La città di Pergamo si trovava nella Misia, situata nella parte nordoccidentale dell’Asia Minore. Pergamo si trovava a circa 25 km dalla costa del Mar Egeo ed era a nord di Smirne, da cui distava circa 80 km. Antica fortezza posta fra due fiumi su un ripida colle isolato, si estese poi nella valle. A quanto pare, i suoi abitanti provenivano dalla Grecia, forse dall’Acaia. Dopo la morte di Alessandro il Grande, Pergamo divenne una città ricca e importante. Nel 2° secolo a. E. V. possedeva una biblioteca da fare invidia a quella di Alessandria d’Egitto. La pergamena (pelle animale usata come materiale scrittorio) pare che sia stata inventata a Pergamo. Nel 133 a. E. V. la città fu lasciata a Roma, divenendo poi capitale della provincia romana dell’Asia e rimanendo molto importante come centro ufficiale amministrativo anche quando in seguito perse il ruolo di capitale. La religione pagana aveva a Pergamo forti basi, forse poste da astrologi caldei provenienti dalla Babilonia. A Pergamo sorgevano molti templi. Gli scavi archeologici hanno portato alla luce le rovine di un gigantesco altare marmoreo dedicato a Zeus, che campeggiava nella città. Vi era anche un tempio dedicato ad Asclepio, dio della medicina e delle guarigioni, a cui affluivano malati da ogni parte dell’Asia. La città possedeva anche uno sfarzoso tempio dedicato alla dea Afrodite (la Venere dei romani), la dea dell’amore sensuale, con tanto di pratiche religiose sessuali. A Pergamo c’era anche un tempio a Cesare Augusto, segno del culto imperiale che anche qui era praticato; anzi, fu la prima città ad averlo. “Fu qui che sotto Domiziano l’adorazione dell’imperatore divenne la pietra di paragone della lealtà dei cittadini” (J. D. Douglas, New Bible Dictionary, 1985, pag. 912). Quanto ad adorazione dell’imperatore, Pergamo fu “il principale centro del culto imperiale nei primi tempi dell’impero”. – Encyclopædia Britannica, 1959, vol. 17, pag. 507.

   Possiamo immaginare che i discepoli di Yeshùa di Pergamo, di cui solo Ap parla, avessero vita difficile con tutto il paganesimo da cui erano attorniati. Yeshùa glorificato parla a quella comunità definendosi come “colui che ha la spada affilata a due tagli” (Ap 2:12), ovvero giudice, e dice che sa bene in che ambiente, pieno di culti pagani, vivono: “Io conosco dove tu abiti, cioè là dov’è il trono di Satana” (Ap 2:13). Nonostante tutte queste difficoltà, anzi, proprio perché sanno superarle, Yeshùa riconosce a quella comunità asiatica: “Tu rimani fedele al mio nome e non hai rinnegato la fede in me” (Ibidem). Yeshùa riconosce loro che non lo hanno mai tradito: “Neppure ai giorni di Antipa, il mio fedele testimone, fu ucciso fra voi, là dove Satana abita” (Ibidem). Questo Antipa martire, forse si era rifiutato di adorare l’imperatore e fu linciato a morte dalla folla inferocita, magari per essere di monito a discepoli di Yeshùa. Tale collegamento è dato dal riferimento che lì abita satana, avendovi addirittura il suo trono, probabile allusione al tempio di Zeus, principale divinità tra gli dèi.

   Nonostante la meritata lode, Yeshùa ha un rimprovero: “Ho qualcosa contro di te: hai alcuni che professano la dottrina di Balaam, il quale insegnava a Balac il modo di far cadere i figli d’Israele, inducendoli a mangiare carni sacrificate agli idoli e a fornicare. Così anche tu hai alcuni che professano similmente la dottrina dei Nicolaiti”. – Ap 2:14,15.


Balaàm

Il profeta arameo Balaàm, del 15° secolo a. E. V., era originario della Mesopotamia, non era un’israelita, ma aveva una certa conoscenza di Yhvh Dio d’Israele, tanto da rivolgersi a lui come suo Dio (Nm 22:5,18); forse tale conoscenza l’acquisì da ricordi locali risalenti ad Abraamo, Lot e Giacobbe, che erano vissuti non lontano da Petor, di cui era originario. – Gn 12:4,5;24:10; 28:5;31:18,38.

   Il re moabita Balac aveva offerto a Balaàm dei compensi per la sua divinazione, chiedendogli di maledire il popolo d’Israele, subendo dapprima un rifiuto (Nm 22:5-14). Dopo nuova insistenza (Nm 22:15), Balaàm chiese a Dio il permesso, che gli fu concesso a patto che dicesse le parole decise da Dio (Nm 22:16-21; cfr. Mic 6:5). Strada facendo, mentre andava con i moabiti, Dio gli sbarrò la via tre volte, intervenendo sull’asina che cavalcava, la quale parlò per cause soprannaturali per protestare contro le battiture ricevuta dal profeta (Nm 22:22-30). Alla fine Balaàm vide l’angelo di Dio che gli rimproverò si essere stato precipitoso, pur permettendogli di proseguire (Nm 22:31-35). Dio non permise mai che Balaàm maledicesse Israele, anzi gli disse che avrebbe dovuto benedirla (Gs 24:9,10). Il permesso concessogli da Dio di andare con i moabiti, pur disapprovando le intenzioni di Balaàm, gli permetteva di scegliere (cfr. una situazione simile in Gn 4:6-8). Lui rimase però ostinato, avendo come mira il compenso che avrebbe ricevuto. Questo fu “Balaam, figlio di Beor, che amò un salario di iniquità, ma fu ripreso per la sua prevaricazione: un’asina muta, parlando con voce umana, represse la follia del profeta”. – 2Pt 2:15,16; cfr. Gda 11.

