Prima di passare all’esegesi del cap. 6 di Eb, occorre riprendere la sezione 5:11-4:

Eb 5:11 Su questo argomento [proclamazione di Yeshùa “sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec”, v. 10] avremmo molte cose da dire, ma è difficile spiegarle a voi perché siete diventati lenti a comprendere. 12 Infatti, dopo tanto tempo dovreste già essere maestri; invece avete di nuovo bisogno che vi siano insegnati i primi elementi degli oracoli di Dio; siete giunti al punto che avete bisogno di latte e non di cibo solido. 13 Ora, chiunque usa il latte non ha esperienza della parola di giustizia, perché è bambino; 14 ma il cibo solido è per gli adulti; per quelli, cioè, che per via dell’uso hanno le facoltà esercitate a discernere il bene e il male.

   Vogliamo qui suggerire una lettura da un punto di vista diverso. Anziché soffermarsi negativamente sul rimprovero, leggiamolo positivamente. La condizione ideale è avere la capacità di digerire e assimilare spiritualmente il “cibo solido”. Siccome le cose che l’omileta vuole esporre “è difficile spiegarle”, significa che la comunità ha bisogno proprio di questa difficoltà. Spiegare il mistero di Yeshùa non è affatto facile, ma i credenti della comunità (“lenti a comprendere”, come la maggior parte dei credenti medi di tutti i tempi) hanno bisogno di comprendere la profondità di ciò che riguarda Yeshùa. Qui il nostro autore non agisce semplicemente come un oratore che espone un certo soggetto biblico al suo uditorio. In tal caso si limiterebbe a commentare il Sl 110 applicandolo a Yeshùa. Lui, piuttosto, aggancia la sua analisi alla situazione della comunità, agendo da vero pastore. Lui li rimprovera aspramente ma, precisa, “benché parliamo così, siamo persuasi riguardo a voi di cose migliori e attinenti alla salvezza” (Eb 6:9), “affinché non diventiate indolenti, ma siate imitatori di quelli che per fede e pazienza ereditano le promesse” (Eb 6:12). L’autore è più che un teologo; qui si mostra un vero conduttore spirituale. Egli non mira a una conoscenza intellettuale, ma profonda e nel contempo pratica, atta ad avere “le facoltà esercitate a discernere il bene e il male”.

Eb 6:1 Perciò, lasciando l’insegnamento elementare intorno a Cristo, tendiamo a quello superiore e non stiamo a porre di nuovo il fondamento del ravvedimento dalle opere morte e della fede in Dio, 2 della dottrina dei battesimi, dell’imposizione delle mani, della risurrezione dei morti e del giudizio eterno. 3 Questo faremo se Dio lo permette. 4 Infatti quelli che sono stati una volta illuminati e hanno gustato il dono celeste e sono stati fatti partecipi dello Spirito Santo 5 e hanno gustato la buona parola di Dio e le potenze del mondo futuro, 6 e poi sono caduti, è impossibile ricondurli di nuovo al ravvedimento perché crocifiggono di nuovo per conto loro il Figlio di Dio e lo espongono a infamia. 7 Quando una terra, imbevuta della pioggia che vi cade frequentemente, produce erbe utili a quelli che la coltivano, riceve benedizione da Dio; 8 ma se produce spine e rovi, è riprovata e prossima a essere maledetta; e la sua fine sarà di essere bruciata.

   “Perciò”: è vigoroso questo portare a conclusione il suo rimprovero. Possiamo immaginare l’uditorio, che ha accusato il colpo in silenzio, riaprirsi alla speranza. “Perciò”: qualcosa da fare c’è per rimediare. Il fondamento è stato già posto, non serve porlo di nuovo; ora occorre erigere su quel fondamento, altrimenti si avrebbe una costruzione incompleta. Paolo usa la stessa illustrazione: “Come esperto architetto, ho posto il fondamento; un altro vi costruisce sopra. Ma ciascuno badi a come vi costruisce sopra; poiché nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto”. – 1Cor 3:10,11.

