Nonostante il suo carattere umano, il Vangelo scritto di Luca non ha nulla di conciliante, nulla che mostri un rilassamento. È stato detto che il suo Vangelo è quello della rinuncia assoluta, perché esige il rifiuto radicale di tutto quanto può allontanare il discepolo da Yeshùa (“Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, e la moglie, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo. E chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.” – 14:26,27). Luca è esigente quando parla di povertà e ricchezza, per cui – rispetto agli altri due sinottici – alle beatitudini dette da Yeshùa aggiunge duri messaggi rivolti ai ricchi, ai gaudenti e ai concilianti che cercano di accattivarsi la lode di tutti: “Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete. Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi, perché i padri loro facevano lo stesso con i falsi profeti”. – 6:24-26.

   Il Vangelo di Luca è quello che meglio di tutti ci fa sentire lo spirito evangelico (della buona notizia), nonostante si rivolga ad un pubblico che si potrebbe definire borghese.

   Il Vangelo di Luca è un Vangelo ottimista perché ci assicura che non siamo soli nel nostro lavoro: lo spirito santo è al lavoro con noi. L’ottimismo si rivela quando cinquemila persone hanno fame in un luogo desertico: “Egli disse ai suoi discepoli: ‘Fateli sedere a gruppi di una cinquantina’. E così li fecero accomodare tutti. Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci, alzò lo sguardo al cielo e li benedisse, li spezzò e li diede ai suoi discepoli perché li distribuissero alla gente. Tutti mangiarono a sazietà e dei pezzi avanzati si portarono via dodici ceste” (Lc 9:14-17). Anche quando le porte si chiudono davanti alla predicazione paolina, “cercammo subito di partire per la Macedonia, convinti che Dio ci aveva chiamati là, ad annunziare loro il vangelo” (At 16:10). Ogni volta le porte si riaprono. Pietro esce dalla prigione: “Pietro stava dormendo in mezzo a due soldati, legato con due catene; e le sentinelle davanti alla porta custodivano il carcere. […]. L’angelo, battendo il fianco a Pietro, lo svegliò, dicendo: ‘Àlzati, presto!’ E le catene gli caddero dalle mani. […]. Com’ebbero oltrepassata la prima e la seconda guardia, giunsero alla porta di ferro che immette in città, la quale si aprì da sé davanti a loro  (At 12:6,7,10). Paolo e Sila, incarcerati, escono con gloria: “Verso la mezzanotte Paolo e Sila, pregando, cantavano inni a Dio; e i carcerati li ascoltavano. A un tratto, vi fu un gran terremoto, la prigione fu scossa dalle fondamenta; e in quell’istante tutte le porte si aprirono, e le catene di tutti si spezzarono” (At 16:25,26). Yeshùa, minacciato a Nazaret, passa immune tra i suoi nemici: “Si alzarono, lo cacciarono fuori dalla città, e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale era costruita la loro città, per precipitarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò” (Lc 4:29,30). Anche il malfattore sul palo accanto a Yeshùa apriva il suo cuore alla speranza “e diceva: ‘Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!’”. – Lc 23:42.

   L’ottimismo deve regnare nonostante le ostilità che Yeshùa ha a Nazaret (Lc 4:22-30) o presso i samaritani (Lc 9:51-56); nonostante le difficoltà degli apostoli al sinedrio (At 4). Tali minacce non possono intimidire la congregazione dei discepoli: se il cammino della chiesa è quello di Yeshùa, non deve sembrare strano che essa pure si trovi in mezzo ad un “incendio che divampa” (1Pt 4:12). La missione della congregazione è quella di Yeshùa: è in favore delle persone, non contro di loro; non può essere che l’amore di Yeshùa rimanga senza risposta ed incontri solo opposizione. Luca sottolinea, quasi fosse un corollario, che i primi discepoli a Gerusalemme godevano la stima di tutto il popolo: “Ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati”. – At 2:46,47.

   Il Vangelo di Luca, con la sua esaltazione dell’amore di Yeshùa verso i peccatori e del reciproco amore tra i discepoli alla luce della potenza dello spirito santo, è destinato a creare gioia nel credente.

   Farebbe un gran bene agli esistenzialisti leggere questo Vangelo, il quale insegna che per il credente la vita non è angoscia e ansietà, ma gioia fiduciosa in Dio.

   Il Vangelo di Luca è quindi il Vangelo della gioia che traspare nei vari canti:

Il Magnificat di Miryàm

(“Magnificat anima mea Dominum”, v. 46, Vg)

“L’anima mia magnifica il Signore,

e lo spirito mio esulta in Dio, mio Salvatore,

perché egli ha guardato alla bassezza della sua serva.

Da ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata,

perché grandi cose mi ha fatte il Potente.

Santo è il suo nome;

e la sua misericordia si estende di generazione in generazione

su quelli che lo temono.

Egli ha operato potentemente con il suo braccio;

ha disperso quelli che erano superbi nei pensieri del loro cuore;

ha detronizzato i potenti,

e ha innalzato gli umili;

ha colmato di beni gli affamati,

e ha rimandato a mani vuote i ricchi.

Ha soccorso Israele, suo servitore,

ricordandosi della misericordia,

di cui aveva parlato ai nostri padri,

verso Abraamo e verso la sua discendenza per sempre”.

– 1:46-55.

 

Il Bededictus di Zaccaria

(“Benedictus Deus Israhel”, v. 68, Vg)

“Benedetto sia il Signore, il Dio d’Israele,

perché ha visitato e riscattato il suo popolo,

e ci ha suscitato un potente Salvatore

nella casa di Davide suo servo,

come aveva promesso da tempo per bocca dei suoi profeti;

uno che ci salverà dai nostri nemici e dalle mani di tutti quelli che ci odiano.

Egli usa così misericordia verso i nostri padri

e si ricorda del suo santo patto,

del giuramento che fece ad Abraamo nostro padre,

di concederci che, liberati dalla mano dei nostri nemici,

lo serviamo senza paura,

in santità e giustizia, alla sua presenza, tutti i giorni della nostra vita.

E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo,

perché andrai davanti al Signore per preparare le sue vie,

per dare al suo popolo conoscenza della salvezza

mediante il perdono dei loro peccati,

grazie ai sentimenti di misericordia del nostro Dio;

per i quali l’Aurora dall’alto ci visiterà

per risplendere su quelli che giacciono in tenebre e in ombra di morte,

per guidare i nostri passi verso la via della pace”.

– 1:68-79.

 

Il Gloria in Excelsis degli angeli

(“Gloria in altissimis Deo”, v. 14, Vg)

“Gloria a Dio nei luoghi altissimi,

 e pace in terra agli uomini ch’egli gradisce!”

– 2:14.

Il Nunc Dimittis di Simeone

(“Nunc dimittis servum tuum”, v. 29, Vg)

“Ora, o mio Signore, tu lasci andare in pace il tuo servo,

secondo la tua parola;

perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,

che hai preparata dinanzi a tutti i popoli

per essere luce da illuminare le genti

e gloria del tuo popolo Israele”.

– 2:29-32.