   Una volta arrivato in territorio moabita, Balaàm incontrò il re Balac e offrì sacrifici insieme a lui, rimanendo poi in attesa di presagi sfavorevoli (Nm 23:3;24:1). Ci fu invece la benedizione di Dio in favore di Israele. Nuova cerimonia propiziatoria e nuova benedizione divina su Israele. Terza cerimonia propiziatoria e altra benedizione di Dio su Israele. – Nm 22:41–24:9; Nee 13:2.

   L’iraconda reazione del re moabita è descritta in Nm 24:10,11. Dopo un impacciato tentativo di scuse attribuendo la colpa di tutto al Dio degli ebrei e dopo qualche tentativo maldestro di parlar male di Israele, a Balaàm non restò che andarsene. – Nm 24:12-25.

   Al profeta premeva però ricavare un compenso, a maggior ragione dopo tanta inutile fatica, per cui si disse che se Dio aveva maledetto Israele, di sicuro sarebbe stato costretto a farlo qualora gli ebrei lo avessero tradito adorando il dio Baal. “Balaam, il quale insegnava a Balac il modo di far cadere i figli d’Israele, inducendoli a mangiare carni sacrificate agli idoli e a fornicare” (Ap 2:14). Così, le donne moabite e madianite “per suggerimento di Balaam, trascinarono i figli d’Israele all’infedeltà verso il Signore” (Nm 31:16). Gli ebrei furono puniti, subendo la perdita di 24.000 uomini (Nm 25:1-9). Balaàm stesso, però, non sfuggì alla punizione di Dio, abbattutasi anche sui madianiti (Nm 25:16-18;31:1-18); i moabiti furono esclusi dal popolo di Dio fino alla decima generazione. – Dt 23:3-6.


   Nella comunità di Pergamo c’erano quindi alcuni che, professando “la dottrina di Balaam” (Ap 2:14), accettavano l’immoralità sessuale. Questa influenza negativa veniva dalla setta dei nicolaiti, che imitavano l’esempio dei seguaci di Balaam. Questo spirito libertino che non accettava una totale separazione dal mondo ma che anzi sosteneva che si potesse partecipare allo stile di vita mondano senza intaccare la propria fede, derivava dai germi dell’agnosticismo. Questo pre-agnosticismo era penetrato a Efeso (Ap 2:6) e a Pergamo, ma anche a Tiàtira, come vedremo in Ap 2:20,24. Se non si pentono e non si ravvedono, subiranno il giudizio sfavorevole di Yeshùa: “Ravvediti dunque, altrimenti fra poco verrò da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca”. – Ap 2:16.

   La ricompensa è promessa ai fedeli: “A chi vince io darò della manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale è scritto un nome nuovo che nessuno conosce, se non colui che lo riceve” (Ap 2:17). La “manna nascosta” fa riferimento alla credenza dei giudei che Geremia avesse nascosto l’arca dell’alleanza, che conteneva le cose sacre, tra cui una brocca piena di manna (Es 16:32-34; cfr. Eb 9:4). Di questa credenza giudaica abbiamo traccia nel libro apocrifo di 2Maccabei 2:4-8:

“Si diceva anche nello scritto che il profeta, ottenuto un responso, ordinò che lo seguissero con la tenda e l’arca. Quando giunse presso il monte dove Mosè era salito e aveva contemplato l’eredità di Dio, Geremia salì e trovò un vano a forma di caverna e là introdusse la tenda, l’arca e l’altare degli incensi e sbarrò l’ingresso. Alcuni del suo seguito tornarono poi per segnare la strada, ma non trovarono più il luogo. Geremia, saputolo, li rimproverò dicendo: Il luogo deve restare ignoto, finché Dio non avrà riunito la totalità del suo popolo e si sarà mostrato propizio. Allora il Signore mostrerà queste cose e si rivelerà la gloria del Signore e la nube, come appariva sopra Mosè, e come avvenne quando Salomone chiese che il luogo fosse solennemente santificato”.

   I fedeli potranno così partecipare al dono del tempo della salvezza. Quanto alla seconda immagine (“una pietruzza bianca, sulla quale è scritto un nome nuovo che nessuno conosce, se non colui che lo riceve”), può essere spiegata con il concetto biblico che conoscere il nome di qualcuno significava  esercitare un certo potere su chi lo portava. Il “nome nuovo” è quello di Yeshùa, che “si chiama Fedele e Veritiero” (Ap 19:12). Nessuno lo conosce “se non colui che lo riceve”. Per chi non crede, Yeshùa è solo il nome di qualcuno, ma chi ‘rimane fedele al suo nome’ (Ap 2:13) sa che egli “si chiama Fedele e Veritiero”, e ciò gli dà forza.

   La parola originale tradotta “pietruzza” in Ap 2:17 è ψῆφος. Questo vocabolo lo troviamo anche in At 26:10, in cui Paolo dice dei discepoli di Yeshùa: “Quand’erano messi a morte, io davo il mio voto [ψῆφον]”. Paolo dava, prima di accettare Yeshùa quale salvatore, il suo voto favorevole a che i suoi seguaci fossero uccisi. Tale voto lo esprimeva dando uno psèfon, un “sassolino”. La pratica di votare consegnando un sassolino era in uso nei tribunali romani quando si votava per emettere la sentenza dopo un processo. Se si consegnava un sassolino bianco, si votava per l’assoluzione; se si consegnava un sassolino nero, si votava per la condanna (era frequente la condanna a morte). Yeshùa, consegnando una pietruzza bianca ai suoi fedeli di Pergamo, dava il suo giudizio: erano innocenti. E quel voto favorevole recava la sua firma.