   “Se Dio lo permette” (6:3) è frase tipica del giudeo devoto; la usa anche Paolo (cfr. 1Cor 16:7; At 18:21) e il giudeo Giacomo (Gc 4:15). Tutto viene fatto giustamente dipendere da Dio. La propria volontà non è sufficiente. “Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori” (Sl 127:1). Più che paventare che Dio non permetta di crescere verso la maturità, la frase esprime la certezza che con il suo aiuto tutto andrà bene.

   Alla frase “quelli che sono stati una volta illuminati” (6:4), ciascuno si sente interpellato ricordando la gioia intensa di quando accettò la buona notizia intorno a Yeshùa. Ci fu il ravvedimento completo, e ciò fu per sempre. Si può solo mantenerlo oppure rinunciarvi completamente, ma un secondo ravvedimento non è dato a coloro che “sono caduti”. – 6:6.


Quelli che “sono caduti, è impossibile ricondurli di nuovo al ravvedimento”. – Eb 6:6.

Non si tratta qui della caduta in singoli peccati, “infatti non c’è uomo che non pecchi” (2Cron 6:36). Certamente il credente cerca in tutti i modi di non peccare, “eppure, se qualcuno commette peccato, abbiamo un soccorritore presso il Padre, Gesù Cristo, il giusto” (1Gv 2:1, TNM). Cosa ben diversa è per chi s’intestardisce: “Colui che persiste nel commettere il peccato proviene dal diavolo” (1Gv 3:8). Yeshùa lo aveva spiegato bene affermando che “ai figli degli uomini saranno perdonati tutti i peccati e qualunque bestemmia avranno proferita; ma chiunque avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non ha perdono in eterno, ma è reo di un peccato eterno”. – Mr 3:28,29.

   Occorre ovviamente conservare “la fede e una buona coscienza”, ma “alcuni hanno rinunciato, e così, hanno fatto naufragio quanto alla fede” (1Tm 1:19). La caduta cui fa riferimento Eb 6:6 è una caduta volontaria e definitiva. Il verbo παραπίπτω (parapìpto), tradotto in Eb 6:6 da NT “cadere” e da TNM “allontanarsi”, si trova in tutte le Scritture Greche solo qui, ma lo troviamo nella LXX greca con il senso di commettere una grave infedeltà contro Dio (cfr. Ez 15:8;20:27, LXX). Il Rocci dà il significato di cadere, urtare, passare oltre, deviare, venir meno.

   Si tratta del peccato imperdonabile di cui dice Yeshùa in Mr 3:29. In 1Gv 5:16 si parla di “un peccato che non conduca a morte”, ma ce n’è anche uno “che conduce a morte” e per il quale Giovanni dice di non pregare neppure (Ibidem). “Infatti, se persistiamo nel peccare volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati; ma una terribile attesa del giudizio e l’ardore di un fuoco che divorerà i ribelli”. – Eb 10:26,27.


   Ai vv. 7 e 8 l’autore fa un’illustrazione tratta dalla vita agricola, evidenziando che la vegetazione inutile è bruciata. Con questa piccola parabola egli mostra che non accogliendo la benedizione divina non rimane che la maledizione. Occorre quindi coltivare la terra e mettere a frutto la benedizione della pioggia. Le immagini usate sono di gusto squisitamente biblico.

Eb 6:9 Tuttavia, carissimi, benché parliamo così, siamo persuasi riguardo a voi di cose migliori e attinenti alla salvezza; 10 Dio infatti non è ingiusto da dimenticare l’opera vostra e l’amore che avete dimostrato per il suo nome con i servizi che avete resi e che rendete tuttora ai santi. 11 Soltanto desideriamo che ciascuno di voi dimostri sino alla fine il medesimo zelo per giungere alla pienezza della speranza, 12 affinché non diventiate indolenti, ma siate imitatori di quelli che per fede e pazienza ereditano le promesse.

