta è il miglior alleato e anche il peggior nemico dell’essere umano.

   La Legge è sovrana liberatrice o serva. La Legge è sovrana come espressione della volontà di Dio. Essa è serva poiché il suo campo d’azione è sottoposto alla grazia. È nella grazia di Dio che sovranità e servizio s’incontrano.

   Quest’ambiguità della Legge spiega le sorprendenti dichiarazioni di Paolo sul suo valore e i suoi limiti. La Legge può essere portatrice di vita, ma anche lettera che ammazza: “Giudeo infatti non è colui che è tale all’esterno; e la circoncisione non è quella esterna, nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente; e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito, non nella lettera; di un tale Giudeo la lode proviene non dagli uomini, ma da Dio” (Rm 2:28,29); “Ora siamo stati sciolti dai legami della legge, essendo morti a quella che ci teneva soggetti, per servire nel nuovo regime dello Spirito e non in quello vecchio della lettera” (Rm 7:6); “Egli ci ha anche resi idonei a essere ministri di un nuovo patto, non di lettera, ma di Spirito; perché la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica”. – 2Cor 3:6.

   La Legge può essere spirituale o causa scatenante del peccato (Rm 7:1-13). La Legge è confermata dal vangelo: “Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la legge”. – Rm 3:31.

   L’ignoranza di quest’ambivalenza genera numerosi malintesi. La tensione tra queste due realtà opposte va compresa: esse sono complementari. Se non si comprende ciò, si cade in semplificazioni che portano a usare le forbici ritenendo semplicisticamente abolita la Legge. Poiché la Legge è espressione della volontà di Dio, la Legge non può essere abrogata con la predicazione del vangelo, né può perdere un solo iota della sua autorità (Mt 5:17,18). Solo l’azione dello spirito sarà capace di rispettare la scelta umana e, nello stesso tempo, portarla verso l’ideale proposto dalla Legge.