   Ora il nostro omileta mostra al suo uditorio che gli è vicino e desidera prendersi cura della comunità. Cambia il tono e anche in pensiero. Dopo le serie ammonizioni, ecco l’incoraggiamento. Di certo egli non voleva dare il colpo di grazia a una comunità divenuta pigra, deprimendola del tutto. Dopo averla resa cosciente dei propri bisogni, ora vuole destarla a nuova attività. Il v. 9 inizia con un fraterno “noi”, mostrando simpatia e amore. L’autore è convinto che sapranno volgersi a cose migliori in vista della salvezza. Loro non sono affatto abbandonati, anzi. Chiamandoli “carissimi”, controbilancia le precedenti dure ammonizioni. Dio non li abbandona. Sebbene si siano assopiti spiritualmente, Dio “non è ingiusto”: rimane fedele, anche se loro non lo sono stati del tutto. Dio non dimentica la loro opera e il loro amore (v. 10). I servizi resi ai santi fanno probabilmente riferimento al sostegno economico dato alle comunità palestinesi. – Cfr. At 11:29.

   Al v. 12 viene abbinato lo zelo al mantenimento di una speranza viva. Se la sollecitudine si affievolisce e si diventa indolenti, fede e pazienza verranno meno.

   Dopo questo incoraggiamento, l’autore passa a mostrare che la promessa fatta da Dio ad Abraamo rimane immutabile:

Eb 6:13 Infatti, quando Dio fece la promessa ad Abraamo, siccome non poteva giurare per qualcuno maggiore di lui, giurò per se stesso, 14 dicendo: «Certo, ti benedirò e ti moltiplicherò grandemente». 15 Così, avendo aspettato con pazienza, Abraamo vide realizzarsi la promessa. 16 Infatti gli uomini giurano per qualcuno maggiore di loro; e per essi il giuramento è la conferma che pone fine a ogni contestazione. 17 Così Dio, volendo mostrare con maggiore evidenza agli eredi della promessa l’immutabilità del suo proposito, intervenne con un giuramento; 18 affinché mediante due cose immutabili, nelle quali è impossibile che Dio abbia mentito, troviamo una potente consolazione noi, che abbiamo cercato il nostro rifugio nell’afferrare saldamente la speranza che ci era messa davanti. 19 Questa speranza la teniamo come un’àncora dell’anima, sicura e ferma, che penetra oltre la cortina, 20 dove Gesù è entrato per noi quale precursore, essendo diventato sommo sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec.

   Viene citato il fulgido esempio di Abraamo, “il padre di tutti quelli che hanno fede” (Rm 4:11, TNM). Va notato che l’autore di Eb, citando l’esempio di Abraamo, lo fa da un punto di vista del tutto diverso da Paolo. L’apostolo dei gentili evidenzia infatti l’aspetto riguardante gli stranieri, giustificati per fede: “La promessa di essere erede del mondo non fu fatta ad Abraamo o alla sua discendenza in base alla legge, ma in base alla giustizia che viene dalla fede … Perciò l’eredità è per fede, affinché sia per grazia; in modo che la promessa sia sicura per tutta la discendenza; non soltanto per quella che è sotto la legge, ma anche per quella che discende dalla fede d’Abraamo. Egli è padre di noi tutti”  (Rm 4:13-16). Scrive ancora Paolo: “La Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato gli stranieri per fede, preannunciò ad Abraamo questa buona notizia: «In te saranno benedette tutte le nazioni»” (Gal 3:8). Il predicatore di Eb, invece, si rivolge ad un pubblico giudeo, per cui non menziona la giustificazione per fede né l’importanza di Abraamo per gli stranieri; egli parla di “promessa” al singolare (Eb 6:13), Paolo al plurale: “Le promesse furono fatte ad Abraamo”. – Gal 3:16.

   Paolo non sbaglia, e neppure lo scrittore di Eb. Costui, rivolgendosi a una comunità giudaica, focalizza la promessa concernente Israele, Paolo fa riferimento alle promesse che coinvolgono i gentili. Dio ripeté più volte le sue promesse ad Abraamo:

  • “Io farò di te una grande nazione”. – Gn 12:2.
  • “Renderò la tua discendenza come la polvere della terra; in modo che, se qualcuno può contare la polvere della terra, potrà contare anche i tuoi discendenti”. – Gn 13:16.
  • “«Guarda il cielo e conta le stelle se le puoi contare». E soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza»”. – Gn 15:5.
  • “Io ti costituisco padre di una moltitudine di nazioni”. – Gn 17:5.

   Lo scrittore di Eb, per confermare l’irrevocabilità della promessa divina ad Abraamo, “l’immutabilità del suo proposito” (v. 17), si rifà alle ultime parole di Dio ad Abraamo: “Io giuro per me stesso, dice il Signore, … io ti colmerò di benedizioni e moltiplicherò la tua discendenza come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare … Tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua discendenza, perché tu hai ubbidito alla mia voce” (Gn 22:16-18), pur non menzionando le nazioni.

   La stranezza del giuramento divino è spiegata dall’autore: “Siccome non poteva giurare per qualcuno maggiore di lui, giurò per se stesso … Infatti gli uomini giurano per qualcuno maggiore di loro” (vv. 13,16). Ovviamente la parola di Dio è sempre garantita in sé, perché “Dio non è un uomo, da poter mentire” (Nm 23:19) e “Colui che è la gloria d’Israele non mentirà” (1Sam 15:29). Il fatto poi che Dio giuri, rende ancora più sicura per noi la sua parola, già assolutamente certa. Abbiamo così “due cose immutabili, nelle quali è impossibile che Dio abbia mentito” (v. 18). “Sia Dio riconosciuto veritiero e ogni uomo bugiardo”. – Rm 3:4; cfr. Tito 1:2.

   Stupenda l’immagine dell’“àncora dell’anima, sicura e ferma, che penetra oltre la cortina” (v. 19). Si tratta della speranza che abbiamo e che è basata sulla parola giurata di Dio. La fede ci sostiene, ma è la speranza che ci dà l’orientamento. “Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora?” (Rm 8:24). È del tutto umano che a volte si insinui la domanda circa la realisticità della speranza del credente. Ecco allora l’immagine dell’àncora “sicura e ferma”, immagine che si trasforma subito in un’àncora spirituale saldissima che non poggia su un fondale marino ma che “penetra oltre la cortina”.

 

La cortina

“Fu fatto pure il velo, di filo violaceo, porporino, scarlatto e di lino fino ritorto con dei cherubini artisti-camente lavorati”. – Es 36:35.

   Solo il sommo sacerdote poteva entrare nel Santissimo e solamente una volta all’anno, il 10 tishrì, Giorno dell’Espiazione. Nessuno, in nessun altro tempo, poteva oltrepassare la cortina che separava questo locale dal Santo. – Lv 16:2.

   Nel mare della vita, esposto alle tempeste che minacciano di far naufragare la fede, è la speranza che indica l’orientamento. Tale speranza è fondata in Dio, la cui presenza era posta nel Santissimo, al di là della cortina, e che si manifestava con la luce shekinàh al di sopra dei due cherubini d’oro scolpiti sul coperchio d’oro dell’arca (Es 25:17-22; Lv 16:11-17; Nm 7:89; 1Sam 4:4; 2Sam 6:2). L’àncora è quindi nascosta, invisibile come ciò che accadeva al di là della cortina, all’interno del Santo dei santi. È però un’àncora affidabilissima, “sicura e ferma” (v. 19), perché è alla fonda presso Dio stesso.

   Il 10 di tishì di ogni anno (Giorno di Espiazione) il sommo sacerdote presentava nel Santissimo il sangue dei sacrifici. Di Yeshùa, che non era un sacerdote levita della famiglia di Aaronne e che non entrò mai nel Santissimo del Tempio gerosolimitano, leggiamo in Eb 6:20 che vi è “entrato per noi quale precursore, essendo diventato sommo sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec”. A differenza del sommo sacerdote che cambiava quando moriva, Yeshùa lo è “in eterno”. Dicendo “per noi”, Eb mette il risalto il ruolo vicario di Yeshùa, cui occorre però aderire con fede. In più, Eb dice “quale precursore”, alludendo al fatto che tutti i credenti vi entreranno.